Approfondimenti

Rap italiano

Dieci dischi chiave per capire la nuova scuola

di Tommaso Benelli

Non è più possibile ignorare il rap. Si può rifiutare di ascoltarlo, arrivare a detestarlo, ma l’impatto generazionale che questa cultura sta esercitando ha semplicemente del clamoroso, e questo non si può negare. Parlando strettamente dell’Italia (sebbene il discorso si possa estendere a moltissimi altri paesi), il rap è il nuovo pop, e non lo dicono le radio, ma gli ascoltatori. I record di ascolti su Spotify - gli ascolti attivi, quindi, non quelli passivi di chi ha la radio accesa in macchina - non li fa Biagio Antonacci, ma Sfera Ebbasta, la canzone più ascoltata non è l’ultima di Laura Pausini, ma “Cara Italia” di Ghali, o “Malibu” di Vegas Jones. Volete dei dati più concreti? “Rockstar” di Sfera Ebbasta è il cd fisico più venduto del 2018, mentre Ghali, Guè Pequeno e Salmo avranno ciascuno la sua data al Forum di Assago, già programmata, per un serie di eventi che ha il sapore di definitiva consacrazione allo status di popstar.
Oggi, il rap ha dalla sua un’immediatezza unica, sia nel mezzo espressivo - quello di un linguaggio molto colloquiale e terra-terra - che nel veicolo musicale, basato su beat accattivanti e sempre attenti alle più fresche sonorità urban. Il carisma dei suoi protagonisti, icone pop a tutti gli effetti, dona poi la giusta immagine trasgressiva e “giovane” a un genere che è stanco di portarsi dietro i retaggi della cultura di strada dei Novanta. Il rap, ormai, non sta più in strada di quanto non stia nella discoteca, nel club, nel cellulare dell’universitaria benestante o nella macchina del fighetto del centro.

L’approdo nel rap italiano delle sonorità trap ha di fatto aperto il genere a una serie di nuove possibilità espressive. E la trap non è stata semplicemente copiata, ma assimilata, contaminata, fino a essere piegata alle esigenze creative dei nostri artisti hip-hop. Il nuovo rap italiano, trap o non trap, è ormai un mondo che vibra di linfa propria, un’industria in pieno fermento creativo dai frutti spesso acerbi, ma in molti casi davvero buoni. Alcuni giovani artisti hanno permesso al rap italiano di uscire dal suo provincialismo per arrivare ad acquisire un’identità nuova, sintonizzata sulle frequenze francesi e americane, ma saldamente piantata nelle radici melodiche del nostro paese. Con lo sguardo sempre fisso in avanti.
Di seguito, leggerete le schede di quei dieci lavori fondamentali nell’evoluzione recente del genere. Senza la pretesa di fornire giudizi oggettivi, proponiamo una guida per comprendere le tappe fondamentali nel processo di rinnovamento del rap italiano.

mcnsMaruego - “Che Ne Sai” (2014, 2nd Roof Music)

Nell’epoca del tutto e subito, bastano un paio di album non proprio eclatanti perché la gente si dimentichi del tuo nome. Quasi nessuno, oggi, si ricorda dell’italo-marocchino Maruego, e sì che nel suo Ep d’esordio erano contenute tutte le linee guida sulle quali, in una manciata di anni, il rap italiano si sarebbe riformato, dalla produzione trap (a cura dei 2nd Roof) fino al cantato in autotune, passando per una sonora ripassata del lessico hip-hop. “Cioccolata” resta ancora oggi una lezione di swag; “Click Hallal” fondeva italiano e arabo con ottimi risultati, anni prima che Ghali sdoganasse la formula al grande pubblico; “Nuova Ex” indovinava una melodia che ancora oggi farebbe comodo a qualunque artista urban. Il resto non eccelle, ma fa la sua buona figura. Peccato che le premesse non siano state rispettate nei lavori successivi.


41231955_747507058926512_7993285659454341120_nSfera Ebbasta - “XDVR” (2015, mixtape)

Il rap italiano antecedente al 2015 è pieno di lavori o singole canzoni che si possano definire “proto-trap”, ma non c’è dubbio sul fatto che la prima opera trap vera e propria, scritta e realizzata con cognizione di causa, sia “XDVR” di Sfera Ebbasta. Gionata Boschetti (1992), in coppia col talentuoso producer Charlie Charles (1994), traslò nell’hinterland milanese l’immaginario delle trap house di Atlanta, appartamenti chiusi in cui "cucinare" e stonarsi, tra una sessione di registrazione e l’altra. Sfera e Charlie tinsero il rap italiano di viola e verde, ricreando una dimensione più cupa e alienante, unirono il rap al cantato, rendendo sempre più labile il confine tra le due parti. Rivoluzionarono un suono e un’estetica, e sopratutto un linguaggio: introdussero la sintesi espressiva, il gancio melodico essenziale e incisivo, e lo fecero con una freschezza tale da far sembrare il resto del rap un semplice esercizio di scrittura. “XDVR”, “No Champagne”, “Brutti Sogni” e “Panette” restano degli inossidabili inni di strada contemporanei, “Mercedes Nero” introdusse all’Italia Izi e Tedua, due future star. Piaccia o no, questo mixtape resta una pietra angolare della musica rap di questo decennio.

dpgcmDark Polo Gang - “Crack Musica” (2016, mixtape)

La Dark Polo Gang entrò a gamba tesa nella scena portando la sua bizzara visione della musica e dell'estetica rap. Dissacranti come nessuno prima, in realtà questi quattro romani non fecero altro che atteggiarsi per ciò che erano: dei ragazzi benestanti e arroganti, figli della borghesia romana, privi di valori che non fossero l’amore per loro stessi e per la “gang”, appassionati di trap americana e di droghe pesanti. Spinto all’eccesso, il loro personaggio altro non era che la massima proiezione dell’aspettativa di vita che ha un adolescente di oggi nato ai margini, e, in quanto tale, paradossalmente, cinicamente realistica. Le produzioni di Sick Luke tenevano assieme il tutto, dando un’oscura e accattivante struttura trap al parlottare pseudo-rap della Gang. La rima diventava solo un vezzo, e in quanto tale veniva spesso rimossa, mentre il politicamente scorretto e l’edonismo costituivano il modus vivendi del gruppo (“Bacio in bocca come i mafiosi/ smeraldo al collo, sto mescolando coca” da “Mafia”).
Ormai inghiottiti dallo stesso sistema di cui si prendevano beffe, oggi Tony Effe e compagnia non sono altro che delle caricature di loro stessi, meme schiavi del loro personaggio e relegati al ruolo di Instagram star; per un breve periodo, però, hanno introdotto un’ambigua e inedita obliquità in un genere come il rap, già di per sé intrinsecamente “di rottura”. Al contempo odiosi e spassosi, discriminatori e a loro modo progressisti, sia “cattivi” che “buoni”, hanno generato un cortocircuito nella scena, confondendo più o meno tutti, lasciando se non altro un segno indelebile del loro passaggio.


tdocTedua - “Orange County” (2016, mixtape)

Un’infanzia e un’adolescenza sempre in bilico tra Genova e Milano, “dalle case in affido alle case popolari”, tra un incontro di pugilato e una fuga dalle volanti; nell’esuberante, a tratti logorroico, rap di Tedua, entra tutta la sua esperienza di vita, tutti i suoi dolori e le sue rinascite. Il torrenziale rap di Mario Molinari (1994) è tanto cerebrale quanto naïf, pieno di parole e incastri bizzarri, ma ha dalla sua due qualità molto più importanti: il piglio combattivo di chi non si fa mai sconfiggere dalla vita e soprattutto il trasporto emotivo, quello che trasuda da ogni verso e parola. Le produzioni di “Orange County”, curate da Charlie Charles e dall’ottimo Chris Nolan, sono estive e solari, ma nascono tra le pieghe di una balearica malinconia, quella di chi guarda il tramonto sul mare ma ha gli occhi che fissano il passato. Su questo tappeto sonoro, il flow di Tedua danza, corre, curva improvvisamente in melodie rotonde e memorabili (“Buste della Spesa” su tutte), coinvolge fin pure a entusiasmare. Ottimi tutti i feat qui presenti, da Sfera Ebbasta in “Lingerie” a Ghali in “Fifty-Fity”, fino a Izi in quel piccolo gioiello chill che è “Circonvalley”. “Orange County” rappresenta una bella eccezione nel rap italiano, un singolare racconto di vita permeato da una pittoresca vibe dolceamara. Tenendo fede alle sue parole, Tedua ha portato il mare a Milano.

seseSfera Ebbasta - “Sfera Ebbasta” (2016, Def Jam)

Seguito del mixtape “XDVR”, il primo omonimo disco di Sfera Ebbasta è probabilmente l’album migliore partorito dalla new wave del rap italiano. Innanzitutto, è un’opera coerente con le sue intenzioni, un lavoro solido con una tracklist ben calibrata, dove emerge ben definito il sound della premiata ditta Sfera-Charlie oltre che lo stile narrativo del rapper di Cinisello. In secondo luogo, è composto da una serie di canzoni ottime, che prendono il senso di claustrofobia del tape precedente e lo elevano verso un’epica metropolitana, pregna di malinconia notturna. Il cupo saliscendi di tastiere nell’iniziale “Equilibrio” segna un’apertura coinvolgente, permettendo di brillare al melodico flow di Sfera, al solito semplice ma perfettamente funzionale al brano. Sullo stesso tema introspettivo, troviamo “Cartine Cartier” (in coppia col francese Sch, presente anche in “Balenciaga”) e soprattutto “BRNBQ” (“bravi ragazzi nei brutti quartieri”), racconto di strada romantico e disilluso. “Bang Bang” è una canzone d’amore onesta che evita di scadere nel melenso, mentre “Figli di Papà” si spinge verso strade nuove, fondendo trap e reggaetton in un ballo sfrenato. “Notti” è storta, piovosa e poetica, probabilmente il pezzo migliore di Sfera e una delle vette dell’urban contemporaneo. E se “No No” e “Quello Che Mi Va” sono piuttosto anonime, c’è spazio anche per la spiovente oscurità trap di “Visiera A Becco” e, in antitesi, per la spensieratezza di “BHMG”, menefreghista e sagace, una risposta sempre valida per ogni hater. Sfera non fallisce l’esordio, indovinando un lavoro perfettamente calibrato tra una raccolta di singoli e una coesa opera artistica, tra slancio pop e eterno amore per il blocco. Una vivace e insuperata prova di forza.


alrmAchille Lauro - “Ragazzi Madre” (2016, No Face)

Il romano Achille Lauro (1990) è un crudo cronista di strada. Il suo racconto trasuda un disagio reale, che lo accomuna a tutti quei ragazzi persi - i “ragazzi madre” - che hanno dovuto farsi da soli, accudirsi l’un l’altro per sopravvivere. Quella di Achille è una voce tanto eccentrica quanto forte, e la sua penna sputa versi dolenti e evocativi, coloriti impasti lirici con un core di poesia autentica. “Soli in questa bolgia/ le persone sole sotto questa pioggia/ sottile linea tra paura e gloria/ se non resteranno i nomi resterà una storia”: l’iniziale “Teatro & Cinema” chiarisce subito che ci troviamo davanti a un paroliere di talento superiore, talento che si declina in generale in un’opera di gran gusto, attenta tanto all’aspetto lirico quanto - e soprattutto - all’aspetto musicale, lontanissimo dai trend hip-hop e più vicino a un innovativo electro-pop, stroboscopico e vibrante (complimenti al producer Boss Doms). Il beverone electro-dub di “Ulalala” esula dallo stile degli altri brani, ma è un esperimento imperdibile; la title track “Ragazzi Madre”, “Amore & Grammi” e “Barabba II” sono gli episodi più struggenti. Per quello che è il suo terzo album, Lauro ha centrato un lavoro teatrale e senza precedenti non solo nel rap, ma nella musica italiana tutta.


gaGhali - “Album” (2017, Sto Records)

Ghali Amdouni (1993) è arrivato all’esordio solista sotto una pressione e un'aspettativa enormi. I singoli precedentemente usciti - ottime canzoni del calibro di “Dende”, “Cazzo Mene” e “Wily Wily” - maneggiavano la materia trap con un taglio del tutto personale. In una formula assolutamente inedita, i suoi testi fondevano autobiografia, cultura pop, scazzo, Dragon Ball, malinconia e stile a palate; Ghali, poi, sapeva interpretare i suoi scritti, con un flow teatrale che passava dal melodico allo schizofrenico, per quello che Fabri Fibra ha giustamente descritto come un rap “mentale”. Le produzioni regalategli da Charlie Charles, infine, erano davvero splendide. “Figlio di una bidella/ con papà in una cella”, Ghali è divenuto in breve tempo un idolo dei giovanissimi oltre che l’ambasciatore del nuovo rap meticcio, quello fuori dai generi e da ogni tipo di discriminazione. E se il suo “Album” d’esordio, fin troppo accomodante e commerciale, è stata un’opera meno interessante di quanto il suo percorso fino ad allora lasciasse sperare, ha comunque avuto il pregio di allontanare l’italo-tunisino dal circolo vizioso della trap. Il rapper di Baggio, più fan di Michael Jackson che di Tupac, ha di fatto iniziato il suo percorso da popstar con un disco che al suo meglio sa essere poliedrico e divertente (“Happy Days”, “Ricchi Dentro”). Fregandosene della credibilità street, orgoglioso di piacere ai bambini e di poter raggiungere una platea enorme, Ghali sta inesorabilmente cambiando le dinamiche del gioco.

cbfpCarl Brave X Franco126 - “Polaroid” (2017, Bomba Dischi)

Forse il meno tradizionalmente urban tra gli album qui citati, il primo disco di coppia di Carl Brave e Franco126, entrambi appartenenti alla crew trasteverina 126, è in realtà uno dei lavori cardine nell’evoluzione recente del rap italiano. Non a caso pubblicato da Bomba Dischi (la stessa label di Calcutta e Giorgio Poi), “Polaroid” ha unito il realismo rap alla poetica dell’indefinito tipica dell’indie-pop, la rilassatezza post-fumata della compagnia di quartiere alla malinconia esistenziale del cantautore da cameretta. Carl Brave è un produttore estremamente capace, che pesca a piene mani dalla musica leggera per arrivare a tingere il rap di romanticismo e nostalgia. I testi di queste dieci “polaroid” sono composti da un susseguirsi di singole immagini, come istantanee di vita accostate in un album di fotografie; ci trovi di tutto, momenti felici e tristi, il panino dallo “zozzone” e il funerale del nonno, le serate in casa di amici a stare “pellaria” e l’ultimo mozzicone per ripensare a chi non fa più parte della nostra vita. Ormai un classico dell’indie come del rap recente, “Polaroid” conserva una genuinità rara, brillando sia per produzione che per scrittura.

riitRkomi - “Io In Terra” (2017, Roccia Music)

Quella di Rkomi è una scrittura peculiare. A lui piacerebbe che la si chiamasse “poesia”, ma è qualcosa di diverso. La penna di Mirko Martorana schizza da una parte all’altra della sua psiche, dipingendo macchie di umori indistinte, in cui immagini sconnesse si accoppiano per dare forma a nuovo linguaggio introspettivo. Più che una storia da raccontare, un mood da evocare. Ma da questo nebuloso sfondo umorale emergono rinforzati i versi cardine, incisivi, lapalissiani: “Hai mai sofferto, hai mai lasciato perdere?/ Non hai mai sofferto ma hai già lasciato perdere” (“Milano Bachata”); “La mia lingua è la lingua del quartiere” (“La solitudine”); “La vita che facevo prima, la testa che c’avevo prima/ il treno temo non si fermi, immagina cosa ti perdi” (“Mai Più”). In tutto ciò, il flow di Rkomi sorprende per varietà: si flette e si adatta (“Io in terra”, su un’ottima produzione nu-jazz), rallenta, si spezza e si ricuce (“Verme”), accelera di nuovo (“Brr brr”). “Origami” tinge la nostalgia di ritmi dub, ed è il pezzo dal più marcato tiro pop; “Apnea” riprende in mano la stessa chitarra triste di quella serenata andata male, ed è la canzone più bella, punta di diamante di un album che ha il forte merito di aprire il rap italiano a luoghi riflessivi inediti, vasti e profondi.

serSfera Ebbasta - “Rockstar” (2018, Def Jam)

In “Bancomat”, Sfera Ebbasta canta di aver “ucciso il rap con la Sprite e l’autotune”. In realtà, col suo disco “Rockstar”, blockbuster definitivo del rap italiano, Sfera tradisce la stessa etica trap da cui ha tratto le sue fortune. Sfera ormai fa pop a tutti gli effetti, un pop frivolo e scanzonato, lontano dai toni umbratili del passato e orientato verso un edonismo sempre più infantile e colorato; le sonorità trap sono solo l’ultima decorazione, una frizzante propulsione ritmica per canzoni ormai adibite al facile consumo radiofonico. “Rockstar” è un album brutto, ma risulta rilevante in quanto primo lavoro italiano puramente trap-pop, nel quale le due componenti si annullano l’un l’altra in semplici canzonette da ascoltare e riascoltare, senza pensare a nulla. Non scherzo quando penso che molti colleghi della musica italiana, anche tra i più maturi e lontani dal genere, potrebbero in un futuro non troppo lontano ispirarsi a questo lavoro per le loro nuove composizioni - d’altra parte, l’orecchiabilità di queste canzoni è notevole e le vendite del disco sono da capogiro. La title track “Rockstar”, “Sciroppo” e “Cupido”, assieme a “20 Collane” (l’unico numero ancora marcatamente trap), sono i prodotti più riusciti di questo nuovo corso, che, suppongo, presto porterà Sfera lontano dai confini italici, verso un successo internazionale per il quale sembra ormai destinato.



Playlist

I dieci fondamentali

Maruego - "Che Ne Sai"
Sfera Ebbasta - "XDVR"
Dark Polo Gang - "Crack Musica"
Tedua - "Orange County"
Sfera Ebbasta - "Sfera Ebbasta"
Achille Lauro - "Ragazzi Madre"
Ghali - "Album"
Rkomi - "Io In Terra"
Carl Brave x Franco126 - "Polaroid"
Sfera Ebbasta - "Rockstar"

Extra

Marracash - "Status"
Guè Pequeno - "Vero"
Izi - "Fenice"
Dark Polo Gang - "Succo Di Zenzero"
Rkomi - "Dasein Sollen"
The Night Skinny - "Pezzi"
Tedua - "Mowgli"
Ketama126 - "Rehab"
Luchè - "Potere"

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