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Patti Smith

Oh Patti!

di Peppe Videtti
Patti Smith
Dream Of Life
(Arista, 1988)

Quando scomparve, nel 1979, il rock aveva ancora la forza di esistere grazie alla forza persuasiva del suo messaggio e al carisma dei suoi protagonisti. Niente videoclip. Del cd si parlava appena. Sembrava che il punk avesse riportato il rock'n'roll a un punto di partenza. Lei era arrivata alla fine del 1976, contemporaneamente ai primi punk londinesi: qualche singolo indipendente e poi un album, prodotto da John Cale, che si scagliava sull'ascoltatore con una forza che avevamo dimenticato. “Horses” assemblava in un disco, una busta, una copertina una quantità di messaggi che un'intera enciclopedia non avrebbe potuto contenere. E ad alcuni di noi, depressi dal rock romantico, sembrò di ripartire da Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin, i Velvet Underground e gli Stooges. Improvvisamente tutto divenne importante intorno a lei. Ogni sua parola, ogni suo gesto, ogni scarabocchio della sua penna, ogni nota del suo clarino divenne un simbolo. E il rock tornò a vivere, come il bambino voodoo, e a conquistare la gente con il suo significato più profondo: strana, pazza celebrazione, come aveva gridato qualcuno prima di lei.
L'Europa fu la prima a raccogliere il messaggio. Quando l'America la scoprì con “Because The Night”, a Parigi l'avevano già applaudita in centomila. C'era qualcosa di mistico intorno alla sua persona e in quello che diceva. Ricordo, come se fossero passati trent'anni, la corsa al disco appena uscito, lo sforzo per decifrare i messaggi, non facili, delle mille frasi scritte nei fogli interni, per comprendere le parole che appallottolava in una furia delirante cantando le sue canzoni, alcune di dieci minuti e più. La ricerca frenetica dei testi in qualche libreria alternativa di Les Halles o in un emporio di Bleeker Street che ancora vendeva bootlegs.

Il potere di persuasione di questa donna era straordinario, perché lei era la prima a credere, a scommettere e rischiare in prima persona, a darsi completamente (ricordate la sua mitica "caduta" a Tampa, in Florida?). Di nuovo, lei ci fece scoprire la bellezza, una bellezza diversa, che viene dal profondo, ricca di contenuti, più che di apparenze. Avrebbe potuto avere il mondo ai suoi piedi, era a buon punto, se solo avesse accettato il sacrificio che il rock'n'roll ha preteso dai più grandi. Forse un'altra "caduta" le sarebbe stata fatale e lei sarebbe rimasta sull'altare, intoccabile, viva per sempre nell'immaginario di una generazione dopo l'altra, senza esaurimento.
Invece, nel 1979, dopo quattro album, Fred "Sonic" Smith (Mc5) la strappò da New York e dal rock'n'roll e la portò (in salvo) a casa sua, a Detroit, ex-tempio dell'Iguana e ora porto sicuro: la tranquillità, i figli, in banca e al supermercato con l'automobile, la certezza di una vita lontana dalla musica che, per sua stessa ammissione, "stava solo diventando la ricerca di un suono migliore". Come avrebbe potuto essere schiava di un mixer, lei che con quattro note e una voce sgranata aveva trovato la luce ("down in vineland...")?

Patti Smith - Dream Of LifeOggi, il ritorno improvviso di Patti Smith, dopo nove anni di totale assenza (nove anni o trenta?) è quasi imbarazzante. Imbarazzante, perché in tutti questi anni abbiamo visto avviarsi il rock verso improbabili cammini, e troppo spesso abbiamo gratificato artisti modesti con entusiasmi eccessivi. E non sono trascorsi soltanto nove anni, se si considera quanta acqua sotto i ponti è passata. Pensate, ad esempio, a cosa erano i Talking Heads nel 1979 e cosa rappresenta adesso David Byrne e avrete la misura che sono stati nove anni particolari in cui le situazioni si sono avvicendate vorticosamente e il mercato, bombardato da novità a ripetizione, sembra impazzito. Pensate anche a cos'era Springsteen quando scrisse “Because The Night”... e cos'è adesso.
Piuttosto di uscire sul palco vestita di una bandiera americana, Patti Smith si è allontanata. Consapevole che la sua lotta per la spontaneità sarebbe stata una lotta contro i mulini a vento. Che ogni sera, concerto dopo concerto, qualcuno l'avrebbe incitata a produrre un suono più... pulito, a fornirsi di un impianto luci più sofisticato. Certo, sarebbe stato utile che lei fosse rimasta in campo ad appallottolar parole e a predicare, eroina, la sua missione. Così oggi l'avremmo rivoluta eccessiva e selvaggia, a liberare di nuovo il rock'n'roll di tutte le sue sovrastrutture. Ma, inevitabilmente, “Dream Of Life” non ci restituisce la Patti Smith di “Horses” e “Radio Ethiopia”.
A quarant'anni uno ha tutto il diritto di mettere un po' di ordine nella propria ispirazione, con due mocciosi a cui badare e una giornata da organizzarsi, dall'alba al tramonto - e il tempo che resta serve a dormire non a stravolgersi da un bar all'altro da un sogno all'altro.

Con il Patti Smith Group ricostruito a metà (Fred "Sonic" Smith ha logicamente preso il posto di Lenny Kaye) e un produttore degli anni d'oro (Jimmy Iovine), l'artista cerca di riacchiappare la sua calda platea di un tempo con un brano che colpisce in basso, “People Have The Power”, tanto per far ricordare che lei era quella di “Because The Night” e di “Frederick”. Ma a noi che il colpo basso lo ricevemmo con “Birdland”, “Land” e “Radio Ethiopia”, cosa resta? È un brivido, mentre la voce farnetica una strofa di “Where Duty Calls”: lei non sembra essersi accorta che anche gli U2 hanno segnato la storia di questi dieci anni, ma Bono da chi ha imparato a celebrare? E Jim Kerr? “Where Duty Calls” è dedicata a loro. E a tutti noi, che ci abissammo con gioia nella sua confusione mentale.

Poi ci sono tante ballate, tutte più levigate di “Pissing In A River”, tutte più controllate di “Free Money”. Anche se, per carità, Patti Smith non ha perso niente della sua forza di predicatrice. La sua voce tuona sempre come un ammonimento, come un'incitazione irresistibile. Il ritorno di Patti Smith, oggi, va interpretato con un ritorno all'autenticità. Piuttosto che continuare a metterla accanto a Bruce Springsteen, ci pare più giusto e sicuro pensarla dalla parte di Suzanne Vega, Tracy Chapman, Julia Fordham, Toni Childs e Michelle Shocked.

(Rockstar, agosto 1988)

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