Approfondimenti

La luce vince l'ombra

Una compilation immaginaria

di Salvatore Setola
La ferita è il punto da cui la luce può penetrare dentro di te
(Jalal al-Din Rumi)

Perché questa compilation immaginaria

Con le sue storie la musica rock ne è testimone: redimersi dalle proprie miserie è possibile. Nonostante il fardello di colpe gravissime, dopo aver toccato gli abissi più neri e aver mangiato l’amaro frutto dell’ignominia, si può rinascere. Johnny Cash lo ha fatto almeno due volte nella sua carriera, gente come Nick Cave e Trent Reznor ne sa qualcosa. Casal di Principe di rock non ha nulla - a meno che non si vogliano considerare i colpi di pistola che per anni hanno scandito il suo paesaggio sonoro una sorta di cover incarnata di un pezzo degli Unsane - eppure ha recentemente “pubblicato” il suo personale “American Recordings”. O più precisamente  – per citare Mark Oliver Everett, un altro che si è tirato fuori da incubi indicibili – il suo “Blinking Lights And Other Revelations”. Luci intermittenti, luci rivelatrici di una realtà sana che cerca di emergere dalla coltre di tenebre sotto cui per anni si è lasciata seppellire. “La Luce vince l’ombra. Gli Uffizi a Casal di Principe” è il titolo della mostra che, fino al 21 ottobre, legherà il nome del più importante museo italiano - vittima nel 1993 di un attentato mafioso che ne danneggiò un’ala - a quello di un territorio conosciuto ai più per aver dato i natali all’associazione di stampo camorristico che ha infangato il nome di un’intera comunità, la quale - sia chiaro -  non è esente da responsabilità pesantissime ma da cui non si potevano pretendere atti eroici isolati nel silenzio di Dio e dello Stato.

La mostra - curata dal direttore degli Uffizi Antonio Natali e da Fabrizio Vona – è allestita all’interno di un bene confiscato alla camorra riconvertito in museo. È la prima volta in assoluto che si tenta un esperimento tanto impegnativo quanto encomiabile, al punto che un’equipe di sociologi della Sorbona si è precipitata in Campania per studiare il caso. Il progetto infatti, pur utilizzando la mostra come principale volano, mira alla rivalutazione di un territorio pieno di storia, cultura ed eccellenze enogastronomiche in una più ampia prospettiva di rinascita indirizzata ai giovani cittadini che partecipano all’iniziativa a titolo volontario. Gli ambasciatori della Rinascita – questa la denominazione scelta -  avranno il compito di accogliere i visitatori, narrare la mostra e il territorio, metterci la faccia in pratica, ma anche impegno e competenze, al fine di restituire un volto integerrimo alla loro terra sfigurata. Quando la mostra chiuderà i battenti, saranno i giovani ambasciatori a dover assumersi l’onere di continuare lungo la strada intrapresa, dal momento che tutti i proventi ottenuti dalla vendita dei biglietti verranno reinvestiti per avviare una cooperativa dedita alla promozione culturale e ambientale del territorio. La vera sfida si giocherà lì, in questo senso il titolo è un chiaro riferimento metaforico a un riscatto sociale da perseguire attraverso dedizione e bellezza, intesa quest’ultima non come un ideale asettico, bensì kandinskijanamente come ciò che parla allo spirito.

Ma “La Luce vince l’ombra” ha anche un altro significato, legato più precipuamente al percorso espositivo che la mostra propone. L’allestimento – approntato dalle storiche dell’arte Marta Onali e Francesca De Luca -  è infatti incentrato sulla pittura caravaggesca a Napoli nel Diciassettesimo secolo, straordinario momento storico in cui artisti del calibro di Jusepe Ribera, Giovan Battista Caracciolo, Luca Giordano, Mattia Preti, Massimo Stanzione e Artemisia Gentileschi rileggevano l’estetica del Merisi – che aveva soggiornato due volte a Napoli, nel 1606 e nel 1610 – fondata come è risaputo sul suggestivo rapporto dialettico tra quinte oscure e fasci luminosi che le attraversano. Luce fisica di una data ora del giorno che dà sostanza ai corpi e rivela le cose, ma anche luce metafisica che fende quell’oscurità da cui l’animo umano è per sua natura assediato. Citando l’evangelista Giovanni, “La luce è venuta nel mondo ma le tenebre non l’hanno capita”. Caravaggio, malgrado si fosse macchiato di omicidio, come artista l’aveva capita. Casal di Principe la sta accendendo e OndaRock vuole dare un segnale di sostegno per quel che le compete, con la “sua” musica a fare da soundtrack immaginaria all’evento. Un augurio in forma di note e parole. “Remain In Light”, direbbero i Talking Heads.

Da qui. Una testimonianza diretta

Qualche tempo fa al Cellar Theory, un piccolo locale di Napoli, venne Emidio Clementi a presentare "Notturno Americano", suo ultimo progetto dedicato alla figura di Emanuel Carnevali. Al termine dell'esibizione lo avvicinai per ringraziarlo dei 22 secondi di “Da qui”. Gli dissi che ero di Casal di Principe, che a diciassette anni avevo comprato "Lungo i bordi" e quella parte in cui lui diceva "Nessuno ha scelto di vivere qui ma c'è qualcosa che ci trattiene perché anche se non c'è amore, a volte, a volte c'è qualcos'altro" mi aveva aiutato tantissimo a sopravvivere in un contesto rispetto al quale mi sentivo alieno. Lui, cordialissimo, mi sorrise e poi replicò: "Lo sai che non sei l'unico? Anche un ragazzo di Bagheria mi ha detto parole simili". In quell'esatto momento provai due sensazioni. Prima ripensai a quanto fosse bello dire “grazie”, poi mi sentii di nuovo addosso i miei diciassette anni. Sgravati, stavolta, del peso di sentirsi soli.
Ecco, quando cresci in un paese che ti abitua – tramite una coercizione implicita e invisibile – ad accettare l’illecito come prassi, a startene alla larga se proprio non vuoi condividere nefandi schemi di pensiero, ti senti solo. Vieni su con la decrepita convinzione che quel posto non ti darà mai nulla. Ciononostante  – come scriveva Cesare Pavese –  “un paese vuol dire non essere soli. Sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Può capitare, allora, inavvertitamente di ritrovarti in mezzo a un’iniziativa culturale che potrebbe fare la storia. Ti ci ritrovi perché sei sopravvissuto in una specie di enclave delle tenebre. Tenebre che sebbene e per fortuna non hai mai guardato dritto negli occhi, ne hai comunque avvertito la presenza, muta e tetra, a circuire ogni passo del tuo vivere. Tuttavia ho una certezza: senza la musica non ne sarei venuto fuori.

Questa compilation è il regalo porto da OndaRock a Casal di Principe, ma è anche il ringraziamento personale (il lettore me lo concederà) che – nel momento della rinascita del mio paese - io devo alla musica. Per non avermi lasciato solo a marcire nell’incapacità di immaginare un domani, per non avermi abbandonato alla fregola di autodistruzione quando le uniche alternative alla noia di passare le sere girando a vuoto in motorino sembravano essere il vandalismo e gli stupefacenti. Io non ho mai ceduto né al primo né ai secondi. Non perché fossi migliore dei miei coetanei, ma semplicemente perché non ne avevo bisogno. Io avevo la musica, e i perdenti erano gli altri. Se ti droghi a Milano o a Torino magari non hai percezione di star barattando il tuo diritto allo sballo con qualcosa di ben più prezioso: l’integrità sociale. Non ho mai assunto nemmeno l’innocua e profumatissima marijuana non perché non ne avessi voglia, ma perché facendolo mi sarei sentito complice di un sistema di vendita illegale gestito dalla camorra. Può sembrare un puritanesimo ben poco rock, in compenso l’ho sempre vissuta come attitudine punk. Era “Combat Rock” dei Clash applicato al microcosmo in cui vivo. Di contro, la totale assenza di regole a Casal di Principe talvolta mi faceva sentire in diritto di spaccare una bottiglia e andare a far danni per strada, seminare altra sciagura in un territorio sciagurato. Non l’ho fatto perché potevo vomitare la mia bile colma di rancore direttamente dalla bocca di Johnny Rotten; non l’ho fatto perché potevo evadere in qualsiasi momento e trasformare il corso di del mio paese nella Berlino eroica di David Bowie, nella strada per la Albuquerque cantata da Neil Young (anche se non sapevo nemmeno dove diavolo fosse, Albuquerque) o ancora – perché no - addirittura nella faccia della luna, dal lato di Roger Waters o da quello di Nick Drake. Col tempo avrei appreso che la differenza non la fa il posto in cui abiti ma come scegli di abitarlo. Puoi nascere a Londra o nel buco del culo più merdoso del pianeta, avrai comunque bisogno di sognare un mondo migliore e, nel momento in cui sogni, sei condannato a crederci. Questo me l’ha insegnato la musica. Un tempo puntavo il dito contro i miei compaesani che passavano il resto delle loro giornate a bivaccare fuori ai bar tra carte da gioco e mitografie di camorra. Avranno sicuramente le loro pesanti negligenze, ma continuare ad accusarli sarebbe solo un pretesto per deresponsabilizzare me stesso. Probabilmente loro un sogno non l’hanno mai avuto, non ci si sono mai imbattuti. Loro, per esempio, un disco come “Daydream Nation” non sanno nemmeno cosa sia. Io sì e non posso permettermi di tradirlo.

Istruzioni per l’uso

In un suo brevissimo saggio Claudio Strinati – esimio storico dell’arte e sommo esperto dell’opera del Merisi – si interroga sulle ragioni nascoste del tenebroso linguaggio pittorico caravaggesco. Una questione che si spingerebbe ben al di là del dato puramente stilistico, affondando le radici non tanto e non solo nell’opera di altri pittori lombardi - come il Romanino e il Savoldo, i quali si erano già posti il problema del rapporto tra materia e luce in un contesto ambientale per così dire plumbeo - quanto soprattutto nell’esperienza di vita oltreché teoretica di Giovanni Paolo Lomazzo. Figura fondamentale per lo sviluppo della pittura lombarda della seconda metà del Cinquecento, Lomazzo – nonostante fosse diventato cieco – perseverò nella sua speculazione teorica continuando a considerarsi, malgrado il suo deficit visivo, un pittore. Probabilmente fu da lui che Caravaggio apprese la lezione più importante della propria carriera: il pittore è colui che, nel buio, individua ciò che buio non è e lo offre alla visione altrui sottoforma di luce, di mondo ricreato. Assolutizzando il concetto si potrebbe dire che, indipendentemente dalla disciplina di riferimento, il lavoro di ogni artista – di ogni vero artista – consista proprio in questo: lottare contro il buio. Non fa eccezione il musicista, o meglio il songwriter, per usare un lessico caro a queste pagine virtuali.

La compilation immaginaria che trovate di seguito si pone allora l’obiettivo di rappresentare attraverso brani emblematici le dinamiche di questa lotta, trasfigurare in musica il trapasso delle tenebre in luce, azzardando una trasposizione dell’estetica e della poetica caravaggesche – protagoniste della mostra – in una playlist di quindici canzoni, ma anche e soprattutto delineare un percorso metaforico di rinascita, di anabasi individuale o collettiva che sia. Il titolo “La luce vince l’ombra” torna quindi utile anche per un vinile immaginario diviso in due lati: un lato A consegnato alle tenebre, con sette brani che dissipano ogni residuo di luce addensando gradualmente ombre e brume fino a ordire un affresco monocromo nero, di profondo e inconsolabile lutto spirituale. L’alba è nata già sbiadita (“New Dawn Fades”), le ombre ne cancellano ogni residuo (“Shadows”), l’oscurità incombe davanti agli occhi (“I See A Darkness”). Non si distinguono i giorni dalle notti, ma solo notti più oscure di altre (“The Darkest Night Of All”) che ricusano persino la clemenza delle stelle (“All The Stars Are Dead Now”). Le tenebre sono totalizzanti e opprimenti, legionarie di una “New Dark Age” in cui ogni slancio d’amore è abiurato. Così “I Don’t Love” – cupo salmodiare degli Have A Nice Life -  chiude il primo lato in un’atmosfera di irreversibile apatia.

A questo punto però inizia il lato B, consacrato con le sue otto canzoni (significativamente una più del lato A) alla luce. Luce che è sempre un dono e - come ogni dono - bisogna meritarsela. La prerogativa essenziale in tal senso è desiderarla, per questo la seconda parte si apre con “I Want To See The Bright Lights, Tonight” dove l’immagine importante non è quella delle bright lights ma piuttosto quell’I Want. Il volere innanzitutto, il credere che ognuno possa creare la magia dell’illuminazione. Bisogna difenderla, però, questa magia. A denti stretti. Si giustifica così la presenza di “Rock For Light” dei Bad Brains, guerriglia hardcore con la missione di accendere una luce: “Shine A Light” appunto, forse il più bel pezzo degli Stones. Ogni luce autentica ha due caratteristiche:  è bianca (“White Light”) - ci penserà poi il prisma a scomporla in colori – ed eterna (“Eternal Light”), capace cioè di fungere da faro per chi la vede (“Guiding Light”) e risplendere in altre luci (“Lights Go Up”). Ecco, coloro i quali nella vita avranno avuto la tenacia di riflettere una luce nello scintillio di migliaia di altre, allora potranno dire di essere arrivati in fondo a quel percorso il cui punto di partenza gli uomini chiamano speranza. Puntuale, a chiudere la compilation, arriva giustappunto “Hope”, il brano con cui i Bauhaus si congedavano dal mondo prima di sciogliersi. Ed è senz’altro paradossale ma anche meravigliosamente pregnante che l’ultima traccia del loro ultimo disco – almeno fino all’improbabile reunion del 2008 - resti l’unico brano solare di un repertorio costituito per lo più da danze mefistofeliche, oscuri rituali pagani e sinfonie infernali. Un’ulteriore conferma: non tutto, nel buio, è buio. Buon ascolto. Anzi no, buona luce.

Lato A : Ombra

1. Joy Division - New Dawn Fades

Quando Dio – nel Genesi – separò la luce dalle tenebre probabilmente partì da qualcosa di simile a “New Dawn Fades”, il brano che fonda l’estetica dark nel disco che inventava il dark-punk: “Unknown Pleasures” dei Joy Division. Quando si parla di loro, di solito tutta l’attenzione convoglia sulla figura tragica ed esistenzialista di Ian Curtis. In realtà – come dimostra questo pezzo immenso - l’intera band era un meccanismo perfetto e organico, in cui ogni singolo componente era complementare all’altro, produttore incluso. “New Dawn Fades” infatti si apre con una trovata di Martin Hannett, che remixa al contrario un verso di un’altra canzone, “Insight”, sopra il quale Stephen Morris attacca con colpi lenti e solenni.  Peter Hook si accoda con uno dei suoi tetri groove di basso che già prefigurano la melodia, Bernard Summer tesse una ragnatela armonica culminante in un assolo di chitarra che è come far girare al ralenti un riff di Tony Iommi. Ultimo, il canto abulico di Curtis: il sottosuolo di abiezione dostoevskijana stipato nelle corde vocali di chi vedeva una porta blindata laddove altri avrebbero visto una via d’uscita. “Una pistola carica non ti renderà libero”, canta. Il buio in fondo alla luce.

2. Red House Painters – Shadows

La più grande paura dell’uomo non è morire, ma essere felice. C’è chi questa paura l’ha elevata a estasi, costruendoci su una band. Immensa. I Red House Painters di Mark Kozelek, immensi, lo sono stati davvero. Almeno fino a “Ocean Beach”, ultimo dei quattro dischi pubblicati per la 4AD di Ivo Watts-Russell. L’album che, in pratica, già annunciava il prototipo di quelli che sarebbero stati poi i Sun Kil Moon, il progetto che Kozelek avrebbe avviato nel 2001 dopo lo scioglimento dei Painters. In “Ocean Beach”, dunque, il sound è meno spartano e opprimente che nei primi tre dischi, le armonie claustrofobiche di marchio slow-core si stemperano grazie ad arrangiamenti sempre avvolgenti ma di respiro decisamente folk. Galoppate roots-blues memori di Ry Cooder (“Cabezon”), violini arcadici che alleviano il passo marziale della splendida “San Geronimo” e persino una ballata al pianoforte. Questa desolata “Shadows”, che condensa l’intera poetica di Kozelek sull’irredimibilità dell’infelicità umana e le consegna un’ultima, sommessa possibilità: materializzarsi nel pianto virgineo di un organo hammond. L’unico modo per disarmare la paura è spaventarla con la purezza.

3. Bonnie Prince Billy - I See A Darkness

In una vecchia intervista rilasciata a Pitchfork, Will Oldham spiega di cosa parla “I See A Darkness”, raccontando di una sua compagna di liceo, la quale sosteneva esistessero solo due modi per rappresentare se stessi: una persona essenzialmente buona che, nel mondo, prova a fare del male oppure una persona essenzialmente cattiva che, nel mondo, prova a fare del bene. Un giorno chiese a Will in quale delle due categorie egli si riconoscesse e lui le rispose “una persona essenzialmente cattiva che prova, nel mondo, a fare del bene”. Viene quasi da pensare a Paolo di Tarso: “Quando voglio fare il bene, il male è accanto a me”. Ecco, “I See A Darkness” parla di questo: del bene che non riusciamo a fare. Dei propositi commendevoli infamati dall’impietoso verdetto del tempo: “spero che un giorno, caro amico, possiamo trovare pace nelle nostre vite, insieme o separati, soli o con le nostre mogli, e che possiamo smettere di andare a troie e tenere dentro il sorriso e illuminarlo per sempre, e non andare più a dormire”.  Più che un auspicio, è una richiesta d’aiuto scritta su un post-it attaccato al frigorifero di una casa abbandonata. La voce di Will si assottiglia fino a stonare, il piano quasi trattiene i suoi rintocchi. È troppo tardi. Per tutto. Nessuno la leggerà mai.

4.  Lisa Germano - The Darkest Night Of All

La vulnerabilità come catarsi. Lisa Germano – oltre che songwriter e musicista eccelsa – è una donna formidabile. Una di quelle che non ha bisogno di ostentare un’artificiosa aggressività da riot girl per dimostrare la propria forza; una che ha affondato la testa nel mare di mille incubi ed è tornata a galla grazie alla battagliera fragilità del suo Io femmineo. “The Darkest Night Of All” è una summa dell'intimo universo favolistico che la contraddistingue. Una favola nera però, nerissima, che chiude “Happiness” - seconda fatica discografica della cantautrice dell’Indiana e album dalle mille sfaccettature stilistiche - con il soliloquio di un insonne, una ninna nanna per notti che non finiscono più. La voce è un sussurro gentile, i baluginanti armonici di chitarra si specchiano nel notturno pianistico come la luna in una pozzanghera di catrame lasciata sulla strada. Tutto è fumoso, vischioso, torbido. Nelle canzoni di Lisa Germano è sempre così, però se scavi sotto i quintali di caligine, poi trovi meraviglie nascoste, tutti i “segreti che nessuno ha bisogno di conoscere”. Noi invece abbiamo bisogno di conoscerli, i segreti di Lisa. Non per morboso voyeurismo emotivo. Per condivisione.

5. Current 93 - All The Stars Are Dead Now

David Tibet è uno sciamano dei nostri tempi. Negli ultimi trent’anni coi suoi Current 93 ha attraversato i generi più esoterici (dall’industrial sotto acidi all’apocalyptic folk di cui è druido indiscusso) e le tematiche più controverse, venendo accusato di volta in volta di blasfemia, satanismo e finanche di simpatie naziste. Illazioni che lasciano il tempo che trovano giacché chiunque abbia frequentato davvero il cosmo poetico di Tibet, sa che le sue posizioni sono quelle di un mistico vicino allo gnosticismo, a cui fa fede peraltro il titolo dell’album “Thunder Perfect Mind” – ispirato a un manoscritto gnostico ritrovato in Egitto nel 1945 – da cui è tratto questo lungo ditirambo per chitarra acustica e flauto in onore di William Blake. Stando a quanto racconta Tibet, il poeta visionario per eccellenza gli sarebbe apparso - in una notte priva di stelle appunto - per rivelargli la profezia oggetto di un brano spettarle che cita il profeta Daniele (in aramaico!), ricuce la metafora dell’Apocalisse addosso alla moderna  società occidentale ("Great Babylon has fallen") e ingoia, stravolgendolo, il celeberrimo standard jazz "Summertime" ("Summertime when the living is easy, summertime when the dying is easy"). Ogni epoca ha i propri visionari.

6. Sound - New Dark Age

Se la vita funzionasse al contrario, gli amori inizierebbero in lacrime e finirebbero con un bacio. E probabilmente Adrian Borland sarebbe ancora vivo, a godersi il meritato riconoscimento dopo gli anni di colpevole trascuratezza a cui la sua band era stata inspiegabilmente relegata. In ambito darkwave, infatti, i Sound non sono secondi a nessuno, nemmeno agli alfieri Joy Division. L’unica differenza è che Adrian Borland non ha avuto la tragica fortuna di diventare Ian Curtis. Così è morto quarantaduenne e nell’anonimato, sconfitto da una depressione che lo ha spinto a lanciarsi sotto un treno della stazione di Wimbledon. È davvero arduo, tuttavia, immaginare cosa sarebbe stata la nuova ondata dark dello scorso decennio senza il modello Sound. Gli Interpol, giusto per citare un nome di primissimo piano, gli devono praticamente tutto, essendo stata quella di Borland la prima compagine a rendere  il dark-punk più marziale ed epico, corroborandolo di spigoli funk. Purtroppo però la vita funziona proprio come funziona e Adrian Borland commise il suo gesto estremo una mattina d’aprile del 1999, beffardamente un attimo prima che nuove generazioni di musicisti sbandierassero il nome dei Sound  come un vessillo di cui andare fieri. “New Dark Age” – tratta dal loro secondo album “From The Lions Mouth” -  è uno dei grandi anthem della new wave tutta: introdotta dal tambureggiare nefasto di Mike Duddley, solcata dai riff taglienti dello stesso Borland e lanciata dalle tastiere ieratiche di Calvin Mayers verso l’empireo. L’empireo dei dannati, esiste anche quello.

7. Have A Nice Life - I Don’t Love

La morte di Marat dipinta da David in copertina, un booklet di ottanta pagine - redatte da un docente universitario - che analizzano le pesanti tematiche dei testi (morte, solitudine, sconforto, apatia), l’annuncio promozionale come disco più depresso della storia della musica. “Deathconsciousness” – prima prova degli americani Have A Nice Life – sprigiona allegria a grappoli da qualsiasi lato lo si veda. Facili battute a parte, occorre possedere una consapevolezza incrollabile della musica come perpetuo esorcismo del mal di vivere per esordire con un doppio album così mastodontico. Nelle liriche come nel sound, i suoi novanta minuti passano in rassegna molta – se non tutta – della gamma stilistica afferente al concetto musicale di dark: dagli intrecci vocali eterei dream-pop agli squarci distorti di ascendenza shoegaze, dai martellii di drum machine rubati ai Sisters Of Mercy alla carica stregonesca dei Banshees. “I Don’t Love” è l’epitome di questo convoglio stilistico, ma soprattutto è un saggio annichilente sul terrore dei propri sentimenti, sul bisogno di anestetizzare l’anima: “I don't love. I don't feel anything”. È l’horror vacui senza più l’horror, perché il vuoto non fa più paura quando ti accorgi di esserlo diventato tu, il vuoto.

Lato B: Luce

8. Richard & Linda Thompson -  I Want To See The Bright Lights, Tonight

Benedetti siano quelli che a colazione mangiano latte e cereali. Fu grazie a una pubblicità dei cornflakes che Richard Thompson – all’epoca nei Fairport Convention – conobbe Linda Peters, che per anni sarebbe stata non solo sua moglie ma anche sua sodale musicale. Era il 1969, Thompson era impegnato nelle registrazioni di “Liege & Lief” ai Sound Techniques Studios di Londra. Nella stanza a fianco, Linda stava incidendo un jingle pubblicitario per una marca di cereali. L’anno successivo Richard – desideroso di indipendenza artistica  - avrebbe lasciato i Fairport Convention per mettersi in proprio; nel 1972 convolò a nozze con Linda e due anni dopo la coinvolse nel suo secondo lavoro solista: “I Want To See The Bright Lights, Tonight”. A dispetto del titolo, un disco dall’umore non tanto luminoso che – per usare le incisive parole di Greil Marcus – “deride la stupidità della fede umana e maledice Dio ad ogni respiro”. Tuttavia il folk-rock di Thompson si dipana attraverso tenui contrasti, chiaroscuri elettroacustici di cui la canzone che dà il nome al disco è esemplificativa. La chitarra singhiozza guizzi blues, l’orchestra di ottoni contrappunta a meraviglia, un coro di voci femminili stende un tappeto gospel per l’entrata magnetica di Linda: “Take me to the dance and hold me tight / I want to see the bright lights tonight”. Amen.

9. Bad Brains - Rock For Light

“Ho avuto un’infanzia difficile ed ero in cerca di risposte. Il punk, certo, era forte e divertente, però non aveva vere risposte da darmi. I Bad Brains invece erano persone che potevano fornire illuminazioni in musica senza predicare”, parole di John Joseph dei Cro-mags. Dal canto suo Ian McKaye ha dichiarato che la prima volta che vide quei quattro neri coi dreadlocks spaccare il mondo in un locale di Boston, la sua vita fu sconvolta. I Bad Brains hanno avuto un impatto incalcolabile sulla scena hardcore di Washington degli anni Ottanta. Suonavano a velocità impressionante mista a una perizia tecnica eccezionale per il genere. Venivano dalla fusion (la Mahavishnu Orchestra era il loro punto di riferimento), adoravano il reggae e avevano abbracciato la religione rastafari. Poi un giorno scoprirono i Dead Boys e i Ramones, e trovarono la strada: suonare le pirotecniche progressioni di accordi del jazz-rock con la furia incendiaria dei Dead Kennedys. Il minuto e quaranta di “Rock For Light” è il manifesto della loro formula, concentrato di ritmica serrata, assolo di chitarra al fulmicotone e canto barricadiero che sbava rabbia costruttiva: “Non vogliamo la guerra, non vogliamo violenza. Vogliamo solo giustizia”. Il lato luminoso di una musica devastante.

10. Rolling Stones - Shine A Light

Si stenta a credere che la band che ha inciso “Shine A Light” sia la stessa che ha scritto pure “Sympathy For The Devil”. Se quest’ultima era il sabba rock’n’roll in onore del demonio, “Shine A Light” suona come la benedizione di chi è costretto ad amare qualcuno da lontano (“non riesco a trovare contatto con te”). “Possa il buon Dio illuminarti”, un augurio semplice e bellissimo indirizzato forse a una prostituta, forse a una tossicodipendente. La canzone trovò la sua forma definitiva nel 1972 ed è una delle punte di diamante di “Exile On Main Street”, ma era stata composta già nel 1969 da Jagger con un titolo diverso “Get A Line On You” e un destinatario preciso: Brian Jones, all’epoca invischiato nei problemi di droga che in qualche modo avrebbero inciso anche sulla sua tragica fine. Dopo la morte dell’ex-compagno di band, Jagger cambiò il titolo e il tema della canzone, che venne registrata nel dicembre del '71 ai Sunset Studios di Los Angeles con Jerry Miller alla batteria e Billy Preston al piano e soprattutto all’organo. È grazie al suo tocco – e all’adamantino coro di voci nere (Vanetta Field e Clydie Kings) se “Shine A Light” è semplicemente la più toccante preghiera rock di sempre.

11. Gene Clark - White Light

“Here Without You”, “Set You Free This Time”, “Eight Miles High”.  Sono solo tre dei pezzi che fanno parte del canzoniere dei Byrds a essere stati vergati da Gene Clark. Senza mezzi termini, uno dei più grandi songwriter americani di tutti i tempi. Ne è perentoria conferma l’omonimo album del 1971, una specie di secondo esordio solista per l’uomo di Tipton, dal momento che un timido tentativo di lasciare il gruppo madre era stato fatto nel 1966. Le cose però non si erano messe benissimo e il buon Gene aveva pensato saggiamente di tornare all’ovile nell’ottobre del 1967. Questa seconda parentesi byrdsiana, tuttavia, durò pochissimo; giusto il tempo di farsi venire un attacco di panico durante uno show a Minneapolis e fare una comparsata in “The Notorius Byrd Brothers”. Alla sua seconda “prima volta” però - dopo due dischi pubblicati a quattro mani con Doug Dillard - Gene buttò giù nove canzoni una più bella dell’altra e, supportato da Jesse Ed Davis in veste non solo di chitarrista ma anche di produttore, incise un capolavoro intitolato semplicemente col suo nome. Come fosse un esordio appunto. In realtà fu colpa di un errore di stampa se la copertina originale risultò monca di quello che avrebbe dovuto essere il vero titolo del disco: “White Light”. Come la terza traccia in scaletta: un irresistibile folk dal passo basculante cantato col piglio timbrico e il carisma narrativo dell'amico Bob Dylan.

12. Teenage Fanclub - Eternal Light

Proprio come nei Byrds -  che oltre a Gene Clark potevano contare su altri due autori implacabili quali Roger McGuinn e David Crosby - anche i Teenage Fanclub sono stati una delle non molte band a poter godere del privilegio di avre tra le proprie fila ben tre eccellenti “compositori”: Norman Blake, Gerard Love e Raymond McGinley. Altri due gruppi ad aver beneficiato della medesima congiuntura sono stati i Beatles e i Big Star. E non è affatto un caso che proprio queste tre band fossero i punti fermi a cui la compagine scozzese guardava con particolare ammirazione sebbene mai con spirito pedissequamente emulativo. Anche perché prima dell'indispensabile trittico costituito da "Bandwagonesque", "Thirteen" e "Grand Prix", il loro guitar pop palesava gli influssi di noiser americani come i Dinosaur Jr. A quella fase appartiene il debutto “A Catholic Education” da cui è tratta questa fulgida "Eternal Light", che – nel sound cristallino benché incendiario e nella briosa melodia – prefigura già i deliziosi frutti che sarebbero venuti a breve.

13. Television - Guiding Light

Quando si scrive dei Television è ormai diventato d’obbligo citare la celebre frase con cui Patti Smith definì il suono della chitarra di Tom Verlaine: “L’urlo di mille uccelli”. Immagine evocativa, degna della poetessa rock, che descriveva perfettamente il timbro stridente della Fender del suo compagno di scorribande ai tempi del CBGB'S, dove i due trasformarono – sul nascere – il punk in new wave. Eppure quella definizione così pertinente e lirica tace un’altra peculiarità dello stile proteiforme di Verlaine: la capacità di creare sinestesie, di rimandare cioè attraverso il suono a sensazione visive. Vere e proprie illuminazioni acustiche, ottenute dispiegando un campionario originalissimo di riverberi, delay ed effetti eco. La ballata sgraziata di “Guiding Light”, in questo senso, è un florilegio di ricami armonici e vibrati, intrecciati ai riff granitici e ai fraseggi spinosi dell’altro chitarrista Richard Lloyd. La canzone è una romantica richiesta di protezione indirizzata a una donna, invocata come luce-guida nella notte. L’amore è una teofania, la chitarra di Verlaine pure. Aveva ragione Patti Smith a definirla l’urlo di mille uccelli. Che hanno appena visto la luce di Dio, avrebbe solo dovuto aggiungere.

14. Fucked Up - Lights Go Up

David lavora in una fabbrica di lampadine. Un giorno si innamora di Veronica, un’attivista politica, insieme alla quale progetta di far saltare in aria l’azienda per cui lavora piazzando una bomba sotto l’edificio. L’ordigno esplode lasciando illesa la fabbrica ma portandosi via Veronica. David viene dilaniato dal dolore e dai sensi di colpa, non riesce ad uscirne. In questa complicata fase di elaborazione del lutto conosce Vivian, grazie a cui scopre di essere un personaggio all’interno di una storia creata da un narratore, tale Octavio St. Laurent. I due si scontrano e David ha la peggio, ma a questo punto Vivian gli confessa che il vero responsabile della morte di Veronica è Octavio, il quale rivendica la sua azione sostenendo che il proprio compito nella storia è giustappunto quello di essere il cattivo. Presa coscienza della situazione, David accetta finalmente il proprio, di ruolo, e contestualmente Veronica ritorna da lui sotto forma di spirito. “David Comes To Life” è un capolavoro tale che a raccontarlo lo si sminuisce. Una sorta di implausibile incrocio tra “Quadrophenia” e “Zen Arcade” su un impianto drammaturgico postmoderno e metalinguistico, tra Pirandello e "Matrix". Diciotto canzoni hardcore nelle progressioni ma sorprendentemente melodiche nei crescendo chitarristici, urlate col growl appassionato di Pink Eyes. Questa “Lights Go Up” è l’atto conclusivo, il sipario che cala su una rock opera d’altri tempi che inizia con i tribolamenti di un ragazzo incapace di trovare una ragione per vivere e si conclude con “un nuovo sole nel cielo e l’amore che mai morirà”. Provateci voi, a trattenere le lacrime.

15. Bauhaus – Hope

Se una persona che non ha mai ascoltato i Bauhaus li avvicinasse per la prima volta tramite questa “Hope”, si farebbe probabilmente un’idea completamente fallace del sound caratteristico della band di David Murphy. Per cominciare, del baritono teatrale del sardonico vocalist non si avverte nemmeno l’eco. Anche perché qui canta Daniel Ash, la cui chitarra non si prodiga in una delle sue leggendarie sinfonie discordanti, così come David Jay censura le pulsazioni morbose che lo hanno reso uno dei bassisti più efficaci del filone dark. Le atmosfere catacombali di “In The Flat Field” e “Mask” sono distanti anni luce. “Hope”, tutta’al più, somiglia a una “Sunday Morning” epurata del tossico decadentismo di Lou Reed. Inizia con un florilegio di riff secchi e riverberi splendenti, e culmina in un coro gaudioso straniante da sentire in un album dei Bauhaus benché quest’album sia ”Burning From The Inside”, il più morbido delle loro quattro pubblicazioni storiche. Il testo è ancora più surreale se si pensa che a scriverlo sono stati gli stessi che hanno partorito il terrificante incubo di “Stigmata Martyr”, ma è forse proprio questa circostanza a rendere ancora più fulgide tali parole: “Le vostre mattine saranno più luminose, rompete le righe, fate a pezzi le regole, tirate fuori il meglio da un milione di no”. Il cielo è terso un passo fuori dall’inferno.
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