Approfondimenti

Red Wedge

Il Cuneo Rosso contro la Lady di ferro

di Amerigo Sallusti

“La Talpa” di John Le Carrè del 1974 è una spy-story davvero avvincente che narra dell’infiltrazione di agenti del servizio segreto (allora) sovietico Kgb nel M-16, il servizio segreto estero inglese. Simile è la trama del “Quarto protocollo”dell’altro nume tutelare del giallo-politico in terra d’Albione, Frederick Forsyth, che con il libro citato scava a fondo nelle dinamiche della politica internazionale al tempo della Guerra fredda, anno domini 1984. In particolare, racconta di un paventato putsch da parte di schiere organizzate (d’orientamento comunista) all’interno del partito laburista, una volta che questo avesse vinto le elezioni. Come dire, il nervo scoperto dei poteri forti britannici, che davvero, come racconta bene anche il regista Ken Loach in “Hidden Agenda”, fecero un silente golpe durante l’inverno dello scontento del 1978/1979, quando con una mozione di sfiducia nei confronti di John Callaghan, primo ministro laburista, e pilotando stampa ed opinione pubblica “portarono a casa” il primo governo di Margaret Thatcher. L’obiettivo vero, da sconfiggere, della campagna musicale organizzata dal Red Wedge nel 1985, per l’appunto.

Batti i bianchi con il cuneo rosso - litografia di Lissitzky - 1919“Il Cuneo Rosso che batte i bianchi” è il titolo di un dipinto di El Lissitzky, architetto, coreografo e pittore che da fervente sostenitore della rivoluzione sovietica ideò quella tela a esemplificare l’armata rossa che sconfigge la controrivoluzione dei generali zaristi, cosiddetti bianchi.
La vittoria elettorale ottenuta da Margaret Thatcher nel 1979 diede come risultato qualcosa che era sempre sembrato impossibile: spinse davvero i musicisti pop a sostenere un partito politico. Da Ewan MacColl a John Lennon, dai punk al Rar (Rock Against Racism) tutti i musicisti avevano sempre lavorato al di fuori del sistema dei partiti. All’inizio dell’era Thatcher, il pop politico sembrava in declino mentre anche il RAR e il punk cominciavano a spegnersi.
I gruppi musicali della Two Tone (ska e rock-steady) avevano mantenuto un po’ di pressione. I Beat avevano annunciato i conservatori anni Ottanta con il canto senza speranza di “Stand Down Margaret”, mentre gli Specials avevano raggiunto la vetta delle classifiche durante l’estate rabbiosa del 1981 con “Ghost Town”, una di quelle rare ed evocative canzoni che riescono a riassumere un momento storico, come solo Phil Ochs sapeva fare. A mano a mano che la disoccupazione aumentava e che le città della Gran Bretagna venivano dilaniate dai disordini, il disco più venduto del paese era quel lamento sulla chiusura delle fabbriche e delle discoteche.

Paul Weller, in quegli anni, era un giovane influente. Emerso nell’era punk con il suo trio vivace e aggressivo, i Jam, fino allo scioglimento avvenuto nel dicembre 1982 aveva collezionato quattro primi posti nelle classifiche britanniche. Dalla originaria e vaga furia di “Bricks And Mortar” a canzoni più centrate come “Eton Rifles” e “Little Boy Soldiers”, aveva usato le sue concise ballate post-punk come veicolo per parlare non solo dei giovani, ma dei proletari inglesi. Allo scioglimento dei Jam fondò insieme a Mick Talbot gli Style Council e si orientò verso uno stile più sofisticato, tra soul e musica latineggiante, smorzò i “giovanili” furori e mise a fuoco le sue rabbie, spostandosi rapidamente a sinistra, appoggiando immediatamente le campagne della Cnd (Campagna per il disarmo nucleare) a favore del disarmo nucleare.
Il ritorno della “nuova” Cnd fu segnato da due avvenimenti pop, un album e un concerto. Un Lp, “Life In The European Theatre”, uscì con tredici pezzi di artisti britannici importanti, i Clash, gli Specials, i Beat, Peter Gabriel, i Madness e gli Stranglers, tra gli altri. Un concerto, che si svolse a Londra, al Festival della pace tenuto al Brockwell Park di Brixton, il 7 maggio 1982. Avvenimento co-gestito insieme alle “donne per la pace del Greenham Common”, che erano solite picchettare le basi militari per protesta contro le politiche belligeranti del governo inglese. In quel concerto gli Style Council cantarono solo due pezzi e uno era davvero esplosivo. “Money Go Round” era un funky nerissimo, un attacco durissimo allo status quo finanziario e militare, in cui si chiedeva perché non c’era stato un referendum sulle basi militari sul suolo inglese.

Ma, sempre nel 1982, il paese fu preso dall’euforia per il successo della campagna militare per la riconquista delle isole Falkland. Intervenne però l’acuta “Shipbuilding” di Elvis Costello scritta per Robert Wyatt: “Mentre guardavo in tv la gente fatta a pezzi...”. Fu una delle poche canzoni a mettere in discussione l’economia e la morale che stavano dietro alla questione delle Falkland. La Thatcher infatti, l’anno seguente, stravinse nuovamente le elezioni politiche, con un paese sempre più a pezzi, ricolmo di miseria, disperazione e disoccupazione a due cifre, soprattutto giovanile. E i quartieri popolari abbandonati e privi di qualunque speranza.
Sino a che, in una rigida giornata del febbraio 1985, un piccolo gruppo di musicisti stava pigiato sul marciapiede di Whitehall, vicino Downing Street, l’ufficio del Primo Ministro. Il gruppo comprendeva Paul Weller e il cofondatore degli Style Council, Mick Talbot. Insieme a loro c’era un altro cantante coi capelli cortissimi. Era Billy Bragg, emerso l’anno prima come un particolare ibrido tra cantante di protesta folk e punk, il musicista britannico che era, tra l’altro, maggiormente identificato con la rinascita del Partito Laburista.
La cosa interessante di quella piccola delegazione era che non si trovavano lì per dimostrare contro il Sud Africa, a favore della Cnd o dei minatori, il cui sciopero di un anno stava volgendo al termine. Weller e Bragg si erano entrambi assai impegnati su quei temi, ma quel giorno erano a sostenere una petizione contro l’abolizione di un piano legislativo di precarizzazione del lavoro giovanile. Questa petizione raggiunse Downing Street con un numero notevole di firme di musicisti. Oltre a Weller e Bragg, c’erano quelle dei Madness, Alison Moyet e i Frankie Goes To Hollywood.
A questo accadimento seguì un concerto gratuito tenuto di fronte al Parlamento, ma sull’altra riva del Tamigi, in cui venne montato un piccolo palco decorato con un disegno della signora Thatcher. Le delegazioni andavano e venivano attraverso il Tamigi, mentre sul palco si succedevano gli oratori, tra i quali minatori in sciopero, parlamentari laburisti e Ken Livingstone, sindaco della città. Suonarono Steel Pulse, UB-40, Billy Bragg e Paul Weller in coppia, che cantarono “Move on up ” di Cutis Mayfield. E in coda alla manifestazione nuovamente Billy Bragg, ma solo. Con la sua chitarra. Cominciò con “New England”, e a seguire attaccò la stampa di destra con “It Says Here” e la società dei consumi con “The Busy Girl Buys Beauty”. Il suo stile combinava la tradizione di autori acustici come Ewan MacColl, Pete Seeger e Woody Guthrie con la rabbia e l’energia punk derivata dall’ascolto dei Clash.

Johnny Marr e Billy Bragg durante il concerto per il Red WedgeNel 1979 Bragg aveva fondato un gruppo di pub-rock, i Riff Raff, ed era diventato un devoto fan del punk. Le sue opinioni politiche poi, derivavano dalla sua esperienza personale. Un’esperienza che lo colpì profondamente fu il coinvolgimento nello sciopero dei minatori. Era durato 358 giorni ed era costato quattordici morti, circa 10.000 arrestati, migliaia di feriti sia tra i minatori che tra i poliziotti. Alla base dello sciopero c’era un contenzioso sulla chiusura dei pozzi e sul futuro delle comunità minerarie. In questa condizione gli scioperanti riuscirono a guadagnare l’appoggio dei musicisti pop che, nei precedenti scioperi del 1972 e del 1974, non li avevano appoggiati. Quell’anno di scioperi aveva forgiato una vera e propria alleanza, creatasi attraverso decine di spettacoli pop e rock tenuti in centri sociali e comunali, in sale da concerto e teatri. Per beneficenza, oltre a quegli spettacoli, erano stati anche realizzati dei dischi, incisi da artisti folk come Ewan Mac-Coll ma anche post-punk come i Test Department o “semplicemente” pop come i Flying Pickets. I musicisti cominciarono inoltre anche a partecipare ai picchetti e a visitare le comunità minerarie.
Una delle band più conosciute giunta davanti alle linee di picchettaggio fu quella denominata opportunamente Flying Pickets. Si trattava in origine di un gruppo di attori teatrali, la 7:84 (chiamata così perché nel 1974, quando nacque, il 7 per cento della popolazione possedeva l’84 per cento della ricchezza nazionale). I suoi membri avevano in precedenza tutti partecipato a One Big Blow, un musical su una banda musicale di minatori. I Flying Pickets si esibirono per i minatori nel Sud del Galles e nello Yorkshire, dove si unirono ai veri picchetti alla centrale di Snathe.
Sino a che si arrivò al 9 marzo 1985 nella sala di Logan Hall. Era una sala studentesca piuttosto anonima, che si trova a Bloomsbury. In quella data, solo quattro giorni dopo che i minatori in quasi tutto il paese erano tornati al lavoro per la revoca dello sciopero, vi si tenne uno spettacolo di beneficenza che rifletteva il nuovo umore radicale del pop britannico. Fu una notte memorabile, sia come avvenimento politico, con gli studenti e i minatori che si incitavano a vicenda, sia come evento musicale basato su una bizzarra mistura di stili. Si esibì un coro gallese, Elvis Costello fece una brillante performance in cui presentò cinque nuove canzoni, e Billy Bragg cantò un suo pezzo politico inedito.
L’11 marzo 1985, due giorni dopo che Billy Bragg ed Elvis Costello avevano suonato insieme nel memorabile spettacolo per i minatori, Neil Kinnock, a capo del Partito Laburista, aprì una “particolare” discussione tra i suoi vertici. Era ansioso di discutere di un pop tour che sarebbe servito a capitalizzare la crescente ostilità musicale nei confronti della signora Thatcher, trasformando quell’ostilità in appoggio al Partito Laburista.
Da quest’intuizione nacque il “Jobs for Youth Tour” del 1985, che divenne uno strano esperimento di confronto tra i parlamentari laburisti e i pop fan. Il pomeriggio del 23 luglio 1985 si era infatti incontrato nella sala riunioni del Partito Laburista un gruppo variamente assortito di artisti e politici, e Billy Bragg suggerì che quella carovana musicale che si apprestava a girare tutta l’Inghilterra si chiamasse Red Wedge, idea che venne subito accettata.

E partirono i concerti.
Quello di Bristol fu memorabile. Nonostante la maggior parte degli artisti fosse bianca, la musica si tinse profondamente di soul. Quella sera (fine maggio del 1985) gli Style Council dissezionarono una scelta di discorsi della Thatcher a ritmo di batteria e di sassofono, e poi si unirono a Jerry Dammers e a un gruppo di ballerini jazz per una carrellata di R&B e di funk politico. Li seguirono i Communards, e quindi la vera sorpresa della serata, Gary Kemp degli Spandau Ballet, un gruppo la cui attività politica fino ad allora era stata pari a zero. Lo spettacolo chiuse con Billy Bragg, Andy Rorke e Johnny Marr degli Smiths, che insieme alla cantante reggae Lorna Gee cantarono tutti insieme “Move On Up”.
La sera seguente la città era Liverpool. E fu una sfida importante per il Red Wedge, considerate le implicazioni politiche in ballo. Il comune laburista di Liverpool non era solo in guerra con i conservatori, ma anche con la direzione del proprio partito. Nella battaglia contro la signora Thatcher, il comune aveva rifiutato di istituire un’imposta municipale sostenendo che non poteva fissarla al livello richiesto perché doveva rispettare i propri impegni elettorali di non aumentare le aliquote e di non provocare licenziamenti. Ne seguì una battaglia legale in cui parecchi consiglieri vennero pesantemente multati.
I membri del Wedge si schierarono apertamente col comune. I Redskins aprirono la serata con il loro schioppettate soul-punk, trascinando gli Housemartins con il loro power-pop e i Big Country con il loro particolarissimo punk-rock gaelico.
E d’un fiato si arrivò al grande concerto tenuto il lunedì di Pasqua al South Bank di Londra, il 31 marzo 1986. Fu una prova fondamentale e diede la prova di ciò che il Red Wedge era riuscito a mettere in moto grazie anche alla splendida prova data dal Red Wedge Choir. Suonarono Latin Quarter, Tom Robinson, Test Department, Angelic Upstarts ed Eddy Grant, che lasciò il palco con un canto spontaneo che saliva fortissimo dalla folla: “Via Maggie, via Maggie” (Margaret Thatcher, ndr). Chiusero il concerto insieme Billy Bragg e Ken Livingstone, sindaco “ribelle” di Londra, cantando insieme “Bandiera Rossa” e “We Shall Overcome”. Mentre la folla tornava verso casa passando di fronte a curiosità come un bar allestito per l’occasione, chiamato The Workers Beer Company, gruppi di rasta saliti sul palco cantavano “Maybe It’s Because I’m Londoner”.

Nella seconda metà del 1986 venne messo in piedi un altro tour di dodici date che terminava alla vigilia delle elezioni del 1987, per le quali il Red Wedge espressamente sosteneva il Partito Laburista.
La prestigiosa selezione degli artisti comprendeva, oltre ai soliti del Red Wedge, anche Lloyd Cole, i Blow Monkeys e The The. Quando il tour arrivò a Wolverhampton i Beat diedero davvero il loro meglio, suonando una strepitosa e “souleggiante” “Stand Down Margaret”.
Appena nove giorni prima delle elezioni arrivò un regalo imprevisto, quando gli U2 giunsero a Londra dopo l’uscita di “The Joshua Tree” e il loro trionfale tour negli Usa. Bono si lanciò sul palco di Wembley in una selezione di pezzi anti-Thatcher che comprendeva “Maggie’s Farm”, “C’mon Everybody” e “Springhill Mining Disaster”.
Le elezioni vennero vinte ancora una volta dalla Lady di ferro e gli U2 chiusero l’ultimo concerto del tour inglese a Wembley con il loro pezzo sul Salvador “Bullet The Blue Sky”, tramutato in un velenoso attacco alla signora Thatcher, paragonata al sanguinario generale delle stragi contro gli indios del Salvador, Roberto D’Abuisson. Si chiuse quella sera, con quella sconfitta, il Red Wedge.

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