Risponde il critico

Elvis Presley

Elvis Presley - Il Re e' morto?


di Francesco Paolo Ferrotti

"Prima di Elvis non c'era niente"
John Lennon

"La mia voce è uno strumento di Dio, non mio" 
Elvis Presley
 

"Acoltare Elvis per la prima volta fu come scappare di prigione"
Bob Dylan

Elvis Presley: il Re del rock and roll, l’icona delle icone, il mito di un’intera generazione, l’ispiratore di molti grandi del rock, la voce più famosa del Novecento… e tuttavia, spesso, il grande assente. Va detto, non è facile accostarsi a un personaggio così leggendario, oggi a volte controverso. Ad aumentare la difficoltà, c'è il fatto che l’uomo Elvis Aaron Presley forse in parte resterà sempre un grosso punto interrogativo: quali erano le sue vere intenzioni? In che misura fu artefice del proprio successo? Quali furono le ragioni che lo portarono a scegliere certi brani piuttosto che altri? Perché fu incapace di risollevare le sorti della propria carriera e della propria vita? Contrariamente all’idea di un personaggio semplice, su Elvis si potrebbero scrivere avvincenti romanzi psicologici, in cui arte e vita sembrano confondersi: sin dalla nascita, con la morte del gemello Jesse Garon, episodio che secondo alcuni biografi ebbe influenza determinante sulla personalità dell'artista. Poi il suo precocissimo talento, l’esordio incredibile, il servizio militare, la carriera cinematografica, il leggendario “comeback” del 1968, gli anni del tramonto. Ma anche i suoi eccessi, l’irrazionale generosità, l’ossessione per il misticismo, l'abuso di farmaci e l'insonnia cronica, il rapporto intenso con la madre e quello di amore-odio con il colonnello Parker. Infine, la tragica scomparsa prematura, proprio in quel 1977 che vide la rinascita della cultura giovanile, quella a cui egli aveva contributo vent’anni prima. Dopo la morte, secondo alcuni fan irriducibili, persino la presunta “resurrezione” da una morte simulata per sfuggire a una fama troppo ingombrante. In ogni caso, l’immortalità artistica.
La fama di Elvis è ancora oggi molto forte, e ogni anno fa la comparsa nei negozi l’ennesima compilation o ristampa. Eppure, Elvis è anche il grande incompreso della storia del rock: sia perché la sua musica viene spesso giudicata con criteri ad essa estranei, sia per la scarsa conoscenza della sua carriera (ad esempio, non tutti sanno che Elvis aveva un grande controllo sullo studio di registrazione).
I
n attesa di una monografia sulle nostre pagine, ho fatto dieci domande a una delle istituzioni della critica musicale nostrana: Stefano Isidoro Bianchi, fondatore e direttore del mensile “Blow Up”. Alla riscoperta del Re del rock and roll.

1. Dopo più di cinquant'anni, la notorietà di Elvis non accenna a diminuire e, nelle scorse settimane, è uscito anche un album di remix. Tuttavia, a parte le operazioni commerciali di dubbio gusto, ho l'impressione che oggi la figura di Elvis Presley esprima un paradosso singolare: è talmente conosciuto, che finisce per essere "sconosciuto" e sottovalutato proprio perché ritenuto fin troppo ovvio e scontato. Spesso, strano ma vero, ciò avviene proprio da parte degli appassionati di musica rock, in particolare i più giovani. Cosa ne pensi?

È vero, anche se credo che potremmo dire la stessa cosa, amaramente, di molti altri giganti della storia del rock e del pop. La "cultura dominante" del rock purtroppo prevede, tra le molte altre assurdità, una sorta di glorificazione (possibilmente a posteriori) di determinati comportamenti riassumibili con il proverbiale "sex & drugs & rock'n'roll", e l'immagine tramandata ai posteri di Elvis esula, in larga misura, da questi stereotipi. Di lui si ricordano solo il terrificante kitsch dell'abbigliamento scenografico anni 70 e di Graceland (avendola visitata qualche anno fa devo confermare: il regno assoluto del peggior kitsch immaginabile da mente umana…), le canzoni melodiche e l'aspetto da "bravo ragazzo" dimenticando l'impatto formidabile che ebbe quando esordì e la rivoluzione che portò nella musica popular a livello di comunicazione (molto più che a livello musicale).
Le generazioni più giovani che si avvicinano oggi all'universo del rock tendono a immagazzinare dati e dati, ma con sempre più scarsa cognizione di causa e in maniera troppo spesso casuale ed estemporanea; la collocazione temporale, la sequenzialità e conoscenza storica degli eventi non saranno fattori determinanti per la fruizione musicale in senso stretto, ma lo sono indubbiamente in senso critico.  

2. Spesso si dice che nella chitarra di Chuck Berry è contenuto gran parte del rock dei cinquant'anni successivi, almeno dal punto di vista strettamente musicale. Secondo te in che modo e in che misura Elvis ha meritato il titolo di "re del rock and roll"?
Elvis è stato certamente il re del "rock and roll" ma non lo è stato del "rock" per una serie di motivi "oggettivi". Per primo il fatto che quello che chiamiamo "rock'n'roll" è un genere che preesisteva, musicalmente, sia a Elvis che a tutti gli altri (compreso Chuck Berry, la cui fama è sproporzionata rispetto ai meriti) ed era già popolare da anni e anni tra i neri che lo praticavano e tra i bianchi che lo ascoltavano; non era altro, insomma, che il "rhythm'n'blues", nato nei primi anni 40 e a sua volta erede di altre culture preesistenti. Quello che noi chiamiamo "rock", invece, deriva solo in piccola parte dal rock'n'roll degli anni 50, è un metagenere che nasce con gli anni 60, ricollegandosi ai suoni di alcuni interpreti del rock'n'roll ma mixandone gli input con molto altro (il blues, il folk, il pop, la canzone europea, l'elettronica sperimentale) ed esaltandone alcuni elementi fondamentali come la produzione di studio. Il riff chitarristico, per esempio, che è un elemento fondante del rock anni 60, è riscontrabile più nel rock'n'roll-blues di Chuck Berry che non nel rock'n'roll-pop di Presley, e questo è uno dei motivi per cui l'eredità del primo fu molto più forte di quella del secondo.
Poi c'è il fatto che Elvis era un interprete e non un songwriter, mentre Berry era autore delle sue canzoni e questo, negli anni 60 dell'Autore Che Emerge Prepotentemente, diventa determinante (pensa, ad esempio, alle differenze che si fanno anche in Italia tra la "nobiltà" di un cantautore e la "bassezza" di un interprete in stile Sanremo).
Infine c'è il fatto che Elvis nei 60 si staccò completamente dall'immaginario giovanile per dedicarsi a quello famigliare, lasvegasiano, sostanzialmente perbenista tanto dal punto di vista musicale che d'immagine. La sua età e la sua eredità sono e restano quindi quelle del rock'n'roll anni 50, del quale fu indubbiamente il re, per quanto mal compreso e dimenticato. 

3. Patinato, mieloso, quasi angelico. In una parola, innocuo. Oggi, questa è spesso l'immagine che molti hanno di Elvis. Quando viene contrapposto a Chuck Berry, sembra di ricordare lo stesso genere di (presunta) contrapposizione tra i "garbati" Beatles e i "dissoluti" Rolling Stones. Tuttavia, a volte emerge anche un'immagine opposta, in particolare nella memoria di chi ha vissuto quegli anni: un Elvis che sconvolgeva i perbenisti con la sua sessualità, con l'irruenza di una musica considerata rivoluzionaria e quasi diabolica. In che rapporto stanno queste due immagini di Elvis?
Sono due facce della stessa medaglia, e come in qualunque medaglia tutto dipende dal punto di vista di chi osserva: per il rocker "underground" (diciamo) Elvis sarà sempre un bamboccione piacione, per i perbenisti invece si tratterà di un agitatore e di un portatore di caos (sessuale, culturale, persino politico). Se ci pensi accade lo stesso in qualunque altro ambito e con qualunque altro musicista: a seconda dei punti di osservazione, i Clash, gli Husker Du, i Sonic Youth o i Nirvana possono esser definiti band rivoluzionarie (se sei un indie rocker), gruppi di caotici fracassoni (se ascolti Sanremo) o strumentisti mediocri (se ascolti jazz e avanguardia).
La definizione di stile/modo è sempre e solo una questione di punto di osservazione e di attitudine/preparazione personale. 

4. Elvis aveva una voce e un carisma unici nel suo genere, ma non si può dire che fosse né un grande musicista né un abile songwriter. Tuttavia, ho l'impressione che oggi, rispetto al passato, si dia molto più peso al fatto che molte delle "sue" canzoni erano in realtà "soltanto" interpretazioni. Secondo te in che misura l'assenza di "autorialità"deve condizionare il giudizio di un brano musicale, in questo caso delle canzoni che vanno sotto il nome di Elvis?
Elvis non scriveva le canzoni che cantava e questo ne faceva l'erede più della tradizione popular alla Tin Pan Alley che di quella roots; la magia fu che interpretava come un autentico "roots-man" canzoni scritte a tavolino per lui. L'assenza di autorialità deve essere giudicata per quello che è: assenza di autorialità. Il giudizio non va dato quindi al brano ma all'interpretazione del brano. È un'ovvia modalità critica che sposta per l'ennesima volta la bilancia della cognizione che abbiamo di Presley come di elemento "estraneo" al rock, dal momento che l'universo rock è composto in gran parte di autori (anche se troppo spesso completamente autoreferenziali al proprio universo) e non di interpreti. Non credo insomma che sia né giusto né ingiusto dare giudizi condizionali su un brano: è semplicemente normale.

5. Vorrei dedicare lo spazio di questa domanda a qualche piccola indicazione per chi teme di approcciarsi a una carriera enorme, una discografia sterminata, una proliferazione di compilation. Secondo te quale Elvis suona più moderno e sembra aver vinto maggiormente la sfida con il tempo, negli anni 2000? Quali sono le dieci canzoni che tu sceglieresti per una compilation ideale?
Elvis vinse qualunque sfida con qualunque tempo nel momento esatto in cui comparve all'Ed Sullivan Show: ogni sua canzone è "moderna" in eterno, quindi la scelta può essere solo affettiva. Le mie dieci canzoni sono, in ordine di gradimento, "Love Me Tender", "Baby Let's Play House", "That's All Right (Mama)", "Young and Beautiful", "Heartbreak Hotel", "Blue Suede Shoes", "Hound Dog", "Don't Be Cruel", "I Believe", "Jailhouse Rock" e "It's Now Or Never". Come dici? Sono undici?... Ah ok, allora ti sfido a toglierne una… :-)

6. Nella storia del rock, gli scambi tra Stati Uniti e Inghilterra sono stati spesso importanti: gruppi inglesi (Beatles, Sex Pistols) e americani (Beach Boys, Ramones) fecero memorabili concerti dall'altra parte dell'oceano che contribuirono ad alimentare la fama e l'influenza. Invece, Elvis non soltanto non fece mai un concerto in Uk, ma il tour fuori dagli States restò sempre un grande sogno irrealizzato (le ragioni sono varie: dalla paura di volare, ai timori del colonnello Parker per il suo stato di semi-clandestinità). Secondo te un tour in Inghilterra e in Europa avrebbe in qualche modo riscritto la storia?
Immagino che un tour in Europa, al massimo della fama, avrebbe contribuito molto alla diffusione del mito, anche se non alla riscrittura di una storia che era e resta tipicamente americana. Non dimentichiamo che quando Elvis mise in piedi le fondamenta della sua popolarità, quindi negli anni 50, in Europa la televisione non era così diffusa e popolare come negli Usa e un tour (sia inglese che continentale) avrebbe certamente contribuito ad alimentare la diffusione del r’n’r, ma non più di tanto il culto della sua personalità, che era e resta un elemento legato all’immagine e quindi, in questo caso, tipicamente televisivo. Se invece Elvis fosse andato in tour negli anni 60 il mondo rock "giovanile" non l’avrebbe notato più di tanto: a quel punto, era il rock alternativo e protestatario che tirava, non il rock’n’roll tutto lustrini di cui lui era portatore.

7. La parabola di Elvis Presley, dagli esordi alla fine, è per molti versi tragica: un giovane di bell'aspetto e con una fortunatissima carriera, alla fine muore a 42 anni, depresso e imbottito di farmaci. Contrariamente ad altri miti americani, Elvis non incarna lo stereotipo del "live fast, die young", ovvero della morte da giovane e bello. Non muore nemmeno da vecchio, guardandosi indietro dopo una vita di successi. Muore come un uomo di quasi mezza età, ingrassato e consumato lentamente dal proprio stesso mito, quello che l'aveva portato a diventare il "Re". Secondo te in che rapporto sta la parabola di Elvis con quell' "American Dream" di cui a volte sembrerebbe uno dei numi tulelari?
Non saprei dire se Elvis è considerato uno dei numi tutelari dell'American Dream e non saprei dire neanche se quest'ultimo sia collegabile a quella grande sciocchezza che è il "live fast die young" rockettaro. Credo che la parabola umana e artistica di Elvis abbia poco a che vedere con l'American Dream, che è un sogno positivo e vitalistico, distante quindi dall'esistenzialismo negativo di cui purtroppo è ammantato molto rock. La sua parabola è simile a quella di tanti altri baciati dal successo, ma incapaci di gestirlo e di gestirsi; è simile, se vogliamo, a quella di tante star del cinema che, incamminate sul viale del tramonto, perdono il contatto con la realtà annegandosi nell'alcol e nella droga. A ucciderlo fu la perdita della popolarità: Elvis The Pelvis fu un prodotto della televisione e dello schermo molto più che della musica, quindi godette (e subì) una popolarità amorfa e inconoscibile, distantissima da quella "reale" e fisica della musica popular tradizionale: una popolarità che tanto rapidamente ti abbraccia quanto rapidamente ti abbandona (a differenza di quella della musica "rock").

8. Elvis ha dato vita a un fenomeno molto particolare, che in America è preso con serietà da molti: c'è chi continua a pensare che la sua morte è stata simulata, ma che il Re sia ancora vivo. Recentemente, ne ha parlato per l'ennesima volta anche "Rolling Stone" edizione argentina, sostenendo che Elvis si trovi lì. A differenza dei Beatles, che in parte addirittura alimentarono la credenza opposta (quella della morte di Paul), la credenza in "Elvis is alive" sembra esser presa con molta più serietà e sembra ricordare qualcosa che appartiene addirittura a un ambito religioso. Cosa pensi di questo fenomeno? Secondo te perchè Elvis è assurto a questo rango quasi mistico?
Sulla morte supposta e i ritrovamenti improbabili di Elvis non so proprio che cosa dire se non riderci sopra. Elvis è arrivato a ricoprire un ruolo che sfiora la religiosità unicamente per la stupidità/ingenuità del popolo americano. Il discorso potrebbe esser applicato a mille altri fenomeni para-religiosi, dalla madonnina piangente di Civitavecchia a Padre Pio, per restare a casa nostra. Sono fenomeni d’isteria di massa, paradigmi della debolezza/forza di una cultura e di un popolo interessanti da studiare sociologicamente, ma quasi irritanti, nel nostro caso, se applicati all’ambito musicale (un popolo senza una religione gerarchica e organizzata come quello americano idolatra i divi del pop, un popolo con una religione gerarchica e organizzata come il nostro idolatra i divi della chiesa: entrambi idolatrano le proiezioni dei loro bisogni).
Nello specifico di Elvis si tratta dei reflui della cultura di massa, cioè di elementi necessari e indispensabili all’esistenza stessa di una cultura di massa, che vive principalmente di isteria e idolatria e poggia sull’adorazione del divo la sua stessa essenza ed esistenza. “Fenomeno di successo, fenomeno di cesso”, dicevano tanti anni fa i miei amati Squallor…

9. Quasi in modo simbolico, Elvis morì nell’anno in cui il rock'n'roll sembrò rinascere dalle sue ceneri, indossando le vesti del punk. Era lo stesso anno in cui i Clash cantavano "No Elvis, Beatles and The Rolling Stones" (in "1977" per l'appunto). Appena due anni dopo, tuttavia, nella copertina di "London Calling", i Clash citarono la copertina del primo Lp di Elvis Presley, seppur con una differenza: mentre in quella originale vediamo Elvis suonare la chitarra, nella famosa fotografia di Pennie Smith un basso viene infranto al suolo. Secondo te in che rapporto stanno le due cover? Siamo di fronte a un omaggio ad Elvis e alla sua epoca oppure a un simbolo di scontro generazionale?
Il rapporto è di amore profondissimo, come era quello del punk nei confronti dell'età aurea del rock'n'roll. Frasi come "No Elvis” in “1997" dei Clash erano solo il tentativo di autoaffermazione di una generazione che, orfana di un sogno (quello degli anni 70) si rifugiò a cercarne un altro ricominciando da capo. Un po' come la figura dell'"uccisione del padre" della psicanalisi: l'adolescente che si stacca dalla protezione famigliare per cercare la sua strada. C'è solo amore in tutto questo. Lo "scontro generazionale" del punk è una delle innumerevoli insulsaggini di cui è cosparsa la mitografia del rock. 

10. Molti grandi del rock hanno dichiarato il loro enorme debito verso Elvis (da Bob Dylan a John Lennon, da Patti Smith a Johnny Ramone) ma spesso hanno poi preso strade molto diverse. Quali sono stati invece (se ci sono stati) gli eredi più diretti del Re?
Uh… domanda difficile e quasi impossibile da rispondere. In ambito strettamente musicale credo che di eredi non ce ne siano, se non altro perché, come abbiamo già detto, Elvis non era un musicista ma un interprete. Quindi la sua eredità dovrebbe esser cercata tra gli interpreti. Ma mi è veramente difficile trovare qualcuno che abbia saputo assimilare tanto bene le modalità espressive del gospel nero (da cui lui copiò pressoché tutto) traducendole in un suono bianco-nero, pop e roots come il rock'n'roll. L'unico che mi viene in mente in questo momento è Nick Cave, che però è anche autore; pochissimi bianchi hanno saputo introiettare tanto intimamente quanto loro due il canto religioso dei neri. Sì, direi che in questo Elvis the Pelvis e il King Ink si assomigliano moltissimo. Non a caso Cave ha inciso un pezzo che si chiama "Tupelo"…

Playlist
 Discografia 1956-1977 (Lp - Ep)

 
Elvis Presley (1956)

8

 

Elvis (1956)

 
 Love Me Tender (Ep, 1956)

 

 Loving You (1957)

 

Elvis' Christmas Album (1957)

7,5

 Jailhouse Rock (Ep, 1958) 
 King Creole (soundtrack, 1958) 
 For LP Fans Only (1959)

 

 A Date With Elvis (1959)

 

Elvis is Back! (1960)

7,5

 GI Blues (1960)

 

 His Hand in Mine (1960)

 

 Something For Everybody (1961)

 

 Blue Hawaii (soundtrack, 1961)

 

 Follow That Dream (Ep, 1962)

 

 Pot Luck (1962)

 

 Kid Galahad (Ep, 1962)

 

 Girls! Girls! Girls! (soundtrack, 1963)

 

 It Happened At The World's Fair (soundtrack, 1963)

 

 Fun In Acapulco (soundtrack, 1963)

 

 Kissin' Cousins (soundtrack, 1964)

 

 Viva Las Vegas (soundtrack, 1964)

 

 Roustabout (soundtrack, 1964)

 

 Girl Happy (soundtrack, 1965)

 

 Elvis For Everyone! (1965)

 

 Harum Scarum (1965)

 

 Frankie and Johnny (soundtrack, 1965)

 

 Paradise, Hawaiian Style (soundtrack, 1966)

 

 Spinout (soundtrack, 1966)

 

How Great Thou Art (1967)

 

 Easy Come Easy Go (soundtrack, 1967) 
 Double Trouble (soundtrack, 1967) 
 Clambake (soundtrack, 1967) 
 Speedway (soundtrack, 1968) 
Elvis - NBC TV Special (1968)8
From Elvis in Memphis (1969)9
 Back in Memphis (1969) 
Elvis in Person (live, 1969)7,5
 On Stage (live, 1970) 
 That's The Way It Is (1970) 
Elvis Country (1971)8
 Love Letters From Elvis (1971) 
 The Wonderful World Of Christmas (1971) 
 Elvis Now (1972) 
 He Touched Me (1972) 
 Elvis As Recorded Live In Madison Square Garden (1972) 
 Aloha From Hawaii (1973) 
 Elvis (1973) 
 Raised On Rock (1973) 
 Good Times (1974) 
 Elvis Recorded Live On Stage in Memphis (live, 1974) 
 Promised Land (1975) 
 Elvis Today (1975) 
 From Elvis Presley Boulevard, Memphis, Tennessee (1976) 
 Moody Blue (1977) 
 Elvis in Concert (live, 1977) 
   
   
 Letture consigliate :

 
 P. Simpson: Guida Completa a Elvis Presley , Avaliardi Editore 
 P. Guralnick: L'ultimo treno per Memphis / Amore senza freni , Baldini Castoldi  

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