Juke-Box

Buggles

Video Killed The Radio Star

di Michele Saran
"Juke-Box" è un passo indietro dal formato-album, un ritorno ai mattoni del pop: le canzoni. Riff, ritornelli, parole e immagini: quelle dei videoclip, o quelle che la musica evoca e utilizza per sedurre l'ascoltatore.
Lo scopo di questa rubrica è proprio entrare in questo gioco di seduzione, da sempre cruciale e da sempre dato per scontato. Scoprirne storie e protagonisti, ma anche meccanismi, regole ed eccezioni.


Buggles - Video Killed The Radio Star
(Island, 1979)

 

Il produttore dalle uova d'oro Trevor Horn (nativo di Durham, UK, classe '49) è già uno dei più influenti della sua generazione quando si vede appioppata la nomea di “uomo che inventò gli eighties”. A fine anni 70 nessuno, forse nemmeno egli stesso, immaginava quale portata rivoluzionaria doveva accompagnarsi alla composizione di una canzone nata quasi per gioco, assieme ai collaboratori Geoff Downes e Bruce Woolley, per la quale non aveva che un breve testo appena abbozzato: “Video Killed The Radio Star”, il suo gioiello irripetibile.

 

Anno domini 1978, Downes (futuro Asia, poi con anche con Horn stesso nella seconda stagione degli Yes) e Woolley compongono gli accordi di base, Horn ci adatta un testo nostalgico basato su un racconto breve di fanta-musica con tanto di refrain semplice, quasi innocente, quintessenza della cantabilità. La canzone è troppo esplosiva per essere liquidata a qualche cantante leggero dal successo volatile. I tre si dividono: da una parte Woolley cercherà, invano, un successo negli States proprio incidendo una personale versione della neonata canzone (con un giovane Thomas Dolby alle tastiere elettroniche), in qualche modo ancora derivante dal glam, dall’altra il duo Horn-Downes si rinomina Buggles e ne incide una versione infinitamente più elaborata, prodotta e post-prodotta, persino adornata e barocca, destinata a diventare un’icona musicale tout-court.

Il motto “l’uomo che inventò gli anni 80” sta proprio qui. Tecnicamente uscita come singolo (corredato da modernissimo video) nel 1979, il brano è la scintilla assoluta di synth-pop, electro-pop, dance-pop, rimirata in tutta la sua sfavillante bellezza un minuto prima della detonazione. Ma non finisce certo qui.

 

Anzitutto la struttura della canzone, pop solo in parte. Inizia un’incantata toccata di piano rutilante “trattato” elettronicamente; l’accompagnamento letteralmente germoglia senza tante lungaggini: battito proto-techno, oboe, archi, svolazzi di tastiere colorate, synth orchestrale. Icona nell’icona è poi il duetto tra la voce splendidamente “radiofonica” di Horn (un effetto che costò ai produttori lunghe sedute di missaggio) e la voce femminile persa tra gorgheggi operistici, coretti ye-ye - il celeberrimo “ouah-ouah” - vocalizzi da sirena, oltre ovviamente al motto-refrain che dà il titolo al pezzo.

Dopo la prima parte di ritornello, l’arrangiamento si arricchisce ancora aumentando la tensione, fino alla seconda parte. Da qui iniziano modulazioni e variazioni. Anzitutto uno splendido bridge con grande stacco, poi la ripresa dell’incipit, quindi di nuovo il ritornello con un’impetuosa modulazione, una variazione basata sulla tonalità della strofa, e un dilagare in senso corale. Non c’è nemmeno il tempo di udire l’ennesima addizione d’arrangiamento (un filo di assolo di chitarra) che tutto si spegne per poi ricomparire in una nuova variazione da camera, quasi pastorale, forse la più commovente.

 

L’arrangiamento che cambia di continuo, la produzione consumabilissima, la struttura arzigogolata, ne fanno la più imperiosa delle pop-song, un monumento alla doppiezza della musica commerciale: nostalgia del passato e rimpianto dei tempi andati come contenuto, espressi però tramite un eloquio tecnologico ad altissima definizione, proiettato nel futuro, la forma.

Ma il piano musicale è senza dubbio quello più interessante. La pop-song, oltre a uno splendido uso della forma-canzone, acquisisce silenziosamente e invisibilmente stilemi classici. C’è una struttura di tema e variazioni, c’è il dialogo operistico da duetto ritradotto in forma sintetica, alienata, c’è la forma-sonata attraverso l’esposizione dei due temi e il loro sviluppo, c’è una forma ternaria da minuetto. Si potrebbe persino intravedere una forma-concerto, con tanto di cadenza improvvisata finale, un libero giocare con alcuni elementi portanti del brano.

 

Si aggiunga il fatto che fu anche la prima hit moderna, coverizzata allo sfinimento e canticchiata da sempre in tutto il mondo, persino storpiata orribilmente in spot pubblicitari, che aprì ufficialmente le trasmissioni di Mtv nel 1981 in modo quasi autosarcastico (la nuova generazione dei video che avrebbe ucciso i bei tempi della radio, mutatis mutandis della vera musica), in pratica l’inizio del retronuevo prima ancora di aver approcciato e capito cosa fosse il nuevo. Cosa si vuole di più da una canzone?


I heard you on the wireless back in Fifty Two
Lying awake intent at tuning in on you.
If I was young it didn't stop you coming through.

They took the credit for your second symphony.
Rewritten by machine and new technology,
and now I understand the problems you can see.

I met your children
What did you tell them?
Video killed the radio star.

Pictures came and broke your heart

And now we meet in an abandoned studio.
We hear the playback and it seems so long ago.
And you remember the jingles used to go.

You were the first one.
You were the last one.

Video killed the radio star.
In my mind and in my car, we can't rewind we've gone too far
Pictures came and broke your heart, put the blame on VTR.

You are a radio star.
Playlist
Ascolta "Video Killed The Radio Star"


Dall'album "The Age of Plastic" (Island)
Pubblicazione: 7 Settembre 1979
Autori: Trevor Horn, Geoff Downes, Bruce Woolley
Produttori: Trevor Horn, Geoff Downes, Gary Langan
Durata: 4'13"


"Video Killed The Radio Star" (video ufficiale)

"Video Killed The Radio Star" (live 2004)

"Video Killed The Radio Star" (versione di Bruce Woolley)


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