Approfondimenti

New Prog for Dummies

Avventure progressive dopo il 1980

di Marco Sgrignoli, Federico Romagnoli

Se c'è un genere che più ancora del progressive settantiano ha sofferto lo stigma della critica, questo è il progressive degli anni successivi. Laddove il primo è stato sbeffeggiato, additato, incolpato di ogni nefandezza e mancanza di gusto, il secondo è stato semplicemente ignorato tout court, e non è stato aiutato neanche dalla riabilitazione che ha interessato la vecchia scuola a partire più o meno dalla diffusione di internet su vasta scala.

Ma il panorama new progressive è stato ed è tuttora ricco di band e uscite discografiche, di correnti interne, e soprattutto di irriducibili fan, entusiasti e attenti a ogni proposta nuova e vecchia che emerga dal settore. Proprio la devozione incondizionata di questi appassionati - spesso votati in modo univoco a questo tipo di prodotti, e pressoché ignari delle vicissitudini post-'77 del resto del mondo musicale - ha consentito al genere di svilupparsi e prosperare nonostante il disinteresse mostrato dalle altre comunità di ascoltatori. E proprio questo fenomeno, tuttavia, rende oggi estremamente complesso, per chiunque voglia tentare di approcciare il genere, districare la fitta matassa di titoli e formazioni, tutte o quasi invariabilmente elogiate nella cerchia degli appassionati, ma spesso prive di una qualsivoglia risonanza al suo esterno.

Da fan sfegatati del progressive dei tempi che furono, e ascoltatori onnivori di pop music, anche per noi che oggi scriviamo questo articolo entrare in relazione col campo new progressive è stato difficoltoso. Un percorso lungo anni, portato avanti saltuariamente e senza una direzione precisa: la del tutto sporadica curiosità per questo o quel nome incontrato per caso è stato l'unico sprone efficace perché ci addentrassimo in questa galassia per tanti versi aliena, un luogo musicale in cui - a sentire gli autoctoni - tutto dovrebbe essere splendore e meraviglia, ma ai forestieri il più delle volte sembra grondare di amatorialità, autoreferenzialità, mancanza di idee, kitsch.

E invece eccoci qui, senza quasi essercene accorti. Non c'è mai stato - se non nelle ultimissime settimane - il disegno di realizzare una "mappa" delle nostre esplorazioni, né in alcun momento la volontà di creare una panoramica completa e - men che meno! - oggettiva del territorio new progressive. Quella che offriamo ai lettori è dunque soltanto una selezione del meglio in cui ci siamo imbattuti lungo il nostro percorso, una guidina "for dummies" quali noi stessi in qualche modo ci riteniamo, utile si spera a chiunque abbia voglia di dare un'occhiata al settore ma non sappia da che parte cominciare.


Abbiamo cercato, nella nostra sintesi, di coprire in modo omogeneo i quasi quarant'anni che ci separano dal tramonto dell'era progressive, dando spazio a più filoni e in particolare non vincolandoci soltanto alla storica scuola neo prog di Marillion, Pallas, IQ. A guidarci nelle scelte non è stato altro che il nostro gusto, e la volontà di dare spazio anche a nomi che - pur poco celebrati perfino tra i fan più accaniti - ci paressero potenzialmente interessanti per ascoltatori dalle preferenze musicali variegate.

Abbiamo altresì scelto di soffermarci solo su formazioni che abbiano debuttato dopo il 1980, e di non addentrarci in territori nei quali la componente prog è ingrediente minoritario all'interno di altre estetiche già di per sé forti: il progressive metal, l'avant-prog, l'"indie prog" di formazioni peraltro validissime come Mew o Everything Everything (un simile ampliamento avrebbe reso irrealizzabile il proposito di una lista breve e annacquato il proposito di base - concentrarsi sugli eredi del prog d'antan). Potranno inoltre forse far storcere il naso alcune esclusioni - di formazioni di primo piano, o di scene come quella italiana - ma piuttosto che "mentire" in nome della rappresentatività abbiamo preferito tener fede allo spirito del progetto: proporre ai lettori i nomi e i dischi in cui crediamo, quelli che amiamo e che, animati dalla massima onestà e da un pizzico di idealistica ingenuità, speriamo possano conquistare nuovi ammiratori.


twelfth_nightTwelfth Night: “Fact And Fiction” (1982)
Delle formazioni classicamente associate alla scena neo-prog dei primi anni Ottanta, i Twelfth Night di Geoff Mann non sono certo tra le più note. Nondimeno, la loro formula è tra le più riuscite e originali del periodo, e fortemente rappresentativa delle connessioni tra neo-prog e new wave. Condividendo con i grandi del prog settantiano le strutture elaborate e dinamiche dei Genesis e una vocazione all’oscurità e alla teatralità tipica dei Van Der Graaf Generator, i Twelfth Night adottano tuttavia una costruzione del suono prossima alla darkwave sognante e stratificata di Chameleons e Sad Lovers And Giants, band coeve il cui ascolto sarebbe uno sbocco naturale per ogni amante dell’approccio prog. In quello che è il loro album più riuscito, il connubio sfocia in pezzi camaleontici, assieme drammatici e luminosi, intrisi di romanticismo e carica evocativa. Un disco che può unire nell’apprezzamento tanto i proggaroli quanto waver di tutt’altro avviso sul valore dell’impresa progressiva.
(M. Sgrignoli)


pallas_Pallas: “The Sentinel” (1984)
Originari di Aberdeen, Scozia, i Pallas sono fra i fondatori del neo-prog. Il loro debutto, “Arrive Alive”, venne registrato dal vivo e distribuito in allegato a “Kerrang!”, per poi essere ristampato più volte con scalette purtroppo alterate. Disco suggestivo, segnato dal suono del Mellotron, pativa purtroppo la scarsa qualità d’incisione. Il problema venne ovviato per “The Sentinel”, album in studio con la Emi alle spalle e Eddie Offord alla regia. Certo la label avanzò delle pretese, costringendo la band a rinunciare a una colossale suite dedicata alla civiltà di Atlantide e facendole sostituire metà del materiale con brani più commerciali. Per nostra fortuna, raramente un compromesso è suonato così creativo: sintetizzatori trionfali, atmosfere tenebrose tra fantasy e sci-fi, effettistica cugina della new wave, armonie vocali da arena e tanta ammirazione per gli Yes. La ristampa in Cd del 1992 include i brani rifiutati dalla Emi e una scaletta rispettosa del concept originario.
(F. Romagnoli)


marillion_1Marillion: “Misplaced Childhood” (1985)
Simbolo imperituro dell’era neo-prog e delle sue brevi fortune discografiche, “Misplaced Childhood” è un album di rare virtù melodiche ed evocative, modello per stuoli di neoprogger a venire. La seconda posizione nella classifica britannica raggiunta dal singolo “Kayleigh” è senz’altro frutto delle congiunture mediatiche e commerciali dell’epoca, ma stupisce ancora la sua capacità unica di fondere costruzione pop e arrangiamento prog di impostazione genesisiana. Ben lungi dall’essere una semplice “rievocazione pop” degli antichi fasti di Gabriel e soci, “Misplaced Childhood” è album profondamente inserito nella sua epoca, della quale declina in chiave originale e innovativamente progressiva mood e stilemi. Tappeti di chitarra echeggiante, basso poderoso e incalzante, synth atmosferici sono elementi che avvicinano in modo chiaro il disco alla new wave di band diverse come Simple Minds e Cure, e proiettano gli a lungo bistrattati Marillion tra le band più coraggiose della propria epoca.
(M. Sgrignoli)


asturiasAsturias: “Circle In The Forest” (1988)
La musica dei giapponesi Asturias è incentrata sul gusto e la personalità del compositore e polistrumentista Yoh Ohyama. La loro formula, decisamente atipica, prende le mosse dal melodismo dei Camel e dalla new age compassata di Mike Oldfield per focalizzarsi su quadretti strumentali al confine tra neo-progressive e minimalismo pop di derivazione classica. L’esordio “Circle in the Forest” e il successivo “Brilliant Streams” (1990) sono gli episodi più significativi della carriera della band. Strutturati in modo simile attorno ad alcune composizioni brevi e omogenee e a un lungo brano finale più dinamico, appaiono incentrati essenzialmente su pianoforte e tastiere, ma prevedono anche importanti innesti di chitarra di matrice frippiana. La leggera preferenza per il primo album è dovuta alla maggior varietà, all’apporto sostanziale di timbri e ritmi tipici della coeva scena elettronica, e alla vicinanza di alcuni passaggi alla nascente videogame music.
(M. Sgrignoli)


devil_dollDevil Doll: “The Girl Who Was… Death” (1989)
Del tutto aliena agli schemi del nuovo progressive, quella degli italo/sloveni Devil Doll è un’inedita fusione di gothic rock, costruzioni sinfoniche, stilemi horror e sporadiche incursioni in un industrial di discendenza Laibach. Il tutto abbracciando candidamente il kitsch e senza disdegnare l’inclusione di elementi caratteristici del più coevo metallo pesante: chitarre distorte, batteria frenetica e la voce stridente e caricaturale del fantomatico Mr. Doctor, al confine tra growl e sprechgesang. L’accostamento più diretto per i 66 minuti e 6 secondi dell’album - durata certo non casuale - è tuttavia con cult-band del dark prog italiano come Goblin e Antonius Rex. Da pochi anni si sa in effetti che dietro il nome Mr. Doctor si cela Mario Panciera, possessore di circa 40.000 dischi (“quasi tutto ciò che esiste nei seguenti generi: beat, psichedelia, progressive, glam, punk, new wave, post-punk”) e cultore di musica sinfonica e colonne sonore italiane anni Sessanta-Settanta.
(M. Sgrignoli)

minimum_vitalMinimum Vital: “Sarabandes” (1990)
I francesi Minimum Vital sono maestri della fusione tra strutture melodiche “world” provenienti dalla musica tradizionale di area mediterranea e forme sonore e compositive del progressive. “Sarabandes”, secondo album per Musea, ben esemplifica la loro formula. Il sound è di chiara matrice neo-prog, con chitarre fiammeggianti e hackettiane dal marcatissimo sustain unite a svolazzi sintetici dal duplice ruolo melodico e atmosferico. I temi dei brani sono tuttavia di natura folklorica, e ricordano più band “di frontiera” come i Gryphon o i connazionali Malicorne che i classici numi tutelari del progressive Ottanta-Novanta. Nelle ricche trame strumentali emergono elementi stilistici vari, che richiamano ora la fusion ora la new age atipica di Mike Oldfield. L’estrema levigatezza sonora può risultare a un primo approccio quasi urtante, ma già il caleidoscopico opener “Le chant du monde” dovrebbe bastare a spingere l’ascoltatore curioso a darsi tempo per abiturasi alla pienezza dei timbri.
(M. Sgrignoli)


ozric_tentaclesOzric Tentacles: “Erpland” (1990)
Nati a metà anni Ottanta e guidati dal chitarrista Ed Wynne, gli Ozric Tentacles propongono musica interamente strumentale e impossibile da catalogare. È rock progressivo, ma sfugge ai dettami neo-prog. Le atmosfere sci-fi li accostano agli Eloy o ai dischi più levigati degli Hawkwind, ma al contempo l'utilizzo di synth e campionatori li spinge a un passo dalla scena elettronica britannica (non a caso tre di loro hanno poi dato vita al progetto techno-trance Eat Static). Se nei tratti più rilassati sfiorano la lounge music, altrove sono una tumultuosa jam band, e per non farsi mancare nulla, arrivano a sfruttare ritmiche reggae e percussioni etniche. Wynne si muove in sostanza in una dimensione in cui il tempo è relativo e il contesto superfluo. Con un certo successo, se è vero che a metà anni Novanta due album toccarono la top 20 britannica. A oggi “Erpland” rimane l'opera più rappresentativa, per quanto la prima parte della carriera viaggi tutta a livelli piuttosto alti.
(F. Romagnoli)


eris_pluviaEris Pluvia: “Rings Of Earthly Light” (1991)
Tra i primi frutti del nuovo rock progressivo italiano, l’esordio dei genovesi Eris Pluvia è anche uno dei lavori più originali e poetici della scena. Un disco magico, reso unico da atmosfere sospese e placidamente malinconiche, e da scelte timbriche in decisa controtendenza rispetto agli standard imperanti nel settore. Arpeggi acustici, violino, flauti e sassofono sono elementi centrali di un equilibrio sonoro inedito, capace di sposare leggerezza e tensione, estrema rilassatezza e carica ritmico/melodica. Il clima piovigginoso del disco, evocato da più di un titolo, è sapientemente ottenuto con tastiere avvolgenti ma mai invasive, lontanissime dai classici schemi prog e vicine, piuttosto, a soluzioni new age. Unica pecca del disco è la voce, poco definita e un po’ claudicante nell’uso della lingua inglese; un difetto che si fa però punto di forza nella caleidoscopica title track, rafforzando il senso di precarietà che incombe sulla sua aura da incantesimo.
(M. Sgrignoli)


after_crying_01After Crying: “Megalázottak és megszomorítottak” (1992)
Al confine tra progressive e classica contemporanea, gli ungheresi After Crying sono artefici di uno stile estremamente personale, non riconducibile ad alcun modello immediato. Se ambiziosità, organico e riferimenti compositivi spingerebbero ad accostarli alle band della scena avant-prog, il forte carattere comunicativo delle loro atmosfere e la distanza dagli sperimentalismi fini a sé stessi li qualificano invece come diretti seppur originalissimi prosecutori dello spirito che animava i grandi del prog sinfonico. Con un po’ di fantasia, il loro disco più rappresentativo può essere descritto come trait d’union cameristico tra i King Crimson di “Islands” e i Talk Talk di “Spirit of Eden”: rarefatto, espanso, policromo, ma al tempo stesso teso e ricco di dinamismo, “Megalázottak és megszomorítottak” (“Umiliato e addolorato” in ungherese) è un’opera complessa e affascinante, uno di quegli album che hanno la capacità di proiettare una luce peculiare sulle situazioni in cui li si ascolta.
(M. Sgrignoli)

anglagardÄnglagård: “Hybris” (1992)
Band-simbolo del revival scandinavo anni Novanta, gli svedesi Änglagård giunsero come un fulmine a ciel sereno in un contesto dominato da synth tardo-ottantiani e dalla crescente ricerca della perfezione sonora. Il loro è infatti un sound che più settantiano non si può: Mellotron, Hammond, Clavinet si alternano al centro della scena con chitarre acustiche, flauto e fraseggi elettrici taglienti e zigzaganti, sorretti dal galoppare del basso e da una ricchezza percussiva che non si sentiva, forse, dai tempi d’oro di Carl Palmer. La formula è un progressive folk labirintico e fiammeggiante, anticato a regola d’arte e capace di intrecciare fra loro eredità diverse come Camel e Gryphon, Genesis, King Crimson, Gentle Giant, VDGG. Rispetto ai grandi del passato, tuttavia, lo stile compositivo è più suite-centrico, e concentra l’attenzione non tanto sul disegno melodico dei pezzi, quanto sulle atmosfere evocate e il flusso dei singoli istanti - un punto di forza e debolezza al tempo stesso.
(M. Sgrignoli)


jadisJadis: “More Than Meets The Eye” (1992)
Uscito a neoprog già tramontato, prodotto da Steve Rothery - chitarrista dei Marillion, e realizzato da una band che condivide membri con i ben noti IQ, “More Than Meets The Eye” degli inglesi Jadis ha ogni tratto distintivo del lavoro puramente manieristico. Senza voler negare l’evidenza, va tuttavia evidenziata l’estrema compiutezza del disco e la sua distinta personalità stilistica rispetto ai capisaldi del genere. Se infatti le band neoprog assegnano generalmente ruoli paritetici a voce, chitarre e tastiere, nel caso dei Jadis l’intera formula risulta sapientamente costruita sul poliedrico chitarrismo del leader Gary Chandler. Virtuoso e “fedele alla linea” tracciata dai modelli ottantiani, Chandler brilla tuttavia per lucidità, estro e gusto melodico; senza mai scadere in funambolismi fini a loro stessi, i suoi contributi sono ora guida melodica ora scoppiattenti e originali tappeti jangle/prog, e si innestano in maniera pienamente equilibrata nel versatile impianto dei pezzi
(M. Sgrignoli)


levitationLevitation: “Need For Not” (1992)
Si fosse trattato di una band originata dal carbonaro giro neoprogressivo, probabilmente non avrebbe dovuto subire l’accetta dei critici alternativi, che neanche si sarebbero accorti della sua esistenza. Purtroppo Terry Bickers, voce e chitarra dei Levitation, aveva un passato negli alfieri indie-pop House of Love e quindi non ci fu modo di salvarsi (la riabilitazione del rock progressivo sarebbe del resto avvenuta solo nella seconda metà dei Novanta, partendo dalle menti più ricercate della scena elettronica). Esperienza breve ma folgorante, i Levitation ci lasciano appena due dischi, fra i quali questo debutto in cui le chitarre transitano fra shoegaze, vortici psichedelici e compressioni a un passo dal metal, mentre tutto il resto è pura levigatezza prog, dai complessi pattern della batteria al basso pulsante, dalle tastiere cosmiche alle linee vocali che in alcuni tratti ricordano i Porcupine Tree. Da non perdere il videoclip abbinato alla potentissima “World Around”.
(F. Romagnoli)


sergey_kuryokhinSergey Kuryokhin: “Sparrow Oratorium” (1994)
Morto per un sarcoma cardiaco all’età di quarantadue anni, Sergey Kuryokhin è stato una delle figure centrali dell’avanguardia russa. Pianista virtuoso capace di ardite sperimentazioni free jazz, occasionalmente membro della leggendaria band new wave Akvarium, nel 1994 pubblica la sua opera più completa, “Sparrow Oratorium”. Divisa in sei brani, è una gemma prog fuori dagli schemi, che sfoggia synth minimalisti, tratti ambient, angeliche voci femminili (spicca la solista Martina Kapuro), chitarre dissonanti, fanfare di sassofoni, archi ostinati e briosi ritmi elettronici. Con un’occhio alla spiritualità new age e uno al dinamismo del jazz, senza dimenticare melodie a un passo dal pop, la musica abbatte ogni barriera culturale. Basta non farsi ingannare dalla prima traccia, “Winter”, sorta di post-punk industriale con voce lirica, in origine parte del film “Gospodin oformitel” (1988). Seppur eccelsa, appartiene a un’altra epoca e non rispecchia il resto dell’album.
(F. Romagnoli)


landberkLandberk: “One Man Tell’s Another” (1994)
Quintetto svedese appassionato di rock progressivo, ma dalla sensibilità moderna e niente affatto calligrafica, i Landberk sarebbero arrivati nel 1996 a pubblicare un disco come “Indian Summer”, collezione di art-rock vellutato non distante dai dischi più o meno coevi di David Sylvian. È però questo album, uscito due anni prima, che si distingue per attitudine prog, con le chitarre di Reine Fiske che sfoggiano un timbro secco e spigoloso, come se spostassero il Fripp di “Red” nell’epoca del rock alternativo. Simon Nordberg provvede all’atmosfera, srotolando tappeti di Mellotron, mentre il canto emotivo pur senza eccessi di Patric Helje completa il quadro, inserendosi fra muri di suono, incastri ritmici imponenti e dissonanze inquietanti. Dato l’impatto purtroppo nullo dei loro dischi, Fiske si sarebbe in seguito riciclato come chitarrista e turnista per innumerevoli formazioni alternative locali, fra le quali Dungen, Morte Macabre e più recentemente Motorpsycho.
(F. Romagnoli)


marillion_2Marillion: “Brave” (1994)
Piacciano o no, i Marillion sono la band che incarna il termine neo-prog. Dal momento che la loro carriera è divisa in due fasi, con il cambio di cantante a fare da linea di demarcazione, è necessario inserirne un ulteriore album. Terza prova in studio con Steve Hogarth in luogo del dimissionario Fish, nonché ultimo ingresso della band nella top 10 britannica, “Brave” è un disco-simbolo del rock progressivo anni Novanta. Il riferimento principale s’è gradualmente spostato dai Genesis ai Pink Floyd, come dimostrano le tastiere lucenti, le chitarre romantiche, il suono rotondo della sezione ritmica, le melodie evanescenti e le atmosfere da grandi spazi aperti. Tuttavia i Pink Floyd non hanno mai realizzato un brano dal tasso tecnico paragonabile a quello di “Goodbye To All That”, e il singolo “Hollow Man”, ballata un po’ melensa, è perfettamente bilanciato dal catartico crescendo di “Living With The Big Lie”.
(F. Romagnoli)


porcupine_treePorcupine Tree: “The Sky Moves Sideways” (1995)
La carriera dei Porcupine Tree ebbe una svolta con “In Absentia”, sia perché vendette più di centomila copie nel mondo (numero ben superiore alla media neo-prog), sia perché introdusse alcuni timbri tipici del metal. È evidente come quell’iniezione sia riuscita a rendere la formula di Steven Wilson e soci decisamente più appetibile. Benché il disco sia ormai un classico e contenga materiale di gran valore, va ammesso che, nel mostrare i muscoli, perse un po’ della poesia che lo precedette. Come quella di “The Sky Moves Sideways”, terzo lavoro dei Porcupine Tree, primo come band effettiva, che incanta ancora oggi con le sue miscele fra chitarre floydiane, tastiere glaciali che si lanciano in planate infinite, e assemblaggi ritmici che vanno dalla percussione acustica al battito alternative dance (la title track a partire da 8’25’’ ha uno stacco degno degli Orb). Al centro della scaletta una delle migliori ballate d’atmosfera di Wilson, “The Moon Touches Your Shoulder”.
(F. Romagnoli)


pendragonPendragon: “La Masquerade Overture” (1996)
Band attiva dalla fine degli anni Settanta, i britannici Pendragon esordiscono in piena ondata neo-prog e da subito si caratterizzano per la grandeur del loro sound traboccante di synth e svolazzi hackettiani. Ci metteranno tuttavia più di dieci anni per affinare la loro formula e le loro doti compositive fino a una proposta all’altezza degli altri grandi della loro epoca, e quando nel 1996 il compiutissimo “La Masquerade Overture” viene dato alle stampe la breve fortuna commerciale del neo-prog è solo un lontano ricordo. Peccato, perché per gusto melodico e virtù timbriche il disco è un apice assoluto del prog di tendenza romantica. Nostalgico e sfavillante, memorabile nei temi e nei passaggi strumentali, epico e magniloquente senza mai risultare vacuamente tronfio, l’album si avvale degli affinamenti tecnici dei sintetizzatori e delle possibilità produttive della sua epoca e li mette a frutto per realizzare un mirabolante tour de force di manierismo genesisiano.
(M. Sgrignoli)


anathemaAnathema: “Judgement” (1999)
Gli Anathema si resero protagonisti di una delle svolte più sorprendenti degli anni Novanta, quando abbandonarono il doom metal con pesanti influenze gotiche dei primi album, approdando a un rock progressivo malinconico che da un lato buttava un occhio ai Radiohead e dall’altro anticipava la produzione zuccherina e ricercata delle band della label Kscope. “Judgement” è l’album con cui anche le ultime tentazioni metal vennero epurate, a favore di un sound dominato da tastiere d’atmosfera, voci uggiose e chitarre riverberate non disprezzanti improvvisi torrenti di distorsioni. Questo nuovo timbro chitarristico elaborato dai fratelli Cavanagh si dimostrò abbastanza pulito da catturare i nostalgici, abbastanza violento da continuare a interessare i fruitori del metal nonostante la decisa presa di distanza, abbastanza articolato e granuloso da attrarre le orecchie dedite a sonorità indie rock. Nel caso non bastasse, in scaletta si trovano canzoni come “Deep” e “Make It Right”.
(F. Romagnoli)


archiveArchive: “You Look All The Same To Me” (2002)
Band aperta per antonomasia, con membri che vanno e vengono, si scambiano gli strumenti e cantano a turno, gli Archive sono dei perfetti sconosciuti nella nativa Gran Bretagna, ma si permettono bagni di folla in Francia, Polonia e Grecia, riuscendo così a produrre da ormai quasi vent’anni dischi con imbastimenti sonori da major, del resto necessari a una proposta fra le più stratificate della musica moderna. Difficile stabilire quale sia il loro album migliore (“Lights” e “Controlling Crowds” avrebbero entrambi il diritto di ambire al titolo), ma “You Look All The Same To Me” rimane a oggi il più famoso, quello con maggior valore simbolico e tutto sommato quello che ha coniato la loro peculiare formula, rendendo possibile il matrimonio fra elettronica downtempo e rock progressivo. “Again”, con i suoi sedici minuti di ascesa, tende a rubare l’attenzione, ma anche il resto della scaletta è meritevole, si pensi a parentesi intimiste come “Hate” e “Need”.
(F. Romagnoli)


anekdotenAnekdoten: “Gravity” (2003)
Nati a Borlänge in Svezia, all’inizio dei Novanta, gli Anekdoten sono un quartetto di culto noto nell’ambiente neo-prog per le chitarre crimsoniane e per l’utilizzo smodato del Mellotron. Se i loro primi tre album riflettevano gli umori contemporanei, rimandando qua e là alle timbriche del grunge, l’ingresso nel nuovo millennio li ha liberati da quella zavorra. “Gravity” è il loro disco più rifinito fino a quel momento, e benché il suono delle chitarre rimanga tagliente e ispido, è ormai emancipato dalle mode circostanti. Come al solito, il Mellotron rigonfia gli arrangiamenti durante l’intera scaletta, imitando i suoni di archi, flauti e, in “The Games We Play”, addirittura quello di un set di bicchieri. Un filo meno amato dai fan rispetto ad altri loro dischi, anche a causa della natura quasi pop che ha generato perle melodiche come “Ricochet” e “The War Is Over”, “Gravity” è invece un’opera a fuoco e capace di far quadrare il cerchio della band dopo un decennio di ricerche.
(F. Romagnoli)


mars_voltaMars Volta:De-Loused In The Comatorium” (2003)
L’uscita di “De-Loused In The Comatorium” marca un prima e un dopo nella storia del prog. Avvisaglie di una svolta nell’evoluzione del post-hardcore verso forme sempre più complesse erano presenti da qualche anno, ma la nascita di un frutto così originale e maturo fu un fulmine a ciel sereno. In pochi mesi, ascoltatori che mai si erano interessati al filone sarebbero diventati attentissimi alle sue sorti, e stuoli di giovani ed entusiaste formazioni si sarebbero lanciati a esplorare le nuove praterie progressive aperte dalla band texana. Quello dei Mars Volta è un idioma inedito, che anziché riprendere i grandi del passato rilegge gli schemi alternative rock in una chiave nuova e inconfondibilmente progressiva. Irruento, cervellotico, labirintico, l’album è una galassia di chitarre zigzaganti, testi dal significato inafferrabile, effetti stereo e drumming ipercinetico. Un viaggio sonoro ineguagliabile e a oggi ineguagliato, e dai molteplici epigoni e dai medesimi Mars Volta.
(M. Sgrignoli)


pezPez: “Folklore” (2004)
Con quattordici album pubblicati fra il 1994 e il 2014, non si può certo accusare gli argentini Pez di non essersi dati da fare. Fra i loro fan è piuttosto aperto il confronto su quale sia il lavoro migliore. Settimo atto della carriera, “Folklore” spicca senza dubbio per fruibilità e adesione agli schemi del rock progressivo, laddove la band ha preferito in altre opere affrontare territori più duri e/o psichedelici. Arrangiato e prodotto con attenzione maniacale, senza mai superare i sei minuti per canzone, l’album mostra romanticismi acustici, scariche elettriche e ritmi intricati, sfruttando quel senso melodico rigoglioso eppur malinconico, tipico del rock argentino più raffinato e figlio di gente come Luis Alberto Spinetta, Virus e Gustavo Cerati. Fra i tanti assoli, spiccano quelli del cantante-chitarrista Ariel Minimal in “Aprender, comprender, facultarse, darse cuenta” e “Caminar”, senza esagerare fra i più toccanti della recente storia del rock.
(F. Romagnoli)


gazpachoGazpacho: “Night” (2007)
Stanziati a Oslo e nati alla fine degli anni Novanta, solo con questa quarta prova in studio i Gazpacho si sono imposti all’attenzione del circolo di ascoltatori del nuovo rock progressivo, ristretto ma notoriamente accanito. Se le strutture aperte, i giochi a incastro e le atmosfere irreali sono pienamente prog, il tono sofferente e il timbro vocale mostrano invece l’influenza del rock alternativo. La band è stata paragonata alla seconda fase dei Marillion a livello strumentale, ma è evidente come il cantante Jan Henrik Ohme viaggi sulle linee di Radiohead e primi Coldplay. La scaletta conta cinque brani che vanno dai sei ai diciassette minuti di durata, impostati su solide strutture rock che ai cambi improvvisi preferiscono sviluppi graduali e pause d’atmosfera. Gli arrangiamenti ricorrono tanto agli strumenti acustici (pianoforte, violino), quanto ai sample. Nel 2012 l’opera è stata ristampata dalla Kscope, con un disco dal vivo in aggiunta.
(F. Romagnoli)


birds_and_buildingsBirds And Buildings: “Bantam To Behemoth” (2008)
Eredi statunitensi della scuola “revivalistica” capitanata dagli Änglagård, i Birds and Buildings propongono un progressive focoso e dal carattere prevalentemente strumentale, reso peculiare dalla ricca tavolozza timbrica (legni, tromba e viola sono centrali tanto quanto le classiche chitarra, basso, batteria e tastiere) e dalla sorprendente capacità di fondere in una formula coesa virtualmente qualsiasi stile del progressive storico. Nei lunghi brani del loro disco di esordio si mescolano in maniera indissolubile l’epicità e l’efficacia melodica del prog sinfonico e la cupezza del dark-prog, la corposità sonora e la carica ritmica dei più coraggiosi lavori zeuhl, l’ariosità e il carattere jazzy della scuola canterburiana. A far risplendere brani così contorti e arditi è una sapiente cura del sound in fase produttiva, grazie a cui ogni strumento è in grado di svettare ma l’amalgama complessivo non perde né in calore, né in ruvidezza.
(M. Sgrignoli)

 

wobbler_Wobbler: “Rites At Dawn” (2011)
Quintetto norvegese che dopo dieci anni di attività deve ancora giungere al quarto album, è fra le entità più apprezzate dai nerd del rock progressivo, almeno per quanto riguarda gli ultimi tempi. Pur non rinunciando a una notevole pulizia sonora, la produzione evita chitarre troppo muscolari e tastiere pacchiane. Le prime preferiscono incastri a metà fra lo Steve Howe dei vecchi tempi e il math rock, le seconde si tuffano nell’analogico ripescando suoni romantici come Hammond, Mellotron e Rhodes. Le canzoni sono arzigogolate fino al rompicapo, gli arrangiamenti vocali densi di tonalità luminose e saliscendi emotivi, motivi che hanno spinto a paragoni con Yes e Gentle Giant. Non è una band a cui interessi nascondere le proprie radici, anzi sembra andarne orgogliosa, soprattutto per essere riuscita a riportare un senso di urgenza e attualità in quella musica. “Rites At Dawn” è il loro terzo album, quello con i brani più brevi e probabilmente più coesi.
(F. Romagnoli)

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