Approfondimenti

I migliori Ep soul e r&b di fine 2018

15 ascolti dell'anima

di Damiano Pandolfini, Vassilios Karagiannis
Inutile negarlo, tra i fruitori di musica dell'era streaming il formato album sta lentamente perdendo d'importanza, portando con sé tutti i decadimenti e i rinnovamenti del caso. Non solo, ma con l'accesso gratuito a giganteschi database digitali contenenti milioni di canzoni, il panorama contemporaneo si è trasformato in uno sconfinato oceano di musica nel quale è fin troppo facile perdersi o decidere direttamente di gettare la spugna. Sia da parte del consumatore che dell'industria e dei musicisti interessati nasce quindi spontanea una domanda comune: come ovviare a tale situazione? Risposta univoca ovviamente non esiste, ma al momento pare che il caro vecchio Extended Play stia (ri)assumendo un ruolo di vitale importanza all'interno del panorama discografico.
Il motivo è tutto sommato semplice: l'Ep è sia un valido punto fermo tramite il quale l'artista può presentare al mondo il proprio operato, che uno snello contenitore di musica più facilmente digeribile per l'ascoltatore interessato a scoprire nuovi artisti. E anche l'industria ha il suo tornaconto, dal momento che l'Ep è meno dispendioso da mettere in piedi e meno ufficiale da promuovere - questione di non poco conto anche per le grandi etichette che li producono, dal momento che con le enormi fratture economiche all'interno dell'industria discografica causate dallo streaming gratuito, arrivare all'album può essere un processo troppo lungo e che non garantisce comunque ritorni sicuri. Meglio quindi andarci cauti e fare le cose passo passo, sostengono alcuni.
 
Così l'Ep al momento è diventato una tappa quasi forzata per farsi le ossa mentre si raccolgono i consensi necessari per andare avanti, e questo discorso vale soprattutto nel caso di tutti quegli artisti che si muovono al di fuori dalle attuali mode dance-pop da classifica e ambiscono a una qualità non necessariamente "condivisibile". Questa tendenza sta sicuramente dando i suoi frutti nel campo di certo r&b alternativo e delle varianti del vecchio soul riaggiornate per le sempre affamate orecchie del pubblico moderno. Nel corso dell'ultimo paio di decenni i generi in questione si sono trasformati in un esperanto che ha travalicato i confini del terreno americano per andare a spaziare dal Senegal al Canada e dall'Inghilterra alla Francia e la Korea, catturando l'amore degli ascoltatori più attenti e creando un microcosmo di nomi in ebollizione i quali - si spera - un giorno riusciranno tutti a fare il grande salto. Senza intenzione di completismo alcuno e senza gerarchia d'importanza, qui sotto raccogliamo alcune uscite degli ultimi mesi che più ci hanno stuzzicato e incuriosito.

Sudan Archives – Sink (Stones Throw)

sudansink252Annotatevi al più presto il nome di questa ragazza, perché con un pizzico di fortuna è destinato a essere decisamente chiacchierato nei prossimi tempi. Classe 1994, violinista e compositrice di rara sensibilità e dall'impressionante bagaglio di conoscenze, Brittney Denise Park, meglio conosciuta come Sudan Archives è tra i volti più peculiari e affascinanti della nuova gioventù americana, una costruttrice di mondi e possibilità unica nel suo genere, capace di aprire la strada a nuovi percorsi espressivi. Se il precedente "Sudan Archives" aveva indicato la via, "Sink" è la cementazione di quel percorso, un progetto di soli diciannove minuti in cui l'autrice sublima la propria filosofia e il suo pensiero cross-culturale, teso a collegare, con fulminee pennellate di suono, l'ardore e il senso del groove di r&b e soul con il ricco patrimonio musicale dell'Africa. Il tutto, alla luce di un'ibridazione tra analogico ed elettronico, tra violini che ricordano il vivace minimalismo del luo-orutu est-africano e campionamenti strumentali che acquisiscano la potenza di un coro, perfetto contraltare alle interpretazioni ricche di spirito e versatilità di Sudan. La black music più "convenzionale" funge insomma soltanto da premessa, da impalcatura sulla quale edificare una visione, un clash oltre i generi e gli steccati che parla linguaggi antichi e contemporanei allo stesso tempo. L'attesa per un primo full length si fa insomma spasmodica. (Vassilios Karagiannis)

Amber Mark - Conexão (Jasmine/PMR)

amberconexao252Un conto è dire promessa, un altro è dire Amber Mark. Il suo secondo Ep ufficiale "Conexão" ha solo quattro tracce, ma non c'è un capello fuori posto manco a cercarlo col lanternino. La suadenza della salsa, il ritmo della disco music, la malinconia del soul e l'eleganza del jazz sono tutti elementi rintracciabili sia nella sua calda vocalità che negli ottimi arrangiamenti elettro/acustici dei brani. Moderna nel piglio ma con l'attenzione al dettaglio di una diva anni 70 attorniata da una band di turnisti di lusso, la musica di questa giovane e vitale newyorkese svetta nel panorama per pathos e qualità.
Basti ascoltare il passo di ballo della title track guidato da un bel giro di piano e percussioni tropicali, o anche l'indugiare nell'introduzione di "All The Work" che presto sfocia in uno scoppiettante ritornello latin-house, per notare la facilità con cui la ragazza cavalca ritmo e melodia mostrandosi sempre a proprio agio. E poi c'è "Love Me Right", gran bel singolo soul-pop e pezzo per il quale è al momento meglio conosciuta: una bellissima linea melodica, lussuosi arrangiamenti e pure un buon vecchio scarto ritmico nella ripresa dopo il ponte. Amber ha pure il coraggio di andare a misurarsi con un classico di Sade quale "Stronger Than Pride", e non solo ne esce miracolosamente illesa, ma nel processo lo riammoderna con un perno ritmico di rullanti trap senza risultare piatta né modaiola.
Unito al precedente Ep "3:33am" (2017) e a una serie di pezzi sciolti e di collaborazioni varie (un esempio a caso: l'irresistibile svisata groove-latin-disco di "Heatwave"), "Conexão" riconferma tutto il potenziale dell'autrice e mette altre quattro tracce nella saccoccia di un canzoniere semplice ma già alquanto invidiabile. Recentemente ne ha pure dato una dimostrazione dal vivo durante la tappa londinese del suo mini-tour europeo, sfoderando voce, carisma e un'ottima presenza scenica. Lunga vita ad Amber Mark. (Damiano Pandolfini)

MorMor – Heaven's Only Wishful (Don't Guess)

mormorheaven252Con una voce del genere, capace di tirare fuori climax impensabili e dare struttura anche a pezzi apparentemente più sottotono, uno come Seth Nyquist non ha grossi problemi a farsi voler bene. Aggiungiamoci anche un più che discreto talento compositivo e un notevole controllo su elementi quali atmosfera e impatto emotivo, e il pacchetto si completa con assoluta naturalezza. Emerso lo scorso febbraio dal fitto brusio della Rete grazie al bel video che accompagna "Heaven's Only Wishful", il musicista e polistrumentista canadese correda al suo brano-exploit un omonimo Ep di cinque tracce, più che sufficiente per evidenziare il suo talento multiforme e poliedrico. Figlio tanto della nuova black music che di un'attitudine dal tocco più rock, il ventiseienne autore cesella canzoni dal grande tocco emozionale, un trampolino di lancio ideale su cui far piroettare le sue dense interpretazioni, tanto potenti quanto abili nel rivelare un'intimità quasi confessionale. Un po' The Weeknd, un po' Devonté Hynes (ma con una sensibilità leggermente più ispida che ben lo differenzia), MorMor sa come realizzare una ballad con tutti i crismi ("Whatever Comes To Mind"), comporre il ritornello per una potenziale hit (la disco vagamente annebbiata di "Waiting On The Warmth") e fare proprio il sempre più vischioso universo del nu-r&b, lavorando sulle sue basi ritmico-tessiturali (la synth-fantasia di "Lost"). Con un pizzico di promozione in più, ci sono tutti i crismi per assistere alla nascita di una nuova stella. (Vassilios Karagiannis)

Col3trane - Boot (Cole Basta)

coletraneboot252Se mai ci fosse bisogno di dare ulteriore prova dell'influenza apportata in questo decennio da personaggi quali Drake, Frank Ocean e The Weeknd, allora l'ascolto di "Boot" dovrebbe far evaporare ogni dubbio rimasto a riguardo. Il londinese Col3trane (vero nome Cole Basta) si era fatto notare poco più di un anno fa con l'Ep di debutto "Tsarina", un episodio capace di metterlo da subito sui radar nonostante la giovanissima età di 18 anni appena. Poteva anche finire lì, e invece "Boot" arriva a strettissimo giro con la chiara intenzione di affinare la tecnica senza rimetterci di qualità. Pur senza mai uscire troppo al di fuori della scientifica fusione tra r&b e hip-hop tipica dei nomi sopracitati, Col3trane ha già tutti gli ingredienti principali: una buona narrativa, hook ciondolanti e un'ottima produzione d'atmosfera che sa suonare minimale senza mai scadere nel piattume della trap da classifica generalista.
I synth contorti e rafforzati del bel singolo "Britney" e il curioso video della melodica marcetta "Tyler" ci mostrano un autore che - se non proprio originalissimo per chi già segue il genere - di sicuro ha le idee ben chiare. Sul resto del lavoro si trovano istanze quali l'intimismo di "Rose" e gli irresistibili hook maliconici di "Chemicals" e "Resume" - tutti momenti che profumano di gioventù contemporanea condita con un tocco da distaccato sad boy eternamente incollato allo smartphone. Menzione di riguardo per "Movie Star", dove lo spettro di Ocean fa chiaramente capolino attraverso una coltre di bassi pulsanti e rintocchi di synth.
Tutto è ancora da giocarsi, ma Col3trane per il momento è sulla retta via. Azzardiamo anche un filo di più: se l'eccessiva lunghezza dettata dalle regole streaming che normalmente presentano i lavori da classifica può smorzare i toni anche per i più appassionati, allora "Boot" è davvero un bel bocconcino. (Damiano Pandolfini)

Haki – Perspective (Uncommon Ave.)

hakiperspective252_01Ben poco ci è dato sapere di Haki, altro talento a emergere di recente dall'inestinguibile forgia urban sudcoreana. Abbiamo un nome, Lee Hak-Hee, qualche foto dal suo profilo Instagram, e poco altro; a conti fatti non serve troppo di più, dato che "Perspective", suo primo Ep, parla abbondantemente in sua vece. Infiltrandosi in punta di piedi nel fitto scenario r&b della penisola, l'autore sviluppa un linguaggio rarefatto e sfumato, ricco di striature elettroniche felpate e sottilissimi fraseggi funky, di beat appena accennati e mille sottigliezze di arrangiamento. È un supporto più che funzionale al crooning mutevole del musicista, ora più soffuso e sommesso ("Blind", l'electro-ballad "Just Wanna Be"), ora più carico e deciso (i saliscendi emotivi del soulstep à-la Lapalux di "Distraxxion"), il vero collante di una proposta già di suo interessante, ma che ha sufficiente spazio per personalizzarsi ancora di più dal punto di vista stilistico. Il talento e il carattere di certo non mancano. (Vassilios Karagiannis)

Alxndr London - 2023 (The Spectacular Empire)

alxndr2023252L'immaginario idilliaco di un antico Giappone in miniatura, eccentrici cappelli di paglia che sembrano lampadari, tuniche sgiargianti, occhiali scuri e barba a occultare il volto: Alxndr London è - suo malgrado - un personaggio troppo vistoso per passare inosservato, e fortunatamente la musica segue nel solco di tali idiosincrasie assortite. "2023", terzo Ep ufficiale in un triennio di attività, continua nell'intento di fondere la forza del gospel e un falsetto di femminea lucentezza con blocchi di elettronica dai sapori sperimentali, pulsazioni fredde e contorsioni sampledeliche.
"Silver Universe" è esemplare in tal senso: dall'introduzione di ritmiche disarticolate e rumorismi tribali si finisce con l'andare a parare su un più spedito ritmo sintetico e un falsetto ultraterreno che richiama un altro angelo caduto come Moses Sumney. "Silent Passenger" suona quasi aggressiva tra synth taglienti e robotici, ma anche qui il pezzo cambia di tono a metà strada con un andamento al passo e tersi squarci di un cielo limpido. E tutto questo non può che far da contrasto alle introspettive atmosfere della brumosa ma al contempo accorata ballata "Maybe", di un "Juju Riddim" che sembra un blues intonato da un coro di fantasmi, o una "The Right Amount Of Everything" che forse si presenta come il pezzo più cantabile del lotto, anche se il contorno sonoro frigge e sfrigola ovunque, richiamando le oscure sonorità di serpentwithfeet.
Sulle prime "2023" può anche risultare indigesto, il melodismo di Alxndr è sfuggente e talmente ibridato alle radici con i sample impiegati da creare un magma sonoro/vocale inestricabile. Rimangono però apparenti uno spiccato senso dell'originalità e uno schietto talento vocale, due caratteristiche che lo rendono uno dei nomi più intriganti del sottobosco soul anglosassone. Il colpo di coda? "Judge Jury Executioner" pare una canzone del D'Angelo anni 90 ritoccata da SOPHIE, e già per tale associazione di nomi non si può che fargli un applauso a prescindere. (Damiano Pandolfini)

Colde – Wave (WAVY/Passport Seoul)

coldewave252Metà dell'eccezionale duo nu-r&b/hip-hop Offonoff, Colde (al secolo Kim Hee-Su) è, malgrado il nome d'arte, tra i volti più caldi della scena urban sudcoreana, producer sensibile e vocalist raffinato, tanto sul versante prettamente canoro che nelle sue frequenti incursioni in campo rap. In "Wave", sua prima prova solista, il giovane talento dà un sostanzioso assaggio del proprio savoir-faire, in otto episodi di r&b fumoso e notturno, galante e un pizzico romantico, in cui beat, elettronica e chitarre spaziano a cavallo tra i decenni e gli umori, senza arenarsi sui più recenti paradigmi dell'urban-pop contemporaneo. Effervescenti funk-hop chitarristici (l'introduttiva "Jayu") diventano quindi il contraltare stilistico e strutturale di ballate d'amore sussurrate quasi fossero ninne-nanne (la sorprendente "Saranghaejwo"), passaggi retrofuturisti (i bassi trés anni Ottanta di "Sunflower") cedono il passo a episodi electro-soul più moderni ed effervescenti ("Space"), in un'alternanza che fa presa attorno alla solida unitarietà di mood e atmosfera. Se già con il gruppo madre Kim aveva palesato di quale pasta fosse fatto, l'essersi imbarcato in questa avventura solista ne esalta tutte le qualità espressive, spargendo i semi per pubblicazioni ancora più ambiziose. L'ennesimo nome della straordinaria fucina coreana da tenere sotto stretta osservazione. (Vassilios Karagiannis)

James Bambu - Del Sol (autoprodotto)

jamessol252Non che la foto di copertina facesse presagire altrimenti, ma dall'attacco a tutta tropicalia di "Del Sol (Intro)" James Bambu pare proprio uno di quei nostalgici atterrati per sbaglio nel 2018. Ce lo ritroviamo infatti subito dopo sul video di "Love Nest", con fiori gialli tra i capelli mentre ciondola sull'amaca in compagnia della propria amata, in un'utopia hippie di piante lussureggianti, arpe, materiali naturali e tessuti di canapa. Ma dietro tale estetica furbescamente demodé c'è dell'indubbio buon gusto musicale; dalla calda acustica con archi pizzicati di "In Your Mood" all'elegante contorno elettronico di "Angel Eyes" e la diafana "Succulent", e dalle liquide chitarre dream-pop di "Let It Go" a una perfetta torch song quale "Ecstasy" - James Bambu interpreta l'amore, il sesso e l'intimità di coppia senza mai scadere nel melenso, il che è già una mezza vittoria a prescindere per il genere di riferimento. "Del Sol" è il prodotto di un musicista giovane abbastanza da aver scoperto prima il neo-soul degli anni 90 e poi il soul dei padri fondatori degli anni 70, ma è proprio grazie a questo processo al contrario che la sua scrittura mantiene un piglio fresco e moderno anche attraverso la lente vintage dell'ispirazione originaria.
Di questo passo si farà presto a intravedere il lato più patinato del Sig. Bambu se mai dovesse entrare nel mezzo una label intenzionata a sdoganarlo verso un pubblico più ampio rispetto al circuito indipendente che attualmente lui abita, ma per adesso "Del Sol" è un'istantanea perfetta nella sua utopica e sognante brevità. E poi chi di noi non vorrebbe passare almeno un pomeriggio ogni tanto a ciondolare sull'amaca a quel modo? (Damiano Pandolfni)

H.E.R. - I Used To Know Her: The Prelude (RCA)

herprelude252Primo capitolo di un dittico di Ep completato in queste ultime settimane, "I Used To Know Her: The Prelude" segna il ritorno discografico di Gabi Wilson, dopo la sua prima esibizione, con contestuale rivelazione della propria identità, lo scorso giugno. Un passo importante (per quanto notevolmente minimizzato dalla stessa autrice), che ha dato seguito a una svolta stilistica altrettanto significativa. Meno docile e ben più diretta nel trasporto e nel messaggio, alla volta del suo terzo mini-album la giovane californiana affila le sue armi e sfodera un lavoro di (talvolta fin troppo) brutale onestà, in cui andare oltre i temi confessionali delle precedenti prove per abbracciare soggetti quali female empowerment e politica, con un ardore lirico che non fa sconti a nessuno. Se il tributo a Lauryn Hill nell'iniziale "Lost Souls" potrà alienare parecchi, nondimeno il prosieguo si fa fedele interprete delle nuove intenzioni di Wilson, tra brillanti motivi hip-soul minimalisti ("Against Me" e la sua poetica coda rap), trepide ballate r&b ("Could've Been"), interessanti aperture trap ("Feel A Way"). Con la confidenza espressa in questo lavoro (come anche nelle più calde aperture soul del nuovo Ep), H.E.R. si prende senz'altro i suoi rischi, ma mostra di avere idee chiarissime su come impostare il suo primo full length, la cui uscita oramai è attesa per il prossimo anno. Le aspettative sono a questo punto tutt'altro che basse. (Vassilios Karagiannis)

Kwaye - Love & Affliction (Mind Of A Genius)

kwayeaffliction252Tre relazioni sentimentali andate male e una voce calda, profonda e ricca di inflessioni soul per raccontarle in sei canzoni: "Love & Affliction" è limpido negli intenti come il blu cielo della sua copertina. Nato in Zimbabwe e cresciuto in Inghilterra, Kwaye è stato scoperto durante un viaggio a Los Angeles dopo aver fatto ascoltare un demo al suo autista di Uber, il quale per l'appunto un tempo lavorava nell'ambiente discografico e con un paio di telefonate l'ha spedito al quartier generale della Mind Of A Genius (ZHU). In un certo senso è facile capire il motivo delle attenzioni attorno a Kwaye; un volto fotogenico e un look elegantemente eccentrico, con in più l'amore per la danza che esprime attraverso i propri videoclip sulla scia di colleghi quali Blood Orange e Starchild & The New Romantic. E poi ovviamente ci sono le canzoni, saldamente montate su impalcature soul-funk-pop in aria vagamente eighties e prodotte con una certa efficacia.
Se già il suo (bellissimo) vecchio singolo di debutto "Cool Kids" aveva un ritornello che sembrava una hit mancata dei Duran Duran, "Love & Affliction" continua nel solco di un melodismo schietto e radiofonico ma sempre alquanto stiloso: ecco le tastiere electro-dance che punteggiano il possente ritornello di "What Have You Done" e creano distorte scivolate sul passo andante di "Hanging On", oppure l'impasto chillwave alla Washed Out prestato alla semplicissima "Keep On Lovin You" e una languida chitarra nel sudaticcio blues di "Made For It". Semplicemente splendida la minimalista ballata di chiusura "Paralyzed", dove Kwaye mette in luce doti vocali di androgina bellezza quasi fosse una versione ingentilita di Tracy Chapman e Joan Armatrading. Niente trucchi né pose insomma, solo tante aspettative per il futuro. (Damiano Pandolfini)

Maeve - Beasts (Dustheads)

maevebeasts252Si può giudicare un'artista in base a sole tre canzoni? La bella e riccioluta Maeve è appena sbarcata tra noi direttamente dalle isole Cayman - il che fa strano, perché collocare in un assolato paradiso fiscale i cupi suoni di "Beasts" è un vero ossimoro sensoriale. Vocalità alla Lorde, un lento e languido melodismo reminescente di Lana Del Rey e montagne di tastiere avantgarde in aria FKA twigs sono ingredienti che fanno subito drizzare le orecchie agli ascoltatori più attenti e voraci. La sinistra preghiera di "Martyr" striscia lenta come i serpenti della Medusa in copertina, "Eden" è come il Weeknd degli episodi più oscuri e sperimentali, la voce di Maeve non perde mai di vista il lato melodico, mentre tastiere e chitarre si inerpicano verso paesaggi desolati. Ma il pezzo che ruba la scena di chiama "Empty": ossatura minimale di vocoder e rumori in sottofondo, squarci strumentali ritmati da bassi profondi e chincaglierie sintetiche alla Bjork - tutto il potenziale melodico/sperimentale del moderno r&b concentrato in un unico brano.
Se questo dovesse rimanere l'andazzo per un futuro debutto lungo, allora Maeve è sulla strada giusta per inietare un pizzico di cura sonora e di interessanti trovate produttive nel contemporaneo panorama pop da streaming generalista - cosa della quale ultimamente si sente sempre più bisogno. (Damiano Pandolfini)

Madison McFerrin - Finding Foundations: Vol II (630113)

madisonfoundations252Da quasi un secolo a questa parte, casa McFerrin continua a macinare talenti, adesso possiamo aggiungere alla lista anche l'ultimogenita di famiglia Madison. Una panoramica? Il nonno Robert era un celebrato baritono lirico passato alla storia come il primo afroamericano a esibirsi alla Metropolitan Opera di New York negli anni 40, mentre il padre Bobby è quel famosissimo cantante soul nonché autore di una certa "Don't Worry, Be Happy". Dei due fratelli maggiori, Jevon è un attore di teatro e Taylor un ottimo produttore electro/jazz associato alla Brainfeeder di Flying Lotus. Ci sarebbero abbastanza pressioni per staccare la spina e darsi all'ippica, e invece la coraggiosa Madison si presenta armata della sola voce e di una loop station, lanciata anima e corpo verso la riscoperta della purezza della musica a cappella. Il risultato è una riattualizzazione del genere che, pescando sia dalle armonie southern gospel di Tweet che dallo storytelling folk della prima Rickie Lee Jones, arriva a suonare come un'intima serata a lume di candela di poesia musicata. Impossibile non notare la suadente linea melodica di "Shine", anche attraverso il pom-pom dell'accompagnamento, e lo splendido crescendo che prende piede dalla seconda metà di "Insane" in poi, comunicando tutto il languore di un irrazionale mal d'amore.
Conclude l'ascolto una lunga versione registrata dal vivo di "Can You See?", che impiega lo schiocco delle dita e qualche rumore elettronico di sottofondo per dare vita a una meditazione celestiale. (Damiano Pandolfini)

Radiant Children - Tryin' (autoprodotto)

radianttryin252Radiant Children, ovvero tre navigati professionisti di una certa età che hanno trovato la quadratura del cerchio unendo gli intenti compositivi e incappando contemporaneamente nella buona sorte: la popolare serie televisiva americana "Insecure" ha inserito in un episodio il loro singolo di debutto "Life's A Bitch", e improvvisamente il trio s'è trovato con i mezzi per tradurre la propria visione in un progetto di tutto rispetto. Forti di un buon savoir faire sia in campo compositivo che produttivo (nonché bravissimi dal vivo ndr), e con la bellissima voce di Fabienne a veleggiare sul tutto con aria scanzonata e giovanile ma certo non parca di vertigini soul, i Radiant Children mettono a segno uno degli Ep più goderecci dell'anno. La scoppiettante "Go Left" si gioca su un ritmato ritornello e una vellutata sezione d'archi sinfonici in chiusura, la già citata "Life's A Bitch" mostra un gassoso giro di basso alla Thundercat e uno spiritoso coretto alla Lily Allen che ben si adatta all'ironica presa per il culo del testo. Molto bello pure il passo andante di "Poke Bowl", con quella confidenziale aria di vita vissuta tipica della compianta Amy Winehouse. Ma è con la traccia che dà il titolo a questo intero mini-progetto che i Radiant Children ci regalano uno pezzi più belli degli ultimi tempi: caldissime e vaporose tastiere neo-soul avvolgono la lenta introduzione, prima che il ritornello esploda in un tripudio di voci e ottoni e un bridge strumentale con bizzarri giochi di batteria, sincopi di basso e colpi di tastiere funk alla Prince. I presupposti per un long playing di qualità ci sono tutti. (Damiano Pandolfini)

Eliza - A Real Romantic (autoprodotto)

elizaromantic252Fino a quando girava ancora col cognome di Doolittle, la figlia d'arte Eliza era una delle più famose (e fastidiose) voci di quella moda girlie-vintage-pop nata sull'onda del successo di Lily Allen e Amy Winehouse tra la fine degli anni 00 e i primi anni 10 (nei ranghi assieme a nomi di spicco quali Duffy, Adele, Paloma, Rumer e via discorrendo). Ma evidentemente per Eliza un album di platino, il successo a livello europeo e le moìne del mondo della moda non sono durati a lungo. O forse, arrivata alla soglia dei trent'anni, la ragazza ha semplicemente deciso di seguire la musica come una passione che non deve necessariamente portarle le attenzioni del grande pubblico.
La mossa è drastica, a partire dalla creazione di un nuovo profilo sui principali canali che sembra voler recidere ogni legame col passato. Ma è la musica a riservare la miglior sopresa; "A Real Romantic" si compone di otto jam alt-neo-soul torride e sensuali, (s)vestite ad arte in un'atmosfera lo-fi elettro-acustica intima e spiccatamente femminile. I vari pezzi che ce lo avevano anticipato (tra i quali "Wide Eyed Fool", "Wasn't Looking" e "Livid") mostravano già tutti una curiosa palette di ritmi al passo, bassi in punta di piedi ed esangui fili di tastiera, con la voce dolce ma pungente di Eliza a tenere le fila del discorso tra strofe, ritornelli e controcanti, ed è questo il sentore che anima uno degli ascolti soul più piacevoli e piccanti dell'anno.
Come la collega V V Brown - altra voce soul inglese poi rinata artista indipendente dopo una serie di sfortunate vicissitudini - Eliza ha fatto il salto verso il buio e da qui in poi sarà interessante vedere come si svilupperà la sua arte. Le facciamo i migliori auguri, e per il momento ci ascoltiamo quello che - non ce ne voglia la sua vecchia label - è la miglior cosa da lei mai pubblicata fino ad oggi. (Damiano Pandolfini)

Bonus track:

Martine - Blame The Rain (Park Side)

martinerain252Bisogna chiarire che diverse delle sei tracce di "Blame The Rain" girano sul Soundcloud dell'artista multimediale Martine Gutierrez da diversi anni ormai, ma solo nel 2018 il progetto ha trovato uno sbocco ufficiale sulle principali piattaforme grazie alla Park Side Records, etichetta per la quale già incide la sua amica Nomi Ruiz/Jessica 6 (e con la quale infatti pochi mesi fa Martine ha collaborato nel vischioso ma eccitantissimo trip-hop di "Origins"). Bisogna anche far presente che non è nemmeno corretto parlare di r&b in senso stretto, dal momento che la musica di "Blame The Rain" scorre liquida e imperscrutabile proprio come l'identità artistica della sua autrice (date un occhio al suo sito internet per farvi un'idea del personaggio). Innegabilmente, però, tra malinconie latineggianti ("Be My Baby") ed echi di dub spettrale (la straziante attesa infinita di "If") si palesa il profilo di un meticcio suono urban che rintrona da tempo nelle retrovie più nu- ed electro- del panorama contemporaneo. C'è poi da chiarire la questione del melting pot di "Hands Up": un giro armonico d'apertura che ricorda "La Isla Bonita", una strofa interpretata come una gangsta-lolita di periferia e un implorante ritornello incorniciato da tastiere anni 80.
Si sentono addirittura echi dei vecchissimi Saint Etienne nello sparuto reggae di una title track condita da rumori ambient fuori campo, mentre su "Caught My Eye" l'andazzo acquista un obliquo e spiritato passo noir-jazz a ricamare i sinistri languori maniaco-depressivi di Annabel (lee). Moderna eppure fuori dal tempo, invischiata nella contemporaneità di un'amara vita terrena eppure unica abitante di un mondo tutto suo, Martine è più che altro un "concetto" di post-modernismo identitario e "Blame The Rain" rimane uno degli ascolti più imperscrutabilmente affascinanti dell'anno: non menzionarlo sarebbe stato un crimine. (Damiano Pandolfini)
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