Approfondimenti

Oi Punk

La musica della strada

di Amerigo Sallusti
La sotto/sub-cultura skinhead nella quale la musica di Oi-Punk affonda le sue radici, come tutti i fenomeni ai margini, si inabissa per poi riemergere. Le radici di cui sopra si possono rinvenire nelle isole caraibiche e in maniera precipua a Trinidad, isola per troppi anni colonia, prima francese poi inglese, che sviluppò una cultura popolare musicale di tipo fortemente protestatario. Che altro sono altrimenti i calypsos, gli stornelli del suadente calypso? Che prende forma nelle bidonville dei contadini emigrati nelle città che portano con sé, oltre alla miseria, quel “loro blues” disperato e disperante direttamente dai campi delle coltivazioni imposte dai colonizzatori.

D’altro canto, i ritmi catatonici e ossessivi dei punky/reggae più riusciti degli Sham 69 del mai domo Jimmy Pursey (vocalist e leader del gruppo) - che nel 1976 insieme alla chitarra di Dave Parsons, al basso elettrico di Dave Tregunna e alla batteria di Rick Goldstein dà vita alla band di riferimento dell’Oi-Punk - traggono linfa da note genuinamente rastafariane, che a Trinidad hanno appendici assai antiche. Gli Sham scriveranno, tra l’altro, un vero e proprio anthem: “If The Kids Are United”, “…they will never be divided…” continuava. Declamando quindi l’unità dei proletari dei suburbi londinesi. E non solo. Pezzo che comincia con una chitarra tagliente su cui si accavalla una batteria che ritma quasi una marcia militare. E la voce roca e abrasiva di Pursey a rifinire il tutto. Ma soprattutto “Borstal Breakout”, gennaio 1978: “One, two, three, four…one, two, three, four”. La voce di Pursey che ringhia, incita, attacca. Le chitarre sono di carta vetrata, il basso segue, la batteria non dà respiro. Nel video “1978 Live In Reading”, si vedono ondate di punk e skinhead insieme sotto il palco, dal quale il “profeta” Pursey chiede pace, lavoro e dignità per gli sfruttati della terra d’Albione.

Gli Sham trascorsero il loro periodo migliore - i primi 4/5 anni, in sostanza - girando per ogni dove e suonando con tutti. Va ricordato che John Cale dei Velvet Underground li ebbe sempre nel cuore tanto da produrne alcuni lavori; su tutti il primo 45 giri, “I Don’t Wanna” del 1977. Punk schietto, in alcuni tratti minimale, quasi a riprendere alcuni fraseggi chitarristici dei Velvet. Il loro primo album “Tell Us The Truth”, uscì nel 1978. La canzone che dà il titolo all’album è clashiana nel cantato, nei testi, nella “musicalità”. Altrettanto si può dire per la successiva “It’s Never Too Late”, cori melodici, riff taglienti dotati di lirismo, la voce bassa e in linea. Sino all’arrivo di “Red London”, dove viene fissato “il canone aureo” dell’Oi-Punk: assonanza coi cori da stadio, durata minima (1.58), asse incentrato su chitarra/basso/batteria.

Ma, si diceva all’inizio, il calypso è stato uno dei generi da battaglia di Laurel Aitken, cubano di origini, e del mondo cittadino. E proprio Aitken, insieme a Prince Buster e Clement “Dodd” Coxone, quest’ultimi giamaicani, sono da considerarsi i padri spirituali della musica dei Rude Boy. Reggae, rocksteady e ska. Una mistura di musiche esplosive. Che nascono nei ghetti di Kingston e da lì si dipartono. Ovunque.
Kingston, città carica di violenza, di miseria. Dalla sua suburbia nascono scintille, emergono note di protesta. Quelle dei Wailers il “dream team” del reggae: Dodd, Marley, Tosh e Wailer. Quelle di Jimmy Cliff, che canta contro la guerra in Vietnam e contro la disoccupazione in “The Harder They Come”. In questo calderone si formano i Rude Boy, di cui comincerà a raccontar cantando Desmond Dekker, nella sua “Judge Dread”.
I ragazzi rudi, e stiamo parlando di migliaia e migliaia di proletari, cominciarono a metà degli anni Sessanta a interessarsi anche di politica e decisero di sostenere i movimenti organizzati dei lavoratori in tutta la Giamaica. Organizzando concerti, happening davanti alle fabbriche: proprio da questa pratica di militanza musicale nacquero i precursori della pratica rap che si sarebbe sviluppata negli anni 80 negli Usa.
Personaggi leggendari come U-Roy, Dennis Alcapone, King Tubby si forgiarono in quella temperie sociale, riadattando la tradizione del Griot africano (il cantastorie) e del blues prewar del delta del Mississippi alla Kingston di quegli anni, dando vita al toasting, per cui si canta o cantilena sopra un riddim o un beat, ovvero parti di brani musicali essenzialmente composte da percussioni. Con un flusso sonoro ininterrotto, “dentro” al quale le parole sono abbreviate, storpiate o pronunciate molto rapidamente. Quello cioè che sarà chiamato in seguito dub poetry, per i newyorkesi last poets.
Sino a che, un bel giorno, i Rude Boy, stanchi dell’immutabilità della situazione economico/sociale, emigrano in Inghilterra, proprio subito dopo la conquista dell’indipendenza da parte della Giamaica (1962).

A Londra arrivano anche le dure note antimilitariste dei Soul Brothers con “Lawless Street” e gli Heptones con “Gunmen Coming To Town”, affiancati da Duke Reid con “Shuffling Down Bond Street Trojan”, che urlava nei solchi del suo primo 45 giri (bei tempi) “…pace nei ghetti… libertà per i fratelli neri…”. Nei quartieri operai inglesi la subcultura Rude Boy planò, meglio, si incontrò con quella mod(ernist). E a proposito di cultura operaia, “Struggling Man” di Jimmy Cliff è da sempre un cavallo di battaglia dei Cock Sparrer, band rude del West End londinese. Insieme agli Sham 69, i numi tutelari dei canoni Oi-Punk.
Colin McFaull, Mick Beaufoy, Steve Burgess e Steve Bruce, un gruppo leggendario. Testi e composizioni dirette, schierate con la classe lavoratrice, talvolta con duri accenti populistico/nazionalistici. Ma sempre a favore delle classi popolari. Nascono nel 1974 cominciando a fare del sano pub-rock, frequentando per un periodo gli stessi palchi degli Eddie And The Hot Rods, ma divergendone poco alla volta, verso uno stile più secco, aspro.
Nel 1977 compongono il primo pezzo originale (in precedenza, erano soliti rifare soltanto pezzi altrui). Il titolo del 45 giri è “Runnin Riot”: chitarre (da poco era arrivato il secondo chitarrista, Garrie Lammin) melodicamente stridenti, batteria e basso in omogeneo accompagnamento, un classico dell’Oi: tirato, ma degnamente suonato con stacchi e riff che impennano.
Cominciano quindi lunghissime tournée, che solamente in Inghilterra (dove erano stra-amati dalle foltissime comunità skinhead sparse lungo tutto il paese) li impegnano per mesi interi. Sino all’approdo all’album del 1983 (uscito con molte difficoltà) “Shock Troops”, che contiene delle vere e proprie perle, nitida dimostrazione di cosa si intenda per street-punk, altra appropriata dizione per l’Oi-Punk.
“Where Are They Now”, “I Got Your Number”, “Riot Squad”, “England Belongs To Me” sono assi cardinali per le band che in seguito (spesso proprio dopo aver assistito a una loro performance) sarebbero nate per rafforzare questo particolare e specifico “segmento” del più vasto e magmatico movimento punk. I testi, innanzitutto: diretti, senza fronzoli, schierati – con chi vive nei quartieri proletari - spesso conditi da iniezioni di slang e quindi talvolta un po’ rudi. Le musiche: asciutte, veloci ma armoniche, mai cacofoniche come spesso ritroviamo nel punk classico. La durata dei pezzi mediamente è di alcuni minuti, né troppi né troppo pochi.
Nei tratti caratteristici dei Cock Sparrer, ritroveremo sempre nei loro pezzi, tratti musicali degli Small Faces, dei Kinks, insomma dei gruppi rhythm'n'soul più elettrici, maggiormente influenti nei confronti del movimento mod, da cui nacque, per “fusione” con i Rude Boy, l’hard-mod, conosciuto anche come skinhead original.

Il movimento mod balla al ritmo caldo del soul e del jazz della costa californiana. È un movimento giovanile, quindi fortemente insofferente alle regole, ai dettami, ai crismi imposti dall’alto. L’innamoramento per musiche tipicamente di colore produce anche una rapida accelerazione di una cultura antagonista. E quindi l’apertura agli immigrati, l’accoglienza nei confronti dei rifugiati politici. È quindi brevissimo il passo che porta i mod al contatto coi Rude Boy.
I membri del movimento hard-mod (il primo movimento skinhead, preme ribadire) furono inoltre grandi amanti del Northern Soul, genere musicale originale inglese, che deriva da una mistura esplosiva di soul e rhythm'n'blues mescolati con ritmi velocizzati e talvolta con accenni di funky urbano.
Questa musica rinsaldava lo spirito comunitario, per la forte partecipazione che richiedeva ai partecipanti ai concerti, vere e proprie performance sullo stile dei sermoni battisti delle chiese degli Usa meridionali.

Anno di grazia dell’hard-mod? 1969. Proprio come il secondo vocabolo che completa il nome della band che al movimento skinhead/revival, per esattezza storica, ha dato i natali: gli Sham 69 di cui sopra.
Simili agli Sham 69 per potenza musicale e tensione emotiva furono gli Angelic Upstarts, che fanno parte della seconda leva dei gruppi del revival skinhead, a cavallo tra 70 e 80. Alfieri della classe proletaria, con la loro ideologia socialista sempre trasposta nei testi. Mensi, il cantante, Mond alla chitarra, Forsten al basso e Sticks alla batteria nascono e si forgiano nell’era di Margaret Thatcher e della sua offensiva contro la classe operaia e gli immigrati.
Sin dal loro primo singolo del 1978 “The Murder Of Liddle Towers”, stampato in maniera autoprodotta in 500 copie, tutte vendute ai concerti, si schierano contro le brutalità della polizia e contro la repressione delle lotte.
L’album di debutto vero e proprio è del 1979: “Teenage Warning”. Dinamite pura. Dal brano che dà il titolo all’album a tutte le altre tracce. Ma è l'insieme che colpisce: chitarra e basso che urlano, la batteria anche, a supporto omogeneo della voce, enormemente rauca, del gigante Mensi, moderno Spartaco. Brani duri, esplicativi, con gli strumenti musicali “addomesticati” dalla potenza espressiva dei testi.
Seguirà nel 1980 il monumentale “We Gotta Get Out Of This Place”, che sarà portato in tour per l’Europa durante gli eroici scioperi dei portuali polacchi di Danzica e Stettino, alle cui lotte ogni sera sarà devoluta parte dell’incasso.
“Solidarity” il pezzo centrale, il perno del disco, è una canzone struggente. Come se Woody Guthrie incontrasse il punk. Le parole sono talmente adeguate, selezionate quasi fosse lo Steinbeck di “Furore”.
Basterebbe questa, ma possiamo citare anche “Lonely Man Of Spandau”, un punk duro, urticante, senza freni. Corposo e massiccio. Come del resto “We Gotta…”. Veloce, rapido, simile ai Clash più punk e ancora non pervasi dalla world-music di “Sandinista”.
“Musica del mondo” che invece sarà ispirazione costante e duratura per i ritmi più aperti e limpidi del revival ska, che nasce dalla riscoperta del rocksteady giamaicano (a sua volta variante dello ska originale dei primi 60) ritmicamente più veloce del reggae.
Lo ska inglese dei primi 80 innervò su di sé anche l’irruenza del punk (soprattutto Clash, Ruts e i primi Police) e ne nacque un genere godibilissimo. Nomi importanti furono i Beat, i Selecter, gli Specials.

Gruppi tutti impegnati a “far pensare ballando”. Testi mai banali, liriche sempre curate, che incontrano inevitabilmente il gradimento del movimento skinhead, date le sue radici nere, musicalmente, culturalmente, materialmente intese. L’oi-punk e lo ska convissero e convivono strutturalmente, come assi musicali di questa sub-cultura. Tale attitudine, del resto, si sente profondamente nelle virate reggae, nelle intrusioni rhythm'n'soul di altre band “dedite alla causa”. Basti pensare ai Redskins, agli Oi Polloi, ai più recenti Dropkick Murphys, alla Brigada Flores Magon. Come d’altro canto urlavano i nostrani Nabat: “Scenderemo nelle strade e…”.
Oi-punk, la musica della strada.
Playlist
 Sham 69 - Tell Us The Truth (1978)
 Sham 69 - That's Life  (1978)
 Angelic Upstarts - Teenage Warning (1979)
 Angelic Upstarts - We Gotta Get Out Of This Place (1980)
 Cock Sparrer - Shock Troops (1983)
 Redskins - Neither Washington Nor Moscow (1986)
 Oi Polloi - Unite And Win (1987)
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