OndaRockStar

Ultravox

Rage In Eden - Quartet

Paolo De Bernardin, Gianluca Jandelli

Per la nuova puntata di OndaRockstar, abbiamo ripescato due dischi fondamentali della seconda fase degli Ultravox, quella contrassegnata dal canto di Midge Ure e dall'evoluzione verso sonorità più romantiche e sinfoniche. Un percorso avviato con il caposaldo "Vienna" e portato a compimento, con esiti e soluzioni differenti, nei due ottimi album che l'hanno seguito.

Ultravox
Rage In Eden
(Chrysalis, 1981)

In un'epoca di trasformismo neoromantico, di post-modernismo, qualcuno ha voluto dimenticare troppo spesso gli Ultravox, un gruppo nato con le sorti della new wave elettronica in Inghilterra, scoperto e lanciato da Brian Eno, tra le cui fila si è espressa la sperimentazione tecnologica di John Foxx. Con la sostituzione del leader con Midge Ure (alla voce e alla chitarra), il gruppo britannico si è rilanciato l'anno scorso, abbracciando tematiche esistenziali legate all'individualismo della Mitteleuropa, che hanno trovato la celebrazione nella decadenza di Vienna e di Berlino.

Ultravox - Rage In Eden“Rage In Eden” assume spesso la densità di un canto religioso, spoglio però di archi e colonne, di luce e odori d'incenso. La luce che filtra è quella del giorno, a qualsiasi ora, ma senza mai un raggio diretto di sole. Il filtro è il grigio colore del vetro. Il luogo fisico è la pietra fredda del cimitero (“Rage In Eden”). I quattro musicisti scelgono dei momenti feroci per masticare disperazione. La loro bravura è glaciale come il ricordo della morte di Lennon o di Marilyn (“I Remember - Death In The Afternoon”). E tutto è sistematicamente vagliato dall'uso gelido delle tastiere e dalle percussioni elettroniche.

La produzione mi sembra più centrata di “Vienna” e certamente l'album sarà gradito ai molti amanti delle sonorità di questo tipo. C'è più meditazione e meno improvvisazione, più cura del solito (anche se l'approssimazione non è stata mai uno specchio per gli Ultravox); e, a differenza di “Vienna”, la stessa registrazione dell’album ha richiesto tre mesi.
Billy Currie si sente sempre di più con i suoi influssi classicheggianti, tra Ciajkovskij e Bela Bartók, e col calore della sua viola. “Your Name”, che chiude l'album, e tutta la prima facciata sono le cose più belle dei nuovi Ultravox.

(Paolo De Bernardin)

***

Ultravox
Quartet
(Chrysalis, 1982)

Puntuali come sempre, gli Ultravox pubblicano il loro nuovo album. È il sesto Lp, terzo dopo la dipartita di John Foxx. Il terzo lavoro è sempre l'opera più completa di un artista e ciò vale anche per gli Ultravox. Infatti, nonostante la mia ostilità iniziale, c'è da dire che questo gruppo ha compiuto passi da gigante e innumerevoli sforzi per proporre sempre qualcosa di originale. Rispetto agli episodi precedenti, Midge Ure e compagni sgrezzano il loro materiale dalla vena pseudo-romantica che li aveva colpiti. Il disco ne acquista forza e coerenza, senza mostrare alcun cedimento.

Ultravox - QuartetChe fossero degli ottimi musicisti lo si sapeva già, ma l'originalità e la creatività si scoprono solo adesso. Hanno smesso di vagare per Vienna e arrivano ora per ballare intonando una canzone che assomiglia a una serenata, ricordando le loro visioni nel blu. C'è da chiedersi quante siano le sfaccettature di questo gruppo, anche dopo i singoli pubblicati da Midge Ure. Sicuramente è molto difficile rimanere a galla in Inghilterra, dove le mode e i ritmi si susseguono senza sosta. Però “Quartet” ci riesce in pieno, pescando dove gli altri sono passati oltre: nella semplicità.

Son cambiati í testi delle canzoni e il loro abbigliamento. Forse parte del merito va alla dosata produzione di George Martin, fatto è che il sound ha subito un notevole miglioramento (saranno state sicuramente quelle “visioni nel blu”).
Gli Ultravox si scrollano l’anzianità di dosso con un sol gesto: “Quartet”. Ultima cosa da notare: la registrazione, come il disco, è ottima. È digitale.

(Gianluca Jandelli)

(Rockstar, 1981-'82)

Playlist
 

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