Massarini Reports

Joe Jackson

Live all'Auditorium (Roma)

di Carlo Massarini

Joe Jackson“Prima di cominciare vi devo dire che ho visto il biglietto: ‘Joe Jackson: Duke Ellington’…”. (risatine in sala) “Devo dirvi che, sfortunatamente, Ellington stasera non parteciperà all’esibizione…”. Joe Jackson, 58 anni, apre così il concerto all’Auditorium, con sala quasi esaurita, e mostra subito quello che è il trademark della casa: lo humour, tipicamente British, un po’ freddo e molto ironico, con cui da oltre 30 anni scrive e canta canzoni d’autore di volta in volta romantiche, corrosive, affettuose, passionali, di critica sociale o comportamentale.
E lo stesso humour lo porta, in scena, a intercalare aneddoti e battute fra i brani, o ai brani legati insieme: “Scusatemi, non so una parola di italiano. In verità ieri ne ho imparata una. Ho chiesto come si diceva medley in italiano e mi han detto.. medley…!”. I medley che crea sono fra i brani firmati dal Duca, e ripresi nel suo ultimo album, “The Duke”, non tanto un tributo quanto una rivisitazione molto jacksoniana di un mondo lontano quanto le leggende del Cotton Club e di Broadway, delle Big Band e della swingante anteguerra americana. Quando lo intervisto nella sala dei reperti archeologici del complesso dell’Auditorium, esattamente nel luogo dove 30 anni fa aveva già suonato, nel solito Teatro Tenda che ai tempi a Roma fiorivan come funghi, mostra amore e indipendenza insieme: “Non sono un jazzista, ma un innamorato del jazz, quindi vedo le cose da un punto di vita diverso da un purista. Poi, adoro Ellington come musicista, ma lo stimo anche come uomo”. Gli ricordo che spesso nella sua carriera è tornato alla fonte: la prima volta fu nell’81, con il hot jazz di “Jumpin Jive”, che sorprese tutti, dopo tre album di pura energia new wave e suono da small band. Poi nell’82, trasferitosi a NYC in cerca delle origini dei suoni che lo attiravano (jazz, ma anche latino, salsa, hip hop) il capolavoro, “Night And Day”, esplicitamente ispirato a Cole Porter. Il successivo, “Body & Soul”, era una citazione di Coleman Hawkins e Billie Holiday. Ora, dopo un decennio in cui la produzione si è assottigliata, torna con un omaggio che lui definisce comunque “un disco di Joe Jackson”, per rimarcare che la materia di base è viva, e gli stili con cui è stata elaborata sono contemporanei, e non anni 30 o 40. “Faccio quello che sento istintivamente, non faccio operazioni concettuali, ma solo quello che sento mio”. È un disco volutamente senza fiati, che sono invece al centro degli arrangiamenti di Ellington: accento quindi sulla parte ritmica – drumming potente e jazzato appena- e assoli affidati, oltreché alle tastiere, a chitarra e violino. La seconda differenza dall’originale è la varietà degli stili: oltre al jazz che è di casa, anche salsa e rock, street-funk e reggae, e tutto ciò non è per niente da purista nostalgico.

Joe JacksonJackson, seduto fin dall’inizio dietro una tastiera, unica variante una fisarmonica in grembo, rielabora questi super-classici anche sul palco, con una band che ha poco da invidiare a quella di superstar con cui ha lavorato in sala. Svariano fra brasileirismi (“Perdido”/”Satin Doll”) e funk di New Orleans (“Rockin’ in Rythm”) , strumentali di vago sapore zappiani (“The Mooche”) e delicatissimi fraseggi d’atmosfera jazz (“Moon Indigo”). Ci sono tanti altri brani di Ellington, alcuni dei quali nella loro immediata riconoscibilità ci ricordano quanto il grande compositore/bandleader flirtasse con melodie accessibili, persino orecchiabili. Il capolavoro, in questo, è “It Don’t Mean A Thing (If It Ain’t Got That Swing)”, che Joe canta due volte: in apertura, da solo, e verso la fine, con la band a pieno regime, ed entrambe le volte è gioia, divertimento, ritmo. Swing, insomma (e anche danza, se non fossimo all’Auditorium, e quindi tutti un po’ ingessati, musicisti e pubblico).
Tutto il resto sono le grandi canzoni che Jackson ha scritto, ripetutamente, in una trentina di anni e una ventina di album. Perché è vero che nella sua carriera ha svariato come pochi (new wave, jazz, latino, ma anche musiche da film, sinfonie neo-classiche, e via dicendo), ma alla fine la standing ovation gli arriva per quelle.

Joe JacksonÈ uno strano confronto, quello che si snoda per tutta la serata, tra due mondi oggettivamente distanti, e mica facili da assimilare: da una parte classici d’autore perlopiù strumentali del jazz americano di 60, persino 85 anni fa, dall’altra un cantautore molto moderno che ha nell’eclettismo il suo marchio di fabbrica e nella parola la sua forza. Ci sono –per forza!- quelle prime canzoni dell’anno di grazia 1979, quando nel pieno del ribellismo macho del punk/new wave Jackson dipingeva quadretti sentimentali agrodolci, caustici e romantici insieme, come “Is She Really Going Out With Him?” o “Different For Girls”, un pezzo scritto dal punto di vista femminile. O “Sunday Papers”, la sua scarica di vetriolo verso i celebri tabloid inglesi di gossip ossessivo e pervasivo.
C’è la vulnerabilità quasi disarmante di chi è stato mollato in “Be My Number Two” ( “Won't you be my number two/ Me and number one are through”), e la chitarra acustica e atmosfera quasi intima per “una canzone molto romantica che parla di un posto orribile”, ovvero la sua “Hometown”, e di come la vita sia cominciata a 17 anni, quando fuggì a Londra (ma a Portsmouth ha ancora casa, come a NY, dove ha vissuto per 20 e passa anni in un posto che è cambiato totalmente, “il buco nero dell’11 settembre nell’anima dei newyorkesi è stato riempito con più consumismo e rigorosità: soldi e polizia”). Ora, come altri prima di lui, ha trovato asilo artistico a Berlino.
Ci sono i poliritmi mulatti di “Another World”, che era il tuffo di Alice/Joe nel Paese delle Meraviglie/NYC che apriva il viaggio metropolitano di “Night and Day”, seguita da “Target” e da quel gioiellino di coolness - eleganza e mondanità uptown - di “Steppin’ Out.” Solo “Invisible Man” a rappresentare gli anni 90 e 2000, e dopo un’ora e mezzo volata via, una chiusura da brividi. Durante la lunga, intensa “A Slow Song” i musicisti a uno a uno lasciano la scena. L’ultima è Regina Carter la “stella inter pares” dalla sua “Bigger Band”. Rimangono il pianoforte e JJ, testa rivoltata all’indietro su ogni refrain, estatico e abbandonato.

Joe JacksonQuando ci eravamo salutati, dopo l’autografo sul librone di famiglia, Dear Mister Fantasy, e dopo il suo commento “ma che foto è? Io suono il pianoforte, non ho mai suonato la chitarra!”, avevo aggiunto: “Beh, forse era un Discoring o altro, e te l’avranno messa al collo. Ma ci stai bene”. “Dici? A me fa strano”. “Già, a quei tempi te ne stavi da solo, in piedi, urlando nel microfono”. “Yeah, jumping around like an idiot!”, aveva sigillato free super tips con il tuo tono auto-sarcastico. “Sarà, ma a noi piaceva molto!...”. Ora, in piedi non ci sta più per niente, e non salta qui e là come un manichino beat-crazy. Dopo una intera serata seduto dietro la sua tastiera, in mezzo agli applausi che crescono, Joe si alza. Ringrazia, da acclarato gentleman, e si ferma nel buio, sulla via dell’uscita. Molti raggiungono il palco, e parte una vera standing ovation, piena di affetto da un pubblico decisamente agèe, come dire nessun under 40 in vista. Visibilmente stanco il lungagnone, ora con capelli biondo-bianchi, un po’ irrigidito dagli anni ma ancora con linea giovanile nel suo elegante abito marrone, unisce le mani, se le porta al petto, forse anche un po’ emozionato, quasi barcolla - è un attimo - e subito scivola via nel buio.

“Grazie per aver scelto noi, stasera, c’erano un sacco di altre cose da fare”, aveva detto a metà concerto. Forse c’erano, Joe, ma le facce intorno sono sorridenti e appagate. Grazie, ne è valsa la pena.

Playlist

Setlist

It Don't Mean A Thing (If I Aint Got That Swing) (piano, vocals) 

It's Different For Girls 

In A Sentimental Mood 

Caravan 

You Can't Get What You Want 

Breaking Us In Two 

I'm Beginning To See The Light /Take The "A" Train /Cotton Tail 

Mood Indigo 

Rockin' In Rhythm 

Invisible Man 

Hometown 

Perdido / Satin Doll 

The Mooche / Black And Tan Fantasy 

Another World

Target

Steppin' Out 

It Don't Mean A Thing (If I Aint Got That Swing) (full band) 

*

Is She Really Goin' Out With Him? 

Sunday Papers  

A Slow Song

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