Storia del rock

L'altro prog

151 dischi dall'Islanda all'Indonesia

di Marco Sgrignoli, Federico Romagnoli

focusEsterno notte, 26 agosto 1973. Davanti al palco del festival di Reading, il più importante della Gran Bretagna, il pubblico entusiasta attende la venuta dei Genesis di Peter Gabriel che, forti delle oltre sessantamila copie vendute del loro ultimo album "Foxtrot", sono alle date conclusive di un fortunato tour mondiale.
Poche ore prima, davanti allo stesso palco un pubblico forse meno nutrito assisteva all’esibizione degli Ange, il cui “Le cimetière des Arlequins” era uscito solo da pochi mesi, ma in quanto a vendite in patria aveva quasi doppiato i Genesis. Il giorno prima era stata la volta dei finlandesi Tasavallan Presidennti e dei francesi Magma; il precedente dei tedeschi Embryo e degli olandesi Alquin. L’Italia è rappresentata dalla Premiata Forneria Marconi.
L’anno successivo, gli olandesi Focus guidati dal funambolico chitarrista Jan Akkerman e dal virtuoso del flauto Thijs Van Leer sono headliner dell’ultima serata del festival. Due mesi prima, a Roskilde, il meglio della scena progressive era sintetizzato da Camel e Henry Cow, inglesi, dai danesi Secret Oyster, e dagli olandesi Supersister.

Il progressive rock era un fenomeno transnazionale, a cui ogni paese contribuiva con scene variopinte e originali in reciproco dialogo. Negli anni in cui la Pfm solcava gli oceani per svolgere tournée americane e giapponesi, musicisti dell’Est socialista come i jazz-rocker polacchi SBB, il connazionale Czesław Niemen e gli ungheresi Omega riuscirono nell’impresa non meno ardua di attraversare la Cortina di Ferro per portare la loro musica agli ascoltatori svedesi, finlandesi, tedeschi e inglesi.
Spesso il prog è ritratto, a casa nostra, come uno sfavillante affare a due: Regno Unito e Italia. Nella percezione di molti amanti del rock, il nostro paese è l’unico a poter rivaleggiare con la patria di Genesis, Yes, King Crimson ed Emerson Lake & Palmer.
Che orgoglio! Anche chi tutto sommato non stravede per il genere fatica a nascondere una certa soddisfazione, nel sapere che ancora oggi i collezionisti nipponici saccheggiano aste e rivenditori in cerca di preziosissimi cimeli dell’unica epoca in cui il rock italiano abbia — lui solo! — dato un contributo universalmente riconosciuto a un genere intero e ai suoi sviluppi mondiali.
Una bella favola, non c’è che dire. Nostalgica, identitaria, confortante: il piccolo e astuto Davide italiano che a suon di Banco, Orme, Pfm e Area sconfigge il possente Golia americano (che, a dire il vero, non si è quasi presentato alla competizione…).
I fatti, però, raccontano una storia un po’ diversa. Non soltanto nel nostro paese il progressive rock ha prodotto scene variegate e mature; album di culto ancora ricercatissimi dagli appassionati; formazioni capaci di vendere dischi a carrettate o di valicare la Manica per rincorrere una glorificazione nella madrepatria del genere.
Il panorama italiano è stato davvero ricco e peculiare: non abbiamo scritto questo articolo per negarlo. L’eccezionalità di questa circostanza si è però tramutata nel nostro paese in un’ingombrante foglia di fico con la quale nascondiamo a noi stessi la vastità delle altre scene nazionali. Con questo testo tenteremo, se non di rimuoverla, almeno di scostarla per portare alla luce ciò che a lungo ha tenuto coperto.

Il valore delle differenze

magical_power_makoDue tentazioni in apparenza opposte rischiano di minare il valore divulgativo di una panoramica così ampia. Da un lato, quella di bollare come “provinciale” ogni prodotto che si presenti, almeno in apparenza, tardivo, imitativo o approssimativo (per qualità della registrazione, perizia dell’esecuzione, coerenza e maturità dello stile). Dall’altro, dimenticare ogni spirito critico e, con la zelante generosità degli appassionati più incalliti, trasformare ogni rarità misconosciuta, magari con registrazione artigianale, in un imperdibile “continente sommerso” da riscoprire nel nome del prog.
Le due vie, a prima vista antitetiche, sono accomunate da un comune elemento di pregiudizio: l’idea che esista un “progressive ideale” — coincidente grossomodo col sound delle band sinfoniche britanniche di inizio Settanta — al quale rapportare la produzione di ogni altro angolo del globo, vuoi per enfatizzarne in negativo le differenze, vuoi per sostenere che, “scava scava”, sia possibile rinvenirne i tratti anche in opere stilisticamente lontanissime.
Proprio le distanze e peculiarità rispetto al canone del progressive inglese sono infatti gli elementi di maggior interesse delle scene nazionali sviluppatesi “alla periferia dell’impero”, ciascuna frutto di un diverso contesto politico, socio-culturale e discografico. Ovunque nel mondo il progressive è stato commistione stilistica, rottura delle barriere tra “cultura alta” e “cultura bassa”, ricerca del sorprendente: un’esigenza generazionale e transnazionale, a cui però ogni paese ha risposto con un differente amalgama di generi, influenze, estrazioni musicali.

Troviamo così paesi in cui la riscoperta del folklore locale è stato il principale traino per scuotere e poi spezzare le gabbie del rock’n’roll d’importazione o la stagnazione del pop nazionalpopolare: è stato così per la ricca e tempestiva scena prog svedese, incentrata sul folk nordico; per quella israeliana, intenta a consolidare un’identità culturale composita incorporando tradizioni mediterranee, centro-europee e slave; per una Romania che tentava di sfuggire alle maglie della censura anti-occidentale; per la Spagna post-75 che ha cercato di dimenticare l’uniformazione culturale coatta dell’epoca franchista rielaborando il suo ricco patrimonio regionale.
Altrove, un simile ruolo catalizzatore è stato svolto dal jazz, e specialmente dalle sue gemmazioni più recenti e policrome: il jazz-rock e dalla fusion, visti come territorio ideale per superare gli steccati di generi, lingue, ideologie. Paesi situati oltre la Cortina di Ferro come Polonia e Cecoslovacchia hanno sviluppato alcune delle scene jazz-rock più entusiasmanti di quegli anni e trovato così il modo di dialogare (non senza difficoltà con la censura) coi circuiti musicali del blocco occidentale. Nel Belgio diviso fra Fiandre e Vallonia il jazz-rock canterburiano ha visto band nascere dall’incontro di musicisti di lingua madre francese e fiamminga; per il Québec la fusion, spesso venata di spunti celticheggianti, è stato il mezzo per distinguersi dal Canada anglofono e — al tempo stesso — affrancarsi dai paragoni con la “madrepatria” francese; in nazioni piccole ancorché saldamente atlantiche, come Danimarca e Norvegia, l’idioma jazz ha rappresentato infine un ponte per affacciarsi al panorama internazionale.

Le formazioni più esemplari del progressive italiano, francese, inglese hanno definito il loro stile quasi in antitesi al blues, rinnegandone la forma armonica, e alla psichedelia, abbandonandone gli aspetti più lisergici e free-form: l’assenza di questa opposizione è invece un tratto caratteristico delle scene piccole e periferiche (come l’Islanda), dove le band si dedicavano in un pezzo al pop barocco, in un altro all’hard rock e in altri ancora a originali commistioni hippie/classiche. La continuità tra psichedelia e progressive (e in particolare jam rock, space rock, ethno jazz, ecc.) potrà sorprendere maggiormente quando riscontrata anche in paesi di dimensioni ragguardevoli, economicamente avanzati e ben informati riguardo alle novità anglosassoni: gli esempi di Giappone e Germania Ovest, tuttavia, dimostrano che — modificando l’innesco e cambiando le condizioni al contorno — anche scene mature e complesse possono strutturarsi attorno a pilastri diversi.

Altri inizi, altre fini

burnin_red_ivanhoeRestando in tema di inneschi: alcuni dei tratti distintivi delle scene nazionali, specialmente quelli meno deducibili dal quadro politico-culturale del paese, possono essere inquadrati prendendo a prestito dall’evoluzionismo il concetto di effetto del fondatore. In una popolazione vasta originata da un ristretto numero di precursori, risultano amplificate quelle che erano le casuali prevalenze genetiche del gruppo originale. Trasponendo la dinamica in ambito musicale, l’inclinazione mostrata da una scena locale nella sua fase matura è conseguenza dei tratti che contraddistinguono lo stile delle band capostipiti, forse meno compiuto ma, quantomeno nei casi più meritevoli, assai ricco di inventiva. Interessarsi al proto-progressive jeffersoniano e jazzato dei Mad Curry diventa allora essenziale per comprendere la rapida evoluzione in senso canterburiano della scena belga, in cerca di una via di fuga dallo stile barocco e “post-beat” dei poco precedenti Wallace Collection. Similmente, l’eclettismo e le simpatie statunitensi mostrate dal panorama danese possono essere ricondotti al peccato originale dei Burnin’ Red Ivanhoe, tra le prime formazioni non britanniche a sviluppare una propria formula prog — prendendo spunto, fra gli altri, dal soul/jazz/rock dei Chicago Transit Authority. Le pieghe prese dalla fiorente scena jugoslava sarebbero state certamente diverse senza Time e Korni Grupa a mostrare che si potesse andare oltre il pezzo hard rock di quattro minuti, iniettandovi jazz e funk, ed è difficile supporre che l’intero sottogenere zeuhl potesse gemmare spontaneamente in terra francese in assenza dell’oscura “mutazione genetica” del jazz-rock rappresentata dai Magma di Christian Vander.

Finora si è detto soprattutto dei tratti di maggior deviazione delle scene nazionali rispetto al paradigma inglese. All’estremo opposto dello spettro di originalità si trovano però, soprattutto a partire dalla metà del decennio, numerose formazioni dedite a intenti assai più calligrafici. Tra il 1973 e il 1976 artisti britannici come Genesis e Camel completano la canonizzazione di un sound progressive “quintessenziale”, chiaramente riconoscibile e tutto sommato imitabile. Il paradigma è di grande stimolo per una seconda generazione di band, il cui stile va a fuoco più tardi grazie alla ripresa di queste strutture e atmosfere. Se in Inghilterra questa seconda ondata risulta poco fortunata per via del cambiamento di interessi di label, pubblico e critica (penalizzando così nomi come England, Skywhale, The Enid), la differita con cui all’estero germoglia l’attenzione verso i fenomeni d’importazione fa sì che al di fuori del Regno Unito il terreno risulti discograficamente più fertile sia per le prog band di esperienza, sia per le nuove leve.

anyones_daughterIl tardo progressive che si incontra in paesi “periferici non troppo” come Germania, Austria, Norvegia, Argentina, o dall’altra parte della Cortina, Ungheria e Polonia, si innesta su modelli già codificati, ma presenta caratteristiche sonore che lo rendono unico e — per certi versi — perfino precorritore di sviluppi che nel Regno Unito prenderanno piede soltanto negli anni Ottanta. A giocare a favore delle band “ritardatarie” è soprattutto lo sviluppo tecnologico dei sintetizzatori, che rende disponibili strumenti con potenzialità assai più ampie rispetto ai primi anni Settanta.
La svolta corrisponde soprattutto dall’avvento della polifonia: la possibilità di suonare più note in contemporanea sulla stessa tastiera apre ai musicisti praterie inesplorate di atmosfere elettroniche. Cade la netta distinzione che aveva caratterizzato le band del periodo classico: accompagnamento armonico — prima affidato a strumenti “elettrici” e timbricamente limitati come Mellotron, Hammond, Rhodes e Wurlitzer — e parte melodica — dominata fino a ieri dai sintetizzatori monofonici Moog e ARP — possono ora essere sposati in colate di accordi sintetici, proiettati peraltro su una gamma sonora potenzialmente infinita. I primi synth polifonici completi, l’ARP Omni e il Polymoog, sono commercializzati nel 1975, ma i veri protagonisti di questa rivoluzione copernicana in campo prog sono in realtà gli string synthesizer, loro precursori più limitati e a buon mercato. Eminent 310, Solina String Ensemble, Logan String Melody (giusto per fare qualche nome tra i più celebri) sono concepiti come equivalente sintetico del Mellotron, goffi “sostituti d’orchestra” che ben presto si rivelano capaci di un intero nuovo campo di possibilità evocative (è il Solina che fornisce a “Wish You Were Here” e “Animals” dei Pink Floyd il loro inconfondibile sound piovigginoso).

Con una formula apparentemente indebitata verso lo stile di Camel e Genesis, il mood nostalgico dettato dalla convinzione di arrivare a giochi quasi conclusi, e le nuove possibilità espressive degli accordi su string synth sfruttate per grondare malinconia e grandeur, dischi “fuori tempo massimo” di formazioni come Eela Craig, Anyone's Daughter, Exodus, o Pablo el Enterrador, risultano per paradosso fortemente originali e inconsapevolmente precorritori di quei caratteri che definiranno l’era neo-prog.

Mondo progressivo: quali confini?

skaldowieIl progressive è nella storia del rock il primo genere di diffusione realmente mondiale. Rock’n’roll, beat, psichedelia avevano certamente raggiunto i più disparati angoli del globo: molto raramente, però, l’importazione di stili e successi angloamericani (spesso in traduzione) aveva prodotto scene variegate e originali, capaci di uscire da una dinamica puramente imitativa per definire scuole locali dotate di maturità e caratteristiche proprie.
Come già visto, sono numerosi i casi in cui il progressive si impone su scala nazionale non sulla scorta dei modelli britannici ma grazie all’elaborazione autonoma che band locali danno al proprio desiderio di travalicare i generi.
Talvolta la transizione al progressive è guidata proprio dalle band di punta della fase beat, che stanche di riprendere modelli non propri scelgono di allargare il proprio spettro oltre la pop-song strofa-ritornello incorporando elementi più vicini alla propria identità culturale. Si pensi alla Polonia, dove il genere viene introdotto dal sopracitato Niemen e dagli Skaldowie, entrambi con un passato vicino alle sonorità beat, ma dove finisce poi col fondersi con la scena della “poesia cantata”, influenzata da cabaret, tango e compositori locali.
Anche il fenomeno del classical crossover, che ha marcato i primordi del genere in molti paesi europei (dalla Spagna dei Canarios alla Cecoslovacchia dei Collegium Musicum), ha più elementi di interesse in questo senso di quanto possa far sospettare l’atteggiamento di sufficienza con cui oggi è spesso trattato: riconnettendo la musica pop rock alla tradizione classica (e, in alcuni casi, alle scuole romantiche nazionali), ha segnato da un lato una svolta rispetto al meccanismo redditizio ma inibente delle cover tradotte, dall’altro un importante passo di “riterritorializzazione” del rock, che abbandona almeno in parte gli schemi rock’n’roll/blues di origine afro-americana per trovare radici maggiormente in sintonia con le eredità musicali di paesi che, da meri spettatori, si apprestano a diventare protagonisti della sua storia.

Lo spirito progressive ha contagiato decine e decine di paesi in tutto il mondo, ma la mappa tracciata in questo articolo presenta evidenti mancanze rispetto a un ordinario atlante geografico. Alcune di esse sono giustificabili assai facilmente: eccetto l’anglofono Sudafrica, nessun paese africano ha avuto, nell’epoca interessata, scene rock abbastanza variegate da poter sviluppare un vero e proprio movimento progressive; la musica del Medio Oriente era orientata su formati e dinamiche sostanzialmente aliene al rock, mentre il subcontinente indiano era dominato già all’epoca dalle colonne sonore di Bollywood, che sperimentarono l’utilizzo del rock, ma non abbastanza da spingerlo nella direzione presa in analisi al momento. L'Iran pre-rivoluzione era un paese occidentalizzato e moderno, ma non ebbe modo di sviluppare una scena prog, essendo decisamente più orientato al mescolio fra tradizione persiana, cantautorato moderno e rock psichedelico. Non ci risulta che siano stati pubblicati dischi prog in Antartide — e il poco che è stato realizzato in Groenlandia risulta del tutto trascurabile.
Un discorso distinto merita il “Secondo Mondo” governato da regimi di ispirazione comunista. Come si è visto, in diversi paesi dell’Europa orientale gli artisti sono stati in grado di mantenere un contatto con i fenomeni oltre la Cortina e, nonostante le difficoltà connesse alla censura del Partito, hanno dato vita a scene progressive originali e rigogliose. In gran parte delle altre nazioni dominate dal “socialismo reale” questo non è stato possibile. In Cina, il rock è sostanzialmente sconosciuto fino agli anni Ottanta. A Cuba, gli artisti rock sono messi al bando dal ’60 al ’66 per effetto della rivoluzione e, anche successivamente, fortemente marginalizzati dal regime castrista. In Vietnam, la presenza militare statunitense fino al ‘75 porta la porzione meridionale del paese a contatto con la musica rock; questo contatto non si traduce però nella nascita di una scena locale. Infine, nell'Unione Sovietica l’embargo culturale verso ogni espressione del capitalismo si traduce in una messa al bando del rock che si rivela quasi inflessibile fino al 1980, per poi divenire più blanda, benché non priva di saltuarie ritorsioni. Qualche disco contaminato dal rock progressivo uscì pure, ma non si può in alcun modo parlare di un movimento locale negli anni Settanta, motivo per cui ci riproponiamo di presentare le mosche bianche in questione in un'articolo a parte.

Tra i dischi che figurano nell’articolo non ve ne sono che provengano dall’Italia o da paesi di madrelingua inglese. Se l’esclusione del nostro paese e della Gran Bretagna è spiegata molto presto (sono le due nazioni di cui si parla sempre), meno ovvia è quella di Stati Uniti, Australia, Irlanda, Canada anglofono eccetera. Il fatto è che, paradossalmente, i paesi più provinciali della galassia prog sono proprio loro: al loro interno si sviluppano scene-satellite di quella britannica, che non possiedono un’identità propria ma vivono (tolta l’eccezione di rare band come i Rush) in una dimensione puramente imitativa del modello inglese. Curiosa in particolare la situazione negli Stati Uniti: proprio negli anni di maggior sviluppo del genere, band come Kansas, Boston, Journey e Styx codificano il cosiddetto arena rock, che unisce elementi hard, pop e prog ma non può essere ricondotto in maniera esclusiva a nessuno dei tre stili. Il genere conquista le luci della ribalta in terra americana e canalizza le manie di grandezza di tante formazioni che, altrove, si sarebbero forse votate al progressive comunemente inteso. Non stupisce allora che i pochi gruppi che deliberatamente scelgono la strada del prog in senso stretto si votino a un’adozione decisamente calligrafica dei modelli inglesi, e che anche il pugno di band di valore sparse per l’enormità del territorio statunitense (Cathedral, Hands, Starcastle, Yezda Urfa, Fireballet, Happy the Man) riscuota fortune commerciali scarse o inesistenti.

La selezione che proponiamo non è certamente l’unica o la migliore possibile. Avremmo potuto inserire più jazz, o escluderlo del tutto. Essere più concessivi col proto-prog o intransigenti con gli emulatori. Spostare più in là l’asticella degli anni. Tirar dentro tutto il prog folk anziché solo quello più elettrico. Abbiamo scelto, per compattezza, di limitarci a 151 dischi e di cercare quanto più possibile di essere rappresentativi della pluralità dei panorami nazionali.

SVEZIA

Non può stupire che, nella patria della socialdemocrazia, la musica “progressista” rivesta un ruolo di primo piano. Fin dai tardi anni Sessanta si sviluppa in Svezia una corrente “progg” (con due g) che, in continuità con le rivendicazioni del Sessantotto, associa musica di rottura, cantautorato, anticapitalismo. L’etichetta viene però applicata a una vasta messe di formazioni “antagoniste”, spesso legate all’attivismo universitario di cittadine come Uppsala e Lund, e solo ogni tanto imparentate col progressive come sarà inteso all’estero. Se collettivi latamente folk come gli Arbrete och Fritid e compagini dedite a una post-psichedelia sui generis (International Harvester, Älgarnas Trädgård) sono difficilmente inquadrabili nel prog propriamente detto, il filone contempla comunque qualche artista i cui percorsi rientrano pienamente nei confini di questo articolo.

Quella svedese è in effetti ancora oggi considerata una delle principali scene del progressive europeo. Lo sposalizio di rock e folk tradizionale che anima diverse delle proposte principali (Kebnekaise, Ragnarök, Bo Hansson) sarà un modello imprescindibile per le tante formazioni del revival prog scandinavo e condurrà alla riscoperta della scena a partire dagli anni Novanta. Meno in vista ma comunque valido è l’ampio filone jazz-rock, che contempla oltre ai progg-issimi Samla Mammas Manna anche altre band “di confine” come Kultivator (sbilanciati sul versante avant-), Kornet (decisamente più affini alla fusion di Weather Report e Passport) e Archimedes Bedkar (sorta di controparte scandinava dei tedeschi Embryo). (M.Sgrignoli)

hanssonBo Hansson - Sagan om ringen [1970]
In principio era il duo Hansson & Karlsson, il cui album "Monument" (1967) viene accreditato fra i primissimi esempi di rock progressivo. Terminata quell'esperienza, il polistrumentista Bo Hansson tenta la carriera solista con un album ispirato a "Il signore degli anelli". "Sagan om ringen" esce verso la fine del 1970, composto da dodici bozzetti strumentali che mescolano folk pastorale, sintetizzatori da library music, organi barocchi, e ansie jazz-funk. La peculiare tendenza all'esotismo da un lato anticipa ciò che Mike Oldfield avrebbe realizzato di lì a breve, e dall'altro getta le basi per la futura stagione new age. Ristampato nel Regno Unito a due anni dalla pubblicazione scandinava, il disco riuscì persino a fare capolino nella top 40. (F.Romagnoli)

Kebnekaise - Kebnekaise [1973]
Fra le band del rock progressivo svedese, senza dubbio la più legata all’immaginario locale, a partire dal nome, preso in prestito dalla più alta montagna della nazione. Dei cinque brani in scaletta, quattro sono rielaborazioni di melodie tradizionali nordiche, con unica eccezione per la cavalcata di sedici minuti "Comanche Spring", basata su un assolo del chitarrista Ingemar Böcker. Gli arrangiamenti sono sì elaborati, ma non densi come una formazione di ben nove elementi potrebbe far sospettare. Il gioco sta anche nel lasciare il giusto spazio agli strumentisti, in strutture circolari dove chitarre elettriche acuminate - spesso sature di effetti - si intersecano a stridenti violini folk, mentre fantasie di batteria jazzata contrastano un incessante tam tam di percussioni etniche. (F.Romagnoli)

Kvartetten Som Sprängde - Kvattals [1973]
Come l’albero o “cespuglio” evolutivo che ha portato a Homo sapiens è costellato di rami collaterali, vie alternative che non hanno trovato seguito per quanto del tutto compiute, così anche il percorso che conduce alla sintesi “classica” di un genere è ricco di vicoli ciechi — casi al tempo stesso anomali ed esemplari di sound che “non ce l’hanno fatta” pur risultando stilisticamente maturi ed efficaci. “Kattvals” (“Danza del gatto”) rientra appieno nella categoria: un mix lucido e ormai sostanzialmente non psichedelico di organo Hammond, jazz-rock dai chiari influssi third stream, temi melodici che affondano le radici nel folk nordico, chitarre prese a prestito dal blues rock più chirurgico. La band di Örebro lascia un disco perfettamente a fuoco, che va ben oltre la pura testimonianza. (M.Sgrignoli)

Ibis - Ibis [1974]
Sorto dalle ceneri dei Vildkaktus, che arricchirono la prima scena svedese di un gustoso folk/jazz/rock alla Traffic, il quartetto di Stoccolma abbandona le atmosfere soavi per dedicarsi a un focoso jazz-rock dominato da tastiere e chitarra elettrica. Rispetto alle molte formazioni coeve dall’analogo impianto strumentale, gli Ibis si distinguono per il forte impianto progressivo, che rifugge dagli schemi blues e cerca la sua ispirazione nel vasto repertorio folk (locale e non solo). Tanto i toni, robusti ma poco enfatici, quanto la tavolozza timbrica, con le note cristalline del Rhodes che si alternano a sferzate di Hammond distorto, conducono spesso il disco in territori canterburiani, prossimi in particolare ai prodotti più tardi e “seriosi” della scena (es. Isotope). (M.Sgrignoli)

samla_mammas_mannaSamla Mammas Manna - Klossa knapitatet [1974]
Soci fondatori del non-movimento “Rock in Opposition”, i Samla Mammas Manna sono tra le formazioni prog più longeve e criticamente considerate del panorama svedese. La loro formula fortemente eclettica, che acquista in questo terzo Lp tratti elettrici più marcati che nel più blasonato “Måltid”, sposa attitudine giocosa ed estrema perizia strumentale e compositiva: l’arte dei Samla si concretizza in quadretti che hanno la leggiadria e la compostezza di goliardici divertissement accademici. La tradizione locale (in tutte le sue diramazioni, comprese le meno “chic” come polka e yodel) è la fonte principale del materiale ritmico e melodico della loro “musica totale”, che ne rielabora gli spunti in un amalgama indistricabile di “scherzi” classicheggianti e arroventati guazzabugli jazz-rock. (M.Sgrignoli)

Trettioåriga Kriget - Krissgång [1975]
Esempio di hard prog decisamente atipico e maturo, Krigssång (“canto di guerra”) è il secondo album del quartetto basso-batteria-chitarra-voce Trettioåriga Kriget (“la guerra dei Trent’anni”), della zona di Stoccolma. Gran parte dei brani appare incentrata sui taglienti incroci tra basso e chitarra, ma la predilezione per l’acustica e la secchezza dei timbri adottati all’elettrica rendono il sound del chitarrista Christer Åkerberg assai personale e lontano da una muscolarità stereotipata. L’unicità della formula si manifesta soprattutto nel carattere camaleontico dei riff, avvicinabili in quanto a estro soltanto ai guizzi di Steve Howe, e nel brillante approccio anti-sinfonico della band, che offre moltissimi “spazi vuoti” tra gli strumenti, solo sporadicamente riempiti da Mellotron e synth. (M.Sgrignoli)

Kaipa - Inget nytt under solen [1976]
Nati intorno alla metà dei Settanta e sciolti nel 1982, a causa del calo di interesse del pubblico, i Kaipa sono una delle band scandinave più seguite dai patiti del prog. Riformati nel 2000 dalle due storiche forze motrici, Hans Lundin (tastiere, voce) e Roine Stolt (chitarra), proseguono la loro avventura a tutt'oggi, dopo diversi cambi di formazione. Stolt li ha lasciati di nuovo nel 2005, per tornare a tempo pieno al progetto più gli ha dato lustro: i Flower Kings. È in effetti anche grazie al riflesso del loro culto che la memoria dei Kaipa è rimasta a galla, in particolare quella del secondo album. Aperto dalla storica suite "Skenet bedrar", sfoggia ogni levigatezza del prog sinfonico, mettendogli a contrasto il durissimo timbro del basso Rickenbacker di Tomas Eriksson. (F.Romagnoli)

Ragnarök - Ragnarök [1976]
Ragnarök è l'evento che nella mitologia norrena indica lo scontro finale fra le forze dell'ordine e quelle del caos, che termina con la distruzione del mondo e la sua rigenerazione. Il nome è stato preso in prestito da questo sestetto formatosi a Kalmar, nel sud della Svezia, verso la metà degli anni Settanta. Certo ascoltando il loro omonimo album di debutto, viene da credere che la fine del mondo sia già avvenuta e ci si trovi in quella fase di stasi antecedente la sua ricostruzione, data la rilassatezza della musica contenuta. Dieci brani strumentali di grande pulizia sonora e melodie soavi, al crocevia fra prog, folk e jazz-rock, dove si intersecano chitarre elettriche liquide, armoniose scale di pianoforte, tastiere fusion, arpeggi acustici, e alla bisogna, ricami di flauto e sax. (F.Romagnoli)

aarflotAndreas Aarflot - Det rivna pianot [1977]
A Luleå, nel Nord della Svezia, il collettivo Anton Svedbergs Swängjäng (dialettalizzazione di “Anton Svedberg’s Swing Band”: nome del tutto ordinario, non fosse che Anton Svedberg non è mai esistito) organizza eventi “ad assetto variabile”, che vanno dalle esibizioni in quartetto alle performance da 30 elementi. L’album eponimo, del ’75, è orientato a un folk rock molto “progg” ma ben poco “prog”; “Det Rivna Pianot” (“il pianoforte distrutto”), a nome del solo pianista Andreas Aarflot, coinvolge invece un gran numero di musicisti del collettivo in un lavoro eterogeneo ed equilibrato, in cui il tono compunto e brioso di alcuni episodi soft jazz-rock in stile Steely Dan si riversa nel resto del disco su passaggi bandistici e liquidità tardo-canterburiane, con risultati assai originali. (M.Sgrignoli)

Kultivator - Bardomens Stigar [1981]
Se filiali estere della scuola di Canterbury sono apparse in quasi tutti i paesi europei, ben più rare sono state le gemmazioni della celebre fusione di prog e jazz-rock codificata in Francia: il movimento zeuhl. Tra queste, i Kultivator di Linköping, nella Svezia centro-meridionale, sono probabilmente la più nota e significativa. “Barndomens Stigar” (“scale dell’infanzia”) è il loro unico album, incentrato su drumming serratissimo, strutture dissonanti, inquietanti ostinati di bassi e vorticose colate di organo ed e-piano. Atmosfere oscure e ossessive dunque, che ad anni Ottanta inoltrati Johan Hedrén, tastierista della band, esaspererà nei fragorosi e sconvolgenti Ur Kaos, il cui primo Lp rappresenta uno degli apici — ancorché tardivi — del progressive estremo ibridato al post-punk. (M.Sgrignoli)

Myrbein - Myrornas Krig [1981]
Oscurità, dissonanza e ritmiche febbrili sono aspetti centrali anche di “Myrornas Krig” (“guerra delle formiche”), unico Lp dei Myrbein (manco a dirlo, “gamba di formica”) di Östersund, nella Svezia centro-settentrionale. Croce e delizia dell’album è l’ingenuità d’approccio della band, che traspare dal connubio di caos compositivo e ossessione per incastri e strutture, o nel mix di grande ambizione e calligrafismo, che rielabora in salsa fortemente tastieristica spunti di King Crimson, Zappa, Magma, Henry Cow e nascente post-punk. Si potrebbe dire: un fritto misto di “proggherie” fuori tempo massimo e neanche troppo ben registrate. Legittimo, ma in realtà il carattere dinamico, cervellotico e zigzagante dei brani rende l’ascolto del disco divertente, stimolante e ricco di imprevisti. (M.Sgrignoli)

NORVEGIA

La scena norvegese degli anni Settanta appare di dimensioni più contenute di quelle degli altri paesi della penisola scandinava. Le distinzioni tra psichedelia, hard, jazz e progressive sono deboli e anche grazie a questo nascono soluzioni sonore originali e accattivanti. Inizialmente orientata, quindi, a una peculiare sintesi hard prog, la scena si popola negli anni di formazioni legate al panorama jazz locale, già allora piuttosto in vista a livello mondiale grazie alla presenza di figure di spicco come il sassofonista Jan Garbarek e il chitarrista Terje Rypdal (che con il trittico “What Comes After”/”Whenever I Seem To Be Far Away”/”Odyssey” arriverà, seppure sul versante avanguardistico, davvero a un passo dai King Crimson). (M.Sgrignoli)
 
junipher_greeneJunipher Greene - Friendship [1971]
Il debutto dei Junipher Greene è solitamente ritenuto il primo vero album prog norvegese. In realtà ne erano già usciti alcuni che si muovevano in quel circondario, ora contaminati dal blues, ora dalla psichedelia, ora un po' sbilanciati verso l'hard rock. Elementi che in vero si trovano anche qui, con una buona dose di soul e qualche inserto folk. La pienezza della scrittura e la qualità della registrazione consentono però quel salto che distingue un'opera embrionale da una pienamente matura. La title track è una mastodontica suite di ventisei minuti, che si dipana fra chitarre effettate, linee di basso jazz e funk, atmosferiche coltri d'organo elettrico, e batteria capace di cavalcare serrata, ma alla bisogna anche di swingare sorniona. Un plauso all'inglese del cantante Helge Grøslie. (F.Romagnoli)

Høst - På sterke vinger [1974]
Nati a Knapstad, villaggio di mille anime sperso fra i boschi della Norvegia, gli Høst furono una delle tante band che, nella prima metà degli anni Settanta, resero difficile comprendere dove si trovasse il confine fra hard rock e prog. In questo album di debutto il quintetto si affida alla voce di Geir Jahren, capace dello stesso lirismo dell'hard rock più filosofico (David Byron, Ronnie James Dio), e a una coppia di chitarre elettriche, suonate da Lasse Nilsen e Svein Rønning (il secondo sporadicamente impegnato anche alle tastiere). Sei brani su sette stanno intorno ai quattro minuti di durata, pur con riff corazzati e strutture non lineari, toccasana per chiunque ami Wishbone Ash o anche solo Black Sabbath. Livello medio elevato, con indubbio apice nei nove minuti della title track(F.Romagnoli)

ruphusRuphus - Let Your Light Shine [1976]
Dopo due album di progressive sinfonico e vagamente yessiano, i Ruphus del rinomato tastierista Håkon Graf virano su un jazz-rock tanto levigato quanto coraggioso. Prodotto dal leggendario chitarrista avant-jazz Terje Rypdal, celebre per la magmatica austerità delle sue costruzioni, “Let Your Light Shine” risulta in realtà quasi antipodale come vocazione: decisamente prossimo all’easy listening, è un disco dal sound aereo e disciplinato, con brani limpidi sul piano melodico e accattivanti su quello ritmico, spesso giocati su climax ascendenti e lussureggianti svolazzi di Rhodes, string synthesizer e ARP (suonato dallo stesso Rypdal). A completare la celestialità della formula, la voce cristallina della cantante Gudny Aspaas, che porta alcuni episodi a un passo dai Nucleus di “Labyrinth”. (M.Sgrignoli)

Vanessa - Black and White [1976]
Partiti nel 1975 con “City Lips”, jazz-rock psichedelico funkeggiante e in vago odore di library music, al loro secondo e ultimo disco i Vanessa resettano la formazione (perdendo tra gli altri Håkon Graf, che si concentra sui Ruphus) e si convertono al verbo dei Soft Machine post-“Third”. Pilastro della band resta il fiatista e compositore Svend Undseth, che in “Black and White” suona sax, clarinetto, flauto e chitarra. Evidente ammiratore dei temi zigzaganti di Hopper e Ratledge, nell’adottarne timbri e traiettorie sceglie di non abbandonare il piglio funk, qui addirittura irrobustito e incattivito rispetto all’esordio. Ne escono brani cervellotici, geometrici, ottimamente eseguiti ma molto liberi nel loro flusso, capace di sorprendere costantemente con guizzi melodici e scossoni ritmici. (M.Sgrignoli)
 
DANIMARCA

Alimentata da un vivace panorama post-psichedelica e dai fari del festival di Roskilde, la Danimarca è tra i primi paesi a sviluppare una scena progressive autonoma. La locandina della prima edizione del festival (1971) indica chiaramente le band cardine della fase proto-progressiva danese: Burnin’ Red Ivanhoe, Midnight Sun, Culperer’s Orchard, Dr. Dopo Jam (i primi avranno qualche riscontro anche nel Regno Unito). Così come i fondatori, anche le formazioni che seguiranno saranno caratterizzate da un notevole eclettismo, che le rende spesso assai originali, ancorché difficili da ricondurre agli stilemi del prog “puro”. (M.Sgrignoli)

Burnin’ Red Ivanhoe - W.W.W. [1971]
Fondati nel 1967, da subito i Burnin’ Red Ivanhoe, da Copenaghen, sposano un blues rock venato di psichedelia e forme jazz consentite dall’ampia tavolozza fiatistica. Nel corso dei primissimi anni Settanta, è soprattutto Karsten Vogel (sassofono, organo, piano e autore di gran parte dei brani) a spingere sulla ricchezza di intrecci strumentali, bilanciando focosità post-psichedeliche e jazz-rock alla Chicago Transit Authority. L’originale sintesi proto-prog riscuote successo anche in Gran Bretagna, e la band diventa il simbolo della scena danese. Il quarto LP, “W.W.W.”, segna nel 1971 l’apice in termini di maturità: l’anno successivo la band si scioglie e diversi suoi membri danno vita ai Secret Oyster. Riunitisi nel 1974, riprendono a pubblicare dischi, tra cui l’ottimo “Shorts” del 1980. (M.Sgrignoli)

Secret Oyster - Astarte [1975]
Nel 1972 Karsten Vogel (sax), Jess Stæhr (basso) e Bo Thrige Andersen (batteria) dei Burnin Red Ivanhoe si uniscono a Kenneth Knudsen (tastiere) e Claus Bøhling (chitarra) dei Coronarias Dans: nascono i Secret Oyster, supergruppo jazz-rock di risonanza internazionale. I loro album autonomi propongono un vivace stile jam rock dagli innegabili accenti progressivi, i cui tratti hard e psych rendono però difficile l’inclusione in questo articolo. Il discorso si fa diverso con “Astarte”, lavoro composto per il balletto “Vidunderlige Kælling” (“splendida puttana”): qui i vortici di intuizioni strumentali e la grande varietà di influenze condensano in brani evocativi e strutturati, con sapiente uso di riprese tematiche ed elementi melodici di grande impatto (in più passaggi vengono in mente i Camel). (M.Sgrignoli)

coma_01Coma - Financial Tycoon [1977]
Decisamente fuori dagli schemi il sound di questo quintetto di Fredrikshavn, nel Nord Jutland, in cui marcatissimi elementi acid rock (o perfino proto-punk) formano la spina dorsale di una proposta indubitabilmente prog. Fatte salve le filastrocche zappiane delle due title track, è il sax la “voce narrante” delle frastagliate melodie dell’album d’esordio, con la tromba (talvolta) e la chitarra (sempre) a fare da contrappunto. Davvero inusuali i timbri di quest’ultima: asciutti, ruvidi e spesso dissonanti o acidi, non sfigurerebbero in un qualche disco di post-punk radicale. Anche la batteria gioca sulla secchezza, con un rullante scarno e jazzato che ricorda i primissimi King Crimson. Un ascolto d’obbligo per i fan del progressive più scarmigliato (vedi Jan Dukes De Grey). (M.Sgrignoli)
 
ISLANDA

Per quanto priva dei riconoscimenti internazionali che otterrà nei decenni successivi, già nei Seventies la piccola isola del Nord Atlantico presenta una scena rock sorprendentemente vitale. Ovviamente incentrata soltanto su Reykjavik e hinterland, è avvantaggiata soprattutto nella prima parte del decennio dalla solidità economica che consente alle sue band di accedere ai costosi studi di registrazione londinesi, confezionando dischi di ottima qualità sonora. Oltre alle formule pienamente prog delle due band selezionate, sono meritevoli di segnalazione anche il folk neotradizionale dei Þrjú á palli, la fusion virata smooth dei Mezzoforte e l’originale sintesi prog/funk degli Eik. (M.Sgrignoli)

Trúbrot - ....Lifun [1971]
Nati come “supergruppo” dalla ricombinazione di Hljómar e Flowers, i due complessi islandesi più in vista a fine Sixties, i Trúbrot di Keflavik sono tra le formazioni di maggior successo della scena locale. Il nome della band, che tradotto suona circa “rottura di fede”, ben rappresenta gli intenti incendiari del sound che anima il capolavoro “….Lifun” (“essere vivi”): sulla spina dorsale di un Merseybeat trasfigurato, reso tagliente da voce aggressiva, organo strabordante e poderosi bassi terzinati, il quartetto innesta fughe classicheggianti e incalzanti passaggi jazzati. I punti di contatto con hard rock e heavy psych sono numerosi, ma tanto la pulizia del suono quanto il forte debito compositivo verso il pop barocco riequilibrano la formula, rinsaldandone la natura indubitabilmente prog. (M.Sgrignoli)

hinn_islenzkiHinn íslenski þursaflokkurHinn íslenski þursaflokkur [1978]
“L’orda dei troll”, thursaflokkurinn, è la band che meglio incarna, sul lato progressive, il rapporto tra rock e tradizione popolare islandese. Attiva tra il ’78 e l’82, già col primo album si evidenzia per l’originalità della formula: un progressive disciplinato e scherzoso, che rielabora temi folk tradizionali in una salsa jazz-rock policroma, non lontana dagli svedesi Samla Mammas Manna. Il sound mantiene un feeling acustico pur ricorrendo ampiamente a chitarra e basso elettrico: fondamentale per questo risultato è la presenza del fagotto, il cui borbottio è il pilastro dei contrappunti di quasi tutti i pezzi. Coi due episodi successivi, del ’79 e dell’82, la formula si arricchisce di elementi wave mantenendo qualità e impianto progressivo. (M.Sgrignoli)
 
FINLANDIA

Per essere un paese di neanche cinque milioni di abitanti, la Finlandia degli anni Settanta presenta una scena progressiva sorprendentemente ricca e originale. Le sue vicende musicali, influenzate dal folk locale e dalla sua “classicizzazione”, ad opera dell’eroe nazionale Sibelius, ruotano attorno ad alcune band fondamentali (Tasavallan Presidentti e Wigwam) e ai suoi membri più attivi; non sono poche però le formazioni minori che hanno saputo raggiungere una loro maturità stilistica. Tra questi, oltre agli artisti che figurano nella nostra selezione, anche nomi come Piirpauke e Tabula Rasa meritano una segnalazione, pur presentando una proposta più affine al progressive folk che al prog rock vero e proprio. (M.Sgrignoli)

Jukka Tolonen - Tolonen! [1971]
Jukka Tolonen rientra di diritto fra i talenti più precoci della storia del rock. Ha appena diciassette anni quando nel 1969 fonda i Tasavallan Presidentti, una delle band più rinomate della scena prog finlandese. Nel '71 decide di avviare, in parallelo, anche una carriera da solista... che in breve scavalca la produzione del gruppo sia per qualità, sia per quantità. In questo album di debutto, a dispetto dell'ancor giovane età, Tolonen suona in maniera sorprendente sia la chitarra, sia il pianoforte. I paragoni con John McLaughlin vengono spontanei nei momenti più focosi di questo energetico jazz-rock strumentale, ma la personalità di Tolonen non è disposta a subire dictat, e inserisce nel calderone struggenti parentesi acustiche, probabilmente influenzate dalla tradizione locale. (F.Romagnoli)

Haikara - Haikara [1972]
Tra le prime formazioni finlandesi a produrre un disco di prog maturo, gli Haikara (“cicogna”) sono un quintetto di Lahti, nella regione dei laghi. Il loro disco d’esordio è un connubio del tutto personale di folk rock tradizionaleggiante, elegismo sinfonico e spinosi timbri jazz-rock ad alto tasso di fuzz. Fondamentale per l’alchimia del sound è l’apporto dei fiati (ottoni in particolare) che da soli sono responsabili di gran parte della grandeur delle atmosfere: raramente sfruttati in chiave jazzistica, tornan buoni invece negli occasionali passaggi bandistici. Molto più spesso, poi, importano schemi contrappuntistici dalla musica classica per conferire enfasi alla voce roboante del cantante, polistrumentista e compositore Vesa Lattunen e ai vortici psych-hard della sua chitarra. (M.Sgrignoli)

pohjolaPekka Pohjola - Harakka Bialoipokku [1974]
Nel triennale iato discografico che separa “Fairyport” da “Being”, il bassista dei Wigwam si dedica alla carriera solistica. “Harakka Bialoipokku” (“Bialoipokku la gazza”) è il suo secondo LP, nonché il frutto più riuscito e ambizioso della visione creativa del musicista: un personalissimo “jazz-rock sinfonico” che mette a contatto l’efficacia melodica e le armonie sospese care all’“eroe nazionale” Sibelius con le costruzioni timbriche e ritmiche del third stream jazz. I sette brani del disco si muovono tra un lirismo ozioso e quasi wyattiano e incalzanti fughe per big band fiatistica; il tutto senza mai perdere in immediatezza ed evocatività, virtù certamente apprezzate dai crate-digger (tra cui Nujabes e DJ Shadow) che hanno costruito interi brani su campionamenti tratti dall’album. (M.Sgrignoli)

Finnforest - Finnforest [1975]
Originari di Kuopio, nel cuore della Finlandia più lacustre e boscosa, i Finnforest sono autori di un jazz-rock progressivo che rivaleggia in fatto di riconoscibilità stilistica coi grandissimi del genere, dai Nucleus alla Mahavishnu Orchestra. Ai tempi del loro primo album sono un terzetto di polistrumentisti, capitanato dal funambolico chitarrista Pekka Tegelman e completato dal fratello Jussi alla batteria e da Jukka Rissanen alle tastiere. Il bizzarro organico della band, privo di un vero e proprio bassista, spinge il sound del disco verso una formula unica: brani altamente pirotecnici ma al tempo stesso privi di fronzoli, con armonie ricche ma spesso ambigue e diradate. In più passaggi, pare di imbattersi negli ispiratori segreti di CynicKayo Dot (chissà se c’è del vero!). (M.Sgrignoli)

wigwamWigwam - Nuclear Nightclub [1975]
Potrà apparire controversa la selezione di un disco dei Wigwam successivo all'abbandono di due forze trainanti quali il bassista Pekka Pohjola e il tastierista Jukka Gustavson, ma l'equilibrio raggiunto in questo primo lavoro con la formazione rimaneggiata è assoluto. Oltre ai veterani Jim Pembroke (voce, piano) e Ronnie Österberg (batteria), entra nei ranghi il chitarrista Pekka Rechardt, subito autore di metà del materiale. Il disco trova diffusione anche all'estero, grazie alla neonata Virgin, in un'epoca che per un attimo sembrò essere favorevole a questo levigato rock progressivo dalle forti tinte pop, agghindato con chitarre liquide, pianoforte elettrico, sintetizzatori jazz fusion, e delicate armonie vocali. Notevole la copertina, con il suo medioevo fumettistico e simbolista. (F.Romagnoli)

Ilpo Saastamoinen - Joutsenen Juju [1976]
Già membro dei Piirpauke, vasta formazione il cui ottimo prog folk vira più sul jazz che sul rock e sfugge dunque dalle pur larghe frontiere di questo articolo, il bassista Ilpo Saastamoinen pubblica un solo album solista, che rappresenta il punto di massima convergenza tra l’approccio prettamente finlandese al progressive rock e le bighellonate avant-prog dei vicini Samla Mammas Manna. I brani di “Joutsenen juju” (“Il trucco del cigno”) sono infatti giocosi, mutaforma e assai vicini alla “musica totale”, ma decisamente sbilanciati sull’elemento jazz-rock, gli echi tradizionali e le obliquità armoniche ereditate da Sibelius. Come in Pohjola, poi, le atmosfere si velano spesso di una nostalgia indolente, e acquistano così un tocco autunnale che — diremmo oggi — sa vagamente di vaporwave. (M.Sgrignoli)

PAESI BASSI

Il panorama olandese presenta, rispetto ai paesi limitrofi, un sottobosco meno rigoglioso, controbilanciato però dalla presenza da alcuni nomi di caratura assai importante. Oltre ai “pesi massimi” Focus, anche Finch e Alquin ottennero una discreta visibilità internazionale. Earth and Fire, Kayak e Flairck (inventori, questi ultimi, di un linguaggio assai peculiare, al confine tra folk, jazz e musica da camera) dovettero invece accontentarsi di un buon successo a livello nazionale. Meno fortunati durante il periodo d’oro del genere, i canterburiani Supersister sono oggi tra le formazioni più apprezzate dagli appassionati. (M.Sgrignoli)

earth_fireEarth And Fire - Song Of The Marching Children [1971]
Progressive sinfonico, echi jazz e classici, voce femminile dall’evidente impostazione folk: è la formula vincente di Curved Air e Renaissance, ma anche degli olandesi Earth & Fire, il cui capolavoro “Song of the Marching Children” esce perfino in anticipo su quelli delle due formazioni britanniche. Cinque brani in tutto, tra i quali la kilometrica suite che dà il titolo all’album, che mostrano da un lato l’intensità del legame tra il primo progressive e il sound dei Jefferson Airplane, dall’altro come la tortuosità tipica del genere non sia di per sé in contraddizione con un’efficacia melodica di stampo pop. Il disco sorprende anche per le vette di evocatività a cui spinge il suono del Mellotron, vero protagonista del disco insieme alla voce flautata di Jerney Kaagman. (M.Sgrignoli)

Focus - Focus 3 [1972]
Thijs van Leer (voce, flauto, organo), Jan Akkerman (chitarra), Martin Dresden (basso), Hans Cleuver (batteria). Impossibile non citare una simile formazione per intero, data la fantasia e le capacità tecniche dei nomi in campo. I Focus furono una delle band olandesi più famose dei Settanta, in particolare grazie all'album "Focus II" ("Moving Waves" sul mercato anglofono) e al suo singolo "Hocus Pocus". Ancora più creativo e rigoglioso è però questo doppio vinile, quasi del tutto strumentale, che gli fece seguito. Al tipico hard prog barocco del quartetto si aggiungono la jam funk d'atmosfera "Answers? Questions! Questions? Answers!", e il tour de force "Anonymus II", dove ogni membro si prodiga in assoli ai limiti delle umane possibilità. Numero 1 in patria e top 10 nel Regno Unito. (F.Romagnoli)

Supersister - Iskander [1973]
I Supersister sono forse i più celebri tra i “canterburiani” continentali. Nel loro disco più noto, l’esordio “Present from Nancy” del 1970, fondono jazz-rock, pop, tempi dispari e leggerezza con tocco nostalgico e indolente: impossibile non avvicinarlo ai lavori di Hatfield and the North e affiliati. Gli anni conducono però la formula della band a divergere rispetto alle controparti britanniche, e il loro quarto disco “Iskander” ne è la testimonianza più esemplare. Ambizioso concept sulla figura storica di Alessandro Magno, rinuncia a qualche grammo di ironia per innestare una certa grandeur classicheggiante e (talvolta) perfino marziale, che combinata con l’utilizzo di temi e strumenti a fiato provenienti dal mediterraneo orientale dà al disco un tono esotico e misterioso. (M.Sgrignoli)

finchFinch - Glory Of The Inner Force [1975]
Per mancanza di un valido cantante, i Finch si sono dedicati a un progressive interamente strumentale. L’assenza della voce implica un riequilibrio di ruoli: chitarra in primo piano, con sound aspro, ampio e ben delineato; basso altrettanto prominente e in grado di scandire linee melodiche di uguale efficacia; batteria incalzante e camaleontica; tastiere spesso costrette a fare da unico “elemento di raccordo” fra le traiettorie degli altri strumenti. La formula risultante è fantasiosa, scoppiettante e in più frangenti prossima a quella dei Rush. Merito soprattutto dell’estro virtuosistico del chitarrista e compositore Joop van Nimwegen, appassionato di temi classicheggianti ma come Alex Lifeson capace di abbinare assoli rigogliosi ed energici riff a base di effettistica e accordi aperti. (M.Sgrignoli)

BELGIO

Le piccole dimensioni, la vicinanza geografica e la facilità con cui buona parte della popolazione comprende la lingua inglese rendono molto rapido nel Benelux l’attecchimento dei prodotti culturali britannici. Il panorama belga, in particolare, è marcato dalla giocosità e dall’abbondanza di elementi jazz. Una lunga serie di formazioni (inizialmente Mad Curry, Kandahar e Placebo, poi Cos e altri) elabora spunti psichedelici, blues e black, sotto l’innegabile spinta di influenze britanniche, e giunge a una sintesi assai prossima a quella canterburiana. Sensibile anche alle tendenze avanguardistiche della corrente zeuhl francese, la scena evolverà poi la sua specifica forma di chamber prog/Rock In Opposition, con Univers Zero, Aksak Maboul e formazioni meno in vista, come Julverne. (M.Sgrignoli)

Mad Curry - Mad Curry [1970]
Fondati da cinque studenti dell’università di Lovanio, i Mad Curry rappresentano un esempio del “meltin’ pot” di lingue (in formazione figurano sia musicisti fiamminghi che valloni) e influenze musicali da cui ha preso vita la prima scena progressive belga. Privi di chitarrista, ma provvisti di sassofono, organo Hammond e dell’energica voce da musical della cantante Viona Vestra, i cinque combinano un jazz-rock di chiara matrice blues, elementi third stream, spunti easy-listening. La formula proto-prog che ne risulta è tanto accattivante quanto immediata: soprattutto, però, è il carattere citazionistico e giocoso mostrato da gran parte dei pezzi a risultare precorritore dei tratti canterburiani che la scena belga prenderà negli anni successivi. (M.Sgrignoli)
 
Koen De Bruyne - Here Comes The Crazy Man! [1974]
Nella sua vita sfortunatamente breve (muore nel 1977, a soli 31 anni) il pianista Koen De Bruyne ha modo di partecipare alla realizzazione di più di sessanta dischi, tra cui due a suo nome. Di questi, l’esordio rappresenta un must in ambito prog (il successivo, soundtrack del film “In Kluis” di Jan Gruyaert, è invece di culto presso i fan dell’elettronica sperimentale). Inciso col supporto di tre membri dello storico ensemble jazz-rock Placebo capitanato da Marc Moulin, l’album è un tour de force strumentale che spinge il third-stream jazz al suo punto di massimo contatto col progressive rock comunemente inteso. A svettare, accanto alla versatilità e l’eleganza pianistica dell’autore, è il sapiente uso di effettistica e dinamica accostate ai numerosi passaggi affidati ai trombettisti. (M.Sgrignoli)

cosCos - Viva Boma [1976]
I brussellesi Cos sono tra le principali formazioni del “Canterbury fuori da Canterbury”. Il loro stile, meno floreale e scanzonato rispetto alle formazioni britanniche e più votato allo sperimentalismo, si presenta già a fuoco nell’esordio “Post-aeolian Train Robbery” del 1974, ma è col secondo disco e l’arrivo del tastierista Marc Hollander che la formula raggiunge la piena maturità. Fender Rhodes, basso fuzzato, splendidi vocalizzi femminili e sferzanti ritmiche jazzate sono la base del caloroso sound della band, qui prodotto da Marc Moulin. Ad arricchirlo si aggiungono nel corso del disco percussioni africaneggianti per la title track; oboe, clarinetto, violoncello in altri brani e — fatto atipico in campo prog — intrecci di sequencer nella traccia di apertura “Perhaps Next Record”. (M.Sgrignoli)

Marc Hollander & Aksak Maboul - Onze danses pour combattre la migraine [1977]
Marc Hollander dei Cos crea gli Aksak Maboul come sostanziale one-man band per dar sbocco ai suoi bozzetti più sperimentali e alle sue virtù di polistrumentista. Con qualche amico musicista a dare una mano e il solito Moulin a fare da produttore, il primo disco colleziona undici “rimedi per il mal di testa” che oscillano tra elettronica giocherellona, minimalismo in area ZNR, impressionismo alla Satie, quadretti prog folk, found sounds vari. A evitare che il tutto scivoli in un fritto misto buono giusto per la Nurse With Wound List, rimangono fortunatamente la lucidità e il saldo impianto prog/jazz di entrambi i mastermind. In seguito la band si assocerà al movimento Rock In Opposition e ospiterà Frith e Cutler degli Henry Cow, inaugurando una nuova fase, più celebrata ma meno originale. (M.Sgrignoli)

univers_zeroUnivers Zéro - Hérésie [1979]
Gli Univers Zero, da Bruxelles, sono una delle cinque band fondanti del movimento "Rock In Opposition". Guidati dal batterista Daniel Denis, convinto di dover proporre musica che scuota il pubblico anziché accontentarlo, debuttano nel 1977 con un album omonimo già piuttosto disturbante. È però con questo secondo lavoro che la loro architettura sonora, composta da dissonanze e atmosfere minacciose, raggiunge la maturità. Tre soli brani, dai tredici ai venticinque minuti di durata, dove gli archi azzannano l'ascoltatore con partiture ossessive, i legni bofonchiano lugubri, l'harmonium lancia tenebrosi droni, e il rock progressivo diventa tutt'uno con l'horror e la musica da camera. Come in un universo alternativo dove Béla Bartók e Olivier Messiaen hanno musicato il "Nosferatu" di Murnau. (F.Romagnoli)

Present - Triskaidékaphobie [1980]
Il debutto della band guidata dal pianista Roger Trigaux reinterpreta le ossessioni matematiche dei King Crimson di “Larks’ Tongues in Aspic” e l’inquietudine del prog oscuro di area francofona (Magma, Univers Zero, Art Zoyd) in tre brani che rappresentano il prodotto più efferato e stravinskiano del progressive — e per estensione del rock tutto. “Triskaidékaphobie” (“Paura del tredici”) è un’opera straniante e fortemente percussiva, in cui poliritmi, tempi dispari, dissonanze al semitono non sono elementi di coloritura, ma leggi ineluttabili di un nuovo mondo musicale. Soffocando ogni slancio melodico, pianoforte, chitarra, basso e batteria evocano quella che pare una controparte sonora delle geometrie aliene descritte da Lovecraft in “Alle montagne della follia”. Doloroso e stupendo. (M.Sgrignoli)

Pazop - Psychillis Of A Lunatic Genius [1972-73/1996]
I Pazop nascono a Bruxelles nel 1970 dall’incontro di membri di formazioni precedenti come Wallace Collection e Waterloo. Inizialmente chiamati “The Modern Classic Quartet”, pubblicano un primo Lp (“Opera Pop” o “Electric Concert” a seconda delle edizioni) di pezzi classici riarrangiati in chiave rock. Un cambio di nome li porta alla maturità: con un organico privo di chitarra ma ampliato a flauto, organo, violino danno vita a uno stile variopinto capace di spaziare dall’elegia primo-crimsoniana all’esperimento dark, passando per l’enfatico (ma affascinante) post-beat/proto-prog, la sciocchezzuola zappiana o il pop/jazz/blues tastieristico in bilico tra Canterbury e Colosseum. Mai usciti all’epoca, i materiali completi per due album sono raccolti negli anni Novanta in una compilation. (M.Sgrignoli)

FRANCIA

La scena francese è, con quella italiana e quella britannica, la più ricca e diversificata dell’Europa atlantica. Tra le sue molte correnti interne, le più rilevanti per questo articolo sono quella sinfonica (sulle quali domina l’influenza degli Ange) e quella zeuhl legata ai Magma. Quest’ultima rappresenta un endemismo francese, una peculiare sintesi di rock, jazz (Coltrane, Sanders), musica colta novecentesca (Orff, Bartók, Stravinsky) e suggestioni lovecraftiane che, oltre a dar vita a un filone da dozzine e dozzine di band, che attraverserà gli anni Ottanta per arrivare ai giorni nostri senza bisogno di revival, precorrerà le ritmiche aliene del math rock e sarà un modello significativo per il cosiddetto “brutal prog” dei giapponesi Ruins.
All’esterno del progressive propriamente detto (e pertanto della selezione da noi proposta) si situano poi diverse esperienze che meritano una menzione. Sono molti i punti di contatto tra lo spirito prog e la rigogliosa scena folk elettrica fiorita attorno alle figure di Alan Stivell, del suo chitarrista Dan Ar Braz e dei parigini Malicorne. Accostabili tanto al kraut quanto alla ricerca chitarristica di Robert Fripp stanno le colate effettistiche degli Heldon di Richard Pinhas, beniamino dalla critica anche per via della sua collaborazione col filosofo Gilles Deleuze. Addentrandosi poi in suoni che hanno acquisito una certa notorietà grazie alla mitologica Nurse With Wound List, si incontrano progetti fuori dagli schemi come Heratius, Hellebore, Flamen Dialis, ZNR: sperimentazioni spesso affascinanti, nonostante la sconclusionatezza. (M.Sgrignoli)
 
magmaMagma - Magma (Kobaïa) [1970]
I Magma sono fra le poche band di questo elenco note anche a chi ascolta prog solo occasionalmente. Capitanati dal cantante e batterista Christian Vander, debuttarono con questo epico doppio album, troppo spesso sottovalutato in favore dei successivi "Mekanïk Destruktïw Kommandöh" (1973) e "Köhntarkösz" (1974). Anche se mancano ancora gli eccessi operistici e le percussioni marziali con cui molti identificano lo stile zeuhl, alcuni elementi sono già qui (la componente jazz, i pianoforti martellanti, le voci grottesche), mescolati a melodie di ampio respiro che si sarebbero gradualmente perse nelle successive pubblicazioni. Un peccato, perché per quanto ne avrebbe guadagnato sotto altri punti di vista, la musica di Vander non sarebbe più stata così fiabesca e variegata. (F.Romagnoli)

Moving Gelatine Plates - The World of Genius Hans [1972]
Un personaggio vestito di tutto punto, con una testa di maiale al posto del volto. Se la copertina del secondo Lp dei Moving Gelatine Plates sia un omaggio a quella di “Trout Mask Replica” resta a oggi un interrogativo irrisolto: vista la musica, però, non ci sarebbe da stupirsi. Quello dei parigini è infatti un avant-prog zigzagante e arruffato, certamente non privo di eleganza ma spesso volutamente ispido e scomposto. I paralleli più diretti sono quelli coi primi Henry Cow — per l’importanza data ai fiati, certi influssi zappiani e l’andazzo canterburiano dei pezzi più sornioni — e coi connazionali (ma posteriori) Etron Fou. Con questi ultimi la formazione condivide il suono sferragliante della chitarra e il flusso babelico dei brani, “suite” i cui temi durano spesso pochi secondi. (M.Sgrignoli)

Ange - Au-delà du délire [1974]
Destinati a divenire i pesi massimi del progressive sinfonico d’oltralpe, gli Ange nascono a Belfort (Franche-Comté) nel 1969 per volontà di due fratelli, Francis e Christian Décamps. Con l’arrivo di altri membri, danno vita a un sound tra i più energici ed evocativi del panorama mondiale, che raggiunge il massimo splendore nel terzo disco “Au-delà du délire”, concept medievale ambientato nel 1358. Variopinto in fatto di intensità e atmosfere, ma stabilmente grondante di una malinconia quasi apocalittica, il clima è dominato dalla voce teatrale di Christian — spesso incline al recitativo, e in grado di modulare l’enfasi come solo Gabriel e Hammill — e dal melodrammatico timbro finto-Mellotron di Francis, ottenuto filtrando con un riverbero Hammond l’output di un organo elettrico Viscount. (M.Sgrignoli)

atollAtoll - L'araignée-mal [1975]
Gli Atoll nascono nel 1972 a Metz, nel Nord-Est francese. Innegabilmente debitori nei confronti degli Ange, da subito si contraddistinguono per uno stile meno evocativo ma — se possibile — ancora più roboante e ampio in quanto a tavolozza sonora. Se nell’esordio “Musiciens-Magiciens” non tutto si fonde ancora alla perfezione, col successivo “L’araignée-mal” la band confeziona un capolavoro. Il disco, dominato dalla suite omonima, unisce la fusion arroventata della Mahavishnu Orchestra (con tanto di violino alla Jean-Luc Ponty) all’eclettico jazz-rock sinfonico degli Yes di “Relayer”, creando tessiture di grande ambizione ed efficacia ritmico/melodica. Alla peculiarità dell’album contribuisce l’uso jazzato dell’organo Eminent, particolarmente evidente nell’incalzante “Le Voleur d’Extase”. (M.Sgrignoli)

Clearlight - Clearlight Symphony [1975]
Ingrato destino quello di diventare un mago delle tastiere elettroniche e ritrovarsi oscurato dalla comparsa di Jean Michel Jarre. Diplomato al conservatorio e amico di nomi importanti del prog locale, Cyrille Verdeaux ha saputo comunque ritagliarsi un suo spazio nel cuore degli appassionati di musica elettronica. Il suo album di debutto, pubblicato sotto lo storico moniker Clearlight, è una sinfonia di quaranta minuti, imbastita insieme a collaboratori di peso quali Gilbert Artman (Lard Free), Tim Blake e Steve Hillage (entrambi dai Gong). Interamente strumentale, la musica si snoda fra chitarre spaziali, fiati jazz, cascate di tamburi, sintetizzatori incalzanti, e maestose coltri di Mellotron. Per gli amanti di quest'ultimo, in particolare, l'opera rappresenta una manna dal cielo. (F.Romagnoli)

Art Zoyd - Symphonie pour le jour où brûleront les cités [1976]
Pochi kilometri separano Valenciennes, luogo d’origine degli Art Zoyd, dal Belgio degli Univers Zero. Anche musicalmente, le due band sono quantomai vicine: le accomunano infatti tanto l’organico a forte trazione cameristica (nel caso dei francesi addirittura privo di batteria) quanto il carattere torvo e stravinskiano delle costruzioni sonore, che tracciano un ponte tra moderne nevrosi urbane e ataviche oscurità lovecraftiane. “Symphonie pour le jour où brûleront les cités” è il primo album della formazione, uscito nel 1976. L’edizione qua indicata è però la reincisione del 1981, successiva all’ingresso della band nel movimento Rock in Opposition. Meno barbara e arruffata dell’originale, guadagna in pienezza e ieraticità grazie all’aggiunta di pianoforte e sax. (M.Sgrignoli)

Etron Fou Leloublan - Batelages [1977]
Gli Etron Fou Leloublan, di Grenoble, sono la più inclassificabile tra le formazioni aderenti al movimento “Rock In Opposition”. La loro musica potrebbe dirsi progressive “per esclusione”, perché nel non somigliare a nient’altro (incluse le formule delle band prog più affermate) condivide col progressive alcuni elementi fondamentali: la predilezione per i pezzi lunghi e articolati, l’organico allargato ai fiati, la passione per i temi tradizionali e le sperimentazioni della musica colta. A rendere fortemente atipico il suono della band è soprattutto il carattere esasperatamente sgangherato delle sue costruzioni sonore: tanto la chitarra sbilenca di Ferdinand Richard quanto la batteria scricchiolante di Guigou Chenevier sono già a un passo dal post-punk di formazioni come i This Heat. (M.Sgrignoli)

Rahmann - Rahmann [1977]
I Rahmann sono la creatura di Mahamad Hadi, polistrumentista di origini persiano/algerine naturalizzato francese. Il loro unico album è un mix ammaliante di maestose costruzioni zeuhl e vorticanti temi orientali, registrato con una formazione molto ampia che vede membri di Magma e Zao accanto ad esperti di musiche tradizionali (lo stesso Hadi, alle prese con ogni sorta di cordofono, più due percussionisti e un suonatore di flauto ney). I sei brani del disco sono lunghe e sinuose divagazioni a carattere prevalentemente strumentale, che elaborano in chiave sontuosamente jazz-rock ostinato ritmico-melodici in tempi dispari e scale minori armoniche. L’ibrido che ne risulta affascinerà tanto i patiti dello space rock quanto i fan dei ben più noti Area. (M.Sgrignoli)

arachnoidArachnoïd - Arachnoïd [1979]
Nati nel 1967 nell’Île-de-France, gli Arachnoïd danno alle stampe il loro unico album ben dodici anni più tardi, nel 1979. Si tratta di un disco assai personale, di culto fin dalla copertina sinistra e iconica. Lo stile si inserisce evidentemente nel solco dei King Crimson più nervosi, con batteria asciutta e jazzata, lancinanti linee di chitarra elettrica, Mellotron come se piovesse (invero, in più tratti imitato da un Farfisa opportunamente modificato). All’ordinarietà di questi elementi fanno da contraltare innesti elettronici non lontani dalla scuola sperimentale francese (Heldon, Lard Free) e un’impalpabile aura nostalgica. Il clima delle tracce, teso e magniloquente, pare riflettere con rassegnazione e un pizzico di gloria la consapevolezza che un'epoca è ormai giunta al tramonto. (M.Sgrignoli)

Saga de Ragnar Lodbrock - Saga de Ragnar Lodbrock [1979]
Visionario progetto di “teatro musicale” prog folk che nasce dalla fulminazione di Patrick Aillard, chitarrista a tempo perso, per le saghe vichinghe sulla conquista della Normandia. L’amico e attore Olivier Proust si offre per adattare e recitare in francese il testo in antico norreno, e coinvolge il fratello polistrumentista François nell’arrangiamento dei brani. Gli apporti maggiori vengono però dal flautista jazz Jean Cohen-Solal e dal tastierista Armand Frydman, compositore di library music: i loro strumenti, assieme al trombone di Patrick Van Kempen, si combinano in atmosfere di sconvolgente potenza evocativa. Livide, ataviche, epicamente disilluse, rappresentano una singolare e ineguagliata anticipazione della rassegnazione cosmica che, di lì a poco, sarà tipica del neofolk. (M.Sgrignoli)

Vortex - Les Cycles de Thanatos [1979]
Ensemble lionese in pista dal 1975, i Vortex sono una delle perle del jazz-rock progressivo europeo. Con uno stile capace di eccellere in leggiadria come in ieratica cupezza, gli otto componenti della band spaziano in questo secondo album dal Canterbury al Third Stream, da oscurità para-Univers Zero alle delizie del minimalismo estatico, sempre conservando la solidità compositiva e un forte elemento evocativo. Centrale per il sound del disco è la presenza in organico di ben tre percussionisti, che arricchiscono i timbri ruvidi dei fiati colle note riecheggianti di vibrafono, campane, xilofoni. Ardito e variopinto, “Les Cycles de Thanatos” rappresenta un compromesso perfettamente riuscito tra spinte intellettualistiche e sacrosanta ricerca dell’efficacia melodica. Magico. (M.Sgrignoli)

dunDün - Eros [1981]
Fondati a Nantes nel 1976, i Dün pubblicano un unico disco prima di sciogliersi nel 1983. Si tratta di uno dei vertici assoluti della scuola zeuhl: ritmicamente intenso e ricchissimo a livello di intrecci strumentali, rappresenta probabilmente il prodotto più raffinato della scena. Il disco svetta senz’altro per la complessità quasi mathcore del drumming fusion di Laurent Bertaud, supportato a livello di incastri ritmici un po’ da tutti, e in particolar modo dal pianista/tastierista Bruno Sabathé. A rendere l’amalgama davvero peculiare sono però l’abbondanza di parti di flauto (a cura di Pascal Vandenbulcke) e il carattere strabordante delle percussioni melodiche di Alain Termolles, vibrafonista che accompagnerà poi il bretone Roland Becker nel capolavoro jazz-celtico “Fallaën” del 1982. (M.Sgrignoli)

Eskaton - 4 visions [1981]
Dieci anni e numerosi aggiustamenti di formazione separano il 1970 della fondazione degli Eskaton al 1980 dell’uscita del loro primo album, “Ardeur”. La qualità del disco è però eclissata da “4 Visions”, registrato a fine 1978 da una line-up più ampia e uscito, solo su cassetta, nel 1981. Si tratta con ogni probabilità del disco zeuhl definitivo, che sintetizza come nemmeno i Magma seppero mai fare i tratti più entusiasmanti del genere. Quattro brani che condividono un’ossatura di jazz-rock matematico e ossessivo, animato da batteria frenetica e poderosi ostinato di basso elettrico. Un flusso basaltico e sinistro, su cui dilaga cristallino il ribollire di synth ed e-piano, affiancati da voci femminili di grande efficacia melodica. Il perfetto matrimonio alchemico tra Cielo e Inferno. (M.Sgrignoli)

CANADA (Québec)
Musicalmente parlando, Svizzera e Québec sono terre di confine tra le correnti principali della galassia francofona e altre influenze. Nella provincia canadese della popolosa Montreal non mancano le band sinfoniche: accanto a Pollen e Octobre, che risentono dell’influsso degli Ange, si incontrano anche sound più vicini agli States come quello dei Morse Code, tagliente e a tratti prossimo ai Kansas, e quello degli Et Cetera, che riflette la propensione tutta nordamericana per gli incastri alla Gentle Giant. Le specialità della scena québécois sono però il progressive folk e il jazz-rock: nel primo campo, gli Harmonium rappresentano oggi una delle formazioni più considerate presso gli appassionati. Sul secondo fronte, lo stile del Canada francofono si contraddistingue per la sua levigatezza (Aquarelle, Sloche, Contraction e Maneige i nomi più in vista). (M.Sgrignoli)
 
Octobre - Les Nouvelles Terres [1974]
Gli Octobre sono la formazione di Pierre Flynn, cantante, tastierista e compositore. Debuttano nel 1973 con l’album omonimo, che già mostra i tratti fondamentali dello stile della band: un progressive enfatico dallo slancio spiccatamente pop, costruito su un solido impianto pianistico ma assai più interessato alla continuità con la chanson che ai classicismi più o meno roboanti. Il successivo e superiore “Les Nouvelles Terres” si situa in un’interessante terra di mezzo tra la magniloquenza vocale degli Ange e le finezze jazz-pop dei Supertramp, coi quali condivide una tavolozza tastieristica basata sui colori caldi di Clavinet e Wurlitzer. Pubblicati altri tre album, i musicisti intraprenderanno carriere solistiche: quella di Flynn lo condurrà negli anni 80 a un discreto successo. (M.Sgrignoli)

harmoniumHarmonium - Les cinq saisons [1975]
Disco di culto internazionale, a partire dall'iconica copertina bucolica, "Les Cinq Saisons" è considerato uno dei migliori dischi fra quelli che si piazzano al crocevia fra il folk progressivo in chiave acustica e il prog sinfonico di stampo tastieristico. La scaletta è composta da quattro brani in francese e una suite strumentale. A cantare e comporre sono i due chitarristi, Serge Fiori e Michel Normandeau, ma è il resto della squadra che allarga gli orizzonti: il basso di Louis Valois (elettrico e spigoloso), gli strumenti a fiato di Pierre Daigneault (dall'approccio jazzistico), le tastiere di Serge Locat (pianoforti honky tonk, ma anche colate di Mellotron dal sentore gotico). In seguito alla ristampa del 1991, l'album è anche noto come "Si on avait besoin d'une cinquième saison". (F.Romagnoli)

Pollen
- Pollen [1975]
Quartetto di Montréal contenente ben tre tastieristi, i Pollen costituiscono l’apoteosi del prog sinfonico canadese e – forse – nordamericano in generale. Al di là dei due-tre pezzi basati sulla dodici corde, la loro è una musica ampollosa e catartica, dominata dai synth e decisamente coraggiosa per scelte timbriche e atmosfere. Se la costruzione dei brani, attenta alla melodia e ricca di cambi di tempo, ricorda molto da vicino gli eroi più celebrati del nostrano spaghetti prog, sia l’estremismo elettronico delle tastiere che l’aura tesa e concitata risultano privi di paralleli diretti – tanto in Italia quanto altrove. Oscuro e aggressivo, il trittico “Vieux corps de vie d’ange”, “Vivre la mort” e “La femme ailée”, rappresenta un lascito che nulla ha da invidiare ai famosissimi del genere. (M.Sgrignoli)

slocheSloche - J’un oeil [1975]
Tra le formazioni più progressive nella ricca scena jazz-rock/fusion del Québec, fin dal nome gli Sloche rivendicano il carattere ibrido della propria identità culturale: francesizzazione di “slush”, è infatti l’espressione québécois per la neve sporca e bagnata. Lo stile della band, però, di freddo e fangoso ha ben poco: limpido, vivace e di impianto sostanzialmente strumentale, alleggerisce il gusto certosino per gli incastri con efficaci guizzi melodici e spumeggianti rimpalli funky. La dominante prog della proposta, che andrà affievolendosi col successivo e comunque meritevole “Stadconé”, emerge soprattutto nei due pezzi cantati “Le karême d'Eros” e “J’un oeil”, con accenti tra Yes e Gentle Giant, e nei florilegi tastieristici della conclusiva “Potages aux herbes douteuses”. (M.Sgrignoli)
 
Maneige - Ni Vent… Ni nouvelle [1977]
I Maneige, nati nel 1972 a Montreal, sono un’istituzione del jazz-rock/fusion di stampo progressivo proveniente dal Québec. Nel ’75 pubblicano due album eccelsi, in cui un jazz-rock fortemente di impianto fortemente pianistico incontra echi classici e reminiscenze di folk tradizionale. Poi il tastierista e fondatore della band Jerome Langlois abbandona la formazione e viene sostituito dal fratello Vincent (già fiatista e secondo tastierista). Il cambio di line-up conduce per vie traverse a un capolavoro: “Ni vent… Ni nouvelle” coniuga le raffinatezze ritmiche, armoniche e timbriche dei precedenti lavori (in organico figurano quattro percussionisti, tre fiatisti, violinista e violista) con un’inedita leggerezza melodica, che affianca elegismo nostalgico e irresistibili slanci funky. (M.Sgrignoli)

SVIZZERA
La Svizzera presenta, come prevedibile, una scena bipartita tra i cantoni francofoni e quelli a maggioranza tedesca. I primi, oltre a dare i natali a Patrick Moraz (noto per la militanza negli Yes all’epoca di “Relayer”), spiccano per le esperienze, piuttosto tarde, legate all’avant-prog; i secondi beneficiano di una partenza piuttosto precoce, con formazioni proto-prog come Brainticket e Toad, ma danno i loro frutti migliori nella seconda metà dei Settanta rielaborando sonorità anglosassoni in chiave ora avant-prog (Island), ora progressive folk (Circus). (M.Sgrignoli)

Circus - Movin’ On [1977]
Aperto dalla scoppiettante e immaginifica “The Bandsman”, “Movin’ On” è il secondo album di un quintetto di polistrumentisti di Basilea che vede in formazione quattro musicisti di madrelingua tedesca e uno di lingua italiana (Marco Cerletti, poi diventato un virtuoso del Chapman stick). La musica è una commistione riuscitissima di influenze riconoscibili: ci sono l’enfasi scenica e il sax obliquo dei Van Der Graaf Generator, ci sono il drumming serrato e l’aura fiabesca dei primissimi King Crimson; c’è qualcosa della leggerezza iperuranica degli Yes e c’è molto della freschezza acustica dei Jethro Tull… ma l’impianto folk solido e moderno (privo di echi tradizionali, ma capace di evocare a comando atmosfere medioevali) che impernia il disco intero risulta del tutto originale. Una gemma. (M.Sgrignoli)

islandIsland - Pictures [1977]
Oscura, nevrotica, inquietante, a tratti malvagia: la musica di “Pictures” si abbina perfettamente alla sua splendida copertina, firmata dal connazionale guru dell’horror fantascientifico Hans Giger. Inciso presso lo Studio Ricordi di Milano e prodotto da due eminenze grigie della scena italiana, Claudio Fabi ed Ezio De Rosa, il disco suona al tempo stesso anacronistico e visionario: da un lato rimanda a costruzioni primo-settantiane che nel ’77 risultano fuori tempo massimo, dall’altro mostra un’efferatezza e una creatività espressionistica che lo portano a un passo dal nascente post-punk. Anche l’alchimia strumentale è singolare: priva di chitarra e basso, la formazione punta tutto su fiati e tastiere, rielaborando gli stilemi di ELP e VDGG in chiavi spesso prossime all’avanguardismo. (M.Sgrignoli)

Débile Menthol - Emile au jardin patrologique [1981]
I Débile Menthol di Neuchâtel sono fra i primi e più riusciti esempi di ciò che, proseguendo sulla scia del “Rock in Opposition” e parzialmente scollandosene, prenderà negli anni il nome di avant-prog. L’ensemble di ben nove musicisti è influenzato da Samla, Etron Fou e Aksak Maboul, ma incorpora nel suo stile espedienti ed estro che molto hanno in comune col post-punk (e, come d’altronde sarà per diverse formazioni post-RIO, perfino con la no wave). Le ben tredici composizioni del loro primo album alternano episodi retro/cameristici e mattane avant-rock dall’assoluta e disciplinatissima sgangheratezza. Evidente in ogni solco del disco è il gusto per il divertissement sperimentale, che va a rimpiazzare escapismo ed enfasi come motore dell’ambizione che anima questa nuova forma di prog. (M.Sgrignoli)
 
AUSTRIA

La scena austriaca è, comprensibilmente, assai meno florida di quella tedesca. Al di là dei due artisti citati nella selezione (uno dei quali va considerato un outsider sostanzialmente slegato dal contesto locale), presenta soprattutto progressive sinfonico dal taglio decisamente derivativo (Kyrie Eleison, Klockwerk Orange). Esterno al perimetro del genere e tutto sommato anche al panorama austriaco, il jazz-rock del celebrato trombettista e compositore viennese Michael Mantler, noto soprattutto per le sue collaborazioni con Carla Bley, Robert Wyatt, Terje Rypdal e Nick Mason, presenta comunque spunti che possono interessare ai fan di avant-prog e dintorni. (M.Sgrignoli)

Hermann Szobel - Szobel [1976]
Viennese, classe 1958, Hermann Szobel il pianista e compositore Hermann Szobel registra a il suo album d’esordio a soli 17 anni, con una formazione di jazzisti tra cui figurano il futuro bassista di Suzanne Vega e il percussionista degli Spyro Gyra. Si tratta di un album di maturità artistica e strumentale sorprendenti, un jazz-rock di notevole complessità armonica e ritmica, in cui evidenti influssi zappiani si combinano a coloriture zeuhl e spigoli degni dei migliori Nucleus. Poco dopo l’inizio dei lavori sul suo secondo album, di Szobel si perdono le tracce. L’artista e documentarista polacca Katarzyna Kozyra sosterrà di averlo incontrato a Gerusalemme nel 2012, dove da anni vivrebbe come mendicante sostenendo di essere il Messia — un fenomeno noto per l’appunto come “sindrome di Gerusalemme”. (M.Sgrignoli)

eela_craigEela Craig - Hats Of Glass [1977]
Tre tastieristi! Sì, ma come usarli? Facile: il primo jazzeggia con organo ed e-piano (più l’occasionale Clavinet), il secondo tiene le melodie sul Minimoog e il terzo sta fisso a grondare melassa polifonica dallo string synthesizer. Proprio i preset svenevoli ma evocativi del Logan String Melody, di fabbricazione italiana, sono l’elemento caratterizzante del quarto Lp della band di Linz. Aperto da una riuscita cover di “A Spaceman Came Travelling” dell’anglo-irlandese Chris De Burgh, il disco costruisce strato su strato un connubio alquanto originale di atmosfere tastieristiche: piovigginose e futuribili, nostalgiche e sacrali, sono la colonna portante su cui edificare castelli progressive pop di discreta varietà ed efficacia melodica. (M.Sgrignoli)
 
GERMANIA OVEST
Nota ai più soprattutto per le innovazioni radicali del krautrock, la Germania Ovest degli anni Settanta è anche il terreno di una ricca scena post-psichedelica che, quasi autonomamente dai modelli inglesi, sviluppa nel corso del decennio una propria attitudine progressiva. Accanto agli stili più magniloquenti di Triumvirat, Eloy e Novalis (a vario titolo influenzati dalla sintesi britannica) si trova infatti un sottobosco di formazioni caratterizzate da un suono folkeggiante, oppure jammante e jazzato, che non può più dirsi psichedelico in senso stretto, ma nemmeno prog vero e proprio. Delle band appartenenti a questa “zona grigia” (Zyma, Morpheus, Aera, Bröselmaschine, Hölderlin, Carol of Harvest, Emtidi e altre) solo alcune rientrano per scelte stilistiche nel perimetro della nostra selezione, ma la continuità di sound tra le formazioni più anomale e quelle più ortodosse di questo spettro testimonia come in terra tedesca la cesura tra progressive rock e sperimentazioni tardo-hippie, proto-world, space rock, fosse assai meno netta che altrove. Senz’altro più direzionate, ma non meno caratteristiche della particolare alchimia di influenze sviluppatasi in terra tedesca, sono le formule jazz-rock/fusion di due band ben note anche fuori dai confini nazionali: il collettivo monacense Embryo e i Passport del sassofonista Klaus Doldinger. (M.Sgrignoli)
 
Triumvirat - Illusions On A Double Dimple [1973]
Trio tastiere-basso-batteria formatosi a Colonia nel 1969 (gli Emerson Lake & Palmer nasceranno solo nel 1970!), i Triumvirat sono tra le pochissime formazioni del progressive tedesco ad aver goduto all’epoca di una qualche risonanza internazionale. “Illusions on a Double Dimple” è il loro primo grande successo, che li conduce in un fortunato tour americano come apertura dei Fleetwood Mac. Dal vivo eseguono per intero le due facciate del disco, composte dalla suite che dà il titolo all’album e dall’aggressiva “Mister Ten Percent”. La loro musica è dominata dai virtuosismi classicheggianti del pianista e tastierista Jürgen Fritz, e presenta eccellenti qualità melodiche che accostano echi beatlesiani e aperture sinfoniche agli ovvi richiami agli ELP. (M.Sgrignoli)

Aera - Hand und Fuß [1976]
Il quintetto monacense Aera è al tempo stesso emblematico e singolare all’interno della ricca scena post-psichedelica tedesca. Se il suo stile a metà tra ethno jazz e jam rock è in sintonia con una vasta parte della produzione para-progressiva locale, l’ambizione evocativa, il predominio di elementi acustici e il carattere tutto sommato disciplinato delle composizioni ne rendono la musica unica all’interno del guazzabuglio kraut. Molti brani si avvicinano come atmosfere a compagini proto-world come Aktuala e Third Ear Band, o alla fusion cosmopolita dei concittadini Embryo; rispetto a queste formazioni, lo stile degli Aera appare tuttavia “più prog”, in quanto più incentrato su riff e melodie, nonché attento al ruolo di strutture e singoli strumenti (chitarra e fiati in particolare). (M.Sgrignoli)

novalis_01Novalis - Sommerabend [1976]
Un vero classico del prog sinfonico dall'Europa continentale. Dopo un debutto incerto, in inglese, e un secondo album che segnava il passaggio al tedesco, gli amburghesi Novalis misero a segno il colpaccio ricorrendo a una formula fra le più iconiche dell'universo progressivo, con una scaletta di soli tre brani, uno dei quali prendeva un intero lato del vinile. Si vaga fra ritmi lenti e maestosi, spezzati da accelerazioni messe sempre al momento giusto, con coltri di tastiere (Moog, organo e soprattutto string synth, per mano di Lutz Rahn), assoli space rock contrapposti a ricami acustici, e due voci ben distinguibili (il chitarrista Detlef Job e il bassista Heino Schünzel). Il testo di "Wunderschätze" ha origine da un componimento del poeta e filosofo romantico a cui la band deve il nome. (F.Romagnoli)

Schicke, Führs, Fröhling - Symphonic Pictures [1976]
Terzetto della Bassa Sassonia con due tastieristi e un percussionista, i Schicke, Führs & Fröhling sono attivi per un triennio soltanto, nel quale realizzano tre album e molti live. Il disco d’esordio, “Symphonic Pictures” del ’76, è uno degli apici mondiali del progressive strumentale. Le grandi qualità melodiche e atmosferiche del disco, che lo portano a tratti a precorrere la new age, nascono dall’attenzione alle tessiture timbriche e ai contrasti pieni/vuoti nella costruzione di fitte stratificazioni di Mellotron, Moog, Clavinet e sintetizzatore ARP String Ensemble. Drumming serrato e chitarra taglientemente frippiana completano la formula dandole robustezza, e rifiniscono un sound che sarà influentissimo per il revival scandinavo degli anni Novanta (Änglagård su tutti). (M.Sgrignoli)

Eloy - Ocean [1977]
Non per forza il miglior album degli Eloy, ma di certo il più adatto per questa selezione. Un disco eccezionale come "Time To Turn" sarebbe del resto risultato un po' fuori contesto, con il suo tripudio di elettronica e tecnologia anni Ottanta. Guidati da Frank Bornemann e dalla sua voce, tanto suggestiva da far perdonare senza patemi un inglese dal forte accento tedesco, gli Eloy sono a oggi fra le band simbolo dello space rock. Nomina che conquistarono proprio a partire da "Ocean", dove il loro sound si liberò dagli ultimi rimasugli hard rock, risplendendo fra suggestive scie di synth polifonici. L'effetto di viaggio nei meandri del cosmo è assicurato, benché i testi siano per contrasto ambientati fra le mitologie marine, da Atlantide al regno di Poseidone. 250 mila copie vendute. (F.Romagnoli)

neuschwanstein_01Neuschwanstein - Battlement [1978]
Può capitare di essere così in ritardo da risultare in anticipo? Certamente è successo ai Neuschwanstein, della Saarland: il loro debutto “Battlement”, clone sfacciato dei Genesis datato 1978, è sorprendente oltre che per le virtù calligrafiche anche per il suo precorrere suoni e modi tipici del neo-prog. Tutto, fin dalla primissima ed eccellente cavalcata “Loafer Jack”, concorre a questa curiosa rievocazione/anticipo: la voce simil-Gabriel e gli arpeggi riverberati del cantante Frédéric Joos, il sound poderoso della batteria, il sustain hackettiano della chitarra. Sono però gli schemi alla “Wind and Wuthering” delle tastiere a suonare, più di ogni altra cosa, antesignani dell’uso “atmosferico” che tante band faranno dei nuovi synth polifonici degli anni Ottanta. Stucchevolmente imperdibile. (M.Sgrignoli)

Zyma - Thoughts [1978]
Anche gli Zyma sono in qualche modo emblematici del clima musicale della Germania Ovest anni Settanta. Un paese con scene rock originali e in alcuni casi influentissime, che raramente hanno però saputo accantonare in modo netto la psichedelia per virare verso forme artistiche più lucide. L’esordio “Thoughts” del quintetto di Heidelberg è un ibrido di indolenza canterburiana, jazz/blues/rock alla Brian Auger e florealismi tardo-hippie figli dei Jefferson Airplane e dei loro numerosi e più disciplinati proseliti europei. L’efficace vena pop della title track e altri brani si combina nei pezzi di maggior durata con echi di folk tradizionale (in formazione ci sono due violinisti) e tirate tastieristiche dall’innegabile gusto prog. Multiforme, fantasioso ed equilibrato. (M.Sgrignoli)

Anyone’s Daughter - Adonis [1979]
A metà degli anni Settanta arrivano i primi synth polifonici, che aprono per l’elettronica una nuova galassia di possibilità: finalmente è possibile suonare non solo note singole, ma interi accordi. Per ovvie ragioni cronologiche, nessuno degli album più noti delle formazioni prog della prim’ora può avvalersi di queste opportunità; band “fuori tempo massimo” come i tedeschi Anyone’s Daugther si trovano dunque con un fenomenale asso nella manica per differenziarsi dai modelli anglosassoni. “Adonis”, debutto del quartetto di Stoccarda, gioca al meglio le sue carte: il posto che altrimenti sarebbe stato del Mellotron viene preso da rigogliosi tappeti dell’assai più versatile Arp Omni, pilastro su cui si innestano robuste costruzioni genesisiane di grandissimo impatto ritmico e melodico. (M.Sgrignoli)

GERMANIA EST

In tutti i paesi dall'altra parte della Cortina di Ferro la musica rock ha avuto rapporti piuttosto difficili con le autorità, che la ritenevano poco compatibile con i valori del socialismo. Da qualche parte fra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta (la data esatta varia a seconda delle congiunture locali), cominciarono a venire regolamentate tutte le pubblicazioni del campo. In Germania dell'Est si poteva suonare rock solo dopo aver ottenuto una apposita licenza. I dischi erano sottoposti al controllo dei testi, che i più scaltri riuscivano talvolta a evadere mediante l'utilizzo di metafore, e dovevano essere esclusivamente in tedesco. Anche il vestiario era tenuto sotto controllo, per quanto venisse fatta qualche concessione, soprattutto in virtù del fatto che nella nazione era possibile ricevere le trasmissioni radiotelevisive della Germania dell'Ovest: pretendere quindi dalle proprie band un look eccessivamente castigato avrebbe potuto far sorgere malumori fra i più giovani, una volta constatato il contrasto con le band occidentali.
A livello di rock progressivo è stata una scena piuttosto povera, in quanto la maggior parte degli artisti si manteneva sui binari di un pop/rock più canonico, forse timorosa di irritare il regime. Band valide e rinomate, come i Lift e i Karat, ne subirono l'influenza di striscio, ma senza mai davvero aderire. City e Stern Meissen furono fra i pochi nomi davvero rilevanti, i primi in particolare capaci di raggiungere una platea internazionale, arrivando al successo anche in Germania Ovest, Grecia e Cipro. (F.Romagnoli)
 
City - Am Fenster (City) [1978]
Se chiedeste a un tedesco di identificare la musica della DDR con una sola canzone, risponderebbe probabilmente "Am Fenster" dei City, da Berlino Est. Il loro album di debutto contiene nel primo lato cinque pezzi rock dalla struttura piuttosto regolare, che miravano a tenere quieti i censori e poco hanno a che vedere col prog. Per un mezzo miracolo però, sul lato B riuscirono a infilare la canzone che lo avrebbe intitolato, un flusso melodico di diciassette minuti dove, fra accelerazioni e stasi, si rincorrono arpeggi acustici, chitarre elettriche liquide, ritmi tambureggianti, e un magico violino tinto di folk bulgaro, suonato dal bassista Georgi Gogow. L'album avrebbe venduto mezzo milione di copie nelle due Germanie, così come il 45 giri che conteneva una riduzione della title track(F.Romagnoli)

stern_meissenStern Meissen - Reise zum Mittelpunkt des Menschen [1981]
Al volgere degli anni Settanta gli Stern Meissen, già “Stern-Combo Meissen”, sono tra le formazioni di maggior successo in Germania Est. “Der Weite Weg”, il loro terzo album, coniugava un prog sinfonico piuttosto stucchevole e canzoni più leggere e orecchiabili. Anziché procedere con quella formula, la band si imbarca in un ambizioso concept album ­— il secondo della sua carriera. “Reise zum Mittelpunkt des Menschen” (“Viaggio al centro dell’uomo”) è un mastodonte di progressive tastieristico in cui l’elettronica spadroneggia come raramente accaduto perfino al di là della Cortina di Ferro: cinque cavalcate siderali animate da un singolare sposalizio di epicità e freddezza. Freddezza che purtroppo contagerà anche il pubblico; dal disco successivo, infatti, la band si darà al pop/rock puro. (M.Sgrignoli)

CECOSLOVACCHIA

L'occupazione sovietica della Cecoslovacchia nell'agosto del 1968, in seguito alla Primavera di Praga, portò al periodo di maggior recrudescenza contro la cultura occidentale. La cosiddetta "normalizzazione", voluta da Gustáv Husák, impose di fatto una museruola alla nascente scena rock locale. Per coloro che non rientravano nell'ambito della musica accademica venne istituita una serie di licenze: agli amatori era concesso di suonare in pubblico a titolo gratuito, ai semi-professionisti venivano concessi rimborsi spese, mentre i professionisti ricevevano uno stipendio indipendente dal successo dei propri dischi, sui quali non potevano accampare diritti. Ottenere la licenza non era semplice: anche gli amatori erano sottoposti a esami scrupolosi, gli venivano avanzate richieste sull'abbigliamento e sul taglio dei capelli, e si cercava di tastarne l'orientamento politico.
Non tutti gli esaminatori a ogni modo erano concordi con le direttive del partito, e secondo coscienza, elargivano licenze anche ad artisti che i piani alti avrebbero considerato eversivi (tanto c'era sempre la possibilità di richiamarli a colloquio, in caso di problemi). Questo spiega il proliferare, nella scena locale, di band jazz-rock (la componente jazzistica serviva a dare sfoggio delle proprie capacità artistiche e puntare alle licenze più alte) e di musica strumentale, o comunque basata su metafore piuttosto aleatorie. A dispetto di tutto, si rivelò una scena particolarmente creativa, densa di dischi suonati superbamente. (F.Romagnoli)

Repubblica ceca

 
flamengoFlamengo - Kuře v hodinkách [1972]
Dopo il successo della ballata “Slunečný hrob” (1969), Vladimír Mišík lascia i Blue Effect e raggiunge i Flamengo, con cui registra il disco più mitizzato del prog cecoslovacco. Intitolato "Kuře v hodinkách" ("Il pollo nell'orologio", come da copertina), viene boicottato dal governo a causa degli arditi testi del poeta Josef Kainar, amico della band, morto proprio durante le registrazioni. A sostenere la passionale voce di Mišík, nomi di prim’ordine come il chitarrista e arrangiatore Pavel Fořt, il fiatista e compositore Jan Kubik, il tastierista e secondo cantante Ivan Khunt. I nove brani in scaletta mescolano, fra le varie cose, il jazz-rock, la Canterbury fatata dei Caravan, e i Jethro Tull più muscolari. Sciolta la band nel '73, Mišík avrebbe debuttato da solista tre anni più tardi. (F.Romagnoli)

Modrý Efekt & Radim Hladík - Modrý Efekt & Radim Hladík (A Benefit Of Radim Hladík) [1974]
Nota come Blue Effect, Modrý Efekt, o M. Efekt, a seconda del momento e del luogo, la band guidata dal chitarrista Radim Hladík esplorò a fondo l'universo jazz-rock durante i primi anni Settanta, passando dall'avant-garde jazz più dissonante al rock fiatistico più orecchiabile. Il cerchio quadrò in questo quinto album, interamente strumentale, eccetto rari vocalizzi astratti. Cinque brani dove una sezione ritmica massiccia scorrazza liberamente, rimpolpata dal tono sinfonico delle tastiere di Lešek Semelka e dai rapidissimi assoli di Hladík. Il suono si piazza in qualche modo a metà fra Mahavishnu Orchestra e Camel, la cui "Song Within A Song" viene invero anticipata di un paio d'anni durante i momenti più placidi dell'iniziale "Boty". Ospite ai fiati il leggendario jazzista Jiří Stivín. (F.Romagnoli)

Plastic People Of The Universe - Egon Bondy's Happy Hearts Club Banned [1974/1978]
Band di dissidenti cechi, non ottennero l'autorizzazione a esibirsi dal vivo e pubblicare il proprio materiale, arrivando a contrasti talmente aspri con le autorità da portare all'arresto e alla condanna di alcuni di loro. Quest'album venne registrato clandestinamente nel dicembre del 1974, nel disabitato castello di Houska. Avrebbe visto la luce soltanto quattro anni dopo, in Francia (i nastri vennero concessi dal poeta Paul Wilson, amico della band, espulso dalla Cecoslovacchia nel '77). Nei suoi solchi scorre un avant-prog al vetriolo, denso di reiterazioni e dissonanze, frutto dell'incrocio fra jazz (il sax di Vratislav Brabenec) e minimalismo (la viola di Jiří Kabeš). Spetta alla voce di Milan Hlavsa dare corpo ai versi del poeta Egon Bondy, a sua volta piuttosto inviso al regime. (F.Romagnoli)

petr_novakPetr Novák - Kráska a zvíře [1975]
Petr Novák era uno dei cantautori più noti della Cecoslovacchia, fra i pochi sopravvissuti alla scure della censura, quando decise di dare vita al suo progetto più ambizioso. Una rock opera ispirata a "La bella e la bestia", dove lui stesso avrebbe cantato i versi del principe maledetto. Parte integrante dei raffinati saliscendi vocali venne affidata alla misconosciuta Věra Mazánková, ossia Belle, e al gruppo vocale C & K Vocal. Fu anche l'album che lanciò la carriera del grande turnista e arrangiatore Bohuslav "Slávek" Janda, qui scatenato fra vignette di pop barocco, fughe strumentali con schizzi di sintetizzatore, bassi e batterie sghembe, improvvise cascate di percussioni, piano elettrico con profumi jazz, e chitarre capaci di indurirsi come di lavorare mediante sottili dissonanze. (F.Romagnoli)

Progres 2 - Dialog s vesmírem [1980]
Dopo essere stati noti come Progress Organization e Barnodaj, i Progres 2, da Brno, giunsero al loro nome definitivo con questo terzo album in studio (a distanza di nove anni dal debutto; dura la vita degli artisti durante un regime). Si tratta di una rock opera filosofica, che ebbe tanto di rappresentazione teatrale all'epoca, ma di cui vennero inseriti solo metà dei brani nella versione in vinile, per renderla più fruibile. Più o meno tutti i membri della band cantano e compongono, alternandosi nel narrare la storia di un uomo che abbandona il mondo consumistico e cerca la pace vagando per il cosmo. Dai nove minuti di prog pastorale di "Píseň o jablku" all'hard rock psichedelico e cupissimo di "Planeta Hieronyma Bosche II", si snoda un album che ha fatto la storia della cultura locale. (F.Romagnoli)

Slovacchia
 
collegium_musicumCollegium Musicum - Konvergencie [1971]
I Collegium Musicum, guidati dal virtuoso tastierista Marián Varga, furono la più importante band del rock slovacco anni Settanta. Questo loro secondo album suona come un eventuale "Tales From Topographic Oceans" registrato da Emerson Lake & Palmer, pur con un anticipo di due anni sullo storico doppio degli Yes. Quattro lunghe composizioni, una per ogni lato dei vinili, dove la band scorrazza fra fughe barocche di organo Hammond, con saltuarie divagazioni di clavicembalo, pianoforte, chitarra elettrica e percussioni. "Piesne z kolovratku" è l'unico brano con canonici tratti cantati, laddove "P.F. 1972" si avvale di un coro di bambini e le due rimanenti facciate sono strumentali ("Eufónia" con una particolare tendenza al rumorismo, in opposizione all'armonia che regna nel resto dell'opera). (F.Romagnoli)

Fermáta - Huascaran [1978]
I primi quattro album dei Fermáta, da Bratislava, vantano tutti grande considerazione fra i topi da biblioteca del rock progressivo. Interamente strumentale, come gli altri, "Huascaran" se ne distacca anzitutto per la dedica alle vittime del devastante terremoto che colpì il Perù nel 1970. In una nazione in cui la musica rock è stata messa in catene, anche intitolare il disco ai fratelli di un paese lontano può essere un atto politico. I quattro pezzi in scaletta vantano commistioni tanto col jazz-rock spigoloso della Mahavishnu Orchestra (dove domina il chitarrista František Griglák), quanto con le levigatezze fusion degli Weather Report (dove spicca il tastierista Tomáš Berka). Mirabili anche i momenti più vicini al prog sinfonico, sommersi da futuristiche coltri di string synth. (F.Romagnoli)

Dežo Ursiny - Pevnina detstva [1978]
Dežo Ursiny è stato uno dei musicisti slovacchi più coerenti, artisticamente e umanamente. A metà anni Sessanta rifiutò la possibilità di lasciare la nazione per cercare il successo in Germania, e durante la normalizzazione comunista ebbe il coraggio di cantare in inglese, condannando la sua musica al boicottaggio delle autorità. Solo nel 1978 decise di tentare con lo slovacco, convinto dai raffinati testi dell'amico e poeta Ivan Štrpka. Il risultato fu questo album di culto, forse troppo complesso per far presa sul grande pubblico. Prog sinfonico, jazz fusion e pop barocco si uniscono in cinque brani che sposano gli strumenti base del rock con archi da camera, clavicembalo, ottoni e legni (incluso un inusuale corno inglese). Alle tastiere Jaro Filip, altra leggenda della musica locale. (F.Romagnoli)

POLONIA

La scena musicale polacca è stata e rimane ancora oggi la più ricca dell'Europa dell'Est. Ha espresso eccellenze in qualsiasi ambito, e il rock progressivo non fa eccezione. Ciò fu possibile anche perché, a differenza di altre nazioni del blocco socialista, non mise la mordacchia agli artisti. La censura entrava in atto solo in casi di contestazione estrema, ma in linea generale erano consentiti testi con metafore abbastanza dirette e ardite, e non venivano poste particolari limitazioni su musica e abbigliamento. Detto questo, i musicisti non potevano ricevere guadagni in proporzione alle vendite, e durante la legge marziale dei primi anni Ottanta si verificarono momenti di alta tensione, con i militari che occuparono gli studi di registrazione della radio nazionale, dove veniva registrata la maggior parte degli album: parliamo però di avvenimenti successivi all'epoca d'oro del prog locale.
L'iniziatore del movimento fu Czesław Niemen, genio poliedrico che nel 1970, con "Enigmatic", fuse soul, jazz-rock e musica da chiesa. Da lì in poi il prog penetrò ogni ambito della scena polacca, fagocitando tanto l'hard rock dei Budka Suflera, quanto la poezja śpiewana ("poesia cantata") di artisti colti come Marek Grechuta e Tadeusz Woźniak. La componente jazz, quasi onnipresente, fu conseguenza diretta della capillare diffusione di quest'ultimo in Polonia (la scena jazz locale è notoriamente fra le migliori del mondo). (F.Romagnoli)
 
Dżamble - Wołanie o słońce nad światem [1971]
All'epoca del loro unico album in studio, la formazione degli Dżamble, da Cracovia, conta Jerzy Horwath (tastiere), Marian Pawlik (basso), Jerzy Bezucha (batteria), e Andrzej Zaucha (voce). A rimpolparne il talento, un parco d'ospiti mozzafiato, con la crema della ricchissima scena jazz polacca: Michał Urbaniak (sax, violino), Tomasz Stańko (tromba), Zbigniew Seifert (sax), e Janusz Muniak (sax, flauto) sono solo alcuni dei nomi coinvolti nel progetto, nel segno di un jazz-rock dall'impianto pianistico e fiatistico. Spiccano, per dimensioni e senso dell'avventura, i dieci minuti della title track, sorta di trasfigurazione prog di Dave Brubeck e dell'Herbie Hancock acustico. La band si scioglie nel 1972, mentre Zaucha ottiene grande successo come solista una decina di anni più tardi. (F.Romagnoli)

Marek Grechuta & Anawa
- Korowód [1971]
Secondo disco pubblicato da Marek Grechuta, uno dei più popolari cantanti polacchi, con l'accompagnamento del collettivo Anawa, a guida del pianista Jan Kanty Pawluśkiewicz. Laddove lo squisito album di debutto ("Marek Grechuta & Anawa") rimaneva all'interno della forma canzone, pur iniettandovi i dovuti orpelli, "Korowód" abbatte le barriere, presentando misteriosa world music (la strumentale "Widzieć więcej"), prog folk dissonante (“Kantata”), bizzarre marcette ("Chodźmy"), e colossali jam di folk-funk cosmico (la title track). Il compito di agganciare il grande pubblico spetta a imponenti ballate quali "Świecie nasz" e "Dni, których nie znamy". Produzione di Zofia Gajewska; testi equamente divisi fra originali di Grechuta e adattamenti dai grandi poeti polacchi del Novecento. (F.Romagnoli)

klanKlan - Mrowisko [1971]
Colonna sonora dell'omonimo balletto, con testi di Marian Skolarski, "Mrowisko" ("Formicaio") fu l'unico album pubblicato dalla prima incarnazione dei Klan. La band ruotava intorno al cantante e chitarrista Marek Ałaszewski, compositore di tutto il materiale. Il suo stile vocale enfatico seguiva le orme di Czesław Niemen, mentre l'accompagnamento strumentale ha attratto i paragoni più svariati, dai Vanilla Fudge (per l'organo elettrico) ai brani più elaborati dei Santana (per alcune sfumature latinoamericane, pur sporadiche). Si spazia pertanto dalla ruvidità dell'effetto fuzz alla signorilità di certo jazz, fino a momenti più pacati, che fra chitarre acustiche e cori soavi, sfociano nella lounge music. Ałaszewski è anche autore dello splendido dipinto esoterico-simbolista in copertina. (F.Romagnoli)

Skaldowie - Krywań, Krywań [1973]
Nel corso del primo lustro di carriera gli Skaldowie, da Cracovia, hanno attraversato beat, psichedelia, e pop barocco, con grande successo di pubblico (circa 700 mila dischi venduti). Via via più raffinati e ambiziosi, aderiscono al rock progressivo con questo album del 1973, dedicato al monte slovacco al confine con la Piccola Polonia. È oggetto di culto in particolare per "Krywaniu, Krywaniu", lunga fantasia di rock barocco per organo elettrico e violino, suonati rispettivamente dai fratelli Andrzej e Jacek Zieliński, con citazioni da Borodin e Rossini, ma anche dai Deep Purple di "Speed King". Il testo è basato su versi popolari raccolti nell'anteguerra dal poeta Kazimierz Przerwa-Tetmajer. Seguono quattro canzoni dalla durata più contenuta, con acuminati arrangiamenti jazz-rock. (F.Romagnoli)

wozniakTadeusz Woźniak - Tadeusz Woźniak (Odcień ciszy) [1974]
Il debutto di Tadeusz Woźniak, pubblicato nel 1972, contiene "Zegarmistrz światła", immortale coacervo di pop barocco, folk, jazz e versi filosofici. È però solo con questo secondo album che l'artista entra in territori propriamente prog. Lo testimonia la suite di quattordici minuti "Odcień ciszy" ("Un'ombra di silenzio"), a metà fra folk e teatralità art rock, un autentico gorgo di atmosfere gotiche e orchestrazioni incalzanti. Il resto della scaletta è composto da brani più brevi, che tuttavia non smorzano mai la tensione. A consentire la riuscita dell'operazione un cast stellare: la chitarra elettrica di Tomasz Jaśkiewicz degli Akwarele, la batteria jazzata di Aleksander Bem dei Bemibem, i cori del gruppo vocale femminile Alibabki, la produzione immacolata della solita Zofia Gajewska. (F.Romagnoli)

Niemen Aerolit - Niemen Aerolit [1975]
Sorta di eroe nazionale polacco, Czesław Niemen è stato un cantante dotato di un'eccezionale timbrica soul, nonché uno dei tastieristi più talentuosi a cavallo fra i Sessanta e i Settanta. Anche se il suo disco più celebrato risulta essere "Enigmatic" (1970), in un articolo sul prog è forse più consono puntare il riflettore sul debutto del progetto Niemen Aerolit (band che fu effettiva solo per questo album, dato che nel successivo, "Katharsis", l'artista decise di suonare tutto da solo). La musica consiste in un inaudito jazz-rock dal timbro fantascientifico, tutto puntato sui virtuosismi di una voce senza eguali e sui fiumi di note del Moog, con saltuarie e curiose suggestioni andaluse. Trivia: "The Test" dei Chemical Brothers contiene un sample dall'introduzione di "Pielgrzym". (F.Romagnoli)

Budka Suflera - Cień wielkiej góry [1975]
Fondati a Lublino dal cantante Krzysztof Cugowski e dal bassista Romuald Lipko (in seguito passato alle tastiere), i Budka Suflera sono uno dei più famosi gruppi polacchi. Anni dopo scemata verso un rock radiofonico di scarsa fantasia ("Nic nie boli, tak jak życie" nel 1997 diventerà il disco polacco più venduto di sempre), la band debutta con questo album all'insegna di hard rock progressivo e orchestrazioni barocche. Il successo è immediato, grazie a struggenti ballate quali "Jest taki samotny dom" e la title track, ma a spiccare, se non altro per la mole, sono i diciannove minuti di "Szalony koń", colosso di blues fantascientifico segnato dai deliranti inserti di Moog dell'amico e ospite Czesław Niemen. Le onnipresenti Alibabki arricchiscono le trame con le loro preziose linee vocali. (F.Romagnoli)

sbbSBB - SBB (Wołanie o brzęk szkła) [1978]
La prog band polacca per antonomasia, capace di vendere una media di centomila copie a disco. Non con questo però, pubblicato esclusivamente in Cecoslovacchia e Germania dell'Est, in omaggio al piccolo ma appassionato culto che il trio vantava in quei paesi. È anche noto - a seconda delle edizioni - come "Wołanie o brzęk szkła" o "Slovenian Girls", per distinguerlo dagli altri album che portano come titolo il nome del gruppo. Un brano per facciata, mescolando divinamente space rock, virtuosismi jazzistici, e occasionali parti ambient che anticipano di qualche anno la stagione della world music elettronica (si pensi all'introduzione di "Odejście"). Tutto il materiale è firmato da Józef Skrzek, tastierista e appassionato cantante, che trova pure il tempo di cimentarsi con l'armonica a bocca. (F.Romagnoli)

Exodus - The Most Beautiful Day [1980]
Ben corposa la gavetta degli Exodus, da Varsavia. Nel 1977 registrano oltre un'ora di musica, che troverà sbocco discografico solo nel 2006, come parte del box "The Most Beautiful Dream: Anthology 1977-1985". È poi la volta di tre 45 giri, della colonna sonora per il balletto "Maski", e finalmente di questo album di debutto (cantato in polacco, a dispetto del titolo). Il piatto forte è rappresentato dalla suite "Ten najpiękniejszy dzień", diciannove minuti con le tastiere di Władysław Komendarek che viaggiano nello spazio, sospingendo la chitarra elettrica di Andrzej Puczyński e i suoi peculiari assoli dalle tonalità acute. Tutto ben abbinato ai raffinati ricami della chitarra dodici corde e alla voce angelica di Paweł Birula, un po' alla Yes. L'album vendette all’incirca 110 mila copie. (F.Romagnoli)

UNGHERIA

Come in Polonia, la censura non piagò più di tanto la scena ungherese dell'era socialista. Certo veniva impedito lo sbocco discografico alle band che pretendevano di muovere critiche plateali e oltranziste alle autorità, o anche solo allo stile di vita della classe media. Tuttavia, già muovendosi tramite metafora e abbassando lievemente i toni, si aveva la possibilità di realizzare album ambiziosi e ben registrati. Anche l'abbigliamento veniva regolato in maniera blanda, come testimoniano i look appariscenti di band come Piramis e Omega. L'Ungheria, pur producendo artisti di gran valore in svariati ambiti, non ebbe una scena prog unitaria: lo testimoniano i quattro album selezionati, piuttosto distanti fra loro per anno di uscita e contenuti. (F.Romagnoli)
 
Locomotiv Gt - Locomotiv Gt [1971]
Abbandonati gli Omega, per cui aveva scritto diversi successi, il tastierista Gábor Presser diede vita ai Locomotiv Gt, a loro volta destinati a diventare una delle principali band ungheresi dell'epoca. La loro carriera si sarebbe rivelata prolifica e variegata, attraversando jazz-rock, funk, soul e hard rock, fino a sfociare in "Loksi", doppio vinile del 1980 dove ridefinirono il concetto di art rock con un suono raffinato e tecnologico. Se si parla di attitudine progressiva, tuttavia, è questo omonimo album di debutto il titolo di punta: dieci brani dove, oltre a solide radici blues, la band sfoggia cambi di andamento a sorpresa, intense armonie vocali, e arrangiamenti per organo, fiati e batteria jazzata. Il pianoforte spunta solo nell'acustica "A kötéltáncos álma", ma mozza il fiato. (F.Romagnoli)

omegaOmega - Omega 6: Nem tudom a neved [1975]
Non è facile orientarsi nella discografia degli Omega, la più celebre e longeva band magiara. Escludendo le incisioni in inglese (la cui pronuncia non è esaltante) e la fase iniziale sotto il segno di Gábor Presser (già rappresentato con i Locomotiv Gt), questo album del ‘75 la spunta su una concorrenza comunque agguerrita. Aperto e chiuso da due colossi space rock quali la title track e "Huszadik századi városlakó", inframezzato da vivaci hard rock e ballate epiche, e sigillato da una clamorosa copertina in chiave sci-fi, rappresenta alla perfezione una band capace di ottenere un seguito internazionale, dalla Polonia alla Germania. La formazione è stabile dal 1971: János Kóbor (voce), László Benkő (tastiere), Tamás Mihály (basso), György Molnár (chitarra) e Ferenc Debreczeni (batteria). (F.Romagnoli)

Piramis - Piramis [1977]
L'album di debutto dei Piramis è quello che più di tutti rientra nell'estetica prog, data la graduale standardizzazione verso l'hard rock commerciale che avrebbero messo in atto nelle opere successive. Disco eccitante e curioso come pochi, spazia dalla celeberrima ballata "Ha volna két életem", composta dal bassista Som Lajos, all'hard rock spaziale di "A becsület", passando per la jam jazz-funk "A fénylő piramisok árnyékában". La band si distingueva anche per l'alternanza fra la voce tipicamente rock di Révész Sándor, frontman e sex symbol, e quella più teatrale del tastierista Gallai Péter. Troviamo quest'ultimo all'apice in "Ki tudja, hol van", bislacco inno glam rock, con tanto di synth luccicante e chitarroni, pur spezzato a metà da un siparietto pop/lounge con atmosfera da piano bar. (F.Romagnoli)

eastEast - Hűség [1982]
Introdotto da una copertina incantevole, fra le più belle della storia del rock, "Hűség" ("Fedeltà") è il secondo album degli East, da Seghedino. La band non ha mai raggiunto il grande pubblico, a dispetto di una proposta alquanto abbordabile, ma è costruita un suo zoccolo di fan e vanta qualche cultore anche fuori dall'Ungheria. La scaletta conta undici brani, tutti inferiori ai sei minuti di durata, in cui il prog sinfonico più mansueto incontra la tecnologia space rock, snocciolando melodie a effetto con chitarre d'atmosfera e tastiere a tappeto. Il suono è decisamente avanzato per l'epoca: non somiglia affatto agli ultimi dischi del prog classico, quanto piuttosto ai primi del neo-prog. Paragonato a band come Pallas, Iq, o Marillion, tutte successive, potrebbe generare grandi sorprese. (F.Romagnoli)

ROMANIA

Nell'Europa socialista, soltanto l'Unione Sovietica ebbe una repressione più dura della Romania nei confronti del rock. Tuttavia, anche sotto Ceaușescu a diverse band venne concesso di pubblicare i propri album, pur registrati spesso con tecnologie scadenti e pubblicati in edizione limitata. Gli artisti che ottenevano il permesso non solo erano sottoposti al controllo del vestiario e dei testi, ma venivano incoraggiati a celebrare le proprie origini e a cantare la forza della nazione (il che spiega la presenza di cellule folk e testi sulla mitologia locale). La migliore band espressa dalla Romania in ambito prog furono i Phoenix, amati ancora oggi e giustamente considerati la più grande band locale. Sono noti anche come Transsylvania Phoenix, nome che assunsero dopo aver lasciato la nazione per emigrare in Germania, stanchi dei controlli a cui erano costantemente sottoposti. A livello più sotterraneo si segnalano gli Sfinx e i Progresiv Tm (quest'ultimi un po' sbilanciati verso hard rock e blues, a dispetto del nome). (F.Romagnoli)
 
phoenixPhoenix - Cei ce ne-au dat nume [1972]
Nati nel 1965, a Timișoara, i Phoenix sono stati a lungo guidati da Mircea Baniciu (voce, chitarra) e Nicolae Covaci (chitarra). Per registrare i loro tre dischi storici accettarono di sposare musica rock e riferimenti alla cultura locale. Questo album di debutto, a dispetto di quanto viene detto, non è inferiore al più noto "Cantafabule" (1975). Sia i frammenti dedicati al ciclo delle stagioni, nella prima facciata, sia i due lunghi brani nella seconda, mostrano un coacervo di hard rock, blues e prog, con una forte dose di folk romeno: si pensi al violino di Iosif Kappl, all'uso di flauti e percussioni, all'atmosfera arcana dei cori. Parte del materiale venne comunque censurata, per via dei testi sulla morte, ma quella che è rimasta è musica fra le più originali e affascinanti dell'epoca. (F.Romagnoli)

Sfinx - Zalmoxe [1978]
Come i connazionali Phoenix, anche gli Sfinx traggono il proprio nome da una creatura mitologica. Dei colleghi non condivisero il successo di massa, per quanto possano vantare un certo culto fra i nostalgici del rock romeno, e del prog più in generale. Il cantante e chitarrista Dan Andrei Aldea fu principale autore e personalità di spicco di una formazione altamente instabile. Registrato sotto la supervisione di Iulia Maria Cristea, scrittrice e produttrice discografica, "Zalmoxe" è il loro secondo album. I sintetizzatori di Nicolae Enache dominano gli arrangiamenti, mescolandosi ai tempi dispari della tradizione balcanica, e a stratificazioni vocali che un momento rimandano agli Yes e quello dopo ai canti ortodossi. I testi sono basati sulla leggenda dell'eroe getico Zalmosside. (F.Romagnoli)

JUGOSLAVIA

La Jugoslavia di Tito non aderì al Patto di Varsavia e pertanto non fu sottoposta alle restrizioni che si incontrarono dall'altra parte della Cortina. La musica rock era consentita e le uniche restrizioni riguardavano la contestazione diretta degli uomini di potere (non si poteva insomma pretendere di insultare Tito... ma d'altro canto, anche Giorgio Gaber rischiò una condanna per "Io se fossi Dio", quindi chi siamo noi per giudicare?). I testi di protesta tendevano a essere tollerati e giustificati dagli organi di controllo come espressione dell'irrequietezza giovanile. La scena mutava radicalmente a seconda delle regioni. Quella slovena era la più occidentalizzata e l'unica dove si sviluppò, per esempio, una corrente punk in concomitanza con quella anglofona. In Bosnia, al contrario, rimasero legati al rock classico e all'hard rock quasi fino alla metà degli anni Ottanta. Come prevedibile, la Serbia fu la più produttiva, regalando una gran quantità di classici, tanto in epoca prog, quanto in era new wave. Chi a ogni modo riusciva a raggiungere il successo, diventava di solito famoso in tutte le provincie, superando barriere linguistiche e religiose. La musica fu di fatto uno dei maggiori collanti di quella polveriera di culture pluricentenarie.
Il rock progressivo fu importante, a livello nazionale, anche perché tenne sostanzialmente a battesimo il mercato degli Lp (fino a quel momento, salvo rare eccezioni come il cantautore Arsen Dedić, a livello locale esistevano quasi esclusivamente 45 giri). (F.Romagnoli)

Slovenia  

Buldožer - Zabranjeno plakatirati [1977]
La critica dei paesi dell'ex Jugoslavia indica i Buldožer, da Lubiana, come una delle migliori realtà di quella scena, in particolare per l'album di debutto, “Pljuni istini u oči” (1975). Il disco soffre tuttavia l'eccessiva presenza di gag comiche e tratti parlati. Molto meglio allora questo suo seguito, il cui titolo si traduce in "Divieto di affissione". Oltre a essere più coeso, mette da parte certe pagliacciate in stile Frank Zappa, per guardare al cubismo di Captain Beefheart. Del guru americano i cinque brani in scaletta condividono il metodo di demolizione del blues e l’aggressività, pur distaccandosi dal suo approccio viscerale e istintivo. Gli incastri matematici fra chitarre elettriche e sezione ritmica sfoggiano anzi con fierezza tutta la natura cervellotica del miglior prog. (F.Romagnoli)
 
begnagradBegnagrad - Begnagrad [1982]
Fondati a Lubiana nel ’75, i Begnagrad (“fuga al castello”) del fisarmonicista Bratko Bibič sono significativi per l’evoluzione del R.I.O. in avant-prog. Il tour svizzero della formazione impressionerà Chris Cutler degli Henry Cow, che si darà da fare per favorire la distribuzione europea del loro unico lp, uscito nel 1981. Influenzato dalle tradizioni balcaniche (in realtà piuttosto esotiche nella piccola e alpina Slovenia), dal jazz sperimentale europeo e dal rock psichedelico e progressivo, il disco frigge melodie folk, dirottamenti free e spigoli pressoché post-punk dando vita a una musica assieme malinconica e spensierata. Sciolta la band, Bibič resterà attivo nella scena europea unendosi agli svizzeri Nimal con membri dei Débile Menthol e il violoncellista Tom Cora (Skeleton Crew). (M.Sgrignoli)

Croazia
 
Time - Time [1972]
Dopo un paio d'anni come cantante dei serbi Korni Grupa, Dado Topić rientra a Zagabria e fonda i Time. Lo accompagnano strumentisti di valore come Vedran Božić (chitarra), Tihomir Asanović (organo), Brane Živković (piano, flauto). In un mercato che ancora non crede nel rock su lungo formato, all'album viene concessa una tiratura di appena cinquecento copie, e se oggi è considerato un classico, è principalmente grazie al riflesso della fama ottenuta da Topić come solista di lì a breve. La scaletta contiene sia frenesie a metà fra hard rock e jazz-funk, sia ballate d'atmosfera. Spiccano i dieci minuti di "Za koji život treba da se rodim", epica jam dove ogni strumentista si ritaglia il proprio momento di gloria, sempre con un occhio per il riff a presa rapida e lo stacco ritmico a sorpresa. (F.Romagnoli)

Bosnia-Erzegovina
 
Indexi - Indeksi [1972]
"I Beatles dei Balcani". Questo l'ingombrante soprannome che i bosniaci Indexi si guadagnarono fra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta, grazie al maestoso riscontro di pubblico ottenuto dai loro singoli. Questa cassetta pubblicata dalla radiotelevisione slovena fu di fatto la loro prima pubblicazione paragonabile a un album. Mai ristampata, anche se facilmente rintracciabile in rete, "Indeksi" contiene sette brani registrati fra il 1969 e il 1972, capaci di spaziare dal misto psych-prog della suite "Negdje na kraju, u zatišju" alle sincopi funk rock di "Dan kao ovaj". Le corpose linee del bassista Fadil Redžić e il suono dell'organo Hammond dominano le scorribande del quintetto, che mostra un volto decisamente più aggressivo di quello a cui aveva abituato con i 45 giri. (F.Romagnoli)

Serbia
 
Korni Grupa - Korni grupa [1972]
Dopo un breve periodo come tastierista degli Indexi, Kornelije Kovač rientra a Belgrado e verso la fine del 1968 forma i Korni Grupa, che guiderà attraverso vari cambi di formazione, decidendone la cifra stilistica e scrivendone tutti i brani. I primi anni sono attraversati da 45 giri di buon successo, con un suono variabilmente orientato verso beat, pop psichedelico, e blues rock. È però il tentativo sul formato album a fargli fare il salto di qualità, con una miscela di jazz-rock e hard rock. Si alternano così le melodie del cantante Zlatko Pejaković, dal tono quasi operistico, alle jam strumentali dominate da Kovač (organo, piano, piano elettrico). C'è persino spazio, in "Bezglave ja-ha horde", per una capatina in territori zeuhl, con un risultato che ha poco da invidiare ai Magma. (F.Romagnoli)

s_vremena_na_vremeS Vremena na Vreme - S vremena na vreme [1975]
S Vremena na Vreme, "Di tanto in tanto", il singolare nome scelto da questo supergruppo di Belgrado, formato da musicisti affermati della scena locale (chi come turnista, chi scrivendo colonne sonore). La formazione era composta da Ljubomir Ninković, Asim Sarvan, e i fratelli Đukić, Miomir e Vojislav, tutti cantanti e chitarristi, oltre che capaci di metter mano su tastiere e strumenti antichi. Il primo album del progetto consiste in undici canzoni di breve durata dove il folk anglosassone (sia celtico, sia westcoastiano) incontra la tradizione balcanica. La parentela col rock progressivo la portano gli inserti elettrici (basso, Hammond, ma anche qualche chitarra), se non elettronici (il sintetizzatore Roland), e le digressioni - ritmiche e melodiche - che sistematicamente provocano. (F.Romagnoli)

Smak - Crna dama [1977]
Guidati da Boris Aranđelović (voce) e Radomir Mihajlović Točak (chitarra), gli Smak sono stati una delle più popolari band serbe dell'era rock, capaci di riempire le arene fino alla morte del frontman, nel 2015. "Crna dama", loro secondo album, ne segnò la maturazione, dopo un debutto all'insegna di un blues rock già capace di evoluzioni e jam estese, ma sicuramente più canonico del coacervo qui messo in atto. Il nuovo tastierista Miki Petkovski apportò una forte ingerenza jazz fusion nel suono della band, che anziché rimpiazzare le componenti hard rock e blues le espanse, generando una musica eclettica e progressiva, dalla produzione impeccabile. Molti virtuosismi (pure vocali, viste le parti cantante con la tecnica dello scat), ma anche e soprattutto una sequenza di melodie storiche. (F.Romagnoli)

Igra Staklenih Perli - Igra staklenih perli [1979]
Band la cui memoria è ormai legata esclusivamente ai più accaniti fanatici del rock progressivo con tinte psichedeliche, gli Igra Staklenih Perli ("Gioco delle perle di vetro", da Hermann Hesse) debuttarono con questo mini-album, le cui sonorità oscure e ripetitive non erano evidentemente allineate ai gusti del pubblico jugoslavo di fine anni Settanta (benché Ekatarina Velika e Idoli avrebbero cambiato le regole poco tempo dopo). Le recensioni sono tutte concordi nel descrivere la formula della band come un misto fra gli Hawkwind, i Can, e i Pink Floyd di "A Saucerful Of Secrets". Quello che non sempre si specifica è che in qualche tratto il sound si spinge a un passo dall’art punk più ricercato. Dei cinque brani in scaletta, due sono strumentali, due cantati in inglese, e uno in serbo. (F.Romagnoli)

Macedonia
 
leb_i_solLeb i Sol - Leb i Sol [1978]
La più grande band macedone e una delle più importanti formazioni jazz-rock al mondo, i Leb i Sol ("Pane e sale") sono più noti al grande pubblico locale per "Kao kakao" del 1987, fortunato album all'insegna di un raffinato pop/rock radiofonico. È però la prima fase della loro carriera a interessare maggiormente gli appassionati di rock progressivo. Il loro omonimo disco di debutto fu una vera e propria rivelazione, con il suo mix di prog, jazz fusion, e architetture prese in prestito dalla tradizione folk balcanica. Fra tempi dispari e scale frigie, si snodano nove brani di incredibile complessità, tutti puntati sulle doti virtuosistiche del chitarrista Vlatko Stefanovski. Solo tre pezzi su nove sono cantati, ma sorprendentemente, l'orecchiabilità non viene mai meno. (F.Romagnoli)
 
GRECIA

Difficile stabilire se la Grecia abbia avuto una scena prog vera e propria. Per certo, il rock progressivo era ascoltato dai musicisti locali, e ne contaminava le creazioni, ma molte delle band che vengono indicate nella categoria erano in realtà sbilanciate verso blues e hard rock, o semplicemente suonavano jam post-psichedeliche non particolarmente originali. Gli sono stati quindi preferiti artisti dalla produzione vasta e multiforme, che hanno però prodotto rock progressivo soltanto in una fase precisa della propria carriera (gli unici indicabili come band prog in tutto e per tutto sono gli Akritas). Tutti e quattro i dischi selezionati uscirono durante la fase finale della dittatura dei colonnelli, ossia quando andava perdendo potere, e non ebbero particolari problemi con la censura. (F.Romagnoli)

aphrodites_childAphrodite’s Child - 666 [1972]
Neanche cantare in un convincente inglese aiutò i greci Aphrodite's Child a sfondare in Gran Bretagna e Stati Uniti. Ottennero tuttavia risultati imponenti nell'Europa continentale, Italia e Francia in primis, con il loro innocuo pop che diluiva oltremodo la ricetta dei Procol Harum. Tutto ciò fino a quando il tastierista e leader del progetto, Vangelis, si stufò di inseguire le classifiche e propose un doppio album sperimentale, in cui frullava prog sinfonico, jam strumentali dai ritmi forsennati, collage di psichedelia rumoristica, folk bizantino, raga indiani, e chi più ne ha più ne metta. Il cantante, Demis Roussos, il cui ruolo era stato fortemente ridimensionato, perse progressivamente interesse nel progetto, e la band si sciolse ancora prima della pubblicazione di questo mastodonte. (F.Romagnoli)

Διονύσης Σαββόπουλος (Dionysis Savvopoulos) - Βρώμικο ψωμί (Vromiko psomi) [1972] 
Inserire un cantautore in una lista riguardante il rock progressivo, per quanto lo specifico album possa rientrarvi, può risultare un'arma a doppio taglio. Questo disco del celebre Dionysis Savvopoulos spiega bene il perché, con alcuni brani dall'apparente sembianza cantautorale, che sotto la voce roca dell'artista svelano tuttavia piccoli assoli, armonie complesse, cambi inaspettati, e strumenti di ogni tipo (fra gli altri: vibrafono, clarinetto, tuba, tromba, tzouras, toumpeleki). A ogni modo, per fugare i dubbi bastano i sei minuti di "Zeimpekiko", con le sue linee vocali sovrapposte, o i dodici di "Mavri Thalassa", che incorpora blues rock con chitarre sature, sovratoni da opera lirica, Jethro Tull, e atmosfere arcane che spediscono dritti ai tempi dell'Impero romano d'Oriente. (F.Romagnoli)

Κώστας Τουρνάς (Kostas Tournas) - Απέραντα χωράφια (Aperanta chorafia) [1972]
È il 1981 quando l'album "Choris logia", gemma a metà fra art pop e funk, rende Kostas Tournas uno dei più popolari cantanti greci. La sua scalata al successo affonda tuttavia le radici all'inizio del decennio precedente. L'album di debutto, "Aperanta chorafia" ("Campi sconfinati"), oggi noto solo ai fan più fedeli dell'artista, è un disco di pop barocco che sconfina verso il folk psichedelico da un lato e il rock progressivo dall'altro. Del prog aveva di certo l'ambizione, trattandosi di una suite di oltre mezz'ora. L'album venne registrato ad Atene sotto la direzione di Kostas Fasolas e orchestrato impeccabilmente da Kostas Klavas. L'originalità del contenuto è evidente, considerati gli spunti inusuali da ambiti come il folk mediterraneo, la musica da camera, e le bande paesane. (F.Romagnoli)

akritasΑκρίτας (Akritas) - Ακρίτας (Akritas) [1973]
Gli Akritas sono la classica band che può vantare un piccolo culto fra gli amanti del rock progressivo, pur essendo sostanzialmente ignota al grande pubblico. Le forze trainanti del loro unico album furono il tastierista Aris Tasoulis e il cantante-bassista Stavros Logarides, autori di tutto il materiale, oltre al produttore Kostas Fasolas, che fornì un suono pulito e una convincente effettistica. La band non brillava forse dal punto di vista compositivo, essendo la scaletta composta da quattordici frammenti, ma la padronanza tecnica dei musicisti rimane inattaccabile e il sound estremamente suggestivo, col suo miscuglio di jazz-rock, folk mediterraneo, barocchismi arcaici e futurismi space rock. Un sogno che si snoda fra fughe di sintetizzatori, chitarre acide, e disperate scale di piano. (F.Romagnoli)

SPAGNA

Gran parte del rock progressivo spagnolo si situa nel periodo di transizione verso la democrazia, in seguito alla morte di Francisco Franco nel novembre del 1975, ma il fenomeno aveva già preso piede da un paio d'anni, complice anche il buon successo del movimento britannico a livello locale.
La branca più caratteristica del prog spagnolo è il rock andaluso, dove il flamenco si fonde al rock. Anche la musica araba fu spesso parte della miscela, benché non si trattasse di uno degli elementi fondativi del formato (sarà Miguel Ríos a introdurvela in modo esplicito, laddove nei Triana, iniziatori della corrente, traspariva soltanto come lontana influenza attraverso la componente gitana). C'è anche una corrente jazz-rock, che viene similmente utilizzata per esprimere e valorizzare delle identità locali. Formazioni come Música Urbana, Iceberg, Companyia Elèctrica Dharma, Orquestra Mirasol sfruttano il verbo fusion per riconnettere la Catalogna alla tradizione mediterranea. La stessa opera di rivitalizzazione che compiranno gli Itoiz nei Paesi Baschi, in una direzione però più affine al prog folk. (F.Romagnoli-M.Sgrignoli)
 
Canarios - Ciclos [1974]
Teddy Bautista è attualmente sotto processo per aver sottratto illecitamente diversi milioni di euro durante il periodo di presidenza alla Sgae (la Siae spagnola). Molti anni orsono si è però distinto come uno dei più grandi produttori del rock locale. E prima ancora, come tastierista e leader dei Canarios, band beat di buon successo negli anni Sessanta, che decise in seguito di abbracciare il prog. "Ciclos" è un doppio vinile composto da quattro suite, per quasi un'ora e un quarto di musica, in cui la band rilegge in maniera molto libera "Le quattro stagioni" di Vivaldi. Fra chiassosi sintetizzatori, Mellotron, voci liriche, chitarre effettate e gran dispiego percussivo, al compositore italiano sarebbe probabilmente venuta un'emicrania. Keith Emerson ne sarebbe invece stato fiero. (F.Romagnoli)

Companyia Elèctrica Dharma - Diumenge [1975]
Longevo quintetto di Barcellona, la Companyia Electrica Dharma ha come nucleo i fratelli Joesp, Esteve e Joan Fortuny (a cui nel tempo si aggiungeranno anche i minori Lluis e Maria). L’esordio discografico avviene a band è già piuttosto affermata nel circuito live catalano: assieme ad Iceberg e Orquestra Mirasol, è tra i nomi di punta di una scena che fa del recupero del folklore locale in sala jazz-rock il proprio tratto distintivo. A contraddistinguere “Diumenge” rispetto alle opere prime delle altre formazioni del giro è proprio l’equilibrio tra i due ingredienti, che bilancia in modo assai progressivo un’orecchiabilità molto Weather Report con ritmi incalzanti, inebrianti temi iberici e virtuosismi in stile Mahavishnu/Return to Forever. Validi anche gli album immediatamente successivi. (M.Sgrignoli)

fusioonFusioon - Minorisa [1975]
La carriera dei barcellonesi Fusioon è breve ma ricca di trasformazioni. Tra il 1971 e il 1975 pubblicano tre album che, oltre a essere tutti e tre qualitativamente notevoli, mostrano un’evoluzione stilistica piuttosto profonda. Partiti con un prog sinfonico strumentale con forti elementi jazz-rock e tradizionali, già col secondo disco incorporano parti vocali e massicce influenze britanniche (Canterbury e Gentle Giant in particolare), che rendono la loro musica più complessa e intrigante. È però il terzo Lp a evidenziarli come formazione tra le più originali del panorama iberico: alleggerendo l’impasto timbrico dei brani e concentrando gli sforzi su due imponenti suite, la band accentua intricatezza e ironia senza snaturarsi, portando la sua formula a un passo dell’avant-prog. (M.Sgrignoli)

Triana - El patio [1975]
I Triana nacquero nel 1974, a Siviglia, per mano di Jesús de la Rosa (voce e tastiere), Eduardo Rodríguez (chitarra flamenco), e "Tele" Palacios (batteria). Non avevano chitarrista elettrico e bassista in formazione: gli strumenti comparivano nei loro dischi, ma affidati a due ospiti di prestigio quali Antonio García de Diego, fresco reduce dei Canarios, e Manuel Rosa. Questo album di debutto rimane il loro capolavoro, capace da solo di codificare il rock andaluso. Un miscuglio fra musica rock (quasi sempre di impianto progressive) e flamenco, dove alla radice folk della chitarra di Rodríguez e dei melismi gitani di De la Rosa si opponevano le dinamiche elettriche del resto dell'armamentario, con tanto di string synth. L'album è oggi considerato una pietra miliare della musica spagnola. (F.Romagnoli)

Miguel Ríos - Al-Andalus [1977]
La fase prog di Miguel Ríos, durata per ben tre album dal 1974 al 1977, è oggi appannaggio dei suoi fan più accaniti. Eppure la circonda una carriera costellata di successi, che l'avrebbe poi rigettata come una sorta di corpo estraneo. "Al-Andalus" è l'atto finale della trilogia, il più sfortunato, ma anche il più originale. Distaccandosi dai dischi precedenti, parenti del prog sinfonico inglese, si addentrò nei meandri del rock andaluso, sotto la guida del tastierista Luis Fornés. Diversi gli elementi inediti aggiunti alla tavolozza di base: la componente jazz fusion di "La balada de la alondra y el el gavilán", le forti influenze della musica tradizionale araba nella title track, il deliquio avant-folk di "Azahara", le fratture ritmiche e melodiche della mini-suite "Un día en Mojácar". (F.Romagnoli)

Veneno - Veneno [1977]
Disco doppiamente importante: è il secondo passo della trilogia che cristallizzò il flamenco nuevo, sotto la direzione del produttore Ricardo Pachón, ma è soprattutto l'album che presentò alla Spagna il talento di Kiko Veneno, forse il più grande autore del flamenco degli ultimi quarant'anni. In mezzo a tutto ciò, è anche un disco fondamentale del rock andaluso, per quanto suonato con foga quasi punk se paragonato al suono sinfonico dei Triana. Certo del punk non condivideva la semplicità, visto l'elevatissimo tasso tecnico dei vortici chitarristici e dei tellurici tumulti della sezione ritmica, forse fuori dalla portata del pubblico dell'epoca. Veneno sarebbe in effetti divenuto un nome noto solo quattordici anni dopo, con lo splendido flamenco-pop cosmopolitano di "Échate un cantecito". (F.Romagnoli)

goticGòtic - Escenes [1978]
Ipercinetici, leggiadri e melodiosi fino alla svenevolezza, i barcellonesi Gòtic sono uno dei prodotti più singolari della scena progressive iberica. La loro formula, puramente strumentale e tutta giocata sul trittico flauto/tastiere/batteria, ricorderà a molti i Camel per la propensione lirica o i Return to Forever per l’ossessione virtuosistica, ma ha la pulizia, l’estro e la vocazione pindarica che caratterizzeranno la tarda scena giapponese (si vedano Kenso e Ain Soph poco sotto). Il loro secondo disco, registrato nel 1978 e mai stampato all’epoca per via dello scioglimento della band, è stato rimasterizzato e pubblicato nel 2016 grazie a una fortunata campagna di crowdfunding(M.Sgrignoli)

Música Urbana - Iberia [1978]
Imitatori sfacciati dei Weather Report più sfavillanti, i barcellonesi Música Urbana si collocano, almeno sul piano strettamente sonoro, nei territori più radiofonici della fusion jazzistica. L’ampiezza dello spettro timbrico (dal flicorno al mandolino alle nacchere, passando per il doveroso synth) e l’arzigogolatezza delle composizioni provvedono però a controbilanciare le impressioni iniziali e ricondurre il loro vertice artistico, “Iberia”, nell’alveo della musica progressiva propriamente detta. Temi mediterranei, elementi swing e svolazzi primo-novecenteschi (da Stravinksy a Hindemith) si fondono a beneducati influssi zappiani nel produrre una musica totale che trova, tanto in Spagna quanto nel resto del mondo, pochi analoghi in fatto di fluidità e policromia. (M.Sgrignoli)

Ñu
- Cuentos de ayer y de hoy [1978]
Nel corso del tempo regrediti verso un hard rock dagli arrangiamenti laccati, i madrileni Ñu debuttarono con uno dei dischi più riveriti della musica spagnola anni Settanta. "Cuentos de ayer y de hoy" si piazzava infatti in una terra di nessuno che spingeva da un lato verso il nascente heavy metal, forte delle dure chitarre di José María García, e dall'altro verso il passato recente del prog, che emergeva sia dalle ritmiche frastagliate, sia dall'utilizzo di Mellotron, flauto e violino. José Carlos Molina, a tutt'oggi mente del gruppo, si presentava come un istrione capace di sposare i virtuosismi vocali dei cantanti hard rock alla cupa teatralità di Peter Hammill. Produzione di Vicente Romero, che tramite la Chapa Discos pubblicò del resto diversi titoli storici della locale scena rock. (F.Romagnoli)

medina_azahara_01Medina Azahara - Medina Azahara [1979]
Giunto ai famosissimi Medina Azahara, il rock andaluso aveva ormai cessato di essere una fusione paritaria di rock e flamenco, diventando una forma di musica elettrica autosufficiente, che guardava sì alla cultura andalusa, ma dall'esterno. Questo storico album di debutto lo dimostra in pieno. Anche se le melodie vocali di Manuel Martínez hanno un gusto riconoscibilmente gitano e diversi assoli strumentali utilizzano costruzioni debitrici della musica araba, la chitarra flamenca resiste in due soli brani su otto. Non bastasse, gli arrangiamenti sposano hard rock e prog, ripuliti dalle asperità di un tempo, con un'armoniosa forma di space rock per tastiere d'atmosfera. Come se la tradizione fosse divenuta oggetto di studio in un laboratorio, per contro, pienamente tecnologico e avanzato. (F.Romagnoli)

Mezquita - Recuerdos de mi tierra [1979]
Nonostante le maldicenze, raramente il progressive ha prodotto musica “tamarra”. Un’eccezione sono i Mezquita di Cordova, prosecutori e coronatori del filone del rock andaluso. Combinando la lezione dei predecessori con virtuosismi e robustezza sonora che risentono della coeva NWOBHM e per certi versi preludono al power metal, il quartetto confeziona a fine ‘70 uno stile di notevole originalità e impatto. La carica evocativa dei lunghi e avventurosi brani dell’esordio deve qualcosa alla produzione poco definita, ma molto soprattutto alla voce impostata e agli assoli fiammeggianti del leader José Rafael García, all’estro jazz-rock del batterista e all’ottimo lavoro sui synth, che ora doppiano ora rispondono alla chitarra generando un gioco di incastri talvolta al limite del math. (M.Sgrignoli)

ARGENTINA

Dal 1966 al 1973, e poi dal 1976 al 1983, l’Argentina fu sottoposta a dittatura militare. Non si arrivò mai a vietare la musica rock, ma si provò a scoraggiarne la diffusione mediante una propaganda sistematica, che demonizzava i capelli lunghi, indicava come sovversivi i testi con metafore di protesta, e accusava di omosessualità chi cantava in falsetto. Non bastò tuttavia a evitare la sua diffusione capillare fra la fascia più giovane della popolazione. Anche i tre anni di democrazia fra il 1973 e il 1976 videro un clima costantemente teso, niente affatto favorevole alla cultura giovanile. Per quanto non siano avvenimenti paragonabili alla tortura di stato del regime, in questo periodo le proteste studentesche vennero più di una volta represse con la forza. Anche il più famoso caso di censura del rock argentino risale a questo periodo, con la cancellazione di alcuni versi dall’album “Pequeñas anécdotas sobre las instituciones”, del duo art rock Sui Generis.
Gli anni Settanta furono il primo di tre decenni straordinari per il rock argentino, che si rivelò una delle scene più variegate e persistenti al mondo. In questa selezione abbiamo escluso i numerosi artisti al confine con hard rock e blues (fra i quali i Vox Dei del seminale doppio vinile “La Biblia”, 1971), oltre a limitarci a inserire un disco per autore (grande era la tentazione di inserire mezza discografia di personaggi fondamentali come Luis Alberto Spinetta e Charly García). (F.Romagnoli)
 
crucisCrucis - Los delirios del Mariscal [1976]
Il secondo e ultimo album dei Crucis è uno dei classici del prog sudamericano. Introdotto da "No me separen de mí", cantata dal bassista Gustavo Montesano, prosegue con tre strumentali, dove l'intera band dà sfoggio di superbe doti tecniche. I mattatori sono il chitarrista Pino Marrone, come un David Gilmour con le abilità da virtuoso che all'originale sono sempre mancate, e il tastierista Anibal Kerpel, capace di infondere tocchi space rock a suon di string synth, così come jazz fusion mediante il piano Fender Rhodes. Il batterista Gonzalo Farrugia indirizza i cambi di tempo e le fratture ritmiche di cui ogni brano è disseminato. La madre incidentale di tutte le copertine metal è a cura di Juan Gatti, uno dei più noti grafici del rock argentino, in seguito collaboratore di Almodóvar. (F.Romagnoli)

Invisible - El jardín de los presentes [1976]
Fondati dal geniale cantautore Luis Alberto Spinetta nel 1973, pochi mesi dopo lo scioglimento dei Pescado Rabioso, gli Invisible furono una delle band più importanti degli anni Settanta argentini. La formazione iniziale consisteva in un power trio: Spinetta alla voce e alle chitarre, Carlos "Machi" Rufino al basso, Héctor "Pomo" Lorenzo alla batteria. Per questo terzo e ultimo album si aggiunse un altro chitarrista, il giovanissimo iper-virtuoso Tomás Gubitsch. La scaletta contiene otto brani dal suono cristallino, dove la canzone d'autore si mescola con tango, jazz-rock e folk locale, tramite accordi inusuali e strutture ritmiche estremamente ricercate. Uno sfondo energetico e malinconico al contempo, perfetto per i visionari testi del frontman e la sua indimenticata voce diafana. (F.Romagnoli)
 
Arco Iris - Los elementales [1977]
Gli Arco Iris non ebbero chissà quale successo durante gli anni Settanta, e se oggi ci si ricorda di loro, è principalmente perché furono la band di Gustavo Santaolalla, pluripremiato compositore di colonne sonore. Sembrerà quindi blasfemo l'inserimento del primo album dopo il suo abbandono, anziché di un frutto della sua penna. Tuttavia, dirigendo la band attraverso questo vertiginoso alternarsi di tecnologico jazz-rock funkeggiante e tratti più rilassati, nel segno di un prog romantico e pastorale, Ara Tokatlián (tastiere, fiati) e Guillermo Bordarampé (basso) battono senza troppi patemi le sfilacciate, spesso interminabili rock opera in chiave andina scritte fino a quel momento dal più blasonato collega. Che solo qualche anno più tardi avrebbe dimostrato in pieno il proprio valore. (F.Romagnoli)

Bubu - Anabelas [1978]
Otto elementi, sei coristi, un compositore e arrangiatore, un “supervisore musicale”, quattro ingegneri del suono: la formazione che sta dietro ad “Anabelas” è molto più che una band. Il disco, raro caso in cui “progressive sinfonico” non indica tanto l’ispirazione classica delle composizioni quanto la profondità delle loro stratificazioni tibriche, è ravvicinabile per stile e ambizioni a “Septober Energy” dei Centipede: un tour de force strumentale in cui il jazz-rock di basso e batteria fa da base per arditi contrappunti di chitarra elettrica, fiati, pianoforte, violino. I brani sono ricchissimi e segmentati, un continuo ribollire di pieni e vuoti che — oltre a mostrare con orgoglio il proprio debito crimsoniano — prelude in più di un passaggio al soft/loud che sarà di GYBE e compagnia. (M.Sgrignoli)

miaM.I.A. - Cornonstípicum [1978]
I dischi non si giudicano dalla copertina, ma una buona copertina può far molto per suggerirne il mood e spingere all’ascolto. Il biglietto da visita di “Cornonstípicum”, terza e ultima fatica dei bonaerensi Músicos Independientes Asociados, lo propone allora come barocca e nostalgica Wunderkammer progressiva: un ricettacolo di raffinatezze, cimeli, ingegnosi gingilli atti — se non a spezzare il tedio dell’avventore — almeno ad assicurargli un gradevole trastullo. I tanti quadretti strumentali che, inanellati senza troppa direzione, compongono i brani del disco sembrano servire proprio un intento simile. Oziosi arpeggi acustici, sonnolente bighellonate canterburiane, bozzetti pianistici che fanno un po’ Banco e un po’ Satie… un sottofondo perfetto per annoiarsi con una certa varietà. (M.Sgrignoli)

Serú Girán - Grasa de las capitales [1979]
Cantante dalla voce molto particolare e tastierista di alto livello tecnico, Charly García ha guidato ben tre band capaci di segnare il rock anni Settanta, progressivo e non: Sui Generis (1972-75), La Máquina de Hacer Pájaros (1976-77), e Serú Girán (1978-1982). Gli ultimi sono i più mirabolanti, complice la presenza di mostri sacri quali David Lebón (chitarrista e secondo cantante), Pedro Aznar (bassista, in seguito voluto da Pat Metheny), e Oscar Moro (batterista). Questo secondo album è forse il loro più celebre, aperto da quella title track che spara assoli a raffica, traversando jazz-rock, pop elettronico e cabaret in quattro minuti ipercinetici. Gli altri otto brani non sono da meno, sempre in bilico fra complessità armoniche ai limiti del parossismo e seducente fruibilità pop. (F.Romagnoli)

Pablo el EnterradorPablo el enterrador [1983]
Difficile, per chi è abituato al progressive italiano, non notare una vicinanza estrema tra le atmosfere e strutture di questa band di Rosario e i prodotti più tardivi e zuccherini della scena di casa nostra. Il primo album, “Pablo el enterrador”, sembra un sequel ispanico di “Forse le lucciole non si amano più”: l’iniziale “Carussel de la vieja idiotez” vive della stessa sognante nostalgia, dello stesso taglio genesisiano sbilanciato sulle tastiere. Proprio alle tastiere si lega tuttavia l’elemento sonoro più caratteristico del disco: registrato ad anni Ottanta ormai lanciati, può avvalersi dei synth polifonici come l’Oberheim OBX, che con colate di accordi luccicanti prende il posto dell’organo in gran parte dei brani e ne inonda il mood di un’affascinante anticipazione di gusto neo-prog. (M.Sgrignoli)

CILE

La scena artistica cilena è fra le più ricche dell'America latina, qualsiasi ambito si voglia prendere in considerazione. La musica tuttavia patì molto i primi anni del regime di Pinochet, caratterizzati da avvenimenti traumatici come la barbara uccisione di Víctor Jara e l'esilio volontario di quasi tutte le compagini folk, la maggior parte delle quali scappò in Europa. Per questo motivo, il periodo che va dal 1973 allo scattare degli anni Ottanta, rimane uno dei più poveri per la scena locale. Il rock progressivo ne è uscito un po' penalizzato, pur riuscendo a generare punte di eccellenza grazie a band come Congreso e Jaivas. Si segnalano anche i Blops di Eduardo Gatti, che nel 1974 realizzarono un album strumentale di stampo prog, a cui tuttavia sono preferibili le prove pubblicate nel 1970-71, di alta scuola cantautorale. (F.Romagnoli)
 
Congreso - Congreso [1977]
"El color de la iguana" apre il terzo album dei Congreso nel segno del folk andino più caratteristico, con chitarre acustiche e flauti, tanto che verrebbe da chiedersi se l'album non sia fuori posto in questa selezione. Per quanto l'influenza della tradizione locale permei l'intera scaletta, a chiarire la situazione sono tre brani lunghi e complessi, con raffinate evoluzioni di basso elettrico e batteria jazzata ("Los elementos", "Tu canto"), ma anche archi ostinati in odor di avant-prog ("Arco iris de hollín"). Guidati ancora oggi dal batterista-compositore Sergio González e dal cantante Francisco Sazo, furono fra le poche band del rock andino a non abbandonare il Cile durante il regime di Pinochet, benché ciò li costrinse a nascondere la vena politica dei testi dietro criptiche metafore. (F.Romagnoli)

jaivasJaivas - Alturas de Machu Picchu [1981]
Lo storico album che segna il ritorno dei Jaivas in Cile, abbandonato otto anni prima, in seguito al golpe di Pinochet. Dedicato alla città inca di Machu Picchu, mette in musica porzioni del "Canto general" di Pablo Neruda, abbinandogli uno speciale televisivo registrato fra Cile e Perù. L'operazione si rivela un successo, pur contenendo la musica più complessa mai realizzata dalla band. La voce squillante di Gato Alquinta si staglia sulle esecuzioni dei fratelli Parra, mentre il folk andino sposa il prog sinfonico, senza dimenticare quel pizzico di psichedelia cosmica (si pensi all'effettistica di "Águila sideral" o al gran finale de "La poderosa muerte"). Perfetto l'equilibrio fra strumentazione rock, tastiere elettroniche e armamentario tradizionale, gran varietà di flauti inclusa. (F.Romagnoli)

PERÙ

Tolti Argentina e Cile, l'America ispanofona è stata parca di rock progressivo. Il Messico ebbe alcune band di hard rock psichedelico negli anni Settanta, ma sviluppò solo nel decennio successivo una vera e propria scena prog, peraltro appannaggio esclusivo del sottobosco locale e non particolarmente innovativa. Il Venezuela generò qualche artista minore, i più rilevanti dei quali furono probabilmente i Tempano (poco dopo il debutto scaduti verso un melenso pop radiofonico) e l'immigrato tedesco Vytas Brenner, dalle forti tendenze folk. Neanche il Perù fu ricco di proposte, ma mise a segno un disco di alta caratura con il debutto dei Frágil, che abbiamo scelto il rappresentanza di tutta l'America ispanofona a nord del Cile. Siamo stati indecisi fino all'ultimo per i boliviani Wara, il cui splendido album di debutto, "El inca", si troverà forse più comodo in un futuro speciale sul lato heavy del rock psichedelico. (F.Romagnoli)
 
fragilFrágil - Avenida Larco [1981]
In un Perù piagato dalla crisi economica, con la dittatura che sta lasciando il posto al terrorismo, all'industria musicale rimangono poche briciole, figurarsi al rock. Dopo una gavetta come cover band del prog europeo, girando per piccoli locali, i Frágil pubblicano questo album, capace di creare un mercato quasi dal nulla. La title track in particolare diventa un singolo di enorme successo. Come paragoni più immediati sovvengono i Camel di fine anni Settanta e i Genesis di "Afterglow". Più che rock, è pop progressivo: zeppo di melodie vincenti, ma gentile e malinconico come solo certa musica latinoamericana sa essere. Dominano i sintetizzatori di Octavio Castillo, uno degli autori principali insieme al bassista César Bustamante e al cantante Andrés Dulude, dalla voce delicata e ariosa. (F.Romagnoli)

PORTOGALLO
Il Portogallo è una di quelle nazioni piccole, ma con una tradizione culturale talmente forte da risultare rilevante in ogni campo. La musica non fa eccezione: basti pensare a cantautori storici come José Afonso e Fausto, voci che risuonarono nelle strade il 25 aprile del 1974, giorno della liberazione dal regime fascista. Di rock progressivo non se ne trova tuttavia molto. Il grande Jorge Palma ci si è avvicinato agli esordi, ma non abbastanza da meritare più di una citazione. José Cid è stato l'unico artista che sia riuscito a portare il genere alla ribalta, mentre band come i Petrus Castrus sono rimaste appannaggio di pochi. (F.Romagnoli)

Quarteto 1111 - Onde, quando, como, porquê cantamos pessoas vivas [1975]
José Cid è in seguito divenuto uno dei più popolari cantautori portoghesi, ma è nella prima parte della carriera, dedita alle forme più ambiziose del rock, che risiede il suo lascito più significativo. In questo album del 1975, con cui chiuse l'avventura del suo Quarteto 1111, la qualità di registrazione è invero tutt'altro che impeccabile, e il suono nettamente più ovattato del dovuto. Per nostra fortuna, la ricetta è talmente epica da sorpassare i limiti tecnici: una sequenza di melodie vocali memorabili, suggestivi inserti di chitarre e synth, impennate ritmiche mozzafiato, ma soprattutto, una dose elefantiaca di Mellotron. Coltri su coltri di archi, flauti e cori simulati che saturano ogni singolo istante, rendendo l'album un oggetto irrinunciabile per chiunque ami il prog sinfonico. (F.Romagnoli)

petrus_castrusPetrus Castrus - Ascenção e queda [1978]
I Petrus Castrus sono la creatura dei fratelli José e Pedro Castro, rispettivamente tastierista e chitarrista. Qualche problema con la censura non gli impedisce di pubblicare un album e un paio di singoli, ma solo dopo la rivoluzione dei garofani azzardano questa rock opera, su ascesa e declino di un dittatore. In un paese fresco di democrazia l'idea non incontra tuttavia alcun appoggio: il disco viene snobbato dal pubblico e stroncato dalle recensioni. Eppure i testi non sono accomodanti verso il personaggio descritto, e la musica è entusiasmante: produzione di alto livello (Nuno Rodrigues dei Banda do Casaco), gran dispiego di tastiere sinfoniche, basso e chitarre jazz-funk. Le voci, dal gusto un po' teatrale, sono degli stessi Castro, con l'appoggio di una Lena d'Água non ancora famosa. (F.Romagnoli)

BRASILE

Il rock progressivo influenzò in maniera più o meno obliqua una gran quantità di artisti brasiliani, senza mai ottenere però spazio come scena locale. Si possono scovarne accenni alle sue strutture e ai suoi tipici timbri strumentali in una lunga serie di album storici, che tuttavia appartengono sempre a qualche altro contesto. Ecco perché abbiamo escluso, fra i tanti, il debutto dei Secos & Molhados (storico ibrido fra glam, folk locale e art pop), "Espelho Cristalino" di Alceu Valença (capolavoro del folk rock brasiliano in chiave nordestina), "Geração de som" di Pepeu Gomes (ibrido fra samba rock e jazz fusion), e qualsiasi album di Egberto Gismonti, personaggio sui generis che appartiene forse più al mondo del jazz e delle accademie. Dovendo proprio scegliere un'opera che simbolizzasse questa ingerenza sotterranea, abbiamo scelto "Paêbirú" di Lula Côrtes e Zé Ramalho, album di culto per ogni appassionato di avant-folk. (F.Romagnoli)
 
Lula Côrtes & Zé Ramalho - Paêbirú [1975]
L'album di debutto di Zé Ramalho, uno dei più amati cantautori brasiliani, è ascrivibile tanto al progressive, quanto alla corrente avant-folk, in particolare a causa della presenza di Lula Côrtes, chitarrista dall'impronta fortemente psichedelica. Dilatatissima e avvolgente, la sua musica unisce una tavolozza fondamentalmente acustica con libertà espressive mutuate dalle correnti free e spiritual del jazz. L’elemento ritmico, affidato al solo contrabbasso e a percussioni sparse (la batteria compare in due soli brani), è ritratto fino a risultare pressoché subliminale: una trama funzionale alla costruzione di atmosfere fluttuanti, alimentate ora dalla chitarra classicheggiante ora dal pianoforte, sulle quali sax, flauto e voce disegnano volteggi e svolazzi di sicuro effetto ipnotico. (M.Sgrignoli-F.Romagnoli)

bacamarteBacamarte - Depois do fim [1983]
Da qualche parte tra Gryphon e primissimi Electric Light Orchestra stanno i Bacamarte, di Rio De Janeiro, capitanati dal polistrumentista e compositore Mario Neto. Non c’è certezza sulla data di registrazione del loro unico album storico: fonti diverse la collocano tra il 1977 e il 1982; quel che certo è che il disco, uscito infine nel 1983, è oggi tra i più considerati del prog extraeuropeo. Fortemente sbilanciato sul versante strumentale, con eccellenti fraseggi di flauto e torrenziali ritmiche jazz-rock, possiede una trascinante anima melodica che si esprime nei temi delle composizioni e nelle limpide linee vocali della cantante Jane Duboc. Originale la presenza di ben due chitarre classiche, che con le tastiere sorreggono il disco e si lanciano spesso in barocchismi di grande fascino. (M.Sgrignoli)

TURCHIA
Quella del rock anatolico è stata una corrente assorbita in maniera distorta dai pochi ascoltatori occidentali che si sono interessati al fenomeno, entrandoci in contatto attraverso una serie di ristampe in cui si mischiano sacro e profano, dando un'idea parziale e disinformata sulla realtà della musica turca anni Settanta. Gli artisti vicini alla psichedelia hanno così attecchito nell'underground occidentale, a discapito delle frange legate a pop e arabesque, passate sotto silenzio (laddove in patria ebbero una risonanza enorme). Precisato tutto ciò, bisogna ammettere che di prog non ce ne fu poi molto, benché i due dischi segnalati siano classici sempiterni. (F.Romagnoli)
 
Barış Manço - 2023 [1975]
Il primo album di inediti di Barış Manço arriva nel 1975, dopo tredici anni di 45 giri (con l'unica eccezione dell'antologia "Dünden Bügune", che nel '71 ne raccoglie una parte). Si intitola "2023", come l'anno in cui cadrà il centesimo anniversario della fondazione della Turchia moderna, all'epoca ancora lontano. È ritenuto fra i vertici del rock anatolico e ha il merito di connetterlo al prog occidentale (in contrasto ad altri grandi nomi dell'ambito, come Erkin Koray, che preferivano una psichedelia reiterativa e ipnotica). Sintetizzatori, chitarre funk e strumenti tradizionali si avvicendano in brani multiformi, di grande atmosfera. Seguirà un lungo periodo di successi, prima con il best seller "Sözüm Meclisten Dışarı", nel 1981, poi con una storica serie di documentari televisivi. (F.Romagnoli)

karacaCem Karaca & Edirdahan - Safinaz [1978]
Cantante turco di enorme popolarità, niente affatto minata dall'esilio in Germania a cui fu costretto dal 1980 al 1987, quando i suoi testi sovversivi gli costarono un mandato d'arresto. Testi di cui "Safinaz" è disseminato: solo nella title track troviamo ragazze che fuggono da padri violenti, bambini sottratti all'istruzione a causa della povertà, ma anche critiche a ciò che veniva insegnato nelle scuole locali. Il disco è formato da tre brani, che si spingono fino ai diciotto minuti di durata, mentre il collettivo rock Edirdahan trova l'equilibrio perfetto fra tradizione anatolica e prog con ritmiche funky. Inaspettata e straniante l'influenza della chanson francese: Karaca si accalora e cambia registro come il Jacques Brel dei tempi d'oro, sospinto da una vistosa sezione fiati. (F.Romagnoli)

ISRAELE

Israele è uno dei centri culturali del mondo. Punto di incrocio fra la civiltà occidentale e il Medio Oriente, svolge un ruolo che spiega molto bene il fervore intellettuale e il senso di contrasto che ribolle dentro i suoi confini, a dispetto di una popolazione tutto sommato esigua (quasi nove milioni di abitanti oggi, ma meno della metà durante l'era che interessa questa selezione). Si conti poi che gli israeliani provengono di fatto da ogni angolo del mondo, dalla Russia agli Stati Uniti, passando per Germania e Grecia: non viene allora difficile capire come mai nella loro musica si possono scovare la modernità europea, la tradizione araba, il folclore bizantino, e molto di più. Un crogiuolo che rese colorata e meritevole di grande interesse anche la loro scena prog. (F.Romagnoli)
 
כוורת (Kaveret) - סיפורי פוגי (Sipurei Poogy/Poogy Tales) [1973]
I Kaveret (“Alveare") furono la più celebre band israeliana degli anni Settanta. La formazione contava sette membri, alcuni dei quali divennero poi rinomati solisti (il cantante Gidi Gov, il bassista Alon Oleartchik) o eminenze grigie della scena locale (il tastierista Yoni Rechter). La mente del progetto era il chitarrista Danny Sanderson, autore di grosso del materiale. In questo album di debutto miscela pop progressivo, jazz, e folk ebraico, mantenendo un'atmosfera nostalgica e incantata, mutando spesso direzione, giocando di contrasti (cori delicati un attimo, vocine dal tono grottesco subito dopo). Si spazia dall’ibridazione con Canterbury di “Shir ha'makolet” all'afro-funk viscerale di “Yo ya”, passando per l’andamento bandistico di “Ha'magafaim shel Baruch”. 150 mila copie vendute. (F.Romagnoli)

no_names קצת אחרת (Ktzat Acheret) - קצת אחרת (Ktzat Acheret/No Names) [1974]
Gli Ktzat Acheret, noti anche come No Names, furono un effimero ma talentuoso supergruppo, ruotante intorno a stelle della scena locale quali Shlomo Gronich (pianista) e Shem-Tov Levi (flautista, produttore). Li completava il meno noto Shlomo Ydov (chitarre e basso). Tutti e tre cantanti, tutti e tre compositori, misero a segno dodici brani di breve durata, in equilibrio fra il serio e il faceto. Dall'ascolto emerge la preparazione classica e il gusto jazz dei musicisti, divisi fra sketch vocali esagitati, vagamente Gentle Giant, e lunghi tratti strumentali, che sembrano sposare le atmosfere di Canterbury con frammenti di musica tradizionale del Medio Oriente (sia ebraica, sia araba), pur senza mai coagularsi in vere e proprie canzoni. Levi avrebbe poi proseguito il discorso negli Sheshet. (F.Romagnoli)

תמוז (Tamouz) - סוף עונת התפוזים (Sof onat ha’tapuzim/The Orange Season Is Over) [1976]
Shalom Hanoch è la personificazione del rock israeliano: cinquant'anni di carriera, spesso sulla cresta dell'onda, a indicare la strada e a collaborare con i più importanti musicisti del paese (fra le altre cose, ha firmato quasi per intero i più celebrati album di Arik Einstein). In questo disco del 1976, l'unico a nome Tamouz (dal decimo mese del calendario ebraico), lo accompagna il debuttante Ariel Zilber, abile tastierista e in seguito apprezzato cantautore. È l’opera più vicina al prog per entrambi, a partire dall'iniziale "Ma she'yoter amok yoter kachol", splendido art rock funkeggiante per pianoforte elettrico, chitarra fusion, e coltri di string synth. A diversi brani multiformi se ne oppongono una manciata nel segno di un cantautorato più classico, con tendenze folk e blues. (F.Romagnoli)

sheshetששת (Sheshet) - ששת (Sheshet) [1977]
Shem-Tov Levi fonda nel ’77 i Sheshet (ששת, probabilmente un gioco di parole tra “sestetto” e “hai gioito”), raffinando in qualità di compositore unico la formula jazz-rock già lanciata coi Ktzat Acheret. I brani sposano estro e compostezza tipici del third stream con temi melodici provenienti dalla tradizione ebraica, concedendosi però anche escursioni soft rock (“Autumn Nights”) e riuscite divagazioni sudamericane (“All-Thumbs Samba”). Aggraziate ed efficaci le parti vocali, in cui riveste un ruolo di primo piano la cantante Yehudit Ravitz, che svilupperà in seguito una fortunata carriera solistica in ambito pop. Il 1977 è anche l’anno dello scioglimento della band, che fa però a tempo a dare alle stampe la colonna sonora del film “The Stretcher March”, sempre su musiche di Levi. (M.Sgrignoli)

INDONESIA

Suharto sale al potere nel settembre del '65, con un colpo di stato che mira a spazzare via dal paese il crescente consenso per i comunisti. Trattandosi di un regime con oltre un milione di vittime sulle spalle, verrebbe da pensare a una forte repressione della musica rock locale. Suharto invece occidentalizza l'Indonesia, importando la cultura angloamericana e innalzando il tenore di vita della popolazione. A partire dal garage/beat dei Koes Plus il rock prolifera, e nonostante inizialmente canti più che altro di amore, costumi e paesaggi poetici, dagli anni Ottanta diventa strumento di dissenso, in particolare col celebre cantautore Iwan Fals. Il prog si piazza temporalmente in mezzo ai due succitati giganti della cultura locale, e ottiene a sua volta un notevole peso, sia come scena, che abbiamo cercato di rappresentare mediante i suoi nomi più importanti, sia come influenza strisciante sul resto dell'ambiente (si può rintracciarne più di un'ombra nei dischi di artisti pop come Fariz Rm e Transs). (F.Romagnoli)
 
Harry Roesli - Titik api [1976]
Il cantante e polistrumentista Harry Roesli (trascritto anche Rusli) è stato per decenni un personaggio ben noto nella scena indonesiana, in particolare dietro le quinte, avendo composto numerose colonne sonore per il teatro e la televisione. Questo suo secondo album è un oggetto di rara bizzarria: ora rock psichedelico dove chitarre effettate si incastrano col suono tipico delle percussioni gamelan (in scaletta tre riletture di brani tradizionali giavanesi), ora suadente funk con sintetizzatori da cocktail lounge. Ogni tanto un coro o un'armonica a bocca. Talvolta tutti gli ingredienti sovrapposti. Non si sa bene quanto ciò possa rientrare nel prog, ma del resto sarebbe un'impresa farlo rientrare in qualunque altra categoria. Un'opera folle eppure, una volta tanto, estremamente godibile. (F.Romagnoli)

giant_stepGiant Step - Giant On The Move [1976]
Il cantante e chitarrista Benny Soebardja è una sorta di icona del sottobosco musicale indonesiano, ammirato in particolare per la sua risolutezza nell'evitare qualunque compromesso commerciale. Ha sempre cantato in inglese, preferendolo alla propria lingua, e registrato i dischi con tecnologie limitate, almeno fino a tutti gli anni Settanta. Questo secondo album dei Giant Step, il suo gruppo più duraturo, sopperisce a una qualità di registrazione zoppicante con un'eccelsa performance strumentale, alternando sonorità heavy psych, sature e violente, a parentesi di rock progressivo pastorale. Nonostante le scorribande e gli assoli, l'impressione è di un lavoro composto con cura e pazienza, denso di melodie da ricordare, variegato nelle atmosfere. La band si sarebbe sciolta nel 1992. (F.Romagnoli)

Guruh Gipsy - Guruh Gipsy [1977]
Spesso presentati sommariamente "gli Emerson Lake & Palmer indonesiani", i Guruh Gipsy sono in realtà una creatura assai diversa. Più che di un gruppo vero e proprio si tratta di un progetto one-shot, che coinvolge il pianista e compositore Guruh Sukarnoputra (figlio del primo presidente indonesiano Sukarno) e la band Gipsy, che da anni combinava folklore balinese e musica occidentale. L'unico, ambiziosissimo disco della formazione affianca vigorosi temi neoromantici di pianoforte e tastiere (soprattutto Hammond e Moog: da qui l'analogia con gli ELP) a cori tradizionali giavanesi e metallofoni tipici della musica gamelan (che vede nel "battimento" di note leggermente stonate una manifestazione del divino). Comprensibilmente, molti ritengono l'album il vertice del rock indonesiano tutto. (M.Sgrignoli)

yockie_chrisyeYockie Suryoprayogo & Chrisye - Jurang pemisah [1977]
Nello stesso anno in cui diedero un decisivo contributo alla colonna sonora dello storico film “Badai pasti berlalu” (per la regia di Teguh Karya), il polistrumentista Yockie Suryoprayogo e il cantante-bassista Christian Rahadi, noto ai più come Chrisye, registrarono un album di minore impatto culturale, ma la cui presenza è forse più appropriata in un articolo sul rock progressivo. In "Jurang pemisah" nove composizioni aggraziate e ben registrate, con grande dispiego di sintetizzatori polifonici, mettono in mostra una sensibilità melodica in cui riecheggiano i Genesis post-Peter Gabriel. Fra i momenti migliori la cavalcata barocca della title track e il gioioso art pop futuristico "Mesin kota". Chrisye avrebbe poi chiuso il '77 in gloria, partecipando all'unico album dei Guruh Gipsy. (F.Romagnoli)

FILIPPINE

Nonostante la legge marziale imposta da Fernandos Marcos, gli anni Settanta vengono in retrospettiva considerati un'epoca d'oro per la musica filippina. Indubbiamente, la scena vantava una certa varietà, spaziando dal folk barocco di Freddie Aguilar all'hard rock della Juan de la Cruz Band, fino al più commerciale Manila sound, sorta di versione locale del soft rock che alternava tagalog e inglese. Non trovò invece spazio il rock progressivo, se non nel debutto degli Anak Bayan, comunque non del tutto immerso del genere. (F.Romagnoli)
 
anak_bayanAnak Bayan - Anak Bayan [1973/1977]
L'unico album degli Anak Bayan, capitanati dal cantante e batterista Edmond Fortuno, esce nel 1977, a quattro anni di distanza dalla registrazione, con la band forse già sciolta (praticamente nulle le informazioni al riguardo). Difficile da classificare, ma molto meno da ascoltare grazie alle sue melodie a presa rapida, il disco alterna brani piuttosto diversi tra loro, spaziando dalla ballata folk sognante "Habang Buhay" al blues rock esotico di "Tayo'y Magsayaw", dal rock progressivo di "Bangungot", dominato dal flauto, ai violenti singulti ritmici del rock fiatistico "Ang Probinsiyana" (come dei Blood Sweat & Tears iniettati di fuzz). Non tutto rientra nel prog, ma è musica mutagena e originale. Pur di scarso successo, la band è considerata seminale per l'underground rock filippino. (F.Romagnoli)

GIAPPONE
La fortissima occidentalizzazione che caratterizza il Giappone a partire dal dopoguerra comporta l’instaurarsi di una cultura ibrida e per molti versi aliena, che combina l’orgoglio per i propri costumi alla spasmodica volontà di assorbire ogni tendenza proveniente dai paesi anglosassoni. Naturale che questo approccio si applichi anche alle tante correnti del rock, che gli artisti nipponici fagocitano e reintepretano su coordinate spesso estremamente originali.
I primi fuochi progressivi si associano alla variopinta scena tardo-psichedelica, celebrata da Julian Cope in “Japrocksampler”. Se l’acid rock di artisti come Food Brain e Hiro Yanigada presenta sprazzi di lucidità solo occasionali (a stento si può parlare di proto-prog), una maggiore vicinanza al genere può essere notata nelle fenomenali suite heavy psych della Flower Travellin’ Band, antesignane di stoner e doom. È però con J.A. Ceasar e Far Out che le suggestioni post-psichedeliche condensano in forme a tutti gli effetti progressive. Negli stessi anni, il Giappone ospita una scena jazz policroma, il cui percorso risulta talvolta tangente al prog rock. Particolarmente attivo in campo avanguardistico è il percussionista, tastierista e compositore Stomu Yamash’ta, mentre su lidi assai più smooth (ma non del tutto aderenti a questa selezione) meritano una menzione gli sfavillanti Casiopea. A ridosso degli anni Ottanta, l’eredità fusion si combinerà all’influenza dei classici britannici nello stile immediatamente riconoscibile di Ain Soph e Kenso, capace di unire leggiadria e ipercinetismo. (M.Sgrignoli)
 
ja_caesarJ.A.シーザー (J.A. Ceasar) - 国境巡礼歌 (Kokkyou junreika) [1973]
Takaaki Terahara, noto ai più col nome d'arte J.A. Ceasar, è uno dei nomi di culto dell'intellighenzia rock giapponese. Ha agito sempre dietro le quinte, fra le altre cose come compositore per la troupe teatrale Tenjou Sajiki e per il celebre anime "La rivoluzione di Utena". Questo album, registrato in presa diretta nel maggio del 1973, raccoglie i momenti salienti di una rappresentazione diretta da Shuji Terayama, in origine lunga più di cinque ore. Scremati in un singolo Lp, formano una sorta di vademecum dell'arte di Terahara: sul primo lato un hard rock sghembo e misterioso, con narrazioni teatrali e cori operistici lontani cugini del movimento zeuhl; sul secondo lunghi brani in forma libera, fra folk e musica cosmica, con il lugubre organo elettrico del leader a farla da padrone. (F.Romagnoli)

Far Out - 日本人 (Nihonjin) [1973]
Personaggio sopra le righe quello di Fumio Miyashita, da Nagano. Da bravo hippy, ebbe un ruolo nella versione giapponese del musical "Hair", diventando poi musicista rock di culto, grande viaggiatore, guru new age, e autore di musica curativa. Pare abbia anche sostenuto la teoria della Terra cava. Nel 1973, grazie a un contratto per una sottoetichetta della Columbia, pubblica un album con la sua prima band, i Far Out. "Nihonjin" ("Giapponese") contiene due lunghi brani, invero cantati per la maggior parte in un incerto inglese. Sono tuttavia due momenti storici per il rock esoterico dei Settanta, con riff e accordi catatonici che si protraggono insistenti, in canzoni dove sembra svanire il confine fra ballata e jam. Dominano gli intrecci chitarristici, ma non mancano sitar, Hammond e Moog. (F.Romagnoli)

Stomu Yamash'ta's East Wind - Freedom Is Frightening [1973]
Due le ragioni per cui il percussionista Stomu Yamash’ta, nato a Kyoto nel 1947, è una leggenda per i cultori del jazz-rock: l’esplosivo virtuosismo, che già nel 1969 suscitò l’entusiasmo del Time, e la capacità di circondarsi di musicisti di calibro paragonabile al suo. Nella formazione degli East Wind comparivano niente meno che Hugh Hopper dei Soft Machine e Gary Boyle dei Brian Auger & The Trinity (i due musicisti poi si sarebbero messi in società fondando i canterburiani Isotope). Maestose e incendiarie, le quattro tracce di “Freedom Is Frightening” sono quanto di più “a briglia sciolta” il jazz-rock di quegli anni abbia prodotto. Tra gli altri lavori di Yamash’ta, significativi anche “Floating Music” e gli album dei Go (con Klaus Schulze, Al Di Meola e Steve Winwood!). (M.Sgrignoli)
 
yonin_bayashi四人囃子 (Yonin-Bayashi) - 一触即発 (Isshoku-sokuhatsu) [1974]
Secondo i giornalisti giapponesi, questo secondo album degli Yonin-Bayashi ("Quattro persone"), rappresenta il vertice del rock progressivo locale. Non che i motivi della sua mitologia siano così difficili da comprendere: "Isshoku-sokuhatsu" ("Situazione pericolosa") è composto da quattro brani in cui le atmosfere del prog più fiabesco (vicino a "Mirage" dei Camel, che usciva fra l'altro in contemporanea) si mescolano alle architetture jazz-rock più levigate, andando dalla ballata epica ("Sora to kumo") allo strumentale con atmosfera esotica ("Ping-pong dama no nageki"). Risultano pregni di classe persino i tratti hard rock, come la torrenziale title track, in una formula che sembra non voler cedere in alcun modo ai facili stilemi del rock stradaiolo. Il disco uscì per la Toho Records. (F.Romagnoli)

Magical Power Mako - Jump [1977]
La storia di Makoto Kurita, in arte Magical Power Mako, è stata raccontata da Julian Cope in "Japrocksampler", a cui rimandiamo per i cenni biografici. In questa sede ci si limiterà a puntare il riflettore sul suo terzo album, "Jump", spesso sottovalutato dai fan dei primi due per via di una struttura più inquadrata e di un contenuto più armonioso. Non che manchino i momenti sperimentali (si pensi ai rumori in forma libera di "Elephant’s Jungle" o alle sfiancanti percussioni di "The Story Of Our Master"), ma quelli più brillanti – come la title track – sono all'insegna di un prog marziale, con sezione ritmica influenzata dal movimento zeuhl, voci teatrali, tastiere bislacche che spaziano dal sintetizzatore lounge al clavicembalo, e chitarre sature al confine fra hard rock e psichedelia. (F.Romagnoli)

Ain Soph - A Story Of Mysterious Forest [1980]
Intricati, ipercinetici, del tutto ciechi alla categoria di kitsch: gli Ain Soph sono la quintessenza del tardo progressive giapponese. Il loro stile, organico ed eclettico al tempo stesso, sintetizza la grandeur del progressive sinfonico con la concitazione del jazz-rock più arroventato e la sgargiante levigatezza della fusion. Nei brani svettano tanto il basso rotondo e gommoso di Masahiro Torigaki quanto il drumming virtuosistico di Hiroshi Natori, ma a saturare il sound del disco sono soprattutto i torrenziali assoli elettrici di Yozox Yamamoto e il tripudio di tastiere di Masey Hattori. L’arsenale a disposizione di quest’ultimo, pur non rinunciando ai classici della prima era prog, si avvale di moderni synth Korg e Roland che velano le atmosfere di una patina ineditamente ottantiana. (M.Sgrignoli)
 
美狂乱 (Bi Kyo Ran) - 美狂乱 (Bi kyo ran) [1982]
Impossibile non chiamare in causa i King Crimson per inquadrare il primo disco dei Bi Kyo Ran, band capitanata dal chitarrista, cantante e compositore Kunio Suma e da questo guidata attraverso numerosi cambi di formazione a partire dalla fondazione nel 1974. Originari della prefettura di Shizuoka, i Bi Kyo Ran muovono i primi passi proprio come tribute band del Re Cremisi. Terminato il decennio e stravolta la line-up almeno quattro volte, la loro formula si è però stabilizzata su un taglientissimo hard prog che sembra raccogliere la lezione di “Larks’ Tongues” e “Red” proprio dove Fripp e soci l’hanno lasciata, aggiornando il sound agli anni Ottanta ed enfatizzandone i rivoluzionari tratti proto-math. Meritevole anche l’album successivo, “Parallax”. (M.Sgrignoli)

kenso_iiKenso - Kenso II [1982]
Nati nel 1974 come cover band dei Led Zeppelin, i Kenso maturano negli anni un riconoscibilissimo ibrido tra jazz-rock e approccio sinfonico e — ancora in attività — sono oggi il simbolo stesso del progressive made in Japan. La formazione esordisce su disco nell’81, ma è coll’anno successivo che fa centro: ormai maestri dell’interplay, i cinque musicisti spingono basso, chitarra, batteria, flauto e tastiere su traiettorie che fanno incontrare la dirompente carica ritmica con un’eccezionale qualità melodica. Le atmosfere del disco, sempre eclettiche ed evocative, vedono futurismo ed echi di Estremo Oriente combinarsi a suggestioni new age non lontane da quello che sarà lo stile dei connazionali Asturias. Tra gli album successivi, eccezionali anche “Kenso III” e “Yume no oka”. (M.Sgrignoli)

難波弘之 (Hiroyuki Namba) - 飛行船の上のシンセサイザー弾き (Hikousen no ue no Synthesizer hiki) [1982]
Apprezzato tastierista originario di Tokyo, Hiroyuki Namba è attivo come session man da almeno una decade quando, nel 1979, dà vita al progetto Sense of Wonder, con il quale dà sfogo alla sua passione per la fantascienza e il progressive rock. Dello stesso album è la prima incisione al fianco di Tasturo Yamashita, peso massimo del city pop che si avvarrà della collaborazione del musicista per diversi dei suoi dischi fondamentali. Yamashita si sdebiterà producendo il terzo lavoro solista di Namba, il cui titolo significa “Sintetizzatore che suona su un dirigibile”. Sciorinando una vastissima messe di dispositivi elettronici, Namba e Yamashita coniano un suono sintetico tanto barocco quanto cool, che unisce futurismo geek, riferimenti classici e irresistibile orecchiabilità. (M.Sgrignoli)
Playlist

L'altro prog in 151 dischi

SVEZIA

Bo Hansson - Sagan om ringen [1970]
Kebnekaise - Kebnekaise [1973]
Kvartetten Som Sprängde - Kvattals [1973]
Ibis - Ibis [1974]
Samla Mammas Manna - Klossa knapitatet [1974]
Trettioåriga Kriget - Krissgång [1975]
Kaipa - Inget nytt under solen [1976]
Ragnarök - Ragnarök [1976]
Andreas Aarflot - Det rivna pianot [1977]
Kultivator - Bardomens Stigar [1981]
Myrbein - Myrornas Krig [1981]

NORVEGIA

Junipher Greene - Friendship [1971]
Høst - På sterke vinger [1974]
Ruphus - Let Your Light Shine [1976]
Vanessa - Black and White [1976]

DANIMARCA

Burnin’ Red Ivanhoe - W.W.W. [1971]
Secret Oyster - Astarte [1975]
Coma - Financial Tycoon [1977]

ISLANDA

Trúbrot - ....Lifun [1971]
Hinn íslenski þursaflokkur - Hinn íslenski þursaflokkur [1978]


FINLANDIA

Jukka Tolonen - Tolonen! [1971]
Haikara - Haikara [1972]
Pekka Pohjola - Harakka Bialoipokku [1974]
Finnforest - Finnforest [1975]
Wigwam - Nuclear Nightclub [1975]
Ilpo Saastamoinen - Joutsenen Juju [1976]

PAESI BASSI

Earth And Fire - Song Of The Marching Children [1971]
Focus - Focus 3 [1972]
Supersister - Iskander [1973]
Finch - Glory Of The Inner Force [1975]

BELGIO

Mad Curry - Mad Curry [1970]
Koen De Bruyne - Here Comes The Crazy Man! [1974]
Cos - Viva Boma [1976]
Marc Hollander & Aksak Maboul - Onze danses pour combattre la migraine [1977]
Univers Zéro - Hérésie [1979]
Present - Triskaidékaphobie [1980]
Pazop - Psychillis Of A Lunatic Genius [1972-73/1996]

FRANCIA

Magma - Magma (Kobaïa) [1970]
Moving Gelatine Plates - The World of Genius Hans [1972]
Ange - Au-delà du délire [1974]
Atoll - L'araignée-mal [1975]
Clearlight - Clearlight Symphony [1975]
Art Zoyd - Symphonie pour le jour où brûleront les cités [1976]
Etron Fou Leloublan - Batelages [1977]
Rahmann - Rahmann [1977]
Arachnoïd - Arachnoïd [1979]
Saga de Ragnar Lodbrock - Saga de Ragnar Lodbrock [1979]
Vortex - Les Cycles de Thanatos [1979]
Dün - Eros [1981]
Eskaton - 4 visions [1981]

CANADA (Québec)

Octobre - Les Nouvelles Terres [1974]
Harmonium - Les cinq saisons [1975]
Pollen - Pollen [1975]
Sloche - J’un oeil [1975]
Maneige - Ni Vent… Ni nouvelle [1977]

SVIZZERA

Circus - Movin’ On [1977]
Island - Pictures [1977]
Débile Menthol - Emile au jardin patrologique [1981]

AUSTRIA

Hermann Szobel - Szobel [1976]
Eela Craig - Hats Of Glass [1977]

GERMANIA OVEST

Triumvirat - Illusions On A Double Dimple [1973]
Aera - Hand und Fuß [1976]
Novalis - Sommerabend [1976]
Schicke, Führs, Fröhling - Symphonic Pictures [1976]
Eloy - Ocean [1977]
Neuschwanstein - Battlement [1978]
Zyma - Thoughts [1978]
Anyone’s Daughter - Adonis [1979]

GERMANIA EST

City - Am Fenster (City) [1978]
Stern Meissen - Reise zum Mittelpunkt des Menschen [1981]

CECOSLOVACCHIA 

Repubblica ceca
Flamengo - Kuře v hodinkách [1972]
Modrý Efekt & Radim Hladík - Modrý Efekt & Radim Hladík (A Benefit Of Radim Hladík) [1974]
Plastic People Of The Universe - Egon Bondy's Happy Hearts Club Banned [1974/1978]
Petr Novák - Kráska a zvíře [1975]
Progres 2 - Dialog s vesmírem [1980]

Slovacchia
Collegium Musicum - Konvergencie [1971]
Fermáta - Huascaran [1978]
Dežo Ursiny - Pevnina detstva [1978]

POLONIA

Dżamble - Wołanie o słońce nad światem [1971]
Marek Grechuta & Anawa - Korowód [1971]
Klan - Mrowisko [1971]
Skaldowie - Krywań, Krywań [1973]
Tadeusz Woźniak - Tadeusz Woźniak (Odcień ciszy) [1974]
Niemen Aerolit - Niemen Aerolit [1975]
Budka Suflera - Cień wielkiej góry [1975]
SBB - SBB (Wołanie o brzęk szkła) [1978]
Exodus - The Most Beautiful Day [1980]

UNGHERIA

Locomotiv Gt - Locomotiv Gt [1971]
Omega - Omega 6: Nem tudom a neved [1975]
Piramis - Piramis [1977]
East - Hűség [1982]


ROMANIA

Phoenix - Cei ce ne-au dat nume [1972]
Sfinx - Zalmoxe [1978]

JUGOSLAVIA

Slovenia

Buldožer - Zabranjeno plakatirati [1977]
Begnagrad - Begnagrad [1982]

Croazia

Time - Time [1972]

Bosnia-Erzegovina

Indexi - Indeksi [1972]

Serbia

Korni Grupa - Korni grupa [1972]
S Vremena na Vreme - S vremena na vreme [1975]
Smak - Crna dama [1977]
Igra Staklenih Perli - Igra staklenih perli [1979]

Macedonia

Leb i Sol - Leb i Sol [1978]

GRECIA

Aphrodite’s Child - 666 [1972]
Διονύσης Σαββόπουλος (Dionysis Savvopoulos) - Βρώμικο ψωμί (Vromiko psomi) [1972]
Κώστας Τουρνάς (Kostas Tournas) - Απέραντα χωράφια (Aperanta chorafia) [1972]
Ακρίτας (Akritas) - Ακρίτας (Akritas) [1973]

SPAGNA

Canarios - Ciclos [1974]
Companyia Elèctrica Dharma - Diumenge [1975]
Fusioon - Minorisa [1975]
Triana - El patio [1975]
Miguel Ríos - Al-Andalus [1977]
Veneno - Veneno [1977]
Gòtic - Escenes [1978]
Música Urbana - Iberia [1978]
Ñu - Cuentos de ayer y de hoy [1978]
Medina Azahara - Medina Azahara [1979]
Mezquita - Recuerdos de mi tierra [1979]

ARGENTINA

Crucis - Los delirios del Mariscal [1976]
Invisible - El jardín de los presentes [1976]
Arco Iris - Los elementales [1977]
Bubu - Anabelas [1978]
M.I.A. - Cornonstípicum [1978]
Serú Girán - Grasa de las capitales [1979]
Pablo el Enterrador - Pablo el enterrador [1983]

CILE

Congreso - Congreso [1977]
Jaivas - Alturas de Machu Picchu [1981]

PERÙ

Frágil - Avenida Larco [1981]

PORTOGALLO

Quarteto 1111 - Onde, quando, como, porquê cantamos pessoas vivas [1975]
Petrus Castrus - Ascenção e queda [1978]

BRASILE

Lula Côrtes & Zé Ramalho - Paêbirú [1975]
Bacamarte - Depois do fim [1983]

TURCHIA

Barış Manço - 2023 [1975]
Cem Karaca & Edirdahan - Safinaz [1978]

ISRAELE

כוורת (Kaveret) - סיפורי פוגי (Sipurei Poogy/Poogy Tales) [1973]
קצת אחרת (Ktzat Acheret) - קצת אחרת (Ktzat Acheret/No Names) [1974]
תמוז (Tamouz) - סוף עונת התפוזים (Sof onat ha’tapuzim/The Orange Season Is Over) [1976]
ששת (Sheshet) - ששת (Sheshet) [1977]

INDONESIA

Harry Roesli - Titik api [1976]
Giant Step - Giant On The Move [1976]
Guruh Gipsy - Guruh Gipsy [1977]
Yockie Suryoprayogo & Chrisye - Jurang pemisah [1977]

FILIPPINE

Anak Bayan - Anak Bayan [1973/1977]

GIAPPONE

J.A.シーザー (J.A. Ceasar) - 国境巡礼歌 (Kokkyou junreika) [1973]
Far Out - 日本人 (Nihonjin) [1973]
Stomu Yamash'ta's East Wind - Freedom Is Frightening [1973]
四人囃子 (Yonin-Bayashi) - 一触即発 (Isshoku-sokuhatsu) [1974]
Magical Power Mako - Jump [1977]
Ain Soph - A Story Of Mysterious Forest [1980]
美狂乱 (Bi Kyo Ran) - 美狂乱 (Bi kyo ran) [1982]
Kenso - Kenso II [1982]
難波弘之 (Hiroyuki Namba) - 飛行船の上のシンセサイザー弾き (Hikousen no ue no Synthesizer hiki) [1982]

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