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Spain / Josh Haden

Spiritual

di Salvatore Setola
 Spain - Spiritual  
                   (1995 - Inclusa nell'album "The Blue Moods Of Spain", Restless Record, 1995) 
 
Il prodigio della musica è che esiste una canzone per ogni momento della vita, per ogni stato d'animo. Per il cuore leggero di gioia o gonfio di addio. La nostalgia, per esempio, deve avere tipo il suono di “Leb Wohl” dei Neu!: Klaus Dinger spegne i motori e accende le onde del mare che imperlano di magnificenza flebili note di piano non ancora ambient ma molto più che minimaliste. Michael Rother declama in tono sommesso, esordendo con un tremulo “Tears come in my eyes”. Suoi gli occhi, tue le lacrime. La solitudine, invece, può assumere conformazioni musicali diverse a seconda dei contesti. Quando è inquisitoria, viene spontaneo immedesimarsi nel Duncan di Paul Simon, che nel letto di un motel sente i gemiti sguaiati di due che scopano nella camera adiacente. Ecco, un capodanno solitario in una metropoli gelida suona più o meno così. Essere soli per scelta. Come se al mondo qualcuno potesse scegliere di non esserlo. Non sempre trovi la risposta, ma a volte hai bisogno comunque di qualcosa che le somigli e quel qualcosa è il sussurro caldo e avvolgente di Josh Haden: l'uomo che ha infuso una fiamma soul nel corpo frigido dello slowcore.

Indossa un cognome pesante, Josh. Suo padre Charlie è stato un contrabbassista eccelso che ha fornito un contributo immane allo sviluppo del free jazz suonando, tra gli altri, con Ornette Coleman e pubblicando un classico del genere quale “Liberation Music Orchestra” (1969). Quando nel 1993 mise su un gruppo, Haden Jr. si guardò bene dal rinnegare il patrimonio genetico che aveva in dote. Nonostante il grunge e il crossover si fossero guadagnati un'attenzione che esulava dal recinto delle nicchie indipendenti, Josh anelava alle narcosi di chi - come i Codeine - in quel recinto si era isolato erigendo una fortezza impenetrabile. Il suo cuore, però, pompava il sangue della musica nera con cui era cresciuto. Due più due fa sempre quattro, soprattutto quando i calcoli li fa il destino. Fu così che a Los Angeles nacquero gli Spain: Haden (basso e voce), Ken Boudakian (chitarra e organo), Merlo Podlewski (chitarra) ed Evan Hartzel (batteria). Più che una band soft-rock, un quartetto da camera quando in camera resti da solo a fissare il muro.

Il loro esordio, “The Blue Moods Of Spain” (1995), suona esattamente come il titolo promette: ha il sapore amaro di certi blues pianti sotto le stelle, l'umore di un jazz club al quale chiedere asilo durante etiliche notti insonni e l'afflato soul che ti riscalda la pelle in mancanza di altra pelle da strofinare. È dentro questo capolavoro a volte un po' trascurato che conviene cercare la risposta alla solitudine di un giorno o di una vita: “Jesus, I don't wanna die alone/ My love was untrue, now all I have is you”. Lo struggente arpeggio introduttivo – circuito da un organo che inanella grammi di pathos come fossero perle di un sacro rosario - sa di vecchia ballata R&B, stilemi di cui non molti bianchi hanno saputo appropriarsi senza suonare contraffatti: gli Stones di “I Got The Blues”, il Gary Lucas al servizio di un altro figlio illustre - Jeff Buckley – e pochissimi altri.

Se gli uomini sono davvero capaci di pregare, allora la preghiera dev'essere musica. Questa musica. Gli ultimi istanti di un moribondo, i pensieri di chi sta per lasciare ogni cosa. Solo. Come tutti. La vita, gli affetti, quel che è stato e – ancor peggio - quel che non è stato. La resa dei conti, il guardarsi morire realizzando di non aver amato veramente. E l'unica cosa che gli resta è aggrapparsi alla misericordia del Signore, alla speranza che ci sia un fottutissimo aldilà che gli possa donare un po' di quell'amore che lui ha creduto di poter dare tradendo la propria solitudine. Forse è per questo che lo prega di non lasciarlo “morire una morte solitaria” (“Don't leave me here left to die a lonely death”). Perché non l'ha capito quando era ancora in tempo, di essere solo. Perché non l'ha capito prima che l'amore è nient'altro che solitudine nella sua forma più alta e perfetta. Non due persone che si fanno compagnia per ingannare i peccati e i dolori. Per quelli – al massimo – ci sarà il condono di un redentore al termine dell'ultimo giro di giostra: “All my troubles/ All my pain/ Will leave me/ Once again”.

“Spiritual” è un titolo emblematico per una canzone che chiude un album intimo come una catarsi. Un evidente riferimento all'omonima tipologia di musica che fino al 1865 – anno dell'abolizione della schiavitù negli Stati Uniti - aveva accompagnato i neri nelle piantagioni di cotone dove erano segregati. È negli spiritual che risiedono le radici del blues (molti musicologi concordano nel rintracciare in questo archetipo musicale l'origine delle blue note e della struttura call & response importata dall'Africa); è dalla sua evoluzione che nascerà il gospel. Ma se quest'ultimo sarà il giulivo annuncio corale della buona novella, lo spiritual era il canto (a cappella) per lenire i dolori e le vessazioni della schiavitù, la parola di Cristo come un assegno in bianco per un futuro di gioia e libertà. In questo senso, da una prospettiva più ontologica che estetica, il canto di Josh Haden può essere considerato appieno uno spiritual: un monologo interiore, una richiesta di protezione ultima, di liberazione, di luce autentica prima che quella artificiale si spenga del tutto.

Questo carattere profondamente innodico - da supplica estrema - affascinerà Johnny Cash spingendolo a inciderne una versione in “Unchained” (1996), il secondo capitolo degli American Recordings, la serie di pubblicazioni prodotte da Rick Rubin con la quale il leone ferito risalì inaspettatamente il viale del tramonto dopo il buio pesto degli anni Ottanta. Una vecchia stella del country sul crinale dell'esistenza (da lì a un anno gli sarà diagnosticata una malattia degenerativa che lo logorerà fino a stroncarlo definitivamente nel 2003) che rilegge una canzone scritta da un ragazzo trentasei anni più giovane di lui. L'arpeggio di elettrica stavolta lo mette Tom Petty, il basso lo regala Flea. Di suo Cash offre un condensato acustico che accarezza e consola, al pari dell'inconfondibile voce contemporaneamente cavernosa e rassicurante: una grotta che offre rifugio quando fuori è soltanto gelo. Lo stesso impietoso gelo di una stanza vuota. Riempirla delle note celestiali di "Spiritual" è un modo per riempire d'amore la propria solitudine, che - con il suo carico di domande inevase - suonerà ogni volta come "Duncan" di Paul Simon. E ogni volta, a difenderci, ci sarà la più bella canzone degli Spain. Forse non è una risposta, quantomeno è una certezza.
Playlist
Ascolta "Spiritual" 
   
Autore: Josh Haden  
Produttori: Norman Kerner e Josh Haden  
Durata: 6'37"  
   
   
"Spiritual" live at SXSW festival (2013) 
Johnny Cash - Spiritual 
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