Approfondimenti

Magyar wave

Blues dalla "perla sul Danubio"

di Roberto Rizzo

Camminando col naso all'insù per uno qualsiasi degli ampi viali della capitale magiara ci si può dilettare senza troppi sforzi a immaginarsi in questo o quel periodo storico, ciascuno oggettivizzato nel suo perfetto apice artistico-architettonico: il gotico, il medievale, il moresco, il rinascimentale, l'asburgico, il realismo socialista. Un'insegna al neon consumatissima, piazzata in cima al tetto di un palazzo ottocentesco e sponsorizzante una delle gloriose birre locali, l'amarognola Borsodi, costringe però improvvisamente ad abbassare lo sguardo all'altezza dell'asfalto. Ed eccola lì, l'umanità modesta, arruffata, indaffarata ma mai veramente di fretta, erede di tutto quello che Budapest è stata e che per molti versi non ha mai smesso di essere, responsabile dello smussamento del cityscape per meglio adattarlo alla condizione del qui ed ora.
Quello ungherese è uno spirito cronicamente melanconico. Mai del tutto penetrabile. Di una galanteria umile ma dignitosa, d'altri tempi, di una tipologia che non si trova più da altre parti d'Europa e che riempie le conversazioni di titoli, scuse infinite e simpatiche forme di cortesia.
Budapest è su più livelli l'espressione dell'Eleganz und Dekadenz europeo allo stato cristallino, si confronta con l'immagine di ogni altra capitale del vecchio continente uscendone in qualche modo sempre vincente: Parigi senza la spocchiosità di chi la abita, Vienna con un vivre quasi mediterraneo, Praga che annuncia i Balcani, una Varsavia più romantica e calorosa, una Berlino più vintage e languida.

Uno spirito geneticamente retrò, si diceva, la nostalgia di un momento di gloria e potenza collocato puntualmente in un attimo imprecisato del passato. Ed è anche in questa chiave che va letto il successo dei nuovi movimenti estremisti di destra, Jobbik su tutti, che da questo utopico passato pescano per assemblare una macedonia di simbolismi e revisionismo storico (la rinascita dell'antico alfabeto magiaro, il rovas írás, l'assurdo proposito di tornare alla fantomatica nagy Magyarország, ovvero l'Ungheria prima delle diverse amputazioni territoriali a nord e a sud-est, come se prosperità e rispettabilità si misurassero in confini geopolitici) in modo da dare agli ungheresi di oggi, in particolare quelli delle sterminate campagne, un modello storico camuffato cui rifarsi in un presente quantomai incerto. Perché una delle conseguenze, la più sottile, della caduta del Muro di Berlino in fondo è stata anche questa: l'improvvisa perdita di una coscienza collettiva solida e unitaria, un vuoto che in Ungheria non è stato rimpiazzato neppure da quella ritrovata religiosità sperimentata dalla Polonia o in Slovacchia e cavalcata dalla mediaticità di star ecclesiastiche come Giovanni Paolo II, né da una qualche fratellanza filologica da riesumare (l'ungherese e gli ungheresi non hanno parentele con nessun'altra lingua o etnia europea).
L'Ungheria del terzo millennio si trascina quindi in una miscela potenzialmente esplosiva di estremismo destrorso e politiche contraddittorie, orchestrate dal controverso Viktor Orban, padre-padrone di Fidesz che ha dato più di qualche grattacapo all'Fmi e all'Unione Europea, responsabile della recente e inedita maschera nazionalista e “rispettabile” che ha tentato di mettere a forza sul suo paese. I risultati sono dubbi e gli effetti hanno generato quasi sempre l'opposto del previsto. Così, con una disinvoltura paradossale, ai senzatetto è proibito aggirarsi per le vie di determinati distretti, pena una multa salatissima, risolvendo in maniera curiosa il problema della povertà e della maschera da mostrare ai turisti; il grande, vecchio, vivacissimo mercato Harom Tigris, animato da centinaia di bancarelle di immigrati vietnamiti, cinesi, turchi e tanti rom locali, è stato sgomberato per far posto a un parcheggio e a un centro commerciale; le numerose attività-tabacchini a conduzione familiare o individuale, spesso singolari mini-bazar zeppi di cianfrusaglie di ogni sorta ed epoca storica, messi definitivamente in crisi dalla decisione di centralizzare la vendita di sigarette in locali in concessione governativa, i cosiddetti Nemzeti Dohánybolt (ufficialmente per monitorare e limitare il fumo tra la popolazione, secondo i locali invece uno strumento per accentrare una delle attività più redditizie nelle mani di parenti e amici delle amministrazioni locali – di fatto, a Budapest, in questo nuovo sistema, fumare è diventato estremamente più facile: i Nemzeti Dohánybolt spuntano come funghi, alcuni aperti addirittura 24h).

Budapest è oggi una volta in più città di contrasti e fascino, centro unico e insostituibile dell'anima ungherese (la seconda città per grandezza del paese ha meno degli abitanti di Brescia), ovvero di una condizione umana specifica e semi-universale. E della sua cultura.
La musica che serpeggia per le strade e i club di Budapest è una presenza sottile fondamentale per completare il quadro di una città profonda e complessa.
Per quanto le hit euro-americane arrivino qui con la stessa tempestività con cui spopolano a Londra o a Roma, la peculiarità di questo paese accomodato tra la Transilvania e la Pannonia è innanzitutto la presenza consolidata di una variante locale virtualmente di ogni genere musicale. Punk e jazz in primis, ma anche hip-hop, dark-wave, psichedelia e, in maniera minore, elettronica e reggae. A questo si aggiungono i numerosi concerti classicheggianti, di cui l'Ungheria e Budapest in particolare vantano una tradizione robusta, nelle sontuose opere o concert hall di derivazione asburgica – quasi ogni giorno è possibile ascoltare un'esecuzione di Bartók, Liszt, Ligeti o Kodály a prezzi irrisori.
A questo si aggiunge ancora la mole impressionante di piccoli concerti improvvisati nei bar seminterrati del centro (i kocsma), quasi sempre orchestrine etno-folk di giovani musicisti locali, gitani e qualche espatriato, che accordano la performance sul momento stesso, spesso quando l'alcohol è già scorso a fiumi.
Proviamo quindi a riassumere in dieci dischi l'umore musicale della città che cantò per prima, sulle sponde di un Danubio onorato qui meglio che altrove, le linee melanconiche e nichiliste di una “Gloomy Sunday” di angeli senza pensieri e fiori che non risvegliano più i morti.

Kispal és a BorzKISPÁL ÉS A BORZ – Naphoz Holddal (Nagyferó Produkció, 1991)
Formata nel 1987, Kispál és a Borz è la creatura di quattro ragazzi originari della cittadina di Pécs, András Lovasi, András Kispál, Rezső Ózdi e Gábor Bräutigam (Bräutigam verrà poi sostituito da Zoltán Toth). Cresciuti praticamente assieme, al liceo prima e nella compagnia di stato per l'approvviggionamento di gas poi, i quattro scrivono ed eseguono i loro primi pezzi semplicemente tra le pause di lavoro, spendendo di fatto notte e giorno tra gli uffici e gli impianti di fornitura.
Dopo due demo realizzati tra il 1988 e il 1989, nel 1991, in quell'atmosfera di eccitazione generale e di esplosione culturale in cui avrebbe dovuto avere la luce la nuova Ungheria, esce anche il primo disco della band, “Naphoz Holddal”.
Quella di Kispál és a Borz è una ricetta che prende le mosse dal più tipico schema pop-rock, basso-chitarra-batteria, per costruire pezzi melodicamente incisivi con un'eleganza tutta minimalista, con rimandi all'indie-rock britannico come al “soviet-rock” dei Kino.
“Naphoz Holddal” splenderà come una delle pietre miliari dell'alternative-rock magiaro, con una
tracklist zeppa di classici, popolarissimi ancora oggi. Una carriera solidissima, rafforzata dai quattro album successivi, terminata come una separazione consensuale solo nel 2010, con un live di tre ore allo Sziget Fesztivál per oltre 45.000 spettatori.

BikiniBIKINI – Hová lett...
(Start, 1983)
Bikini è una delle realtà localmente più rinomate, nel vasto universo alternative magiaro. Nati sulle ceneri della band hardcore Beatrice, i Bikini hanno avuto successo in particolare grazie alla figura carismatica di Ferenc Nagy (noto simpaticamente come Feró), già leader dei Beatrice, che dalla sua ex-formazione traghetterà i fan e qualche brano rivisitato. La proposta dei Bikini però va in direzione nettamente diversa, deviando verso la new wave più secca e dal piglio quasi dadaista. Molti dei testi si risolvono in deliri non-sense e parodistici, mentre la musica si apre a incursioni di vario tipo, strizzando l'occhio ai Gang Of Four e ai Pere Ubu più spinti, pur conservando alcuni tratti della loro precedente incarnazione hard (“Nem leszek sohasem”).
“Hová lett...” è l'opera che spicca in assoluto in una discografia ricca (diciassette album) e variegata, segnata in questo anche dai diversi cambi di line-up, dall'abbandono di Feró Nagy all'arrivo di Péter Gallai a dare una svolta più orientata al synth.
I Bikini sono tutt'ora una realtà attiva e affermata, in Ungheria ma anche nei territori limitrofi di minoranze ungariche (in Serbia e Romania in particolare), ma la loro popolarità, in particolare a cavallo tra Ottanta e Novanta, si estese in tutto l'est-Europa, arrivando su fino agli airplay scandinavi più alternativi.

A.E. BizottságA.E. BIZOTTSÁG – Jégkrémbalett (Start, 1984)
A.E. Bizottság (Albert Einstein Committee) fu uno degli esperimenti più controversi dell'Ungheria pre-1989. Formato a Szentendre, affascinante frazione sul Danubio alle porte di Budapest è ancora oggi uno dei centri più vitali delle avanguardie locali, A.E. Bizottság fu un collettivo aperto di artisti multimediali e musicisti amatoriali, con le radici da qualche parte tra Captain Beefheart e la no wave
newyorkese, con un piglio spiccatamente provocatorio – quando del tutto non-sense – riconducibile al più brillante Frank Zappa. Sax impazziti, groove funky, chitarre post-punk e liriche ubriache, che commentano di volta in volta inquietanti gelati di crema nera o il santo tibetano Milarepa, si ritrovano in una delle esperienze più significative dell'underground dei primi Ottanta.
L'A.E. Bizottság finirà per registrare un solo album di studio propriamente detto, “Kalandra fel”, del 1983, anche se il progetto più interessante resta probabilmente “Jégkrémbalett”, dell'anno successivo, una specie di soundtrack malata all'omonimo spettacolo teatrale d'avanguardia. Il gruppo resterà inattivo, di fatto, già a partire dal 1985, con i suoi frequentatori usuali (Bán Mária, Bernáthy Sándor, Kukta Erzsébet Kokó, feLugossy László, Szulovszky István, ef Zámbó István, Wahorn András), impegnati in pianta stabile in altri progetti paralleli.

Gábor SzabóGÁBOR SZABÓ – Spellbinder (Impulse!, 1966)
Quella del jazz è una delle presenze più tangibili, a Budapest, in centro come nelle periferie, nelle birrerie più consumate come nei teatri alto-borghesi, e quella di Gábor Szabó la biografia in qualche modo più rappresentativa della storia recente del suo paese, musicale e non.
Nato nella capitale nel 1936 e iniziato alla chitarra acustica a quattordici anni, Szabó scappò dall'Ungheria appena ventenne al tempo delle violente insurrezioni anti-sovietiche del 1956 alla volta di Boston, prima, e della California poi.
Negli Stati Uniti, Szabó rifinisce il suo stile studiando alla Berklee School of Music ma soprattutto tuffandosi nella vibrante scena culturale della west coast del tempo, ritrovandosi nelle cerchie jazz e rock più innovative. Szabó attinge dal jazz più esotico incastrandoci variazioni gypsy e folkloriche della sua lontana terra, ma anche stratagemmi tipici del rock, dall'elettricità agli effetti di feedback.
“Spellbinder” è per molti versi il suo lavoro imprescindibile, di un calore e una sensualità quasi latine (si senta “Gypsy Queen”, un pezzo, si dice, che influenzò anche Carlos Santana, “Cheetah” e una conturbante “Bang Bang”) e uno sfondo marcatamente blues, influenza della geografia più contingente ma anche e soprattutto del fantasma della sua madrepatria. In preda a una incontrollata dipendenza da stupefacenti, Szabó tornerà a Budapest nel 1982, dove troverà una morte improvvisa e cinicamente tempestiva.

Korai ÖrömKORAI ÖRÖM – III (Self, 1997)
Chiunque abbia trascorso a Budapest più di un weekend e abbia tenuto un occhio alle performance locali, con ogni probabilità si sarà imbattuto in uno degli infiniti live dei Korai Öröm. Attivo fin dai primi Novanta, il gruppo è una delle realtà più affermate e originali dell'underground ungherese.
Prendendo le mosse dalle tendenze più in voga ai tempi della formazione del primissimo nucleo, in particolare quella zona grigia tra neo-psichedelia e post-rock, i Korai Öröm hanno sviluppato una formula peculiare e difficilmente catalogabile. La loro musica si presenta sotto forma di suite aperte e mutanti, di base ambient-spacey per inglobare, a seconda dell'occasione, percussioni “etniche”, movenze dub, spunti gitani, mediorientali, mediterranei e finanche indiani. Nei loro dischi, tutti intitolati semplicemente in numerazione progressiva, si respira quell'anima di tolleranza cosmopolita che la capitale magiara ha sempre custodito con discrezione, musica dinamica di ampiezza, estasi e libertà assolute. Nell'ambito della loro discografia, dove pescherete, pescherete egregiamente.

HortobagyiLÁSZLÓ HORTOBÁGYI – Transreplica Meccano (Hungaropop, 1987)
Un altro autorevole figlio delle fascinazioni “esotiche” della fõváros è sicuramente László Hortobágyi. Diversamente dalle pratiche del periodo, dirette soprattutto a una world music immaginaria e immaginata, molto spesso dalla gabbia di uno studio di registrazione, Hortobágyi approfondì le sue curiosità “quartomondiste” rilocandosi personalmente in India, dove soggiornerà a periodi alterni per tutti gli anni Settanta fino ai primi Ottanta, studiando sitar, tabla e rudra-vinan. A partire dal 1987 si dedicherà alla composizione vera e propria pubblicando alcuni degli episodi più brillanti della corrente “world” più colta e sperimentale. “Transreplica Meccano” è un Lp di quattro tracce, occupato per lo più dalla title track, un'opera di trentuno minuti in cui sacro e profano, immaginario e fisicità si alternano con inedita armonia, tra sermoni, cori in loop, frasi etno-ambientali, psichedelia elettronica e crescendo percussivi, congiungendo idealmente gli studi fourth world di Jon Hassell con le suggestioni del Peter Gabriel di “Passion”.
L'ispirazione di Hortobágyi non ha praticamente conosciuto pause, arrivando intatta fino ad oggi, occupandosi anche di “computer music”, degli Oriental Music Archives, istituiti personalmente nel 1984, ma anche di teoria della musica per l'Accademia Ungherese delle Scienze.
Oltre a “Transreplica Meccano”, da avere tutte le sue produzioni immediatamente successive, in particolare “Traditional Music Of Amygdala” e “Ritual Music Of The Formal-Hoot Al-Ganoubi”.

Vig MihalyVÍG MIHÁLY – Filmzenék (1G Records, 2001)
Nessuno più di Béla Tarr è riuscito nel rappresentare meglio di ogni parola e ogni discorso, il nero nichilistico-esistenziale della condizione umana, quella nebbia che ammanta ogni cosa di solitudine e desolazione e che finisce per annidarsi nell'anima. Una parte non indifferente dei meriti del cineasta magiaro è da attribuire senza dubbio al suo braccio destro, la sua metà “sonora”, Víg Mihály. Un connubio musica-immagine che ha sfiorato più volte il sublime, dalla decadenza del Titanik Bar di “Kárhozat” al Bildungsroman di Valuska delle “Werckmeister Harmoniak”. Quello di Víg Mihály è similmente un commento sommesso e cadenzato, che si esprime a seconda del momento in bellissime vignette “cameristiche”, siparietti swing-jazz, walzer decadenti o sentori dark-ambientali. “Filmzenék” raccoglie i suoi lavori per “Öszi Almanach”, per lo più nostalgiche ballate pianistiche, “Kárhozat”, probabilmente il suo apice compositivo, con una splendida Vali Kerkes in quella torch-song agli estremi della rassegnazione che è “Kész az egész”, il monumento del regista ungherese, “Satantango”, fino alle due tristissime ma dolci sonate di “Werckmeister Harmoniak”, quasi un'amara consolazione, quando “tutto è finito, nulla avrà più valore e non c'è più niente che valga la pena di fare”.
Víg Mihály continua a esibirsi assiduamente a Budapest e dintorni, in incognito (uno dei nomi assunti è Balaton) e quasi sempre in birrerie e locali di poco conto, fuggendo, come ogni esistenzialista della prima ora, le facili concessioni al successo e alle grandi platee.

SexepilSEXEPIL – Egyesült álmok (Ring, 1988)
Formatisi nel 1982 e ancora sulla scena – pur con soli quattro album pubblicati – i Sexepil sono uno dei primi, estremamente influenti, esperimenti della new wave ungherese. Se la formula di base non può non richiamare i nomi più aristocratici dell'"onda" britannica (Joy Division, Siouxsie), l'umore, l'estetica essenziale e le screziature della bassa fedeltà inseriscono in realtà i Sexepil in prossimità della scena mitteleuropea coeva (quella belga-olandese in particolare) ma anche di certi sentori cold-wave. Composto tra il 1986 e il 1988, “Egyesült álmok” (“collezione di sogni”) è il primo e per molti versi più brillante Lp della band, diviso tra cupe ballate nichiliste, accelerazioni più apertamente post-punk e inusitati riverberi gotico-ambientali. Oscura pietra angolare cui si rifaranno numerosi altri nomi importanti della dark-wave magiara, dalle songs romantico-sincopate dei Bonanza Bonzai alle recenti derive più acide dei Broken Cups.

Csermanek L.CSERMANEK LAKÓTELEP – Oh No! It's Csermanek Lakótelep (Földalatti KHE, 2007)
Criptici fin dal nome, i Csermanek Lakótelep sono tra i nomi più curiosi ed enigmatici dei sotterranei rock contemporanei.
La loro musica può essere definita come un insieme di bignami urban-demenziali, spesso concentrati di un paio di minuti e poco più, in cui si ritrovano carcasse wave, minimal-synth, nenie infantili, pseudo-inni vilipesi e tanto umorismo nero.
I riferimenti ai Devo da una parte e a Zappa dall'altra sono quantomai evidenti e il trio, originario di Pécs, ne rende quasi un omaggio nel terzo, ottimo, album “Oh No! It's Csermanek Lakótelep”, un rimando alla seminale band americana fin dall'immagine di copertina e un provocatorio tentativo di dare voce ad un ungaro-uomo alienato e bohémien.

Besh O DromBESH O DROM – Macsó Hímzés (Fonó, 2000)
Grazie alla sua posizione geografica e ai corsi e ricorsi storici, Budapest è l'unica città dove una naturale fusione di klezmer, gypsy, jazz, spirito balcanico e “venti d'occidente” può avere luogo senza forzature di sorta. Tra le numerose realtà “etno-crossover” in perenne tour cittadino, Besh O Drom è senza dubbio la più nota, apprezzata e consolidata. Presentandosi come orchestrina aperta, i Besh O Drom (“vai per strada” in lovari, un incrocio tra lingua romani e ungherese) sono comparsi nei quindici anni dalla loro formazione nei cartelloni di mezza Europa, ma è in Ungheria che la loro attività rimane più intensa, esibendosi, tra gli altri, nel MagyArt, nel film “Last Supper At The Arabian Grey Horse” e scrivendo musiche per una intera stagione al Teatro Nazionale di Szeged.
“Macsó Hímzés”, fu il loro primo vero Lp, licenziato nel 2000, uno “spazio” di quasi un'ora in cui gli ottoni balcanici incontrano vecchie melodie ungheresi, frasi klezmer, danze romani e i richiami world più disparati. Un esempio tra tanti di quella vocazione nostalgicamente cosmopolita, che solo sul Danubio, a metà strada tra Vienna e Belgrado, si può respirare e lasciarsene invadere senza resistenze.

Playlist
Kispál és a Borz - Lefekszem a hóba
(da "Naphoz Holddal", 1991)
Bikini - A zenekar üzenete
(da "Hová lett...", 1983)

A.E. Bizottság - A Milarepaverzió
(da "Jégkrémbalett", 1984)

Gábor Szabó - Gypsy Queen
(da "Spellbinder", 1966)

Korai Öröm - IV
(da "III", 1997)
Laszló Hortobágyi - Barocus Raga Concerto
(da "Ritual Music Of The Formal-Hoot Al-Ganoubi", 1994)
Víg Mihály - Kész az egész
(da "Filmzenék", 2001)
Sexepil - Igazi zöld és igazi kék
(da "Egyesült Almók", 1988)
Csermanek Lakótelep - Idõjárásjelentés
(da "Oh No! It's Csermanek Lakótelep", 2007)
Besh O Drom - Kecskés
(da "Macsó Hímzés", 2000)
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