Juke-Box

Roky Erickson

I Love The Living You

di Salvatore Setola
Roky Erickson - I Love The Living You
(1971 - Inclusa nell'album "Never Say Goodbye", Emperor Jones, 1999)



La storia del rock è piena di “cervelli bruciati”, il più delle volte dagli eccessi di una vita vissuta sull’acceleratore di alcol e droghe, altre dall’inettitudine di certa “scienza” a curare disturbi psicologici con metodi appena più umani dell’elettroshock. Spesso da entrambe le cose. Ciononostante, tra attimi di lucidità e lampi di follia, il talento di questi musicisti è comunque riuscito a consegnare all’eternità dischi magnifici e commoventi, dove purezza dello sguardo, delirio e tormenti esistenziali si stringono la mano e si danno appuntamento al piano mezzano tra inferno e paradiso. Ben prima che diventasse una panoplia della grande mitologia rock, la follia come motore creativo aveva già ottenuto piena cittadinanza tra i movimenti artistici d’avanguardia. In particolare, a partire dalla fine degli anni Quaranta il pittore francese Jean Dubuffet si impegnò affinché venisse riconosciuta la poesia che si cela dietro figure scarabocchiate, sgorbi deformi e segni grafici intrisi di vita. La Compagnia dell’Art Brut, da lui fondata, raccolse e catalogò centinaia di esemplari di arte “altra” (disegni, sculture, dipinti) che non trovavano riscontro nelle categorie ufficiali perché realizzati non da artisti riconosciuti, ma da internati affetti da qualche tipo di disturbo mentale. Gente che si metteva lì, davanti al foglio, e senza preoccupazioni “professionali” – come l’equilibrio compositivo, lo stile, il riscontro del pubblico -  o inibizioni di qualsiasi tipo (morali, sociali, culturali) denudava, senza trucchi estetici o indulgenze intellettuali, ciò che aveva dentro. E quello che ha dentro una persona costretta a subire comunque una restrizione o una privazione, quello che ha dentro un essere umano segregato, additato e vivisezionato nell’animo, può essere meraviglioso ma anche terribile.

Nel rock il caso più celebre è senz’altro quello di Syd Barrett, il “diamante pazzo” dell’immortale "Shine On You Crazy Diamond", la canzone che i suoi Pink Floyd gli dedicarono dopo avergli dato il benservito, sinceramente esasperati dalle fin troppo volubili condizioni del suo stato psichico che non gli consentivano più di tenere testa a un palco. Era il 1968 quando Barrett fu costretto a lasciare il gruppo che aveva fondato, due anni dopo si ritirò a vita privata. Fu più una reclusione, a dire il vero, un tirarsi fuori dal mondo da parte di chi, il mondo, non lo vedeva con gli stessi occhi delle persone normali. Si dice che vivesse in una stanza cieca, senza finestre, e uscisse di rado. Prima di abbandonare le scene e di consegnarsi ancora in vita al mito del  genio folle e sregolato, Barrett, seppur in condizioni di stabilità mentale del tutto precarie, riuscì a incidere due dischi memorabili, entrambi datati 1970: "The Madcap Laughs" e "Barrett", per i quali gli venne lasciato campo libero. Poteva suonare quello che voleva, solo chitarra e voce, poi su quelle registrazioni rudimentali avrebbero lavorato David Gilmour, Richard Wright e il batterista Jerry Shirley, curando gli arrangiamenti e la sovraincisione delle altre parti strumentali.
Durante le session di registrazione Barrett mostrò i sintomi tipici dell’alogia (spesso rispondeva alle domande dei membri della sua band con parole e frasi senza alcuna attinenza all’argomento) ma, in barba al suo disagio mentale, riuscì ad abbinare le bislacche associazioni illogiche che emergevano dal profondo della sua mente a melodie candidamente vomitate dall’anima. Probabilmente era scrittura automatica surrealista della più autentica, liberazione spontanea e necessaria di ciò che regna nascosto nell’inconscio. Per dirla con Freud, Barrett era puro Es: impulsi irrazionali e a-morali allo stato brado; espressione istintuale vergine che liberava un talento melodico e poetico innato ma, adesso che il fuoco della ragione era iniziato ad affievolirsi, non sempre in grado di assumere un forma compiuta e organica.

Destino analogo a quello di Syd Barrett toccò ad Alexander Skip Spence, chitarrista prima dei Quicksilver Messenger Service, poi batterista nell’esordio dei Jefferson Airplane, "Take Off", e infine perno inamovibile dei Moby Grape, almeno fino a quando (era una sera del 1968), imbottito di Lsd, non tentò di far fuori a colpi d’ascia il batterista Don Stevenson e l’altro chitarrista Jerry Miller. Dopo quell’evento, Spence venne dichiarato affetto da schizofrenia e i Moby Grape lo allontanarono. Seguì un lungo periodo di convalescenza presso il reparto psichiatrico del Bellevue Hospital Centre di New York, dove lo curarono a base di Torazina. Ne uscì dopo sei mesi portandosi dietro pene indicibili e appunti per delle canzoni che avrebbe voluto registrare. Gli venne incontro il produttore David Rubinson che lo portò nei Columbia Studios, accese i registratori e lo lasciò solo, faccia a faccia coi propri demoni. Skip Spence registrò le dodici canzoni di "Oar" (1969) in completa solitudine e in assoluta autonomia. Quarantaquattro minuti che sono  un lucido ritratto della follia, come i monomaniaci dipinti da Gericault, ma con una non trascurabile differenza: "Oar" è un autoritratto vissuto sulla pelle, un’odissea senza ritorno per i mari più neri della mente.

A completare quest’albero genealogico di “fuori di testa” sono Peter Green e Roky Erickson. Anche il loro cervello fu fulminato dalle droghe e dalla malasorte. Green, guru del blues psichedelico nei Fleetwood Mac, lasciò la sua band nel 1970, dopo aver manifestato i primi segni di precarietà psichica che lo porteranno nel prosieguo degli anni Settanta a girare per cliniche e ospedali psichiatrici, dove gli sarà diagnosticata una lieve forma di schizofrenia trattata con l’elettroshock. Prima di iniziare questo calvario, il chitarrista britannico pubblicò, nel dicembre del 1970, "The End Of The Game": un’istantanea dall’orlo del precipizio l’attimo prima di buttarsi.
La terapia dell’elettroshock ritorna nefasta anche nella biografia di Roky Eryckson, venerato patriarca della tribù psichedelica con i suoi 13th Floor Elevators, da cui si separò definitivamente nel 1968, giacché i suoi problemi con le droghe e la legge (fu arrestato per possesso di marijuana) si erano fatti sempre più fitti. Venne giudicato insano di mente e riuscì a evitare il carcere, ma fu come passare dalla padella alla brace. E la brace, in questo caso, non era così proverbialmente metaforica visto che la corte dispose che fosse “curato” proprio con l’elettroshock. Erickson fu spedito prima all’ospedale psichiatrico di Huston, quindi recluso al Rusk State Hospital dove subì un trattamento da “Arancia Meccanica”. Il suo stato di salute non migliorò di certo e, anzi, col passare del tempo assunse comportamenti sempre più eccentrici: iniziò a parlare gibberish - una lingua immaginaria simile alla pratica teatrale del grammelot - e a sostenere di essere in contatto coi marziani.

Le sue bizzarrie ricordano vagamente quelle di Franz Xaver Messerschmidt, scultore strambo, vissuto nella seconda metà del Settecento, che lo storico dell'arte Rudolf Wittkower definì “un pazzo problematico” e che un suo contemporaneo nominò addirittura “veggente di fantasmi”. Le cronache dell'epoca attestano, infatti, la convinzione da parte di Messerschmidt di essere perseguitato dallo spirito della proporzione, che lo angustiava intere notti con torture corporali. L’artista tedesco raccontava che per sciogliere questo sortilegio e scacciare gli spettri, ogni sera doveva mettersi davanti allo specchio e darsi dei pizzicotti, in modo da indurre sul proprio volto le bizzarre smorfie consacrate alle sue “teste di carattere”: busti che raffigurano ogni sorta di espressione facciale, dall’ebete gaiezza al grottesco dolore fisico.
Gli strani eventi di cui Messerschmidt sosteneva di essere protagonista sarebbero avvenuti nella casa sul Danubio dove  egli viveva in una specie di esilio volontario, dal momento che nel 1771 aveva subito l’onta di vedersi esonerato dall’insegnamento accademico proprio a causa dei suoi problemi di salute.  Vista la condizione di isolamento a cui lo scultore era costretto, forse per lui valgono a posteriori proprio le parole di Dubuffet: “È quando un uomo è solo, quando si annoia molto e non può contare su nessun tipo di distrazioni o di gioie provenienti dall’esterno, su nessuna specie di feste, che si verificano le condizioni più adatte a far sorgere in lui il bisogno di fabbricarsi con i propri mezzi, senza aiuti e per sé solo, un teatro di feste e incantesimi”.

Sono parole che di sicuro valgono per il Roky Erickson che, tra il febbraio e il marzo del 1971, chiuso con la sua chitarra acustica in una stanza del Rusk State Hospital, edificava il suo personale teatro di incanti e tremori, fate e mostri, bellezze e angosce. Un pugno di canzoni uscite soltanto nel 1999, insieme ad altre registrazioni carbonare, con il titolo di "Never Say Goodbye". Melodie fragili come la mente di chi le ha scritte, scatti rubati a un’anima errante che doveva le sue visioni non tanto alla propria mente insana, quanto a una purezza dello sguardo che nessuna devianza psichica avrebbe mai potuto ottenebrare.
Tra le sei canzoni registrate in quell'ospedale/carcere, la più tenera e luccicante è questa "I Love The Living You", un canto d’amore che suona come un tentativo di evasione: “I petali rimangono sui fiori per tutte le ore”. Una frase semplice, nemmeno tanto poetica a prima impressione. Ma cosa aspettano quei petali, lì sui fiori tutto il giorno? Qualcuno che semplicemente si fermi e ne noti i colori o il profumo? Qualcuno che li venga a cogliere? E non era anche Erickson un petalo in attesa che il tempo tornasse a restituirgli la bellezza negata? Mentre era lì a marcire in un tugurio angusto col pretesto di ricevere assistenza, si stava perdendo le cose piccole e meravigliose del mondo, quelle a cui gli uomini liberi non fanno più caso.

Il canto è flebile, sembra spezzarsi, come il cinguettio di un uccello che ha perso la scia del suo stormo. Il suono della chitarra è sporco, la qualità audio ai limiti del dozzinale. Non è un problema, in fondo i 13th Floor Elevators erano stati i sacerdoti – oltre che della musica psichedelica – del garage-rock e dell’estetica lo-fi, ovvero la bassa fedeltà nella resa sonora. Ma qui siamo oltre le scelte estetiche, ben al di là di congetture stilistiche. La voce dell’anima non ha bisogno di artifici tecnici né di arzigogoli intellettuali. E quella di Erickson in "I Love The Living You" effonde la grazia di chi magari si sarà pure giocato tutti i neuroni al casinò dell’Lsd, ma non ha mai venduto un battito che sia uno del proprio cuore: “Dio ti benedica, dio benedica ogni cosa che fai”. Parole comuni che verrebbero in mente a chiunque, ma che difficilmente chiunque pronuncerebbe. Di solito la gente è troppo impegnata a specchiarsi nel mare di futilità che la circonda per degnarsi di ringraziare chi ama per essere semplicemente quello che è: “Grazie per ogni cosa che fai, grazie per ogni cosa che sei”.

Forse i veri pazzi siamo noi persone sane, incapaci – per dirla con Coleridge – di sospendere l’incredulità momentanea, che abiuriamo – in nome di un’idea deviata di raziocinio – ciò che i nostri occhi sentono e le nostre orecchie vedono. Uno che ha scontato la propria dannazione con una chitarra in mano e i petali di un amore impossibile nell’animo non può essere pazzo. Roky Erickson parlava davvero con gli alieni. E forse pure con gli angeli.

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