Radio Waves

John Vignola

La musica raccontata

di Claudio Fabretti

Con John Vignola da Spotorno (Savona), giornalista, critico musicale e conduttore radiofonico, riprendiamo il filo delle nostre Radio Waves. Approfondendo, in particolare, il taglio che John ha sempre apportato alle sue trasmissioni, quello delle monografie e dello "storytelling", come mezzo di espressione e di racconto musicale. Un approccio mantenuto con garbo e competenza in tanti anni di carriera, dall’esordio su Rai Radio 3 negli anni 90 ai programmi per gli altri due canali (Il cammello di Radio 2, RaiStereoNotte e Ritratti), dall'incursione mattutina su Rai Radio 2 con Twilight al ritorno alla prima rete con Radio1 Music Club, attualmente in onda tutti i giorni.

John, che cos'è per te la radio e come ti sei avvicinato a questo mezzo di informazione?
Ho esordito a Rai Radio 3 negli anni 90 e da allora sono rimasto sempre legato alla radio. Per me è una forma di comunicazione virtuosa, perché ti permette di esprimerti senza grandi mediazioni e perché, in un momento come questo, credo che sia molto più libera di altri media. Ti dà la possibilità di esprimerti attraverso la musica che scegli e le storie che racconti, di tracciare un percorso, sempre con grande libertà di movimento.

E in più libera anche la mente, come sosteneva Finardi…
Sì, libera veramente, citando sempre Finardi. Poi, è chiaro che – come in ogni ramo dell’informazione - nessuno di noi è completamente libero o tutti lo siamo in forme diverse, però amo molto questa opportunità di esprimermi che mi offre.

Tra le varie tappe del tuo percorso c’è stata l’avventura di RaiStereoNotte, una trasmissione cruciale, direi, per l’intera informazione musicale radiofonica.
Devo dire la verità, a me tutto è successo un po’ per caso e un po’ per vocazione. Mi sono trovato a fare programmi e raccontare storie in maniera sempre più intrecciata. A StereoNotte avevo queste cinque-sei ore di diretta in cui mettevo musica con un filo logico e poi sono andato avanti così, facendomi le ossa. Sicuramente sentivamo che era un programma molto seguito e importante.

Poi c’è stato Twilight su Rai Radio 2 e ora sei tornato alla prima rete con la trasmissione serale Radio1 Music Club. Ci puoi aggiornare sui tuoi appuntamenti attuali, anche a beneficio dei nostri lettori?
Music Club era una cosa che facevo già anni prima, poi ci sono ritornato da un paio d’anni. Siamo stati in onda anche la sera e abbiamo fatto molte maratone. Ora vado in onda tutti i giorni dalle 10 alle 10.30 e la domenica dalle 9.30 alle 10. E più o meno faccio quello che credo di saper fare meglio, cioè prendere la musica come una specie di trampolino di lancio per le storie. Siamo legati in qualche modo a Musicultura e facciamo una trasmissione di attualità e di monografie.

A me piace delle tue trasmissioni proprio questa attitudine alle “monografie” degli artisti, un approccio che, nel mio piccolo, cerco di riprodurre nelle mie trasmissioni su Radio Città Aperta, oltre che su OndaRock. Ma quindi si può ancora fare questo tipo di radio anche oggi, nell’era delle playlist, di Spotify e della frammentazione musicale?
La forza di questo programma, che ha un buon riscontro anche di ascolti, sta proprio nel ricordarci che la musica senza sottotrama, senza sottotesto, senza apparato critico, non serve, non arriva, diventa superficiale. La musica ha bisogno di una storia, ha bisogno di raccontarsi e io credo che la peculiarità di questo formato – e anche in generale di un tipo di radio che sta tornando negli ultimi tempi – sia la capacità di venire incontro alla voglia degli ascoltatori di uno storytelling (brutta parola che però spiega bene il concetto). Io sono un umile servitore di questa esigenza, che resta inevitabile per un mezzo come la radio, soprattutto nel servizio pubblico. Insomma, le mode passano, le storie rimangono.

Oggi nell’era digitale cosa è cambiato, secondo te, per chi fa radio? L’impressione è che ci sia ancora tanta omologazione, almeno nei network più seguiti: il singolo imposto dalle case discografiche, le scalette stereotipate e massificate…
Credo che del tutto non scalfiremo mai questa impostazione, perché per un certo tipo di musica rimane una filiera industriale. Paradossalmente la perdita di peso monetario ed economico della musica pop-rock rispetto a qualche anno fa ci ha anche liberato di più da queste filiere. Finché c’è un movimento di denaro molto imponente, è difficile sottrarsi a certe logiche – il nuovo singolo, la hit etc. etc. L’importante è che ognuno abbia i propri spazi e che ci sia anche la possibilità di scegliere: evitare l’omologazione si può fare, ma ci sono anche programmi dichiaratamente commerciali e vanno benissimo anche quelli. Io sono per le competenze e gli ambiti: a ognuno il suo.

Le web-radio possono realmente contribuire ad allargare l’offerta di informazione musicale?
Le web radio sono una realtà sana, che funziona senz’altro e contribuisce a creare più libertà. Allo stesso tempo mi pare che nell’atomizzazione assoluta delle web radio ciò che manca sia un vero decollo in termini di ascolti e di risultati economici. Siamo ancora abituati a sentire la radio in macchina o la mattina quando ci facciamo il caffè. Siamo ancora settati sulla radio in frequenza, come apparecchio, come strumento di ricezione. Le web radio, così come l’informazione sulla Rete, non riescono ancora a fare il sorpasso rispetto alle testate tradizionali. Io ad esempio ho partecipato all’avventura di Kataweb, all’epoca si pensava a un orizzonte sul web che non era forse plausibile. La crisi dei giornali, anche musicali, è evidente, così come quella delle radio tradizionali in Fm, ma non mi pare che il web sia riuscito a creare delle alternative così solide.

A parte OndaRock ovviamente… (ridiamo)
Eh sì, certo! Ma, per fare un esempio, anche Pitchfork, che era forse la realtà più grande in quell’ambito, è finita nelle mani di una multinazionale. Insomma, mi pare che ci sia ancora tanta strada da fare per l’informazione online, per renderla un settore produttivo importante.

Tornando alle web radio, può essere solo un problema di tecnologia? Magari quando si potranno ascoltare facilmente in auto cambierà tutto?
Mah, non lo so. Per i programmi che faccio io la rivoluzione della tecnologia, anche per quanto riguarda l’accesso alle fonti, è stata enormemente rilevante. È stato tutto molto veloce. Ricordo ancora quando ho dattilografato l’ultimo pezzo, e dopo un mese era già tutto su internet. Quando una cosa funziona davvero va veloce, questa difficoltà nell’avvicendamento delle radio in Fm con le web radio, invece, mi lascia sospettoso.

Forse è anche venuto meno il ruolo cruciale che le radio musicali avevano nell’informare. Per molto tempo, sia le radio libere, sia la stessa Rai, sono state quasi le fonti primarie per chi era avido di dritte musicali. Nel tuo caso, ci sono emittenti che hanno contribuito alla tua formazione?
Io sono del Nord e la Liguria era molto deprimente da questo punto di vista. Quindi mi sono formato su una radio che era molto diversa all’epoca rispetto a com’è oggi, che si chiama Radio Flash, un circuito di Radio Popolare. Però devo dire che alla fine io sono uno che ha consumato dischi voracemente grazie soprattutto al passaparola degli amici. Una formazione molto autarchica e spesso anche fuori tempo. Ad esempio, negli anni 80 la musica che veniva programmata in radio non era esattamente la mia. Devo dire comunque che per me sono state essenziali anche trasmissioni di Radio Rai come quelle di Bruno Gambarotta o di Max Prestia, uno che passava i The 13th Floor Elevators che pensavo di conoscere solo io! Non lo dico per piaggeria, ma sono molto affezionato al servizio pubblico.

Quindi parlare ai microfoni di Radio Rai è stata un po’ una chiusura del cerchio?
Sì, sono molto riconoscente verso la Rai, perché sono riuscito a fare proprio quello che sognavo da ragazzo. Ora può succedermi qualsiasi cosa, ma è una soddisfazione che nessuno mi potrà mai togliere. Sì, è la chiusura di un cerchio: la radio – intesa come comunicazione a 360 gradi – è un valore che si sta riscoprendo e alla fine ti rimane.

Ci puoi raccontare qualche esperienza particolare che ti è capitata in diretta, qualche retroscena curioso con gli ascoltatori?
Gli ascoltatori sono il sale del programma e qualche volta ci siamo anche divertiti a scherzare con loro. Cinque-sei anni fa ho fatto un pesce d’aprile, sostenendo che fosse l’ultima puntata e si è scatenato il panico. Un’altra volta con mio amico abbiamo finto il ritrovamento di un disco rarissimo di Bob Dylan, poco prima che uscissero i “Bootleg Series”, tutti hanno abboccato e si è scatenata una bagarre massmediatica. Poi non sono mancati altri casi curiosi, come un’intervista a Paul McCartney che cercava di parlare in italiano… Ma ne capitano tante in diretta. Una volta, ad esempio, un ascoltatore era convinto che io fossi un suo vecchio compagno di liceo dell’Oklahoma che aveva ritrovato dopo tanto tempo, ma io non sono neanche mai stato in Oklahoma! È un po’ come la vita... io poi non ho copione, vado a braccio, e ne possono succedere di tutti i colori, comprese situazioni disastrose.

Tra le tante altre cose che hai fatto, c’è anche un libro su Lucio Dalla, che hai scritto insieme a Diego Carmignani. Ci puoi rivelare quali sono le canzoni di Dalla a cui sei più affezionato, quelle che vorresti passare sempre in radio?
Posso dirti due dischi, in particolare: “Com’è profondo il mare”, che è proprio il mio album-faro, e poi il “Q-disc”, al quale sono molto affezionato.

Ultima domanda di rito: ci sono dieci brani che passeresti sempre in una tua scaletta?
In realtà mi piacerebbe riuscire a non passare mai la stessa canzone, quindi più che dieci brani fissi, ti potrei dire dieci artisti che vorrei sempre nelle mie scalette. In ogni mio programma vorrei passare almeno una canzone dei Love, dei Beatles, dei Beach Boys, di Pierangelo Bertoli, dei Grateful Dead, di Lucio Battisti, di John Phillips di Mamas & Papas, di Miles Davis, di Louis Armstrong e poi sicuramente un brano da “La voce del padrone” di Franco Battiato.



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