Approfondimenti

Auditorium San Fedele: Multimedia Project

Intervista agli Otolab

di Matteo Meda
Il Centro San Fedele, con il suo mitico auditorium, è uno dei poli culturali dell'avanguardia musicale a Milano. Dove con avanguardia non ci limitiamo all'usuale significato, tutto artistico, di "provocatoria, allergica alle convenzioni, oltre i luoghi comuni", bensì intendiamo un più generico e pregnante "in anticipo sui tempi". Guardare avanti, dunque, cercare di raggiungere dimensioni che rompano sì con schemi e limiti tradizionali, ma che lo facciano in virtù di una ricerca volta a scoprire e/o creare qualcosa che sta oltre, qualcosa di nuovo, inesplorato, incontaminato. Questo è il tratto che contraddistingue tutti gli eventi organizzati e promossi da quest'autentica istituzione, che alla città continua a offrire un porto sicuro per progetti distanti dalle masse e dall'ordinarietà, interessati a esplorare con coraggio un macrocosmo che dimostra ogni giorno di più di avere ancora tanto da dare.

Il Multimedia Project è, in ordine di tempo, l'ultima avveniristica rassegna generatasi all'interno delle mura del San Fedele. Un ciclo di sei spettacoli, sei performance che vedono come oggetto di ricerca gli spazi interiori e la loro creazione, scoperta, rivelazione per mezzo dell'arte e della sua componente percettiva. Il tutto sfidando il limite del sensoriale, lavorando nella direzione teorico-scientifica di stimolare punti nevralgici dell'immaginazione, e in quella più squisitamente pratico-artistica di generare immaginazione. Il suono (la musica) e l'immagine (il video, il cinema, la fotografia) al tempo stesso mezzi creatori di spazi interiori e scopi ultimi, alloggi, portatori degli stessi.
Per fare ciò, il fiore all'occhiello a livello tecnico del Centro è composto dall'acusmonium, un sistema di proiezione del suono nello spazio, elaborato da François Bayle e composto di fatto da un'orchestra di altoparlanti. Il fine è la spazializzazione del suono, diffuso tramite altoparanti con timbri e caratteristiche diverse al fine di organizzare lo spazio acustico, ma anche quello psicologico (e dunque percettivo).

Il prossimo, imperdibile appuntamento di questo inizio 2015, previsto per sabato 9 febbraio, vedrà come protagonisti Stephan Mathieu e il collettivo Otolab, autentico pezzo di storia dell'underground sperimentale milanese. Attualmente guidato dalle due teste pensanti di Luca Pertegato e Massimiliano Gusmini, ha riunito sotto il suo marchio numerosi artisti provenienti dalle esperienze più disparate, agendo come un vero e proprio laboratorio, e dunque riunendo al suo interno un team di sperimentatori intenti a interfacciare, far dialogare e finanche fondere le proprie esperienze creative. Tanti i frutti seminati dal collettivo, tradottisi in particolare in una lunga serie di performance audiovisive entrate a far parte dell'apice del made in Italy multimediale, e in grado di riscuotere consensi e stupore pure nelle roccaforti dell'arte sperimentale. L'unione, tutto meno che scontata, tra forma concettuale e sostanza artistica, ha permesso al marchio Otolab di costruirsi una fama a livello continentale.

Per questo terzo episodio della rassegna, Otolab ha elaborato una nuova creazione, intitolata "Dystopia" (è possibile vederne anteprima nel video a fondo articolo). Una performance sulla quale i due hanno per ora rivelato pochissimo, limitandosi a parlare di un'esplorazione di territori satellitari naturali/urbani in continua mutazione verso una sorta di materia organica e costantemente avvolti da una "nebulosa orbitante" ipnotica. A comporre quest'ultima, un mix di ritmiche dub-techno e soundscape drone-noise, con l'elemento sonoro chiamato a ricoprire un ruolo di fondamentale importanza. Per approfondire la presentazione di questa affascinante opera multisensoriale, abbiamo raggiunto direttamente Pertegato e Gusmini, consci del fatto che l'unica vera possibilità conoscitiva sarà la sperimentazione diretta, e dunque la partecipazione all'evento.

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Intervista a Luca Pertegato e Massimiliano Gusmini (Otolab)

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La vostra arte prende forma come mix di espressioni differenti, realizzate con metodi, approcci e mezzi diversi. Come siete arrivati a elaborare una fusione tra questi?

Luca: Credo che la risposta si possa trovare nella storia di Otolab, che nel 2001 vede un gruppo di persone, molto eterogeneo per età, esperienza artistica e professionale, dare vita a un luogo fisico e immaginifico e dedicarsi alla ricerca audiovisiva con un approccio D.I.Y. Questa mescolanza, nel corso del tempo, ha dato vita in modo spontaneo a progetti che riflettono questa molteplicità di approcci, di linguaggi e tecnologie. E' altrettanto vero che abbiamo sempre riconosciuto questa peculiarità incoraggiandola e facendone un po' il nostro stile.

Massi: Penso che l'eterogeneità delle competenze in Otolab abbia giovato a tutti. D'altra parte il live­media in generale è un'attività multidisciplinare. In questo modo i punti di partenza dei progetti possono essere molto diversi, ma condotti con la stessa sensibilità. Usiamo di rado la parola "arte", forse perché risulta limitante sotto molti aspetti, in un lavoro di gruppo spesso si sente la necessità di moderare gli ego degli "artisti". ­

In tal senso, dove si colloca "Dystopia" all'interno del vostro percorso artistico? Da quali presupposti siete partiti per far evolvere questa performance?
Luca: "Dystopia" è un classico esempio di quanto si diceva prima, un progetto nato all'interno del laboratorio dalla fusione di diverse ricerche sonore e visive. Da una parte abbiamo la ricerca con strumenti analogici auto­costruiti, sperimentati da qualche anno con il live "Megatsunami", dall'altra la ricerca di griglie ritmiche digitali maturate nei dance­floor, il crogiolo del laboratorio ha poi consentito di mettere a confronto i linguaggi, di selezionare e affinare suoni e immagini, di organizzarli secondo una partitura audiovisiva, e infine dare vita al live finale.

Che ruolo hanno, in essa, la componente sonora e quella video? Come avete sviluppato il rapporto fra di esse?
Massi: Questo live è piuttosto anomalo rispetto altri progetti A/V di Otolab e nasce dalla sperimentazione puramente sonora. Cercavamo nuove sonorità dal Lumanoise, intonabili alle ritmiche digitali. I visual sono stati abbinati in seguito, per empatia con l'immaginario musicale.

Luca: Il live in un primo tempo non aveva video, delegavamo l'attenzione visiva del pubblico sull'azione fisica di manipolazione delle luci utilizzate sullo stage. Il progetto visivo è stato sviluppato successivamente, per rispondere banalmente a esigenze di allestimento, ma nel corso del tempo si è integrato molto bene, rafforzando l'atmosfera complessiva del live. Le animazioni, con un andamento lento e ipnotico, seguono il mood sonoro, con alcune interazioni puntuali sull'audio, ma complessivamente creano un viaggio visivo che potrebbe essere del tutto indipendente dalla musica. Forse è uno dei lavori di Otolab dove è meno percepibile la sincronia audio/video, ma dove la ricerca sinestesica si fonda maggiormente sull'atmosfera complessiva generata dalle immagini. ­

Avete lavorato attorno a un concept preciso o è quest'ultimo a essersi generato attraverso l'opera?
Massi: Alcuni lavori nascono più dalla pancia che dalla mente. "Dystopia" è un viaggio, e ha preso forma col tempo. Diversamente da altri progetti, abbiamo dato priorità alla musica, all'istinto, il concept e i visual sono arrivati dopo.

Luca: Parlerei di una sorta di "mood" condiviso attorno al quale si sono generate le atmosfere sonore e visive, il concept vero e proprio si è strutturato in seguito, quando la stratificazione dei layer ha iniziato a fare apparire l'immaginario finale. ­

Che strumentazione utilizzerete nel corso della performance? Che rapporto avete con la tecnologia e come vi ponete rispetto all'eterna "battaglia" tra frontiere digitali e organicismo analogico?
Luca: Quando abbiamo iniziato questo viaggio sul pianeta audiovisivo, usavamo strumenti analogici, i nostri pc non erano in grado di fornire quel livello di qualità/velocità che ci serviva. Poi c'è stata la grande ubriacatura digitale di inizio millennio e l'abbiamo assimilata. Oggi viviamo nel tempo dell'archeologia dei media e del fascino per gli strumenti analogici del passato, e naturalmente non ne siamo immuni. Detto questo, il nostro approccio alla tecnologia è sempre stato laico e sperimentale, non ci siamo mai preclusi nessuna soluzione a priori, anzi, abbiamo cercato spesso la contaminazione tra tecnologie e linguaggi, tra digitale e analogico, cercando di ottenere il meglio dall'incrocio dei diversi mondi, nel gergo interno del laboratorio è quella che chiamiamo "tecnica mista". Per Dystopia utilizziamo alcuni mini-synth analogici auto­costruiti (Lumanoise), diverse luci per suonare i Lumanoise, un strumento a molla e campana tibetana auto­costruito, Ableton Live per la tessitura ritmica e Isadora per il live video, ancora una volta digitale e analogico insieme.

Massi: Lavoro indistintamente con digitale e analogico, cercando il meglio dai due mondi, non partecipo a questa battaglia. ­

Rispetto all'evento nel suo complesso, quali elementi accomunano la performance con quella di Stephan Mathieu che precederà la vostra esibizione? Vi è, a parer vostro, un filo conduttore?
Luca: Conosciamo e apprezziamo da tempo il lavoro di Stephan Mathieu, e sicuramente ci sono dei punti in comune, ma credo che questo lo scopriremo veramente solo a fine serata.

Massi: ho iniziato a conoscerlo dopo un live molto bello, al palazzo della Triennale quattro o cinque anni fa. I visual di quel live erano del nostro amico Claudio Sinatti, scomparso l'aprile scorso. Ricordo molto bene quel live e lo ricordo come uno dei lavori più belli di Claudio, i suoi visual si abbinavano perfettamente alla musica di Stephan. Ora non saprei cosa attendere di preciso, sono curioso.

Guardando al vostro passato e alla vostra storia artistica, riuscite a individuare un filo conduttore che leghi tutte le evoluzioni della vostra arte, o preferite considerare ogni progetto come un parto a sé stante e autonomo?
Luca: Naturalmente ogni progetto ha la sua storia, generalmente molto diversa dalle altre, ma spesso linguaggi e tecniche si sovrappongono, e ripercorrendo la nostra breve storia ci rendiamo conto che un immaginario comune si è sviluppato, anche tra i diversi autori di Otolab. Sicuramente ci sono alcuni elementi importanti e condivisi all'interno del laboratorio: il grande interesse per la sinestesia audiovisiva, l'approccio minimale alla progettazione, il lavoro di gruppo e la condivisione di saperi ed esperienze.

Massi: Certamente c'è un filo conduttore, lavorando in gruppo c'è un passato condiviso che permette di poter fare tesoro delle esperienze di tutti. Alcuni lavori, però, sono cruciali nel tuo percorso. Penso che il filo conduttore sia più sano rilevarlo a posteriori che imporlo a priori per questioni di riconoscibilità stilistica. Sono argomenti che non ci hanno mai interessato, generalmente smettiamo di lavorare a un certo tipo di live quando capiamo che ci stiamo ripetendo. ­

A livello di suono, il vostro è uno stile che riunisce una serie di componenti anche piuttosto diverse fra loro, senza per questo uniformarsi a nessuna di esse. Qual è il vostro background strettamente musicale e come lo convogliate all'interno del vostro percorso sonoro?
Luca: il mio background musicale comincia a formarsi negli anni Settanta attraversando diverse scene musicali, e ancora oggi ho interessi multiformi per la musica, ma forse è solo l'elettronica, colta o meno, che mi ha veramente folgorato, da "Trans Europe Express" dei Kraftwerk in poi. E' difficile guardare dentro il proprio lavoro cercando delle tracce sonore nella memoria, il processo di assimilazione musicale e di restituzione sotto forma di live performance è inconscio. Se dovessi pensare a degli ispiratori a proposito di "Dystopia", direi che riconosco tracce di György Ligeti e dei Sonic Youth, ma anche molto Philip K. Dick.

Massi: ho iniziato negli anni Novanta, suonando sax contralto e baritono, ma credo che le cose più interessanti siano iniziate verso la fine degli anni Novanta, quando mi sono dedicato interamente alla musica elettronica. Dopo il 2001 tutta la mia produzione si è concentrata in Otolab. A parte progetti particolarmente sperimentali, produco prevalentemente techno, dub­techno ed electro. In tempi diversi riconosco l'influsso dei Kraftwerk, degli Einsturzende Neubauten e dei Pan Sonic. ­

Avete già avuto modo di esibirvi utilizzando l'acusmonium, se non sbaglio. Cosa pensate delle potenzialità di questo sistema? Credete si tratti di un elemento in grado di implementare e accrescere il potenziale espressivo della vostra arte?
Luca: Si, abbiamo avuto modo di sperimentare l'acusmonium in altre occasioni sempre all'Auditorio San Fedele, il risultato è sempre stata una sorpresa, si possono ottenere effetti di spazializzazione del suono molto interessanti e che regalano nuovi punti di vista sul live, naturalmente per sfruttare al meglio l'acusmonium sarebbe utile progettare l'audio in funzione del sistema.

Massi: Sicuramente l'acusmonium amplia le possibilità percettive e narrative. Quando funziona è esaltante, ma il risultato non è scontato, per ottenere il meglio serve intesa tra performer e regia acusmatica, le "intenzioni" della musica vanno interpretate, non è facile. L'anno scorso Cospito ha fatto un ottimo lavoro sul nostro set. ­

Per finire, giusto una curiosità: da dove viene il vostro nome d'arte?
Luca: La storia sarebbe più lunga, ma per per semplificare: OTO (in giapponese suono o rumore) + LAB (laboratorio) = OTOLAB

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Otolab, "Dystopia" (2014/2015)

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