Approfondimenti

Primavera Sound 2012

Primavera Sound 2012: report

di Michele Saran
Un festival, un microcosmo

Nato dapprima come festival di sola musica elettronica, e poi riconvertito e allargato a buona parte delle tendenze del rock alternativo mondiale, giunto all'ottava edizione, da quest'anno seguito da una seconda tranche a Porto (una sorta di appendice/bis), San Miguel Primavera Sound 2012 prende luogo nella grande cornice di Barcellona. Gli eventi centrali si sono svolti da giovedì 31 maggio a sabato 2 giugno, ma altri appuntamenti introduttivi erano già partiti all'inizio del mese, dai live alle conferenze. Ogni evento del festival sembra avere una precisa funzione introduttiva, quasi dovesse costruire un percorso di tempo fino ad arrivare al cuore, come una sorta di costellazione, di microcosmo.
Una delle serie di eventi più importanti si tiene all'Arc De Triomf, dove è stato allestito un palco colossale a mezza cupola, che quest'anno arriva fino alla sera prima degli eventi principali. Walkmen (altamente emotivi) e Black Lips (pirotecnici e scalmanati) hanno così animato il più teso e partecipato antipasto del festival. Come se non bastasse, il suddetto palco chiude il cerchio e ospita anche gli artisti di chiusa di domenica 3 giugno, che quest'anno avevano come headliner e protagonista Yann Tiersen, tra poco minimalismo (e pochissima "Amelie") e tanto eclettismo folk-rock, balcanico, etnico, talvolta puro post-rock coi muscoli. Tanto basta, in ogni caso, per introdurre lo spettatore a buona parte dell'atmosfera che respirerà nei tre giorni successivi: tecnologia, folla, tensione e vibrazioni positive.

Piccolo diario di palchi e artisti

Gli eventi-cuore del festival hanno luogo a Parc Del Forum, una vasta area a confine col mare e situata in piena Diagonal Mar, capace di ospitare ben sette grandi palchi (Main, Mini, Rayban, Atp, Pitchfork, Vice e Adidas Originals), due di proporzioni contenute per show preliminari o acustici (Rayban Unplugged e Smint), oltre al non meno grande spazio dell'Auditori Rockdelux, al Redbull Bus, più bancarelle, ambienti per la stampa e professionisti del settore, stand gastronomici di ogni sorta. L'insieme è a dir poco imponente, una sorta di microcosmo dotato di autonomia propria la cui affluenza del pubblico è basata e gestita con badge elettronici distribuiti prima dei concerti.
L'Auditori, pena l'attivazione di un pass apposito, e pena la coincidenza con gli altri act della tre giorni, ospita show come la commemorazione di "Third" dei Big Star, i redivivi Jeff Mangum e Buffy Sainte-Marie, Michael Gira e Marianne Faithfull.

Da un punto di vista tematico-stilistico, la ripartizione tra palchi appare chiara, al limite della classificazione: all'Auditori gli show "adulti", a Mini e Rayban le vecchie e nuove, piccole e grandi conferme, al Pitchfork gli artisti patrocinati dalla nota webzine (ormai un mondo a sé), al Vice il lato rabbioso del rock alternativo (soprattutto punk e metal), al Main gli ovvi big, all'Atp la dimensione sperimentale, all'Adidas gli artisti di nicchia. Il Pitchfork è il palco con la proposta più frammentaria, quasi un festival nel festival; il Rayban quello più ineccepibile e dalla resa sonora più potente, il Vice quello più vicino a qualcosa di sanguigno, l'Atp quello più duro e puro - forse il migliore in assoluto.
Ma in generale la perfetta organizzazione e la resa tecnica mozzafiato degli impianti sono in grado di trasformare ogni singolo show in un capolavoro esecutivo, in una delizia acustica di un'ora giusta (e mezz'ora di pausa tra un artista e l'altro), perfettamente bilanciata tra potenza di bassi e purezza di alti, magia di distorsione e assenza di riverbero, qualcosa che - da sola - vale la metà del biglietto.

Le tre defezioni, un paio annunciate giorni prima (Bjork, Death Grips), una annunciata il giorno stesso (Melvins) e una non calcolata da anima viva (Sleep), non intaccano grandemente l'affluenza, lo spirito, l'entusiasmo dei migliaia. Quella che segue è una selezione, in ordine di scansione oraria e giornaliera (con specificazione di palco), degli act a nostro avviso più importanti della kermesse.

Giovedì 31 maggio

Uno dei primi show di giovedì 31 è quello dei Friends, una nuova realtà con tutte le carte in regola per sfondare nell'hype (anche se di fatto ancora arrancante), ma in profondità irradiante un gusto tutto retro e Motown, fino a raggiungere la pura percussività di un Bo Diddley che si trovi a fronteggiare la Diana Ross del periodo Supremes. Sul palco, la band, per quanto ancora sconosciuta, è contagiosa al punto giusto.
Gli Iceage, al Pitchfork, suonano imperniati come non mai su di una furia cieca tutta hardcore, talvolta ribattente o quasi dedita al caos, ma dimentica dell'orecchiabilità del disco, della sua cantabilità. Segue a ruota (pur tra qualche problema tecnico) il concerto di Grimes: come da disco, è trionfo del remix del dream-pop, del modernariato inglese e del bubblegum. Con tanto d'invasione di palco (programmata e controllata), nello show dal vivo di Claire Boucher importa più il contenitore del contenuto, proprio come nella polpa musicale di album come "Visions" e "Halfaxa".

Gli Afghan Whigs al Main, in formazione allargata, propongono un'intensa rivisitazione dei classici, con scaletta sapientemente giocata su altalena di registri rabbiosi, catartici, movimentati, coinvolgenti e quasi ecclesiastici. Greg Dulli è in grande spolvero, dopo le ultime scialbe prove, a confermare lo status minore dei progetti post-band maggiore.
Lee Ranaldo, all'Atp, sceglie la via del cantautore quasi alla John Denver, ma poi replica le improvvisazioni noise dei suoi ex-confratelli Sonic Youth (Steve Shelley alla batteria non è un caso), ormai però preda di una Lou Reed-iana forma-canzone, dell'hard-rock d'arena di massa, delle sburre acrobatiche, delle sortite space alla Hawkwind. Non c'è alcuna forma di ricerca o di avanguardia, ma probabilmente il suo scopo è proprio questo (cioè una gaia anzianità).

mazzystarI Mazzy Star al Rayban sono centrati, come prevedibile, attorno alla magia che Hope Sandoval diffonde da sola e quasi isolata rispetto a quanto le sta alle spalle, ma la perizia dei comprimari è estrema, persa in un'aura di alterità e alta professionalità.
I Wilco, nientepopodimeno che al Main, suonano sperimentali di quel tanto e ben integrati, quasi un'altra bestia rispetto agli ultimi facili decorsi da studio (oltre al privilegio di poter vedere la grazia di Glenn Kotche alla batteria). Quello di Beirut (in sei sul palco, oltre a Condon) è invece vecchiume generalizzato, ingessato in esecuzioni fiacche da crooner muzak (già percettibili a partire da "The Rip Tide"), a parte le canzoni asso nella manica. Il rapporto e la risposta di pubblico è però invidiabile.

Thee Oh Sees proseguono fedeli e implacabili la linea tracciata dall'ultimo Ep "Carrion Crawler/The Dream". Anche nelle pose e nella tenuta di palco mimano, alternativamente gruppi d'antan del garage storico e dei B 52's alle prese con le divagazioni lisergiche più instabili, harsh, e con un apporto dell'elettronica più significativo, al limite del delirio psichedelico. Le interpretazioni dal vivo sono allungate all'infinito, come in un unico, continuo trip.
Aperti e chiusi da drone elettronico, i Refused (al Rayban in tarda serata) appaiono invece come veri e propri animali da palco, ad atteggiarsi da vere star da rentrée, forti di un grande rapporto col pubblico (in delirio). Dal punto di vista strettamente musicale conservano un immutato spirito punk che detonano letteralmente in riff-macine con botta e tiro paurosi, più attenti alle fratture che alla valanga elettrificata. La loro è anche angst di protesta civile, come indicata dalle frequenti arringhe di presentazione del cantante.

Il set umile, statico, uno e trino, degli Xx (dove Jamie xx è il "Padre" del caso) è perfettamente fedele all'estetica sobria e quietamente ballabile della loro opera prima. L'elettronica ambience, seppur molto orientata ai rave, e la chitarra languida in ottima evidenza li pone in equilibrio metafisico tra evento dance e act noisepop-shoegaze.
Locati ovviamente al Main Stage, i Franz Ferdinand diffondono sorprendentemente vibrazioni positive a spron battutto, cominciando e finendo col botto a suon di hit, dopo una breve introduzione teatrale.
Gli Spiritualized, nella vasta area del Mini Stage a notte inoltrata, prediligono la parte facile di carriera (l'ultima), con tanto di coriste gospel, praticamente revival di loro stessi, per poi farla a pezzi in intermezzi di puro feedback (anche se poco frequente e in netta minoranza rispetto ai loro tempi d'oro). Il loro show comincia con quella "Hey Jane" che, dal vivo, diventa ancor di più la loro "Hey Jude" votata all'ipnosi. Jason Pierce angelico, biancovestito, si dà ad ampie cantate di ringraziamento, sondando il lato spiritual dello space-rock.

Il sottovalutato set dei Wolves In The Throne Room all'Atp espone finalmente il paradigma del nuovo drone-black metal, all'apparire molto più di retroguardia e quasi nostalgico e reazionario (sia nelle pose che nella valanga di distorsione malefica). I Japandroids al Vice (invece del Pitchfork) attaccano con un'introduzione ampia e calcolata, con zone strumentali ampie che suonano quasi d'avanguardia per il solo fatto di non avere il canto, e anche se poi diventa pop-core perennemente a due voci, suonano più meditati di quanto appaia da disco. Unico neo: difettano di produzione, di stratificazione, della scintilla elettronica di studio.
I Field, presso il Pitchfork Stage, sono in tre sul palco; oltre ad Axel Willner ci sono un basso e una batteria abbastanza ininfluenti. Ma la pregnanza del set c'è tutta: Willner lascia discretamente da parte le masturbazioni di loop e per buona parte del tempo lascia andare gli ormeggi verso l'etere.

Venerdì 1° giugno

In pieno Main in tardo pomeriggio, gli Other Lives propongono, di più e meglio che nelle prove da disco, un folk-pop d'autore di grande suggestione. Armonie vocali, passaggi morriconiani, soundscapes fatalisti, crescendo in plenum, con un'ottima vena rurale-tradizionale nei passaggi strumentali, nell'interplay sciolto. Il weird-folk di metà 2000 ha riportato tutto a casa.
Poco dopo, al piccolo ma non meno importante Adidas Stage, è la volta di un set tutto italiano, uno dei due artisti presentati dal tandem Trovarobato-A Buzz Supreme: Boxeur The Coeur. Dal vivo, il progetto di Paolo Iocca è una bestia schizofrenica immersa nell'umore e nelle pose di un act elettronico di tutto rispetto. Dapprima è una locomotiva mix techno-rave di riscaldamento, quindi - dopo aver lanciato un pugno di brillantini d'oro al pubblico - attacca con le canzoni del suo debutto "November Uniform", sempre fluidamente e senza soluzione di continuità. Tradotti live, i pezzi del disco abbandonano buona parte del metapop alla Brian Eno e si danno a una ballabilità contagiosa e divertente.

I Dirty Beaches, al Pitchfork si presentano fracassoni e noise (e dal look portoricano), ma il tutto è fuorviante e poco coerente con quanto segue. Inizialmente suonano plagiatori dei Suicide con due chitarre, spalleggiati da un vuoto elettronico d'atmosfera (ma non meglio precisato). Poi lo coniugano con spleen alla Elvis Presley, in cui le chitarre tonanti suonano piuttosto sottoutilizzate, solamente portatrici di strati d'elettrificazione soverchianti ma gratuiti. Il loro schema è furbescamente ingegnoso: prima la matrice, poi il contenuto. Gli Orthodox, al Vice, vincono però la sfida dell'apparenza e della tenuta di palco: incappucciati e con cappio al collo come condannati a morte, si lanciano in un doom-sludge dalle ampie aperture plateali e operistiche, come System Of A Down smarriti negli inferi.
La band di Rufus Wainwright, giustamente locata al Main, è una macchina da intrattenimento: sax, corista, chitarre, ukulele, sezione ritmica, un combo che condivide le intonazioni elegiache, e ormai languide e ripiegate su se stesse del cantante, le sue placide serenate cantate con ampie volute gorgheggianti. I Girls, in fondo al Mini, suonano anche più coinvolgenti che sul disco, con tre coriste e un banda in grado di sferragliare melodie power-pop tanto danzabili quanto melanconiche. Tra gli act di pop rilassante degli ultimi anni è il più colto, curato, entusiasta. Il ventaglio di stili del passato (bubblegum, powerpop, brill building, doo-wop) che il complesso incorpora nel suo show, acquista un'importanza solare.

Al Pitchfork, poco dopo, è la volta dei Lower Dens con il loro dream-pop-wave (e qualche spunto shoegaze). Giovanissimi, come se si fossero persi l'emo e procedessero per passi indietro. È comunque un buon combo con stimoli strumentali più convincenti rispetto al disco, e non così preda di cantato e forma-canzone. Gli Harvey Milk, poco distanti (Vice Stage) appaiono come l'ombra di loro stessi, con poche idee a parte l'amplificazione e a parte la loro tipica ricetta di tarda carriera.
Il Pitchfork ospita anche il concerto dei War On Drugs. La partenza space-rock e il battito motorik accentuato e imperterrito riprendono il discorso degli Spiritualized interrotto con i loro ultimi decorsi. Le lunghe pause lisergiche di puro spettro timbrico sono puro accomodamento, ma creano soprattutto un'atmosfera gioviale che alletta il pubblico.

Tra i più attesi, e unici beneficiari di un tempo più che raddoppiato oltre all'ora canonica, i Cure deludono però per la scaletta infelice, con poca verve, o stasi compassata da veterani turnisti. Robert Smith, tumefatto e ridotto a una maschera di cera, si distingue comunque per le sue pose e tenuta del palco, per la voce quasi invariata, perfetta per un concerto autocelebrativo. Classici quasi impeccabili.
Gli Sleigh Bells al Pitchfork sono, sulla carta, una bomba di vibrazioni telluriche e cascate di distorsione, un'amplificazione esagerata delle canzoni dei due dischi di studio. Nella sostanza sono l'esaltazione del tronfio, del kitsch, del cattivo gusto, della scarsa sostanza: manca una parvenza di producer, che deve quindi essere sopperito da un inelegante playback, mentre le movenze puttanesche di Alexis Kraus capitombolano nell'imbarazzante.

All'Atp è la volta dei Dirty Three: Warren Ellis presenta ogni pezzo, come un narratore, supplendo così all'assenza di canto nella loro musica, in una sorta di didascalia descritta come la descriverebbe il suo comprimario e "direttore" Nick Cave. La musica è una pioggia di brividi a suon di trame sapientemente costruite, di contrappunti liberi, d'improvvisazioni sulla dinamica e sul puro colore dei suoni. Ellis, che verso la fine va in mezzo al pubblico, è il magnifico mattatore che si atteggia a vero e proprio profeta, e stupisce per la mostruosa versatilità.
Subito dopo, allo stesso palco, tocca a un altro monstre del rock alternativo dei 90, i Codeine. L'introduzione è minimale, come minimi sono il set, il sound e la tenuta di palco, quasi timida. Se l'inizio è un po' in sordina, i tre prendono quasi subito la giusta sensibilità e smanacciano in modo quasi espressionista l'esecuzione (rimanendo ovviamente subliminali, sottili, silenti). Concerto commovente, con un unico limite: i tre, complice anche la presenza di Doug Scharin (altra chicca dello show), privilegiano le canzoni di "White Birch", in luogo di "Frigid Stars". Ma l'apertura di set affidata a "D" splende alta nella notte barcellonese.

m83_01M83, al Mini. Il palco ricolmo di giochi di luce accompagna i giochi di suono ed è tutto configurato come una giostra sonora vintage rimescolata in una strana forma di revival, al punto che le canzoni e il loro corpo, specie quelle dell'ultimo disco "Hurry Up, We're Dreaming" (che spadroneggia nel set), passano in secondo piano. Il coinvolgimento del pubblico fa storia a sé, ed è davvero uno dei maggiori di tutto il festival: la giusta unione tra ascolto e danza, tra atmosfera e corpo.
I Men al Vice stupiscono per l'elevatissimo affiatamento, l'interplay da sballo, sapienti come veterani senza perdere un grammo d'istinto, e un istinto tutto Sex Pistols-iano di disintegrazione ad oltranza. La sezione ritmica è grezza ma perfettamente integrata. Una forma di garage-punk che tenta di sfondare barriere percettive in trip intriganti.

Dirompente e allucinato, quello di Sbtrkt a notte fonda al Pitchfork è uno show quasi tutto di corpo, con batteria a disposizione. Il freestyle di Aaron Jerome, ottimamente amalgamato alla base sincopata, crea, tra voce e base, qualcosa d'inquietante e appiccicoso allo stesso tempo. Uno dei migliori live, almeno dal punto di vista del livello di attenzione catturata.
La creanza di jam dal ritmo convoluto dei Rapture è in grado di far puntare tutto sulla ballabilità, al punto da suonare quasi accomodanti. Grazie alla sezione ritmica in tiro elevatissimo scuotono tutto il pubblico del Main Stage. Oltre ad alcune puntate nel funk d'annata c'è persino qualche incursione psicotica nelle danze moderne dei Pere Ubu: in pratica, l'opposto di quanto contenuto nelle ultime prove da studio. Infine, Araabmuzik al Pitchfork, a due passi dall'alba, si propone come virtuoso del beatbox, in grado di tenere un'ora di tour de force di ritmi hip-hop stilizzati, appena screziato da qualche campione dissonante, svarioni di suoni di base e poco altro. Uno dei possibili DJ Shadow del grime.

Sabato 2 giugno

Dopo un assaggio di Sandro Perri, in quel del Pitchfork, con un classico stile alla Pedro The Lion (con apparecchiatura elettronica), l'ultimo giorno del cuore del Primavera Sound 2012 annovera gli Sleepy Sun, al palco dell'Atp, in una forma di psichedelia anche più retro del previsto, shoegaze ma con occhio di riguardo al vintage, trance-rock aiutato e accomodato dalle invocazioni del cantante. Talvolta semplice ballata brit-pop, quella che la fa da padrona nella seconda mezz'ora di concerto, anche se grandemente arrangiata.
Ancora all'Adidas è la volta del secondo act italico targato Trovarobato-A Buzz Supreme. Come per Iocca, anche King Of The Opera, nuovo progetto di Alberto Mariotti (già Samuel Katarro), qui al debutto assoluto, è puro orgoglio. Il suo è cantautorato sbilenco che brilla in una forma canzone folk-blues capovolta, free-form, con grandi parate strumentali anche atonali, stop e ripartenze, pause maniacali, fraseggi sferragliati. C'è pure spazio per ballate leggere, che fanno da solenne contraltare alla babele sperimentale lo-fi del cantante. C'è soprattutto grande eclettismo, persino un momento raga alla Velvet Underground, debordante in registri spirituali. Uno dei set più originali di tutta la tre giorni.

Per Atlas Sound, al Pitchfork nell'immediato dopocena, la questione è complessa. Loop, distorsori, effetti e chitarra, oltre a qualche problema tecnico. Le sue canzoni, una volta eseguite in solitaria e senza altro arrangiamento che il suo estro, hanno risvolti allucinogeni e sono spesso fatte fluttuare in code eteree, dinamiche, che per la verità non si distanziano molto da un concerto-tipo del suo collega Lockett Plundt. Qui c'è forse più precisione, più talento melodico.
Per Bradford Cox è tutto organizzato secondo un continuum che denota sincera ambizione, e pure rivela la sua tipica incontinenza che disperde l'intensità in strimpellii e motivi semplici che starebbero bene per un dopo-festa, un dopo-sballo attorno al fuoco. Attraverso un arsenale di suoni elettronici, Cox cerca di esplorare ciò che Barrett teorizzava, e soprattutto continua la ricerca interrotta dopo gli aggiustamenti pop di "Parallax". Le sue canzoni, dal vivo, diventano questione in perenne altalena tra egocentrismo e metafisica, come se la cameretta fosse diventata un caffè letterario.

I Beach House, in tre sul palco (oltre a Victoria Legrand e Alex Scally c'è l'aggiunta di un batterista), partono con canzoni non indimenticabili del loro ultimo decorso dream-pop. È rivelatore del concerto? Sì, la band privilegia gli ultimi due dischi, come prevedibile. L'esecuzione è quasi ineccepibile, oscillante tra il rispetto delle tecniche di studio e una docile ma sentita variazione quasi improvvisata, e con una Legrand in grande spolvero che mostra finalmente le sue vere doti canore.
Unico intoppo: non sono calibrati col palco in cui sono ospitati, il Mini (che a dispetto del nome è il più vasto di tutto il Parc) e con le persone, sostanzialmente vogliose di balli, sballi e movimento, che quel palco richiama. Quasi in contemporanea, i Real Estate al Pitchfork mostrano di dare maggiore importanza alle loro canzoni, con qualche stimolo di ambizione in più.

Gli Off, al Vice, suonano molto più Dead Kennedys (e Fear) di quanto appaia su disco, il Biafra del caso è un veterano che non si stanca di arringare il pubblico, pur senza la trielina del grande Jello, e ha assoldato comprimari d'assalto che iniettano buona credibilità. Il loro è però un problema non da poco: sentiti un paio di pezzi, sentiti tutti.
I Saint Etienne, gli ufficiali supplenti di Bjork chiamati in tutta fretta, propongono un palco sobrio con immagini di artisti del soul e della black music, molto d'effetto. Sarah Cracknell, accompagnata da una co-cantante e corista bruna, è realmente emozionata (sostituire Bjork non è, in effetti, un compito da tutti i giorni) e saluta a ogni pausa e introduce ogni pezzo, specificando persino l'album da cui è tratto. I due produttori alle sue spalle scelgono astutamente i brani in assoluto più techno e più impersonali (ma molto professionali, da navigati), e forse i meno riusciti. Poco spazio alle vecchie glorie (a parte una "You're In A Bad Way" sottotono).

I Chromatics, giù al Pitchfork, sono un'ottima coincidenza con i Saint Etienne al Main: techno-pop d'atmosfera che, una volta agganciato all'ottimo impianto del palco, fa apprezzare e scoprire i dettagli che il disco cela all'ascoltatore. Come per i Beach House, anche in questo caso l'estensione e l'importanza del palco è sprecata per band niente più che elettro-pop, dai suoni e dalle armonie vecchie, con solo qualche timido aggiornamento al digitale.
Per gli Shellac, ormai veri habituè del festival, vale l'emozione praticamente intramontabile di vedere e sentire la tecnica di distorsione per abrasione di Steve Albini, oltre alla precisione chirurgica della sezione ritmica (e la loro corrente perpetua che non lascia scampo). Non si limitano a un'autocelebrazione, che già basterebbe ad attirare, ma pure creano tensione, spettacolo, coinvolgimento, show, teatrini. Forse un'altra dimensione dell'arte di Albini. Nelle proverbiali sospensioni basso-batteria il chitarrista e grande produttore assume pose persino ieratiche. Il gran finale comico, con Albini e il bassista Weston che posano i rispettivi strumenti e smontano pezzo per pezzo la batteria di Trainer, strappa nuovi scrosci di applausi in un record assoluto di presenze al palco dell'Atp.

Dei Wild Beasts, al possente palco del Rayban, si apprezzano le doti percussive, ben oltre il cantante Thorpe (comunque qui ben amalgamato), ma rimane la confusione tra stili: Smiths e new romantic, basi danzerecce ed Arcade Fire, wave chitarristica e canzoni languide. Poco vicino, il set dei Weeknd è impavido, ma la band tenta di arginare le potenziali esplosioni ritmiche ai dettami di studio (lo stesso dicasi per l'inerte live di Washed Out).
Di nuovo all'Atp, i redivivi Godflesh (solo in due: Broadrick e Green) suonano più che mai monolitici, trincerati dietro una muraglia di distorsione industriale, tra riff colossali doom e accompagnamento frugale di drum machine schiacciasassi. Pochissimo show e quasi solo pugni nello stomaco, quindi uno dei pochi concerti che selezionavano, tra il pubblico, chi ha le palle, un po' come per i Wolves, a confermare il palco come il più intransigente di tutti.

yolatenClasse, stile, e feeling rimangono immutati per gli Yo La Tengo, insieme a una grande scioltezza nel non osare troppo con la scelta dei pezzi, equamente suddivisi in noise squarciante e melodismo elementare che vanno stranamente ma perfettamente a braccetto. Partecipare dal vivo a un concerto del trio del New Jersey è una grande occasione per ammirare eccellenti strumentisti. Il loro omaggio ai loro beniamini Big Star (l'ormai popolare versione di "Take Care"), dopo aver assistito, all'Auditori, all'esecuzione integrale di "Third", è qualcosa di accorato.
I Justice al Main sono, ovviamente, il momento più danzereccio della tre giorni. Oltre a presentarsi sfacciatamente Daft Punk sono anche megalomani, con palco adornato da diciotto amplificatori Marshall. Il loro lungo mixtape, oltre a far smuovere, è anche lungo sbadiglio, se il criterio è quello della proposta e della consistenza.

Quello del Pop Group poteva essere il set capolavoro di tutta l'edizione, ma il gruppo non può scrollarsi di dosso gli anni che passano. Mark Stewart ci mette tanto entusiasmo, ma appare anche stanco. Le interpretazioni, di contro, sono in metamorfosi con una band funk-rock d'annata, ma ci sono gloriosi momenti free-jazz rimessi a nuovo, specie nei loro grandi brani anthemici. L'onore va al merito di non essere sterile reunion, ma di poggiare su libere reinterpretazioni allungate, distorte, affannate. Qualche problema tecnico.
Neon Indian, uno degli ultimi act del festival, supportato dall'impianto del Rayban, è - tra i metodi noti alla razza umana - il miglior modo per ascoltarlo. Emergono spigolature elettroniche, groove vivace, energia sprintante.

Conclusioni

Il Primavera Sound non è solo uno dei più importanti festival del rock indipendente d'Europa, ma è anche e soprattutto un'esperienza totalizzante. È un nugolo di eventi e di risonanze che si connotano profondamente con la città, vi entrano in risonanza, sia in modo subliminale sia in modo tangibile; una sorta di biennale (ma con cadenza annuale) della musica rock alternativa, indipendente, in voga, in odor di hype, di culto e così via. Entrarvi a far parte significa non solo stare al passo coi tempi, ma anche assaggiare una panoramica ad ampio raggio sui principali movimenti dell'emisfero, sia presenti che passati, sia quelli consolidati e bisognosi di nuove conferme sia quelli del passato recente e remoto.
E, in ultima analisi, significa avere la sensazione di stare in un grande abbraccio carico di emozioni grandiose, appannaggio tanto dell'ascoltatore esperto quanto, persino, di quello inesperto.

Per finire annotiamo qualche appunto per i neofiti o per utenti desiderosi di entrarne a far parte. Si dice che il rovescio della medaglia di eventi come questo sia il fatto di vedere tante cose ma poche con la dovuta attenzione. Lo smentiamo: ogni live del Primavera Sound, dal più piccolo al più imponente, catalizza per definizione le risorse attentive.
Ogni concerto è un evento irripetibile che potrebbe fare storia a sé, come se tutto e somma delle parti fossero diventati equiparabili. C'è quindi da allenarsi, impratichirsi e non demordere nel percorrere - anche di corsa - grandi distanze amalgamandosi con grandi flussi migratori, talvolta veri e propri esodi, di masse di pubblico tra un palco e l'altro.
Si dice anche che il rischio è di perdere, per sopravvenuta coincidenza, due o più concerti interessanti. Anche questo non risponde propriamente a verità; raramente due live di estrema importanza subiscono questa coincidenza. È necessario prepararsi una strategia d'assalto, uno schema delle cose da vedere, secondo le anticipazioni di gruppi ed eventi che man mano arrivano a partire dal sito ufficiale, e secondo il criterio di classificazione dei palchi che si è fatto qui sopra (quindi il gusto personale) e cercare di rispettarla il più possibile.

Se il segreto dell'avanguardia è un misto di precisa razionalità e sfrenata follia, allora vale anche come chiave di lettura per un festival all'avanguardia come il Primavera Sound. Alla prossima e potenzialmente ancora più imponente edizione, dunque.
Playlist
The Best of Primavera Sound 2012:

1. Mazzy Star
2. Dirty Three
3. Refused
4. Shellac
5. Codeine
6. King Of The Opera
7. Pop Group
8. Wilco
9. Sbtrkt
10. Yo La Tengo
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