Radio Waves

Roberto Brandolini

Lo strano caso dell'Aradio Cittą Uno

di Claudio Fabretti

Roma Nord è ormai diventata un agglomerato di temibili cliché: i fighetti figli di papà, le signore bene plasticate, i lucchetti amorosi a Ponte Milvio e, in generale, una crassa ostentazione di benessere. Chi l’ha vissuta negli anni 80 però - quando le minicar ancora non esistevano e Moccia era solo l’assistente alla regia di “Attila flagello di Dio” - non può dimenticare un progetto radiofonico profondamente radicato in uno di quei quartieri (Fleming-Vigna Clara). Una radio diversa dalle altre. Un’aradio. Diversa perché più libera, spregiudicata, goliardica. Eppure sempre raffinatissima nelle scelte musicali. Un rifugio sicuro per chi - come il sottoscritto - stava sviluppando una pericolosa dipendenza da pop britannico e new wave. Con tanto di spazio ad hoc per le richieste (Il Discolaccio), spot dissacranti e tanti speaker destinati a divenire protagonisti della radiofonia nazionale negli anni a venire.
Ideatore e direttore di quell’esperimento era Roberto Brandolini, che ha poi proseguito la sua attività tra progetti innovativi – la geniale DeeGay Radio, attualmente una delle principali emittenti Lgbt europee – il lavoro in Rai e l’esperienza di imprenditore nel campo della radiofonia su internet. L’abbiamo raggiunto per rievocare i tempi eroici dell’Aradio e per fare il punto sull’evoluzione della radiofonia in Italia negli ultimi anni. Scoprendo che chi era avanti allora continua a guardare al futuro anche oggi, seppur con un pizzico di nostalgia.

Roberto, come nacque l’idea dell’Aradio Città Uno, dalla geniale scelta del titolo – a cui fu addirittura dedicata una lezione universitaria di Linguistica applicata (Prof. Arcaini, Roma Tre) – fino all’impostazione musicale e a tutto il resto?
Devi sapere che la mia alba nel mondo della radio è stata nel 1975 a Reggio Emilia. In quel periodo abitavo li e incominciai a frequentare una radio locale appena nata che si chiamava appunto ARADIO. Il motivo era legato al fatto che nel mondo un po’ popolare e contadino dell’epoca molta gente, magari che non aveva avuto la fortuna di poter studiare, chiamava la radio proprio così: l’aradio… Quando nel 1980 tornai a vivere a Roma, volendo aprire una nuova radio decisi di utilizzare lo stesso nome. Ma in questo caso mi piaceva l’idea di giocare con la a come “alfa privativo” per connotare l’emittente come radio un po’ alternativa… una radio NON radio… una Aradio, insomma. Solo dopo i primi mesi decisi di aggiungere al nome “CittàUno” perché non sempre era facile spiegare a tutti i motivi appunto del nome. Eravamo quindi l’aradiocittàuno o semplicemente “CittàUno” per tutti. Riguardo alla sua impostazione, l’aradio è sempre stata un po’ alternativa dal punto di vista musicale e molto “goliardica” nel modo di proporsi. Quando siamo nati nel 1980 e fino al 1985 siamo stati solo una piccola realtà di quartiere posizionata nelle zone di Vigna Clara e Fleming. Dal 1986 in poi siamo diventati, a seguito di alcuni investimenti, una realtà cittadina e poi interregionale.

 
Aradio Città Uno - Lo studio-cantina di Vigna Stelluti


In quel periodo c’era un grande fermento nell’emittenza libera romana, con programmazioni coraggiose e svincolate dalle logiche dell’industria musicale: erano nate Radio Città Aperta e Radio Luna, stavano per sorgere Radio Città Futura e Radio Rock… Cosa c’era nell’aria all’epoca (e oggi non c’è più)?
Negli anni 70 e 80 le radio hanno goduto della vera “libertà editoriale”. Spesso si faceva la radio per passione e per comunicare direttamente con gli ascoltatori. Quindi il prodotto che ne usciva era molto genuino e vicino alla gente. Se poi una radio riusciva a portare delle novità sia dal punto di vista musicale che nella conduzione, senza cadere nell’errore di essere bacchettoni, presuntuosi e politicamente schierati, ne veniva fuori un successo: come è stato per l’aradiocittàuno.
Oggi le radio sono puramente commerciali. L’uso del computer a volte è eccessivo, usato per uniformare tutto senza lasciare spazio a un minimo di creatività. La radiovisione e i social hanno dato il colpo di grazia. Ora la radio si conosce più per quello che condivide o fa vedere che per quello che riesce a far ascoltare. Tutto questo è molto moderno ma un po’ triste.

Mi aiuti a ricordare un po’ di nomi di speaker storici della radio? Oltre a te, mi vengono in mente Marco Cavalieri, Tony Sansone, Giampiero Cristanti, una certa Gloria… e poi?
Per elencare i nomi di chi ha partecipato all’avventura CittàUno potremmo fare una lista chilometrica, molti di questi personaggi oggi sono importanti e famosi: Roberto Giacobbo, Luigi Contu, Francesco Taddeucci, Alessandro Tiberti, Nunzio Fabrizio Rotondo, Riccardo Rossi, Antonella Boccardo, Francesco Scelta, Francesco Vercillo, Sandro Rossetti, Enzo Mauri, Gloria Arditi, Miriam Mauti, Renato Sorace, Nicola Zingarelli, Francesco Donadio, Marcello Giannotti, Andrea Borella, Marco Leodori, Daniela Pucci e due persone che non ci sono più e che tanto hanno dato alla radio e che ricordo con particolare affetto: Luisa Mann e Gerardo Panno. Sicuramente ne ho dimenticati almeno una decina… mi scuseranno per il vuoto di memoria.

Aradio Città Uno


La vostra radio si caratterizzava anche per un elevato tasso di autoironia e goliardia, che veniva riversato in particolare nei celebri stacchetti promozionali e nelle contro-pubblicità tra una canzone e l'altra. Ce ne puoi ricordare qualcuno dei più spassosi? Chi era l’ideatore?
“Pronto… sono l’uomo che regge l’antenna dell’aradiocittàuno. È passato un fulmine, non è che posso scendere a darmi una pettinata?”. “Amaro Montemario… Sapore vario”. “Ecco il sommario dei programmi di CittàUno: ‘Sarve.. So’ Mario!’”. E potrei andare avanti per ore. Ne abbiamo prodotti più di 500 in oltre 8 anni. Non li ideava una persona sola, collaboravamo tutti. Quando veniva in testa una scemenza, la registravamo al volo. Spesso erano tutti veramente improvvisati.

Rievocare l’Aradio Città Uno ci porta inevitabilmente a fare i conti con gli anni 80, il decennio da cui “non si esce vivi”. Detto che nel mio caso, sono uscito vivo e vegeto e che gran parte delle mie basi musicali me le sono fatte proprio in quel periodo e grazie alla vostra radio, cosa ha rappresentato per te il decennio 80? E quali erano i filoni e i gruppi del pop-rock anni 80 che ti piacevano di più?
La musica degli anni 80 è spesso sottovalutata ed è un grande errore a mio parere. Purtroppo solo le cose più commerciali e spesso becere sono rimaste nella memoria collettiva di tante persone. Non dimentichiamoci che gli anni 80 sono stati un periodo di grande cambiamento nella musica, specialmente nel vecchio continente. Tutte le grandi innovazioni e cambiamenti forti nascono proprio in quegli anni, grazie all’arrivo dell’elettronica e della rivoluzione musicale inglese dei primi anni 80. Dal punk alla new wave di colpo la musica è cambiata. Città uno è stata una delle prime radio che ha insistito nel proporre tutta l’ondata della musica inglese arrivata come un macigno su una tendenza musicale molto legata agli Usa. Ma anche dando spazio alla British Invasion non abbiamo abbandonato certo i grandi nomi della musica d’oltreoceano. Volevamo solo che il tutto suonasse “bene” senza creare eccessivi contrasti. Un genere che non abbiamo mai trattato è stato il metal… proprio non riuscivamo a digerirlo e a trovare il modo di inserirlo nella nostra programmazione.

Gli anni 80 sono anche il decennio delle meteore musicali, e voi ne passavate parecchie. Quali ricordi con più “affetto”?
Anche qui l’elenco potrebbe essere chilometrico. Per citarti cose molto pop:

Kissing The Pink – One Step
Visage – Fade To Gray
Garbo – A Berlino va bene
Captain Sensible – Wot

Oppure cose più particolari… tipicamente CittàUno:

Colourfield – Thinking Of You
It’s Immaterial – Driving Away From Home
Double – The Captain Of Her Heart
John Waite – Missing You

Meglio che mi fermi...

Con “Il Discolaccio” avevate in qualche modo anticipato anche la moda delle richieste degli ascoltatori in radio. Ricordo quei frenetici dieci minuti passati al telefono a cercare di rifilarvi qualche proposta. Poi c’è chi ha esagerato, come quelle radio che basavano quasi l’intera programmazione sulle richieste…
In realtà non abbiamo anticipato nulla. Le richieste e le dediche sono nate con la radio privata fin dal 1975. Ma noi siamo stati i primi a “strutturarle” dentro a un contenitore specifico e con la scusa di inframezzare le 3 richieste con le nostre “contro pubblicità”. In realtà non si è “esagerato” dopo, anzi… le radio dagli anni 90 in poi hanno pian piano abbandonato le richieste e le dediche e questo non sempre è stato un bene perché si era perso il contatto diretto con il pubblico. Ad oggi fare richieste e dediche, ai tempi di internet e dei social, è totalmente anacronistico.

Ci puoi raccontare qualche esperienza particolare che ti è capitata in diretta, qualche retroscena curioso con gli ascoltatori o con gli altri speaker?
Ricordo un giorno in cui, durante un gioco in diretta telefonica, il buon Gerardo Panno continuava a mandare in onda una telefonata di mia madre che mi cercava e non riusciva a trovarmi. Lui continuava a mandare in onda mia madre… e lei continuava imperterrita a chiamare non capendo che finiva in onda. Il risultato fu veramente comico, specialmente perché Gerardo non si scomponeva assolutamente e cercava in modo professionale di tamponare la cosa. Esilarante.
Un altro caso fu sicuramente il 1 aprile del 1988. Per l’intera giornata abbiamo suonato sempre e solo la stessa canzone: “Obladì Obladà” dei Beatles, annunciandola come se stessimo passando i normali dischi della playlist, come se niente fosse. Entravamo nei negozi e la gente impazziva ascoltando “Obladì Obladà” e stava al gioco. Il giorno dopo avevamo titoli su quasi tutti i giornali locali.

Perché, alla fine degli anni 80, si concluse (ahimè) l’avventura dell’Aradio Città Uno?
Nel 1989 (ricordo ancora quel drammatico giugno) il comune di Rocca Di Papa (il luogo dove decine di radio avevano le antenne di trasmissione) riuscì a ottenere una istanza di disattivazione degli impianti per motivi ambientalistici. Per farne un po’ di “campagna elettorale”, il sindaco si presentò con le ruspe e un codazzo di cittadini fomentati nel luogo degli impianti e incominciò a raderli al suolo. Il nostro impianto era uno dei primi e più nuovi dell’epoca: 500 milioni di lire distrutti in pochi minuti. Eravamo una realtà nuova e con forti investimenti proprio in quel periodo.
Non avendo le forze di investire nuovamente per spostare gli impianti in un altro luogo, decisi di vendere le frequenze e fare altro. Non saprò mai se feci la cosa giusta o no.

Radio DeeGayTra i tuoi altri progetti radiofonici, ce n’è un altro dal titolo altrettanto geniale: DeeGay Radio. Come è nata quell’idea? E quale pensi possa essere oggi la missione di una radio gay?
Nel 2000, finita l’esperienza come direttore di Radio M100 di Roma, lavoravo in Rai da anni a Radio2. Sono sempre stato attratto dalle nuove tecnologie e l’idea di poter creare un canale ascoltabile su internet mi stuzzicava. Consapevole già del fatto che in rete per farsi notare serviva un progetto originale mi venne l’idea di aprire una webradio dedicata al mondo Lgbt. Fino al 2005 fu tutto un gioco e sperimentazione. La tecnologia, le linee internet lente e una totale mancanza di legislazione Siae non permettevano la crescita di un progetto radiofonico sul web.
Nel 2006 incominciammo le trasmissioni regolarmente e con una tecnologia affidabile. La radio fu subito notata e man mano che passavano i mesi riuscivamo ad avere sempre più seguito. Nel 2009 si aggiunse il secondo canale (classic) e per ultimo nel 2011 il terzo (club). Ad oggi la nostra offerta (deegay.fm ) è una delle più ascoltate nel variegato mondo delle webradio italiane e per quanto riguarda il panorama delle webradio Lgbt, siamo la più ascoltata nel mondo insieme alla tedesca gayfm.
Purtroppo molti credono che fare una radio ad impronta gay sia facile. Con tutti gli stereotipi che coinvolgono questo mondo molti credono che mettendo insieme le solite 30 canzoni gay-friendly e un po’ di facile gossip i risultati siano immediati. Niente di tutto questo. Io sono partito da un concetto completamente diverso che poi si è dimostrato vincente: Per fare una radio che possa essere gradevole a un target particolare come il nostro ho prima creato una radio di grandi successi “normale” e poi ho giocato di “sottrazione”, cioè ho tolto dalla programmazione tutti quegli elementi, musicali e non, che possono non essere troppo graditi dal pubblico di riferimento.
Il risultato è una radio gradevole per tutti ma in particolare al pubblico Lgbt che riesce a immedesimarsi nelle scelte musicali ed editoriali dei suoi 3 canali.
Inoltre abbiamo lavorato molto sul renderla internazionale. Ascoltandola non sembra una radio italiana; solo in questo modo siamo riusciti a farla diventare un punto di riferimento per tutta la comunità Lgbt europea e mondiale.

E come sono andate le tue esperienze successive in radio, dalla Rai alle altre?
La mia esperienza in Rai è iniziata nel 1990 ed è terminata nel 2012. Ho pensato in quegli anni di dedicarmi a qualcosa che per me fosse più stuzzicante: con mio marito abbiamo aperto nel 2010 una società che si occupa di offrire servizi per tutte le radio (Fm o solo web) che vogliono farsi sentire su internet. In pochi anni siamo diventati leader nel settore in Italia con oltre 2.500 clienti e radio che utilizzano i nostri servizi per essere presenti sulla rete (www.newradio.it)

Roberto BrandoliniOggi, nell’era di YouTube e Spotify, il quadro è molto cambiato. Ma le web-radio, ad esempio, possono contribuire ad allargare l’offerta di informazione musicale? E ci sono delle radio che oggi per te sono un riferimento utile?
La radio sta cambiando. Le nuove generazioni hanno un concetto diverso (e sicuramente “distorto” secondo la nostra visione decennale) della radio. Non è facile capirlo per chi viene dal “vecchio” modo di fare radio. Diciamo che le nuove generazioni non vogliono più farsi guidare da qualcuno che può proporre dei contenuti ma vogliono loro stessi essere protagonisti e scegliersi quello che desiderano ascoltare. Tutto questo contribuisce, a mio parere, a un progressivo appiattimento della cultura musicale. Ma è quello che sta succedendo in tutti i settori. L’ego domina su tutto ormai e anche la radio è destinata a tenere conto di questi cambiamenti.
La radio come la intendiamo noi “anziani” vivrà fino a che il ricambio generazionale non avrà spazzato via chi ha vissuto la radio in modo differente.
Ma non si può e non si deve fermare il mondo legandosi ai propri ricordi e preconcetti. Largo ai giovani e vedremo (noi no) cosa saranno in grado di fare. Magari meglio di noi.

Ultima domanda di rito: ci sono dieci brani che passeresti sempre in una tua scaletta?
È una domanda terribile che ucciderebbe chiunque abbia una cultura musicale adeguata e che però non voglia imporre i propri gusti al prossimo (uno dei grandi errori della radio: farsi la radio addosso, senza immedesimarti nel tuo pubblico e anticipare quello che realmente desiderano, anche se non ti piace). Preferisco dirti cosa mi ritrovo ad ascoltare nel mio privato quando voglio sentire qualcosa per me e non per il mio lavoro… Depeche Mode, Genesis, Pink Floyd, Joe Jackson, Tears for Fears, Simple Minds… diciamo che la musica degli anni 80 (quella di cittàuno) mi ha dato un grosso imprinting.
Ma poiché spesso ancora mi diletto a suonare in qualche locale, ascolto anche molta house music. Mi sento di dire ai giovani solo una cosa: per capire e apprezzare la musica trovate il tempo di ascoltare anche la musica del passato. La musica di oggi propone anche cose interessanti ma si basa al 90% (se non oltre) di riferimenti del passato. Noi che abbiamo macinato per anni la musica abbiamo una conoscenza più larga. Chi ascoltava la musica negli anni 80 aveva molti riferimenti e conoscenze anche dei decenni precedenti. Oggi tutto ciò che è dietro gli anni 2000 spesso è sconosciuto e non ci si rende conto che alla fine tutto proviene da lì.



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