Approfondimenti

Nuova coralita'

di Marco Sgrignoli
Questo percorso non parte da una storia o da una scena, ma da suoni, sensazioni e corrispondenze tra gli uni e le altre. I suoni sono quelli di un manipolo più che mai eterogeneo di band che hanno contraddistinto gli ultimi cinque anni: Arcade Fire, Sigur Rós, múm, Sufjan Stevens e altri, più o meno noti. Le sensazioni convergono invece attorno a un sentire comune che chiamerei, in una parola, coralità.

Cantando insieme...

Il termine rimanda già a delle caratteristiche musicali: il melodismo, la passione per le armonie vocali; prima ancora, però, indica l'idea di condivisione, lo spirito di una comunità che si esprime attraverso il canto.
E' proprio il rinato sentimento comunitario ad avvicinare esperienze musicali così diverse, e tanti elementi oltre a quello vocale contribuiscono a esprimerlo.

EfterklangIl mood raccolto e confortevole si sposa con le gamme timbriche: molti strumenti acustici (violino, fisarmonica, pianoforte, tamburelli); chitarra pulita e orientata ad accordi semplici, da "canzone attorno al fuoco"; negli ultimi múm e Sigur Rós anche rumoricchi domestici, suoni imprecisi, battiti di mani.
A questo tepore fa eco una sensazione di purezza e serenità infantile, portata da note cristalline e tintinnanti: campanelli, glockenspiel, tamburelli, spesso affiancati da linee chitarristiche limpide di stampo Explosions In The Sky; strumenti giocattolo e ingredienti folktronici, talvolta, amplificano l'effetto ulteriormente (múm, Efterklang).

Sul versante opposto dello spettro emotivo, le formazioni allargate riproducono la dimensione collettiva della musica, che trascende il personale e i rapporti di amicizia per dar vita a una rete di legami dalle dinamiche virtuose. Band sovradimensionate riescono così a dominare la ricchezza strumentale perché animate da un forte spirito collaborativo: i diversi strumenti tracciano la mappa di un villaggio sonoro in cui i ruoli si integrano senza calpestarsi.
Il carattere semplice, buono e vero degli ideali evocati è messo in luce dal riferimento alla tradizione. Nelle strumentazioni, ma anche nelle melodie e nelle armonie, che ricalcano - a volte anche esplicitamente - gli schemi della musica popolare. In un paio di casi (Sufjan Stevens, Anathallo), è il riferimento alla matrice cristiana a svolgere questa funzione.

Dalla compenetrazione di questi aspetti prende vita una musica anti-intellettualoide e anti-metropolitana, che di nuovo mette al centro le relazioni sociali e il senso di appartenenza. In questo sta la distinzione più profonda tra queste musiche e il post-rock come inizialmente indicato da Reynolds nel 1995: se il post- astraeva il rock non solo dalla sua fisicità, ma anche dal suo calore umano, la tendenza corale degli ultimi anni ritorna alla dimensione partecipativa.
Trovano spazio in questo senso un rinnovato interesse per la ruralità e il legame col territorio, così come i temi della decrescita e dello sviluppo sostenibile. L'immaginario corale è rivolto a uno schema di vita pre-industriale e pre-urbano, ma la presenza di elementi elettrici o elettronici (anche in maniera importante) testimonia che questo "ritorno al passato" non significa il ripudio delle conquiste tecnologiche/informatiche. Il modello sta piuttosto nelle piccole comunità scandinave e nel loro ecosocialismo: non è d'altra parte un caso se diverse band provengono dai paesi del nord Europa.

...marciando insieme...

La volontà di un cambiamento condiviso, pacifico, "dal basso", giustifica anche la componente bandistica di molti gruppi: il passo di marcia scandito dal rullante non rimanda agli eserciti, ma alla fanfara di paese che procede insieme il giorno della festa. Il cammino dolce e trionfante verso un miglioramento è il cardine dell'immaginario corale e si riflette nelle strutture in crescendo che tanti hanno preso a prestito dai canadesi Godspeed You Black Emperor!: al climax musicale corrisponde l'ampiamento del corteo, un numero sempre maggiore di persone che si riconosce nella causa e si unisce alla marcia.

Arcade FireEmblematici due videoclip: "Rebellion (Lies)" degli Arcade Fire e "Glósóli" dei Sigur Rós. Il primo si apre sugli alberi di una città/paese del Canada e ritrae la band in processione per le strade; ragazzi e bambini si uniscono al corteo, che poi entra nelle case a simboleggiare la riconquista della quotidianità. La sequenza finale vede il drappello di giovani entrare di corsa nel bosco al seguito del gruppo e inscenare un gioco liberatorio tra le foglie autunnali, in pieno ricongiungimento con l'ambiente naturale.
"Glósóli" presenta direttamente una marcia di bambini, immersa nel paesaggio brullo e irreale dell'Islanda. Tutto prende inizio da un singolo ragazzo, che ne richiama altri al suono di un tamburo da parata. Vestiti in abiti d'altri tempi, i ragazzi attraversano una strada deserta, strappano alcuni loro coetanei da episodi di vandalismo dettati dalla noia, ricostruiscono segnali di pietra semidiroccati man mano che passano. Dormono poi, mano nella mano, stesi sulla pietra, e giungono finalmente su un prato verde che dà su una scogliera. In una sequenza intensissima, corrono assieme verso la scogliera e, inaspettatamente, iniziano a nuotare nell'aria, alzandosi sopra all'oceano.
In entrambi i video, l'estetica neoindie delle immagini sfocate, sepia-tone, autunnali si combina a un accento epico che mira a trasformare suggestioni delicate e sostanzialmente innocue in forti moti d'animo.

Dal video dei Sigur Rós emerge un altro tratto importante della loro musica e dell'approccio corale in generale. Oltre ai crescendo che conducono al pienissimo, passaggi più calmi indicano momenti di riflessione. E' il tempo della musica che si flette a quello delle scelte, collettive o individuali. Oppure, come emerso in una recente intervista a Örvar Þóreyjarson Smárason (múm), sono lunghi istanti in cui "le cose attorno assumono una luce diversa, sembrano più vive e interconnesse". Örvar garantisce di vivere per queste piccole epifanie di ogni giorno, e di fare di tutto per trasmetterle nella sua musica.
Anche il flusso emotivo a "cambiamenti atmosferici" tipico del soft/loud di Mogwai, GYBE!, Explosions In The Sky si declina dunque nei "corali" in un contesto più caldo e umano, e traduce in musica bivi e magie della vita quotidiana.

...verso un nuovo folk

WoodpigeonTornando alla voce, si nota un melodismo limpido e scanzonato, che non rifugge le raffinatezze ma tiene a risultare semplice, non-virtuosistico. Frequentissima l'alternanza di voce maschile e femminile, in un gioco incantevole di controcanti, sovrapposizioni, armonie. Il volume pacato, semisussurrato di molti passaggi impedisce all'amalgama di sopraffare l'ascoltatore, avvolgenolo, cullandolo, facendolo parte di sé.
Di nuovo nelle parole di Örvar Þóreyjarson Smárason: "avremmo un mondo nettamente migliore se accettassimo di aprirci, cantare assieme ad altri canzoni che ancora non conosciamo. Anche quando ha paura o non sa quel che dovrebbe fare, ognuno dovrebbe cantare con gli altri, essere parte attiva di qualcosa di comune, del mondo".

Emerge allora una differenza sostanziale con altre "band allargate" (nel suono o nella formazione) che popolano il panorama musicale recente. E' il gusto estetizzante a prevalere nelle rievocazioni tardo-Sixties di Decemberists, ShinsFleet Foxes, Polyphonic Spree. L'impressone data dai "corali", invece, è che nel cantare esprimano un sentimento che li trascende e riguarda un'intera comunità. Questo li avvicina, per certi versi, più al "represent" dell'hip-hop classico che alle consuete logiche indie o - men che meno - allo spirito di popstar.

In effetti, una parte significativa della musica coinvolta si colloca nella terra di mezzo del cosidetto midstream: pop che si trasmette tramite passaparola e solo raramente sfrutta il tramite dei grandi media. E' questa vocazione alla condivisione "dal basso", assieme all'invocazione di un legame stretto col territorio, che rende questa musica l'erede per il decennio che volge al termine del ruolo che fu della folk music.

Guida all'ascolto


Più che band, dischi; al limite perfino singole canzoni. La coralità non si configura in una scena unitaria, men che meno in un movimento: è piuttosto una chiave di lettura trasversale, che corre sottotraccia, senza strappare gli artisti che le danno vita ai rispettivi filoni musicali.
Così, non solo è difficile imbattersi in un "manifesto" della tendenza, ma anche i nomi più rilevanti non la toccano che per una parte ristretta della loro carriera. Per alcuni, l'esperienza è già alle spalle o assorbita in altri stili; altri invece la portano in luce proprio nelle loro ultime uscite.
L'impressione, comunque, è che non ci sia stata e mai ci sarà l'esplosione di un "fenomeno corale". E' un peccato evidenziare questo trait d'union solo ora, a giochi pressoché conclusi.

"Funeral" è il primo album degli Arcade Fire, di Montreal e non ha bisogno di presentazioni essendo uno dei dischi del decennio. E' interessante comunque notarne la coralità teatrale, "effetto collaterale" delle molte influenze che raccoglie: tra melodrammatismo bowieano, ed epica arena-rock figlia degli U2, trovano strada lo spirito comunitario, l'ascendente folk e le dinamiche in crescendo dei concittadini Godspeed You Black Emperor!. Carica e delicatezza si combinano, dando vita a messinscene rock di sogni privati; come nei grandi classici, queste risuonano con la sensibilità collettiva, e danno vita a una nuova mitologia popolare.
Diverse le band che hanno ricalcato le orme dei canadesi. Vale la pena segnalare i londinesi Fanfarlo, il cui debutto "Reservoir" spoglia lo stile Arcade Fire di impeto e teatralità, raggiungendo uno stile ricolmo di pieni strumentali, ma alleggerito da un clima romantico e piacevolmente retrò. Anche la rilettura offerta dei Malajube, sempre di Montreal, è affascinante: i brani di "Labyrinthes" sono mini-suite progressive che accentuano la carica immaginifica della formula di "Funeral"; l'uso della lingua francese e i velati rimandi folklorici danno inoltre all'album un'aria elegante ed europea.

Altra formazione chiave nella scena di Montreal sono i Silver Mount Zion. Sono nati dalle ceneri dei Godspeed You Black Emperor! e la loro musica ne è inizialmente una versione più scarna, raccolta e irregolare. Le ultime due uscite, "Horses In The Sky" e "13 Blues For Thirteen Moons" introducono in modo importante la voce: una voce flebile, spesso spezzata, ma capace di impennate dirompenti e - soprattutto - affiancata spessissimo dal cantato di tutta la band. L'ascendente folk è in primo piano: organico largamente costituito da archi, uso estensivo di scale tzigane; fa però il paio con asperità noise-rock e un'inclinazione alla dilatazione e al minimalismo ereditata tanto dal post- quanto dal compositore polacco Henryk Górecki. Da quest'ultimo sembra venire anche la tensione spirituale che anima i pezzi: mareggiate di fortissimo impatto emotivo, che in "13 Blues for Thirteen Moons" raggiungono un potenziale catartico vicino per intensità e modi allo screamo evoluto di Circle Takes The Square e City Of Caterpillar.

mumLa vicenda musicale degli islandesi múm prende le mosse dalla scena glitch berlinese, si accosta gradualmente alla folktronica e approda con "Go Go Smear The Poison Ivy" e "Sing Along To Songs You Don't Know" alla dimensione corale. Nelle canzoni dalle forme libere dei due album convivono uno spirito giocoso e alla mano, bighellonamenti elettronici e una strumentazione allargata verso i territori del folk tradizionale. A metà tra filastrocche e ninnananne, i pezzi fluttuano in quella meraviglia perenne che riempie lo sguardo dei bambini: propongono il ritorno alla magia semplice dell'infanzia come base di una rinascita sociale.
Inizialmente anche i danesi Efterklang guardano all'indietronica tedesca (Notwist, Lali Puna), ma "Parades" li proietta in paesaggi sonori ricchi e stratificati, con armonie vocali limpidissime e un approccio sinfonico che sposa elettronica e timbri acustici. Sbocciano così acquerelli iperdettagliati, in perenne bilico tra tensioni intimiste e policromie centrifughe.

Sigur Rós sono la band islandese più seguita del decennio. La loro fusione post-rock/dream-pop è partita da territori astratti e malinconici, per scoprire in "Takk" un forte potenziale epico. L'album accentua le dinamiche in crescendo e la carica ritmica; affianca inoltre momenti solari e liberatori alla desolazione evocata da archi e cantilene sognanti. Il successivo "Med Sud I Eyrum Vid Spilum Endalaust" segna una netta virata verso la forma-canzone e mette al centro colori orchestrali e armonie vocali. La fascinazione per l'universo tradizionale e infantile è portata in primo piano dall'estro folk e da uno spirito giocoso affine a quello dei múm.
Diverse band della scena islandese di questi anni presentano formazioni allargate ad archi e fiati, curiosità per il folklore e le sue forme e uno spirito pop brioso e delicato. "Sleepdrunk Seasons" degli Hjaltalín, in particolare, si avvicina agli Arcade Fire con una tavolozza cameristica e un piglio raffinato, che unisce dinamismo indie e frivolezza belle époque.

Anathallo"Illinois" di Sufjan Stevens è un album-chiave per il cantautorato americano degli ultimi anni. Tra i suoi molti riferimenti, svettano la tradizione christian folk, il minimalismo estatico di Steve Reich e Philip Glass, l'intimismo visionario dei singer/songwriter psichedelici. L'album li rilegge con una lente orchestrale, giungendo a una formula di grande intensità e profondissimo respiro corale. Un tripudio di archi, fiati, tintinni, armonie vocali leggere e delicate; canzoni molto eterogenee che uniscono introspezione e fantasia citazionista disegnando un grande affresco comunitario.
Le matrici cristiane sono il punto di partenza anche per gli Anathallo, che folgorati sulla via di "Illinois" passano da un incerto emocore progressivo alla meraviglia corale di "Floating World" e "Canopy Glow". Il primo è legato a strutture aperte, vicine al soft/loud degli Explosions In The Sky; il secondo abbraccia pienamente la forma-canzone mostrando anche vicinanze inattese coll'hip-pop di Why?. Entrambi, comunque, sono animati da una spiritualità pura e disarmante, riflessa in intrecci leggerissimi di chitarra, fiati, botta-e-risposta vocali.

Vicini al progressive anche gli ultimi lavori dei canadesi The Most Serene Republic, "Population" e "...And the Ever Expanding Universe". A essere filtrati in ottica corale/sinfonica sono questa volta l'indie-rock di marca Arts&Crafts (che con le sue formazioni sovradimensionate può in effetti essere visto come precursore della tendenza) e il post-hardcore ipercinetico dei Mars Volta. Ricami strumentali e vocali si tramutano negli archi rampanti di un'architettura neoliberty elegante e vitale.
Canadesi pure i Woodpigeon, il cui ultimo Treasury Library Canada rivive con piglio indie-pop il folk-rock di The Band e Fairport Convention. Chitarre cristalline, tastiere delicate e una batteria sempre trascinante e discreta sono gli strumenti di un'opera di revival che rifugge il manierismo e lascia trasparire una concezione dinamica della tradizione e una forte passione per la dimensione collettiva della musica.

"Wolves" degli scozzesi My Latest Novel è forse l'esempio più fulgido di attitudine "corale" tra quelli qui riportati. La componente folk/acustica è particolarmente in evidenza, e così lo sviluppo in crescendo dei pezzi. Risalta anche una vena rustica, spartana, che indirettamente ricorda il lo-fi campagnolo dei Neutral Milk Hotel (altri - sgangheratissimi - "corali" ante litteram, per quanto assai poco avvezzi ai cori). Alcuni brani, però, portano il luce armonie esili e raffinate, vicine al twee-pop dei conterranei Belle and Sebastian.
Della scena alt-folk inglese, svariate band mostrano tratti di questa nuova coralità. Molti però sono dovuti, più che a vicinanze d'approccio, al comune ascendente tradizionale. Diverso è forse il caso per "Peaceful The World Lays Me Down", primo album dei londinesi Noah and the Whale. Un UK folk alla mano, che deve più l'approccio scanzonato dei Violent Femmes e all'imprecisione dei Neutral Milk Hotel che ai classici del settore. Tra crescendo un po' Arcade Fire e numeri di scherzoso pop campagnolo, è soprattutto la spigliatezza a svettare.

"Loney Noir" dei Loney, Dear sviluppa gli spunti corali già endemici alla scena twee-pop svedese. L'atmosfera è calda e accogliente: oltre alla chitarra rigorosamente acustica, fanno la loro comparsa tintinnii, fiati e archi frizzantini, più qualche sparuto guizzo synth-pop che non guasta la sobrietà di questo folk-pop vivace e aggraziato.
Con gli I'm from Barcelona (svedesi anche loro, a dispetto del nome) è lo spirito conviviale e internazionalista degli Erasmus e dei college universitari a formare la base "comunitaria", ben evidente nell'esordio "Let Me Introduce My Friend". Horror vacui spectoriano, delicatezza twee ed estro power-pop si combinano in ritornelli all'unisono, toni zuccherini e arrangiamenti essenziali nelle strutture, ma ricchi sul piano timbrico.

Qualcosa della stessa aria si respira anche nell'electropop degli australiani Architecture In Helsinki. Decisamente urbano nello spirito, il loro album "In Case We Die" presenta spunti corali notevoli e inattesi. Un carosello di synth-pop e divertissement hawaiani per uno stile aperto e caciarone, fatto di rimpalli vocali, bislacche orchestrine folk e perfino qualche sequenza in crescendo.

A lato, una discografia essenziale azzarda qualche consiglio in base a preferenze strettamente personali. La videografia, invece, cerca per ogni band di evidenziarne i tratti "corali" attraverso alcuni pezzi rappresentativi.
Playlist
Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.