Approfondimenti

Tastiera o orchestra?

Mellotron - Le 80 canzoni essenziali

di Federico Romagnoli

La storia

Posto che un veloce click su Wikipedia è in grado di presentarlo meglio di quanto si possa fare in poche righe, si tratta di uno strumento a tastiera creato da Nick Awde a Birmingham nel 1963. Dotato di una serie di nastri magnetici con suoni preregistrati, veniva utilizzato per imitare archi, cori e strumenti a fiato. Era a ogni modo fornito anche di altri settaggi (organo, fisarmonica, chitarre e via dicendo), che però non comparivano in ogni modello e venivano comunque utilizzati molto di rado.
Il primo a farne uso fu Graham Bond, i cui brani non sono stati inseriti in questa selezione in quanto estremamente acerbi e naive. Per chi fosse curioso, la prima canzone rock contenente un Mellotron è la sua "Lease On Love", pubblicata come 45 giri nel 1965. 
Da lì fino a metà inoltrata degli anni Settanta il Mellotron dilagò, in particolare in Gran Bretagna, dove finì col caratterizzare prima una fetta del pop psichedelico e poi l'intero rock progressivo. Fra i pochi di quella corrente che non ne fecero uso spicca Keith Emerson, la cui indole virtuosistica si sposava male a una tastiera che, suonando di fatto una serie di nastri, non consentiva di premere i tasti con troppa velocità e vigore.
Il Mellotron declinò lentamente nella seconda metà dei Settanta, soppiantato gradualmente dai sintetizzatori polifonici, per poi sparire quasi del tutto allo scattare degli Ottanta, quando i campionatori lo fecero sembrare obsoleto. 
Negli anni Novanta tornò tuttavia alla ribalta, in particolare in Gran Bretagna, dove fu un nume tutelare del brit-pop quale Paul Weller a suggerirne il ripescaggio. Da lì in poi anche diverse band americane ne avrebbero fatto uso, Smashing Pumpkins su tutti.
Oggi come oggi il suono del Mellotron è abbastanza diffuso, benché spesso falsificato al computer.

Istruzioni per l'uso

Sono stati provvisti i link a Youtube per ogni canzone (almeno finché durano), mentre a lato è stata inserita la playlist di Spotify, anche se purtroppo le mancano circa quindici fra i brani selezionati.
Non si ha la pretesa di stabilire quali fra queste canzoni siano le migliori. I brani sono stati messi in ordine per gioco, seguendo criteri comunque personali e traballanti, che non riguardano solo la validità complessiva, ma anche e soprattutto l'importanza della parte di Mellotron contenuta. Per questo non è stata inserita "Strawberry Fields Forever" dei Beatles, dai più ritenuta un capolavoro della psichedelia inglese, ma la cui parte di Mellotron si riduce a una piccola partitura per flauto. Del resto il loro produttore, George Martin, non fece mai mistero della sua avversità per la tastiera, che considerava scomoda e di cui non apprezzava il suono.
In lista sono stati inseriti anche brani facenti uso di Chamberlin, progenitore americano del Mellotron, da cui – dopo un po' di scontri in tribunale – la tastiera inglese importò alcuni fra i nastri poi divenuti suoi standard, fra cui quelli per gli archi.
Sono invece stati esclusi i brani che contengono suoni di Mellotron riprodotti digitalmente. Per questo motivo – senza nulla togliere alla validità della loro proposta – non troverete gli Opeth, i Mercury Rev, i Manic Street Preachers, i Dismemberment Plan e chi più ne ha più ne metta.
Si precisa infine che tutte le canzoni selezionate, anche quelle ai piani più bassi, sono ritenute irrinunciabili per una reale comprensione delle potenzialità dello strumento.

80. LIMELIGHT – Man Of Colours (GB, 1980)

Fra i più legati all’hard rock classico all’interno della New Wave of British Heavy Metal, i Limelight furono una delle band meno fortunate del movimento. In questo brano lento e marziale, il chitarrista Glenn Scrimshaw utilizza il Mellotron per intingere l’arrangiamento in un mare di archi e flauti.

 

79. SCREAMING TREES – Traveler (USA, 1996)

Archi sparati a tutto volume sin dal primo secondo, e in seguito anche un flauto, per quello che è probabilmente il miglior Mellotron rintracciabile in un disco grunge. A suonarlo è Benmont Tench, storico membro degli Heartbreakers di Tom Petty. C’è comunque ben poco grunge in questa tenue ballata acustica.

 

78. LED ZEPPELIN – Rain Song (GB, 1973)

Il Mellotron è parte di “Stairway To Heaven” solo nelle versioni dal vivo, quanto a “Kashmir”, gran parte dei suoni sono prodotti da archi veri e propri, benché un Mellotron vi compaia. È però nella languida pacatezza di “Rain Song” che la tastiera, suonata da John Paul Jones, dilaga davvero e copre tutto con i suoi archi.

 

77. FAIRFIELD PARLOUR – Emily (GB, 1970)

Conosciuti fino a un paio d’anni prima come Kaleidoscope (da non confondere con l’omonima band americana), i Fairfield Parlour si presentarono all’alba dei Settanta con un disco pop forse non rivoluzionario, ma splendidamente suonato. Nel singolo “Emily”, triste vignetta sulla solitudine di una donna, il Mellotron del cantante Peter Daltrey non entra subito, ma da quel momento i suoi archi dominano lo scenario.

 

76. BIG STAR – Kangaroo (USA, 1978)

Non c’è bisogno di ripetere ancora una volta la serie di vicissitudini che si susseguirono fra gestazione e pubblicazione del terzo, ormai leggendario album dei Big Star. In uno dei brani più rappresentativi di questo disco pop obliquo e stranito, si possono udire evidenti saliscendi di finti archi, guidati dalla sapiente mano del produttore Jim Dickinson.

 

75. AEROSMITH – Dream On (USA, 1973)

In diversi tratti il Mellotron è assente o subissato dalle chitarre, ma quando emerge – nell’intro con gli archi, nell’intermezzo col flauto, nel finale di nuovo con gli archi – è talmente iconico da rendere obbligatoria la presenza di questa celebre power ballad. A suonarlo è Steven Tyler in persona.

 

74. ALICE COOPER – Hello Hooray (USA, 1973)

Anche in questa cover di Judy Collins per mano del maestro dello shock rock, il Mellotron non è sempre udibile. Le parti in cui emerge sono però un cult per ogni amante dello strumento. Un sottile velo d’archi nella strofa, un breve ma adorabile inserto di flauto, il gran finale di nuovo con gli archi. Lo suona il produttore Bob Ezrin.

 

73. FAMILY – Voyage (GB, 1968)

Tre cose si notano si notano sin dal primo ascolto: il violino di Ric Grech (futuro membro dei Blind Faith), la voce teatrale di Roger Chapman (la cui lezione sarebbe stata mandata a memoria da Peter Gabriel), il Mellotron suonato dal produttore Dave Mason, all’epoca membro dei Traffic. In questo pop psichedelico dai toni fortemente gotici lo strumento si prodiga in suggestivi intermezzi d’archi.

 

72. HEART – Down On Me (USA, 1980)

La band delle sorelle Wilson aveva già utilizzato il Mellotron in un paio d’occasioni, quando Nancy decise di sfruttarlo per un’ultima volta. Il risultato è una ballata rocciosa, in cui linee di chitarre blues si inerpicano su strati d’archi deformati in maniera geniale da violenti giochi di pitch.

 

71. BLACK SABBATH – Changes (GB, 1972)

Tony Iommi suona il piano e imita gli archi con il Mellotron, in una ballata spaccacuore che mostra un volto inedito dei Black Sabbath. La fine di una relazione vista dagli occhi della persona ancora innamorata, un romanticismo che certo non ci saremmo aspettati da una band che fino a quel momento aveva “Paranoid” come brano più vicino alla canzone d’amore.
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70. TALK TALK – Life’s What You Make It (GB, 1985)

Flauti nella strofa, archi un attimo prima del ritornello, cori nello stesso. Per essere stato uno degli unici singoli da classifica a fare uso del Mellotron negli anni Ottanta, non si è fatto davvero mancare niente. La mano è quella di Tim Friese-Greene, uno dei più grandi produttori dell’epoca.

 

69. PAUL WELLER – Wild Wood (GB, 1993)

Secondo molti è con questo singolo dal secondo album solista di Weller che inizia il revival del Mellotron, peculiarità di alcuni frangenti del rock anni Novanta, britannico in particolare. Lo strumento non domina la ballata, ma quanto meno ne colora le tonalità soul, grazie allo splendido tappeto d’archi. A suonarlo è il produttore Brendan Lynch.

 

68. PULP – Help The Aged (GB, 1997)

Un linea d’archi riprodotta al Mellotron segna il ritornello di “Help The Aged”, singolo di lancio di “This Is Hardcore” e toccante inno brit-pop su un argomento decisamente poco cool, quale la vecchiaia. Non si hanno informazioni su chi lo suoni, ma considerando che in “Different Class” Jarvis Cocker era l’unico accreditato allo strumento, basta fare due più due…

 

67. PINK FLOYD – Julia Dream (GB, 1968)

Scritta da Roger Waters, la splendida ballata onirica che segnò il debutto di David Gilmour come cantante, è anche il più brillante momento Mellotron dei Pink Floyd. A suonarlo è Richard Wright, settandolo sul suono del flauto e trasfigurandolo mediante un marcato ricorso all’eco.

 

66. JOY DIVISION – Decades (GB, 1980)

Sono i sintetizzatori e la melodica a guidare il brano che chiude “Closer”, tuttavia il Mellotron si ritaglia un spazio importante e suggestivo, creando un muro di suono che soprattutto nel finale – quando Ian Curtis domanda spaesato “Where have they been?” – sorregge tutto l’ambaradan. Non si hanno informazioni su chi lo suoni, ma si sospetta Bernard Sumner.

 

65. SMASHING PUMPKINS – Mellon Collie And The Infinite Sadness (USA, 1995)

Ah, se solo a Billy Corgan fosse venuto il colpo di genio di intitolarla “Mellotron Collie”! E non è l’unica battuta che verrebbe da fare, considerando che il cognome del batterista è Chamberlin. A ogni modo, la title track del doppio album, con i suoi tre minuti scarsi di pianoforte e finti archi, rimane uno dei momenti più celebri degli anni Novanta per lo strumento.

 

64. SPLIT ENZ  – Sweet Dreams (Nuova Zelanda, 1976)

Nell’aprile 1976 gli Split Enz volano a Londra per registrare il secondo album, con l’ausilio di Phil Manzanera dei Roxy Music. In “Sweet Dreams” il Mellotron del tastierista Eddie Rayner accompagna il ritornello con frenetiche pulsazioni fiatistiche, oltre a sfruttare gli archi per un intermezzo d’atmosfera. Il brano è firmato da Phil Judd, all’epoca mente della band, benché presto fuori dai giochi a causa delle divergenze con l’irrequieto Tim Finn.

 

63. NEW ENGLAND – Don’t Ever Wanna Lose Ya (USA, 1979)

Fra i capolavori dell’arena-rock che invase meritatamente gli Stati Uniti nella seconda metà dei Settanta, il primo singolo dei New England si affacciò in top 40 e sembrò precludere una brillante carriera, invece arenatasi dopo il tonfo commerciale del secondo album. Il tastierista Jimmy Waldo si divide con impegno fra sintetizzatori e archi al Mellotron.

 

62. FLAMING LIPS – Race For The Prize (USA, 1999)

Il brano che apre uno dei dischi più barocchi dei Flaming Lips, probabilmente il loro migliore, con Wayne Coyne che in più di un tratto dà la sensazione di imitare Jon Anderson degli Yes. Suonato dal polistrumentista Steven Drozd, con la band dal 1991, il Mellotron si prodiga in coltri d’archi e le deforma con invadenti sbalzi di pitch.    

 

61. NOTWIST – Pilot (Germania, 2002)

A riascoltarlo oggi, “Neon Golden” mantiene un fascino del tutto peculiare, a modo suo rimasto insuperato. È Roberto Di Gioia, tastierista di estrazione jazz e amico della band, a suonarvi il Mellotron. Se si parla di indie-pop, gli archi nel ritornello di “Pilot” rimangono fra i suoni più emblematici dell’epoca.
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60. CATHEDRAL – Introspect (USA, 1978)

Da non confondere con l’omonima band metal Britannica, i Cathedral di New York sono una band prog-rock fuori tempo massimo, talmente in ritardo che li si potrebbe considerare anticipatori del neo-prog. Calembour a parte, somigliano molto agli Yes (eccezion fatta per la voce di Paul Seal) e fanno ampio utilizzo del Mellotron di Tom Doncourt. In questa avvincente suite potete udirlo imitare cori, archi e organo da chiesa.

 

59. PRETTY THINGS – Talkin' About The Good Times (GB, 1968)

Il Mellotron del tastierista John Povey guida ben cinque brani della rock opera “S.F. Sorrow”, la prima della storia, tuttavia per una volta non è male puntare i riflettori su questo misconosciuto singolo, uscito una decina di mesi prima. Fra sitar, intrecci vocali psichedelici e chitarre indemoniate, emergono infatti delle irresistibili spirali di archi preregistrati.

 

58. TINTERN ABBEY – Beeside (GB, 1967)

I Tintern Abbey si formarono nel 1967, pubblicarono un singolo e si sciolsero l’anno successivo nell’indifferenza generale. Quel singolo è però diventato nel corso del tempo un oggetto di culto, in particolare per gli amanti della stagione psichedelica. Con la sua atmosfera un po’ malata e gli archi del Mellotron che scorazzano in lungo e in largo, non è difficile capirne il motivo. Non si hanno purtroppo notizie su chi lo suoni.

 

57. LYNYRD SKYNYRD – Tuesday’s Gone (USA, 1973)

L’ultima band che si sospetterebbe fare uso di un Mellotron, a riprova di quanto – nonostante l’immaginario che spesso gli si abbina – il southern rock fosse in realtà musica raffinata e complessa. È Al Kooper in persona a inventare l’arrangiamento d’archi in questa massiccia, ormai celeberrima ballata.

 

56. ULTRASOUND – Sentimental Song (GB, 1999)

Annientati dalla stampa inglese, che li accusò con ottusità di essere troppo pretenziosi, gli Ultrasound rimangono uno dei più preziosi tesori nascosti dell’epopea brit-pop. Il loro album di debutto, “Everything Picture”, fa spesso ricorso al Mellotron, e lo testimonia perfettamente questa struggente “Sentimental Song”, quasi soffocata dagli archi del tastierista Matt Jones.

 

55. RUSH – Tears (Canada, 1976)

Raro caso di brano dei Rush scritto per intero da Geddy Lee, questa triste ballata è graziata dal Mellotron di Hugh Syme, grafico della band, che la colora con archi e flauti. Ci sarebbero voluti trentuno anni al trio canadese per sfruttare di nuovo lo strumento, nell’album “Snakes & Arrows”, senza tuttavia riuscire a bissare la magia che si respira in queste note.

 

54. HERBIE HANCOCK – Hidden Shadows (USA, 1973)

Autore di una serie di dischi che hanno cambiato volto al jazz, eccelso pianista e genio delle tastiere elettroniche, Herbie Hancock ha convocato anche il Mellotron al suo cospetto. Ne fa largo utilizzo in questo jazz-funk nevrotico e ripetitivo, dove in mezzo a ogni tipo di suono alieno, è possibile udire inquietanti saliscendi d’archi.

 

53. KOOL & THE GANG – Rated X (USA, 1972)

Fra le apparecchiature del tastierista Rick West non vengono indicati né Mellotron, né Chamberlin. Tuttavia, ascoltandone il suono con attenzione, si può affermare che gli archi di questo futuristico funk strumentale provengono con ogni probabilità da uno strumento a nastri preregistrati.

 

52. CARAVAN – Golf Girl (GB, 1971)

I Caravan rientrano fra i classici del rock progressivo che non hanno quasi mai fatto ricorso al Mellotron. L’unico loro brano in cui la tastiera occupa uno spazio significativo è “Golf Girl”, dove si può udirne gli archi prodigarsi in un piacevole assolo. È un fatto quanto mai raro, visto che il Mellotron – a causa delle sue caratteristiche tecniche – veniva di solito usato per arricchire l’atmosfera, e praticamente mai per sfoghi virtuosistici.

 

51. FOCUS – Le clochard (Olanda, 1971)

Pochi artisti olandesi nella storia hanno avuto il successo che ha interessato i Focus nella prima metà dei Settanta. I loro album del periodo sono dei classici del rock progressivo e fanno ampio utilizzo del Mellotron. A spiccare è questo incantevole strumentale spagnoleggiante lungo appena un paio di minuti: nient’altro che i finti archi di Thijs van Leer e la chitarra classica di Jan Akkerman.
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50. HORRORS – Changing The Rain (GB, 2011)

Il pastone sonoro inventato dagli Horrors, che diversi allievi ha generato in GB, trova la quadratura del cerchio nel terzo album, “Skying”, a oggi maggior successo della band col suo piazzamento in top 5. All’interno, fra tastiere e campionamenti di ogni tipo, spunta anche un Mellotron. Si pensi per esempio alle coltri d’archi deformate dal phaser udibili in “Changing The Rain”. A suonarlo è probabilmente Tom Furse.

 

49. CHAIRMEN OF THE BOARD – Morning Glory / Life & Death Pt. I / White Rose / Life & Death Pt. II (USA, 1974)

Benché diviso in quattro tracce, si tratta di un unico brano, in cui il celebre quartetto soul rimescola “Life And Death In G & A”, incisa cinque anni prima dagli Abaco Dream con la supervisione di Sly Stone. Già energetico funk in origine, nelle mani dei Chairmen Of The Board diventa un mastodonte, con un basso più che mai saturo e una cascata di tastiere: archi e flauti di Mellotron, organo elettrico, sintetizzatore. Non si sa chi le suonasse.

 

48. EARTH & FIRE – Memories (Olanda, 1972)

Il ricordo degli Earth & Fire, all’epoca molto popolari in Olanda e Belgio, rimane ben vivo anche fra gli appassionati di Mellotron, dato che lo utilizzarono fino allo sfinimento. Pubblicata come 45 giri, “Memories” è un pop marziale che dimostra di aver assorbito la lezione dei Jefferson Airplane (o volendo essere più leggeri, degli Shocking Blue), ma aggiunge alla ricetta i portentosi suoni orchestrali del tastierista Gerard Koerts.

 

47. BEE GEES - Every Christian Lionhearted Man Will Show You (GB, 1967)

Uno dei brani più inquietanti degli anni Sessanta, con il suo contrasto fra il tono funereo della strofa – per archi di Mellotron e voci gregoriane – e il ritornello pop liberatorio. Rimane un gioiello della psichedelia dal gusto più gotico. A suonare il Mellotron è il compianto Maurice Gibb.

 

46. ZOMBIES – Hung Up On A Dream (GB, 1968)

Odessey And Oracle” è giustamente celebrato fra i più grandi dischi pop degli anni Sessanta e un brano come “Hung Up On A Dream” ne spiega il motivo. Il Mellotron è parte della partita e colora l’arrangiamento con archi e flauti. Lo suona Rod Argent, tastierista e principale autore della band insieme al bassista Chris White.

 

45. MOVE – Blackberry Way (GB, 1968)

La melodia, con i suoi acrobatici cambi da minore a maggiore, è celebre in Italia grazie alla rilettura dell'Equipe 84, “Tutta mia la città”. L’originale viaggia ovviamente su ben altri livelli. Oltre al clavicembalo di Richard Tandy, l’arrangiamento sfoggia un severo tappeto di violoncelli, in realtà frutto del Mellotron di Roy Wood, cantante e leader della band. Fu il primo brano contenente lo strumento a raggiungere il vertice della classifica britannica.

 

44. MARVIN GAYE – Mercy Mercy Me (USA, 1971)

Suonata dallo stesso Gaye, non è certo fra le parti di Mellotron più corpose, dato che copre appena un minuto, ma è talmente peculiare da renderne obbligatoria la citazione. Si tratta infatti di quel coro un po’ stonato che chiude il brano, lasciando una sensazione di fastidio e insicurezza perfettamente in linea con il testo, riflessione sui disastri ecologici già all’epoca all’ordine del giorno.

 

43. ANEKDOTEN – Ricochet (Svezia, 2003)

Gli Anekdoten sono una delle band più rispettate della scuola neo-prog scandinava. La loro discografia, che conta cinque album in studio, due live e una compilation di rarità, è satura di Mellotron: compare praticamente in ogni canzone e lo suonano tre membri su quattro. “Ricochet”, col suo mood alla Porcupine Tree, spicca per orecchiabilità. I suoni preregistrati di archi, ottoni e flauto la ricamano a dovere.

 

42. RAINBOW – Catch The Rainbow (GB, 1975)

Abbandonati i Deep Purple al proprio destino, Ritchie Blackmore incontra Ronnie James Dio e fonda i Rainbow. Se l’album di debutto non è il migliore della band nel complesso, lo è sicuramente dal punto di vista Mellotron: grazie al suadente sottofondo d’archi, la ballata “Catch The Rainbow” è infatti uno dei classici dello strumento. A suonarlo è Mickey Lee Soule, che sarebbe rimasto nella band soltanto pochi mesi.

 

41. MOTORPSYCHO – The Golden Core (Norvegia, 1994)

Decisamente meno duro del precedente “Demon Box”, “Timothy’s Monster” vede la band avvicinarsi a grandi passi verso il rock alternativo. Un brano come “The Golden Core” ne è viva testimonianza, con i suoi tredici minuti in crescendo estatico, fra i muri di rumore chitarristico e i potenti archi del Mellotron. Credits alla mano, lo suonano Deathprod e il leader della band, Bent Sæther.
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40. MANFRED MANN – Semi-Detached Suburban Mr. James (GB, 1966)

Il primo brano capace di portare il Mellotron in classifica, fino toccare il numero 2 in GB. Manfred Mann, uno dei più grandi tastieristi del rock, si distingue qui per la fantasia, mostrando molto più estro dei Beatles che sarebbero giunti di lì a poco. Non solo flauto come in “Strawberry Fields Forever” infatti, ma anche ottoni e, sul finale, una specie di fisarmonica distorta.

 

39. DAVID BOWIE – Big Brother (GB, 1974)

Il Duca ha utilizzato Mellotron e Chamberlin molto più di quanto non si creda. Non solo la celebre “Space Oddity”, ma anche buona parte dei lati B di “Low” e “Heroes”, per non parlare di alcune memorabili rivisitazioni live di “Moonage Daydream”. Il suo lascito più creativo è però questo sottovalutato brano da “Diamond Dogs”, fra cori dal sapore cosmico e finti assoli di sassofono.

 

38. ROLLING STONES – We Love You (GB, 1967)

“2000 Light Years From Home” contiene pure un’iconica parte di Mellotron, ma l’utilizzo che Brian Jones ne fa in “We Love You” rimane uno dei più originali dell’epoca. Sia per la fanfara orientaleggiante che piazza sul finale, sia per il groove fiatistico che inventa a sostegno di basso e batteria. Un rarissimo caso di Mellotron ritmico. 

 

37. RADIOHEAD – Exit Music (GB, 1997)

I cori che Johnny Greenwood piazza quando il pezzo impenna rappresentano senz’altro la parte di Mellotron più famosa della sua epoca, se non altro fra gli ascoltatori di musica alternativa. È probabilmente la ballata più depressa e al contempo maestosa dei Radiohead.

 

36. T. REX – Tenement Lady (GB, 1973)

Oggi molto meno ricordato rispetto a “Electric Warrior” e “The Slider”, non essendone stato estratto alcun singolo, “Tanx” è in realtà un grande album glam rock, la prova della maturità per il genio di Marc Bolan. Il Mellotron del produttore Tony Visconti è il primo suono che si incontra e i suoi archi dominano l’iniziale “Tenement Lady”. In seguito entra un pesante phaser e ogni suono ne viene deformato.

 

35. PALLAS – The Ripper (GB, 1981)

Fra le band della prima onda neo-prog britannica, Marillion e Twelfth Night si rivelarono disinteressati al Mellotron, a differenza di IQ e Pallas. L’apice dello strumento in quella corrente venne probabilmente toccato da quest’ultimi nel loro album di debutto, il feroce “Arrive Alive”, registrato dal vivo e venduto in allegato a “Kerrang!”. “The Ripper” sono quattordici minuti di maligno teatro prog, inzuppato nei finti archi di Ronnie Brown.

 

34. SMOG – Prince Alone In The Studio (USA, 1995)

Gli archi e i flauti del Chamberlin di Ian O'Hey caratterizzano fortemente il brano più epico di “Wild Love”, che rimane a oggi l’apice del cantautore Bill Callahan, almeno per chi scrive. Nell’arrangiamento ha parte importante anche il violoncello di Jim O’Rourke, ma lo si distingue senza problemi dai suoni della tastiera di O’Hey.

 

33. GRACIOUS – Blue Skies And Alibis (GB, 1972)

Contenuta nell’album postumo “This Is… Gracious!!”, è una delle più eccitanti fusioni fra rock progressivo e musica funk, una sorta di versione compressa di “Roundabout” degli Yes. A guidarla è un contagioso riff di fiati, eseguito al Mellotron dal tastierista Martin Kitcat.

 

32. PAVLOV’S DOG – Of Once And Future Kings (USA, 1975)

Forse l’unico classico del rock progressivo “vecchia maniera” che sia fuoriuscito dagli Stati Uniti, l’album di debutto dei Pavlov’s Dog è anche un monumento al Mellotron. A spiccare al riguardo è forse il brano di chiusura, “Of Once And Future Kings”, dove Doug Rayburn sciorina sontuosi tappeti d’archi. Il flauto dovrebbe invece essere reale e suonato dallo stesso Rayburn, per quanto ci siano opinioni discordanti al riguardo.

 

31. JULIE DRISCOLL, BRIAN AUGER & THE TRINITY – This Wheel's On Fire (GB, 1968)

La combo Driscoll-Auger-Trinity durò tre stagioni, ma tanto gli bastò per segnare il rock britannico. Scritta da Rick Danko con Bob Dylan, e originariamente apparsa in “Music From Big Pink” della Band, “This Wheel’s On Fire” muta qui in quadro psichedelico denso di archi al Mellotron e deformazioni al phaser. Nonostante l’arrangiamento elaborato e le sonorità sballate, il 45 giri ottenne un notevole successo, toccando la top 5 britannica.
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30. SIMON DUPREE & THE BIG SOUND – Kites (GB, 1967)

Prima di diventare Gentle Giant, la band dei fratelli Shulman portava il nome di Simon Dupree & The Big Sound. Con “Kites” raggiunsero la top 10 britannica, risultato che in seguito non avrebbero neanche sperato. È un gioiello della psichedelia inglese, con la melodia profumata d’estremo oriente, gli xilofoni, il suono del vento, l’intermezzo recitato in cinese dall’attrice Jacqui Chan e ovviamente la coltre d’archi del Mellotron di Eric Hine.

 

29. BEGGARS OPERA – Time Machine (GB, 1971)

Guidati da Ricky Gardiner, qualche anno più tardi chitarrista in “Low” di David Bowie e “Lust For Life” di Iggy Pop, gli scozzesi Beggars Opera entrano nel regno del Mellotron con l’album “Waters Of Change”, per mano della brillante tastierista Virginia Scott. Gli archi che sostengono l’epica cavalcata prog “Time Machine” ne sono fulgido esempio.

 

28. GREENSLADE – What Are You Doin' To Me (GB, 1973)

Fondata dal tastierista Dave Greenslade una volta sciolti i Colosseum, la band propone un rock progressivo alquanto tagliente, in particolare a causa del cantante Dave Lawson, che ricorda Peter Hammill. L’orientaleggiante “What Are You Doin’ To Me” è una sorta di hard rock senza chitarre, con l’Hammond a sfoggiare riff saturi e gli archi del Mellotron a colorare lo sfondo di spunti esotici.

 

27. WOBBLER – A Faerie's Play (Norvegia, 2011)

Fra i pochi ancora oggi capaci di dare un senso alla parola progressive. Fortemente influenzati da Yes e Gentle Giant, i Wobbler hanno fatto del Mellotron una delle loro armi da sfondamento. Lo suona Lars Fredrik Frøislie, che non si fa a ogni modo mancare Hammond, Moog, Rhodes e via dicendo. “A Faerie’s Play” non è necessariamente il loro brano migliore, ma è senz’altro uno dei più abbordabili e rappresentativi.

 

26. LANDBERK – Tell (Svezia, 1994)

La più originale fra le tante compagini neo-prog scandinave, in grado di accettare a poco a poco la sfida del trip hop, dell’elettronica anni Novanta, del rock alternativo. In questo brano denso di asperità chitarristiche, il Mellotron di Simon Nordberg distende evocativi tappeti d’archi, fino a sfociare in un finale epico e dissonante.

 

25. BLUE ÖYSTER CULT – Nosferatu (USA, 1977)

Scritta, cantata e arrangiata dal bassista Joe Bouchard, rimane uno dei vertici dello shock rock e una delle più emblematiche partiture d’archi per Chamberlin. Spiega bene l’unicità dei Blue Öyster Cult, all’epoca la sola band americana capace di sposare l’impatto muscolare del rock da arena e il gusto gotico suggerito da un certo romanzo di Bram Stoker.

 

24. NEKTAR – Look Inside Yourself / Death Of The Mind (GB, 1971)

Benché stanziati in Amburgo, tutti i membri della band sono britannici. Prodotto da Dieter Derks, “Journey To The Centre Of The Eye” è un gioiello di rock progressivo che non ha ancora smaltito la stagione psichedelica, ma già punta a quella space rock. Il Mellotron fa capolino in diversi brani, in particolare in questi due frammenti conclusivi, impossibili da scindere l’uno dall’altro. Lo suonano il tastierista Allan Freeman e il bassista Derek Moore.

 

23. KLAUS SCHULZE – Friedrich Nietzsche (Germania, 1978)

Per quanto più legato ai sintetizzatori nell’immaginario collettivo, Klaus Schulze fece ampio utilizzo del Mellotron nella seconda metà dei Settanta. Fulgido esempio ne sono i cori che dominano questo colossal cosmico di ventiquattro minuti, posto in apertura del triplo album “X”.

 

22. SCHICKE, FÜHRS & FRÖHLING – Pictures (Germania, 1976)

È curioso che Emerson, Lake & Palmer non abbiano mai utilizzato il Mellotron, tuttavia quale avrebbe potuto essere il risultato ce lo mostra questo trio tedesco, con il tastierista Gerhard Führs  e il chitarrista Heinz Fröhling entrambi impegnati allo strumento. I sedici paranoici minuti della suite “Pictures” sono letteralmente fradici di cori, archi e flauti.

 

21. QUARTETO 1111 – Onde quando como porquê cantamos pessoas vivas. Lato A, Lato B (Portogallo, 1975)

José Cid è in seguito divenuto uno dei più popolari cantautori portoghesi, ma è nella prima parte della carriera, dedicata al rock progressivo, che risiede il suo lascito più significativo. Il lungo titolo di questo album nasconde una suite di circa mezz’ora, all’epoca divisa in due come richiesto dal vinile, in cui la vena pop e la delicata voce di Cid si intersecano con i sintetizzatori, gli assoli di chitarra e i suggestivi strati orchestrali del Mellotron.
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20. BARCLAY JAMES HARVEST – Mockingbird (GB, 1974)

La versione in studio di “Mockingbird”, uscita nel 1971, vedeva la band accompagnata da un’orchestra, ma tre anni dopo, nel leggendario “Live” registrato fra Londra e Liverpool, è il Mellotron di Woolly Wolstenhome a dominare la ballata. In ambo i casi, si tratta di uno dei brani più rappresentativi della stagione progressiva.

 

19. ARCHIVE – Lights (GB, 2006)

È la più grande canzone con Mellotron dell’ultima decina d’anni. Grande in ogni senso, dato che dura oltre diciotto minuti. Non è sempre possibile distinguere lo strumento, a causa del muro di suono imbandito dalla band, fra sintetizzatori, campionamenti e distorsioni. A ogni modo, in diversi tratti le linee degli archi e le fiammate dei cori emergono con prepotenza. Lo suona il bassista Lee Pomeroy.

 

18. KINGDOM COME – Spirit Of Joy (GB, 1973)

Dopo il grande successo di “Fire” nel 1968, Arthur Brown non ha più ritrovato i favori del pubblico. Ha però pubblicato nei primi anni Settanta musica incredibilmente avveniristica a nome Kingdom Come. Se non credevate possibile del rock progressivo con drum machine, l’album “Journey” vi farà ricredere. Da lì proviene inoltre “Spirit Of Joy”, in cui il Mellotron del tastierista Victor Peraino imita addirittura l’organo Hammond.

 

17. SPRING – Golden Fleece (GB, 1971)

Con sei canzoni su otto dense di Mellotron e tre membri della band su cinque a suonarlo, non c’è dubbio che l’omonimo album di debutto degli Spring sia uno dei grandi classici dello strumento. Difficile scegliere un solo momento per questo piacevolissimo folk-rock progressivo, caratterizzato da melodie a presa rapida e raffinati virtuosismi. “Golden Fleece” è un trionfo d’archi e riff fiatistici.

 

16. KLAATU – Calling Occupants Of Interplanetary Craft (Canada, 1976)

Famosa in particolare per l’ottima versione che i Carpenters ne diedero un anno più tardi, rimane tuttavia insuperata nella sua forma originaria. I Klaatu sono una band canadese che spuntò dal nulla nel 1976 e che nel nulla ritornò dopo il piccolo botto di vendite dell’album di debutto (top 40 negli USA). In questo diamante di pop cosmico e progressivo il Mellotron di Dee Long è senza freni: archi, flauti, cori e chi più ne ha più ne metta.

 

15. FLEETWOOD MAC – The Ghost (GB, 1972)

I Fleetwood Mac della fase di mezzo – senza più Green, ma prima che arrivassero Buckingham e Nicks – sono probabilmente  i meno conosciuti oggi come oggi. In questo brano scritto e cantato da Bob Welch, il Mellotron domina incontrastato nelle sembianze di un lunghissimo, ipnotizzante assolo di flauto. Lo suona Christine McVie.

 

14. MAGICAL POWER MAKO [con Keiji Haino] – Sora o miageyō (Giappone, 1974)

È un’epopea psichica di dodici minuti a chiudere il primo album dell’enfant prodige Makoto Kurita, all’epoca appena maggiorenne, ma già capace di mettere mano su qualsiasi strumento e destreggiarsi con lo studio di registrazione. I primi quattro minuti sono composti da una ballata pianistica, letteralmente affogata da archi e cori riprodotti al Mellotron, dopodiché scatta il delirio e diventa arduo capire quale strumento generi cosa.

 

13. JULIAN COPE – When I Walk Through The Land Of Fear (GB, 1995)

Contenuta in “20 Mothers”, l’ultimo album di Cope capace di raggiungere la top 20 britannica, è un piccolo culto per i fan del Druido. Cori, organo da chiesa e archi, tutti riprodotti al Mellotron in un arrangiamento fiero e potente, concepibile solo da un fanatico dello strumento. E visti i risultati, non si può che ringraziarlo.

 

12. KULA SHAKER – Tattva (GB, 1996)

Uno dei capolavori del brit-pop e della psichedelia anni Novanta, questa hit capace di raggiungere la top 5 britannica contiene una vistosa parte di Mellotron, per mano del tastierista Jay Darlington, solitamente più a suo agio con l’organo elettrico. Strofa e bridge sono dominati dal tappeto d’archi e dall’ostinato di flauti, comunque udibili anche nel ritornello, amalgamati al marasma circostante.

 

11. KINKS – Phenomenal Cat (GB, 1968)

L’unica vera concessione alla psichedelia dei Kinks è anche uno dei loro brani più innovativi. Ray Davies utilizza il Mellotron non solo per ricreare il flauto, come molti all’epoca, ma anche per una delle linee di chitarra elettrica e per la batteria. Il che lo rende uno dei primi brani dotati d’un ritmo d’origine elettronica, un anno prima che la drum machine facesse il suo ingresso nella musica pop.
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10. ORCHESTRAL MANOEUVRES IN THE DARK – Maid Of Orleans (GB, 1981)

Il faro nella notte, il riparo in mezzo alla tempesta. Paul Humphreys e Andy McCluskey furono gli unici musicisti di un certo calibro a utilizzare il Mellotron con costanza negli anni Ottanta, la decade in cui lo strumento venne rigettato in blocco a favore dei campionatori. In questo epico pop tambureggiante, dedicato a Giovanna D’Arco, fa ingresso dopo circa un minuto e da lì sommerge tutto con archi e cori femminili.  

 

9. AIR – Dead Bodies (Francia, 2000)

La colonna sonora di “The Virgin Suicides” è zeppa di Mellotron. A “Playground Love”, bellissima ma ormai nota anche ai sassi, si è quindi preferito un brano di minor fama. “Dead Bodies” inizia come un brano kraut-rock, con battito ipnotico e pianoforte martellante. Il Mellotron entra dopo circa un minuto e poi dilaga, con cori fra i più maestosi che si ricordino.

 

8. TRAFFIC – Dream Gerrard (GB, 1974)

Ritenuto all’unanimità uno dei più grandi organisti del rock, Steve Winwood arriva a confrontarsi col Mellotron solo al termine dell’avventura Traffic, ma per l’occasione fa le cose in grande. “Dream Gerrard” sono undici minuti di rock progressivo insospettabilmente a braccetto con i dettami dei compositori minimalisti. I finti archi entrano dopo 1’50’’ e da lì dominano a più riprese l’arrangiamento.

 

7. TANGERINE DREAM – Mysterious Semblance At The Strand Of Nightmares (Germania, 1974)

Praticamente dieci minuti di archi al Mellotron e giochi con il phaser da parte del leader della band, Edgar Froese. È il momento più romantico della carriera dei Tangerine Dream e uno dei vertici della musica cosmica. L’album da cui proviene, “Phaedra”, galleggiò nella top 40 britannica dall’aprile al luglio del 1974. Altri tempi.

 

6. KING CRIMSON – In The Wake Of Poseidon (GB, 1970)

Benché all’epoca abbia venduto quanto l’album di debutto, nel corso del tempo la seconda opera dei King Crimson è passata un po’ in secondo piano. Un destino crudele, anche considerando che la canzone omonima contiene tonnellate di Mellotron, con Robert Fripp a divertirsi fra archi, fiati e cori.

 

5. MOODY BLUES – Tuesday Afternoon (GB, 1967)

La band che ha introdotto l’utilizzo più tipico del Mellotron, quello di tappeto orchestrale coprente che avrebbe caratterizzato molto del rock progressivo. Già solo questo basterebbe a rendere i Moody Blues uno dei nomi più influenti degli anni Sessanta, posto che a dispetto delle vendite milionarie sono a tutt’oggi molto sottovalutati dalla critica. È Mike Pinder a suonare lo strumento in questo classico fra i classici.

 

4. GENESIS – Entangled (GB, 1976)

Composta dal chitarrista Steve Hackett e dal tastierista Tony Banks, questa splendida ballata acustica svela un tratto conclusivo che è una vera e propria cattedrale di Mellotron, dove gli imponenti cori si mescolano con un assolo del sintetizzatore ARP 2600. Da dedicare ai membri del partito “senza Peter Gabriel niente Genesis”.

 

3. STRAWBS – Hero And Heroine (GB, 1974)

La title track del miglior disco degli Strawbs è un energico folk-rock dal gusto gotico e celtico, a cui di certo Mike Oldfield deve aver dato più di un ascolto. È guidata da un riff di Mellotron con i fiati sparati a volume assurdo, un’autentica valanga di suono. Sul finale si aggiungono i cori, a certificare il trionfo del tastierista John Hawken.

 

2. HAWKWIND – Assault And Battery / The Golden Void (GB, 1975)

Dal momento che fluiscono l’uno nell’altro, i due brani che aprono “Warrior on the Edge of Time” sono considerabili come corpo unico. Lo pensa lo stesso autore, il chitarrista Dave Brock, che tiene a precisare “Part 1” e “Part 2” accanto ai rispettivi titoli. Sono gli Hawkwind al loro apice, dieci minuti di space-rock melodico e celestiale, circondato dagli archi nebulosi del Mellotron di Simon House, uno dei maghi dell’elettronica anni Settanta.

 

1. YES – Heart Of The Sunrise (GB, 1971)

Era prevedibile chi avrebbe occupato il trono di questo simpatico giochino. Del resto Mellotron significa anzitutto rock progressivo e rock progressivo significa anzitutto Yes. Rick Wakeman entra in formazione con “Fragile” e si porta dietro un set di tastiere con cui il suo predecessore, Tony Kaye, aveva poca confidenza. Fra queste c’è il Mellotron, i cui archi spediscono nei meandri del cosmo l’ormai mitologica “Heart Of The Sunrise”.
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BONUS - Cinque canzoni per il Belpaese

Per gli artisti italiani che fecero uso della tastiera si ritaglia un piccolo spazio a parte, nella speranza di dare loro particolare visibilità e posto che non hanno granché da invidiare al resto della selezione.

5. BALLETTO DI BRONZO – Epilogo (1972)

Non è la tastiera che domina il brano, denso di pianoforte e organo elettrico, ma ce n'è quanto basta per inserire il brano in lista. Prima l'introduzione in cui Gianni Leone lo utilizza per una marziale progressione di fiati, in seguito coltri d'archi d'atmosfera memori della lezione degli Yes.

 

4. FAUST'O – Innocenza (1978)

L'album di debutto di Faust'O, pur essendo considerato uno dei primi esempi di new wave italiana, contiene in più tratti elementi progressivi. Ne sia esempio questa ballata pianistica dal testo paranoide, in cui il ritornello è seguito da una sezione strumentale dove irrompono i cori del Mellotron. Lo suona il tastierista Franco Graniero.

 

3. PREMIATA FORNERIA MARCONI – Appena un po' (1972)

Benché all'epoca venisse superata dalle Orme in quanto a vendite, la PFM è rimasta col passare del tempo la band più celebre del prog italiano. Appena un po'” sfoggia una maestosa introduzione e un ritornello strumentale sommersi dagli archi del Mellotron, per mano di Flavio Premoli. Il violino solista e il flauto sono invece reali e li suona Mauro Pagani.

 

2. CELESTE – Principe di un giorno (1976)

Pubblicato nel 1976, ma registrato nel 1974, è il brano che intitola il bellissimo album d'esordio dei misconosciuti Celeste. Non c'è manco l'ombra di una chitarra elettrica in questa bomboniera di prog pastorale, ma c'è una cospicua dose di archi al Mellotron, suonato dai polistrumentisti Leonardo Lagorio e Ciro Perrino.

 

1. ORME – Frutto acerbo (1974)

Tratta dall'album Contrappunti, per le Orme il quinto consecutivo in grado di raggiungere la top 10 italiana, è una poetica ballata acustica sulla perdita dell'innocenza e rimane uno dei loro brani più amati. Il Mellotron, suonato dal tastierista Tony Pagliuca, entra a più intervalli, settato sul suono degli archi e coadiuvato dal sintetizzatore. 

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