R.E.M. - Perfect Circle

R.E.M. - Perfect Circle

Document

di Claudio Fabretti
DOCUMENT (1987)

FINEST WORKSONG

Rem - Perfect CircleRolling Stone non si ferma qui. Il 3 dicembre del 1987 incorona ufficialmente i Rem in copertina come “la miglior rock’n’roll band americana”. La madrepatria è a caccia di nuovi eroi, da contrapporre a quattro profeti irlandesi di nome U2 che stanno colonizzando mezzo mondo. Un’investitura che suona come un passaporto per quello stardom che i Georgiani non hanno mai nascosto di voler inseguire. Seppur senza ricorrere a faustiani patti col diavolo. “Abbiamo un contratto con il mondo che dice: ‘Saremo il miglior gruppo del mondo, sarete fieri di noi. Ma ci dobbiamo arrivare a modo nostro’”, dichiarava Buck due anni prima. Sull’altro lato dell’Atlantico, autorevoli testate come Q e The Observer non esitano a rimuovere anche quel confine geografico, decretando che “i Rem sono il miglior gruppo al mondo”.
Stipe e compagni erano giunti al punto di non ritorno. Le feste di Athens, le college radio e le filastrocche folk erano reliquie di un passato che non poteva più tornare. Tutto era successo dannatamente in fretta. Ma ora era tempo di fissare, nero su bianco, quel processo ormai inarrestabile. "Document" suggella la fine dell’età dell’innocenza, di quell’esaltante parabola underground. Non a caso sarà l’ultimo disco inciso per la Irs. E sarà anche il più fruttuoso, per la piccola etichetta di Miles Copeland III, Jay Boberg e Carl Grasso. I Rem sfonderanno per la prima volta il muro del milione di copie vendute. Ma sarà anche l’ultima, da indie-band. Il dado è tratto: gli ex-squatter di Oconee Street diventeranno delle ricche rockstar, sul libro paga di una delle principali major del globo, la Warner Records.

Prima, però, c’è questo documento di comprovata maturità, registrato a Nashville. Un congedo vibrante da un mondo che si sta sfaldando e di cui Rem, idealmente, resteranno “quelli che ce l’hanno fatta”, mentre attorno a loro si bruceranno le carriere di innumerevoli compagni d’avventura, dagli Hüsker Dü ai 10,000 Maniacs, passando per gli X e i Replacements. Quell’iniziale titolo autoironico che non è stato mai stampato, Last Train To Disneyland, racchiudeva, forse, qualche verità. Perché "Document" è davvero l’ultima stazione di un intero periodo di sogni e fantasticherie, ma è anche un fiero proclama contro quel circo delle illusioni che sta diventando l’America di Ronald Reagan. Un “documento musicale” caotico e disperato. Spiegherà Buck: “Questo Lp è uno sguardo obliquo al mondo e a noi stessi. È impregnato di uno humour molto caustico, quasi orwelliano. È un album sull’America, ma non alla maniera di born in the usa, che è molto retorico. L’America del 1987 è Disneyworld, e infatti doveva essere Disneyworld il titolo di questo album. Il 1987 è stato l’anno dell’Irangate, dello scandalo sessuale del reverendo Jim Bakker, della Neolingua e del Bipensiero, questo è dunque un disco arrabbiato perché, come tutti i nostri lavori, riflette il periodo in cui è stato realizzato e il nostro stato d’animo di americani costretti a vivere in una società caotica e corrotta. Il presidente è un ladro, ci sono organizzazioni paramilitari dappertutto, la coscienza morale del paese sembra impazzita...”.
La luminosa produzione di Scott Litt, che rimarrà al fianco dei Rem per quasi dieci anni, infonde un’imponente carica rock, forgiando un sound corposo e potente, quasi più vicino al rock da arena dei contemporanei U2 e Simple Minds che alle partiture grezze e folkeggianti degli esordi. Anche se i Georgiani resteranno sempre a distanza di sicurezza da quell’enfasi tronfia in cui a volte scivoleranno Bono Vox e Jim Kerr.
Fatto sta che la nerboruta "Finest Worksong" – con chitarra distorta quasi hard-rock, basso sferragliante e drumming marziale – irrompe come un pugno in un occhio, per chi è rimasto al tempo delle favole (della ricostruzione). Ed è una nuova “chiamata alle armi”, sulla falsariga di "Begin The Begin", stavolta indirizzata al mondo del lavoro.

The time to rise has been engaged
You’re better best to rearrange
I’m talking here to me alone
I listen to the finest worksong
Your finest hour

Another chance has been engaged
To throw Thoreau and rearrange
You are following this time
I beg you not beg to rhyme (blow your horn)
Your finest hour (blow your horn)

È giunta l’ora di risorgere
Faresti meglio a riorganizzarti
E non parlo a nessun altro se non me stesso
Ascolto il miglior inno al lavoro
La tua ora migliore

C’è adesso un’altra opportunità
Gettare Thoreau e riorganizzare
Stavolta stai seguendo
Ti prego, non pregare in rima (fatti sentire)
La tua ora migliore (fatti sentire)

È il loro singolarissimo “discorso sullo stato dell’Unione”, che si articolerà anche nei due brani successivi, con toni sempre ugualmente vibranti e al contempo allusivi. La vocazione “laburista” di Stipe si sublima in un atto d’accusa contro lo sfruttamento e la deindustrializzazione avida dell’era reaganiana. Con un riferimento diretto a Henry David Thoreau, l’autore di Walden, libro-resoconto di un’esperienza diretta dell’autore, che dedicò oltre due anni della propria vita (dal 4 luglio 1845 al 6 settembre 1847) a cercare un rapporto intimo con la natura e insieme a ritrovare se stesso in una società che non rappresentava ai suoi occhi i veri valori da seguire, ma solo l’utile mercantile. “Gettare Thoreau” è allora un invito a non rifugiarsi nei boschi e a prendere di petto la vita urbana, rivendicando i propri diritti. “Per quanto riguarda l’etica del lavoro”, spiegherà Buck, “noi non parliamo genericamente della fatica, ma del fatto che il lavoro è la vita di ognuno di noi. Non siamo interessati a scrivere canzoni alla Bruce Springsteen, sulla mitologia del duro lavoro... Per noi il lavoro rappresenta un mezzo per essere più liberi e indipendenti”.
Ma se i Rem non sono mai stati così espliciti nelle loro rivendicazioni politiche, permane quella cornice di caos e insicurezza che angoscia il mondo intero.

Take your instinct by the reins
Your better best to rearrange
What we want and what we need
Has been confused been confused (blow your horn)
Your finest hour (blow your song)

Prendi l’istinto per le redini
Faresti meglio a riorganizzarti
Ciò che vogliamo e ciò di cui abbiamo bisogno
è ormai confuso, è ormai confuso (fatti sentire)
La tua ora migliore (fatti sentire)

Riprendendo le parole di "I Believe" (“What you want and what you need”), Stipe mette alla berlina le contraddizioni dell’era yuppie, squarciando il velo di retorica di un’America prigioniera del suo sogno hollywoodiano, incarnato nelle stesse sembianze dell’inquilino della Casa Bianca. Un’illusione che cozza contro diseguaglianze ed esistenze al margine, come quelle dei senzatetto di Athens, cui sarà dedicata la conclusiva "Oddfellows Local 151".

WELCOME TO THE OCCUPATION

Toni da arringa infiammano anche la successiva "Welcome To The Occupation", un’altra fiera invettiva contro l’imperialismo a stelle e strisce, che soggioga il Centro America (nella circostanza, El Salvador, come chiarirà Stipe). È l’ideale “terzo capitolo” di una saga iniziata con "Green Grow The Rushes" e "The Flowers Of Guatemala". E, come in quei casi, sono ancora i morbidi panni di una ballata, dal sapore quasi agreste, a celare la scorza dura del testo, nel solco di quell’entrismo cui si è accennato in precedenza.

Hang your collar up inside
Hang your dollar on me
Listen to the water still
Listen to the causeway
You are mad and educated
Primitive and wild
Welcome to the occupation

Appendi il tuo colletto
Appendi i tuoi soldi su di me
Ascolta l’acqua corrente
Ascolta il selciato
Voi siete pazzi e istruiti
Primitivi e selvaggi
Benvenuti all’occupazione!

Il ticchettio di una macchina da scrivere introduce un pamphlet anti-imperialista, avvolto in dolci (e ingannevoli) melodie. Tutto molto diretto e insolitamente chiaro. Consapevole di non essere riuscito a bucare l’audience con le due ballate precedenti, stavolta Stipe non usa troppe parafrasi nel denunciare l’occupazione statunitense in America Latina, fondata sulla menzogna e sulla negazione della libertà di autodeterminazione di quei popoli. I “colletti” sono quelli bianchi degli impiegati americani, che soffocano le aspirazioni rivoluzionarie di quelli “blu”, gli operai, nel nome di quella lotta anti-marxista ingaggiata da Washington con particolare furore in quegli anni.

Hang your collar up inside
Hang your freedom higher
Listen to the buyer still
Listen to the Congress
Where we propagate confusion
Primitive and wild
Fire on the hemisphere below

Here we stand and here we fight
All your fallen heroes
Held and dyed and skinned alive

Appendi il tuo colletto
Metti la tua libertà più in alto
Ascolta ancora il compratore
Ascolta il Congresso
Dove diffondiamo la confusione
Primitivi e selvaggi
Fuoco nell’emisfero sottostante

Qui noi resistiamo e qui combattiamo
Tutti i vostri eroi caduti
Detenuti, tinti e scorticati vivi

L’arretratezza culturale di quei popoli (“primitive and wild”) è dunque l’alibi per mettere a fuoco e fiamme l’emisfero sottostante (Centro e Sud America). Una politica figlia di quella strategia del caos dettata dal Congresso (“listen to the Congress”) e finalizzata anche alla colonizzazione commerciale: “Listen to the buyer still”, grida Stipe, alludendo poi poco dopo ad altre risorse depredate: “Sugar cane and coffee cup/ Copper, steel and cattle” (“Canna da zucchero e tazze di caffè/ Carbone, acciaio e mucche”).

EXHUMING MCCARTHY

È un’America cieca e paralizzata dal terrore, quella di "Document". Un’America che insegue ancora i fantasmi del maccartismo, l’agghiacciante caccia alle streghe anti-comunista che si abbatté su ogni settore della vita pubblica (Hollywood inclusa) nel primo dopoguerra, con tanto di persecuzioni e liste di proscrizione. Stipe vede nella cappa oppressiva dell’America reaganiana e della Guerra Fredda una “riesumazione di McCarthy” ("Exhuming McCarthy"). Una nuova stagione di paure e censure, magari sotto le insegne rassicuranti del benessere, incarnato dalle banche e dal grande capitale. 

You’re beautiful more beautiful than me
You’re honorable more honorable than me
Loyal to the Bank of America

It’s a sign of the times
It’s a sign of the times

Sei bellissimo, molto più bello di me
Sei stimato, molto più stimato di me
Fedele alla banca d’America

È un segno dei tempi
È un segno dei tempi

Un ritmo sbilenco e scanzonato – “una specie di surf-guitar-funk vampiresco”, lo ribattezzerà Buck – fa da contrappunto alla gravità del testo. Ma sull’asprezza delle parole non possono sorgere dubbi.

You’re sharpening stones, walking on coals
To improve your business acumen

Vested interest, united ties, landed gentry rationalize
Look who bought the myth, by jingo, buy America

Affili le pietre, cammini sui carboni ardenti
Per migliorare il tuo fiuto per gli affari

Interessi celati, legami uniti, proprietari terrieri si organizzano
Guarda chi ha comprato il mito, caspita, comprati l’America

Laddove è solo la legge dei soldi e del potere a contare, anche il mito è in vendita, insieme all’intera America. “Jingo” è così un gioco di parole: può stare per “caspita”, ma anche per indicare, in termine slang, un fanatico reazionario e nazionalista; mentre il verso successivo (“Enemy sighted, enemy met, I’m addressing the realpolitik”) mette a fuoco la nuova ossessione maccartista degli anni Ottanta, quella che, attraverso i calcoli cinici della realpolitik, mira a spazzare via i nemici di turno, che siano i sovietici o i loro stati-satelliti sparsi per il mondo. A suggellare il trait d’union, il ripescaggio di un frammento del processo del 1954 contro un generale sospettato di legami con i comunisti. Un breve campionamento, tratto da una diretta tv dell’epoca, in cui il procuratore capo dell’esercito si rivolge al senatore McCarthy rassicurandolo e invitandolo a placare la sua foga accusatoria.

“Let us not assassinate this man further, Senator
You’ve done enough. Have you
No sense of decency, sir?
At long last, have you left
No sense of decency?”

“Non assassiniamo ulteriormente quest’uomo, Senatore
Ha già fatto abbastanza. Le sembra
Il caso di infierire, signore?
Dopo tutto ciò, non le è rimasto
Alcun senso della decenza?”

In attesa di un ritornello che non arriverà mai, si giunge a quell’appuntamento finale, tanto surreale quanto atroce: “Meet me at the book burning”, “ci vediamo al rogo dei libri”. Nel segno di quel fuoco che – come vedremo – fungerà da elemento-cardine dell’intero album, si intrecciano nuove e vecchie censure. Come quella portata avanti dal Parents Music Resource Center di Tipper Gore, la moglie dell’esponente democratico e futuro vicepresidente Al Gore, che si occupa di censurare le opere musicali giudicate offensive per il buon costume. Una crociata che la zelante Tipper avvierà a partire dal 1985, dopo essere rimasta scandalizzata dal contenuto sessuale di un brano che la figlia Karenna stava ascoltando, ovvero "Darling Nikki" di Prince (sull’album "Purple Rain"). E beffardamente Mills aggiungerà il verso “It's a sign of the times” omaggiando proprio una contemporanea e polemicissima canzone del principe nero di Minneapolis ("Sign O’ The Times").

IT’S THE END OF THE WORLD AS WE KNOW IT (AND I FEEL FINE)

RemMai così logorroico e scatenato, Stipe s’inventa persino un’ode per la Fine del mondo. Snocciolando, a passo di rap, il suo personalissimo Subterranean Homesick Blues. Un mantra frenetico e apocalittico, che per molti diverrà “l’inno dell’America indipendente”. Se il talking blues dylaniano, con quel suo ricorrente “Look out kid” (“Stai attento ragazzo”) mirava a smascherare il sogno americano segnalando tutte le trappole disseminate nella società contemporanea, "It’s The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine)" è piuttosto una cronaca semiseria di un mondo in frantumi. Un pastiche ironico di frasi fatte, rime nonsense, citazioni e allusioni surreali, come la ricostruzione onirica di una festa per Lester Bangs, cui realmente parteciparono Buck e Stipe; nel sogno, il cantante è ossessionato dall’idea di essere l’unico invitato le cui iniziali non fossero L. B. (ecco, allora, i nomi in libertà di Leonid Breznev, Leonard Bernstein e Lenny Bruce).

That’s great, it starts with an earthquake, birds and
Snakes, an aeroplane and Lenny Bruce is not afraid
Eye of a hurricane, listen to yourself churn-world
Serves its own needs, dummy serve your own needs [...]

The other night I dreamt of knives, continental
Drift divide. Mountains sit in a line, Leonard Bernstein
Leonid Brezhnev, Lenny Bruce and Lester Bangs
Birthday party, cheesecake, jelly bean, boom!
You symbiotic, patriotic, slam book neck, right? Right

It’s the end of the world as we know it
It’s the end of the world as we know it
It’s the end of the world as we know it and I feel
fine... fine...

(It’s time I had some time alone)

Grandioso! Inizia con un terremoto, uccelli e
Serpenti, un aeroplano e Lenny Bruce non ha paura
Occhio del ciclone, ascolta il tuo ribollire il mondo
Bada ai suoi bisogni, non mancare di badare ai tuoi [...]

L’altra notte ho sognato coltelli, continenti
Alla deriva. Montagne che si agglomerano una accanto all’altra, Leonard Bernstein
Leonid Breznev, Lenny Bruce e Lester Bangs
Torta di compleanno, torta al formaggio, gelatina, boom!
Tu simbiotico, patriottico, forte del tuo sapere, giusto? Giusto!

È la fine del mondo come lo conosciamo
È la fine del mondo come lo conosciamo
È la fine del mondo come lo conosciamo e io sto
Bene... bene...

(È ora che me ne stia un po’ da solo)

Apocalisse, sì, ma attraverso piccoli segni premonitori (“it starts with an earthquake”), minuscole crepe di una società americana che sta allegramente impazzendo. L’unica chiave possibile per raccontarla, allora, è quella di un delirio incontrollato, dove i ricordi del sogno si mescolano alle allucinazioni della fine del mondo. Stipe snocciola il suo flusso di coscienza con inusitata foga declamatoria, sostenuto da fragorose chitarre jingle-jangle e da un ritmo forsennato. “Volevo che fosse la voce più altisonante che riuscissi a produrre”, racconterà. “Qualcosa che fosse completamente travolgente, che ti cadesse addosso e ti si appiccicasse ai capelli come una gomma da masticare”. E il brano, in effetti, è uno di quelli che non lascia scampo, conficcandosi per sempre nella mente dell’ascoltatore. Diventerà un classico, nonché un cavallo di battaglia nei concerti, la scarica di adrenalina finale che accompagna il commiato della band.
La cover di Ligabue, ahimè, ne tradirà completamente lo spirito, ma era difficile immaginare il contrario.

THE ONE I LOVE

Rem - Michael StipeI colpi secchi della batteria, le frasi tempestose e metalliche della chitarra. E la voce di Michael Stipe più suadente che mai. Per i Rem è arrivato finalmente il momento della prima canzone d’amore. Una ballata perfetta, che lascia incantati per la sua grazia melodica e per la sua vibrante carica emotiva. Impossibile che non diventi una hit, la prima grande hit di Stipe e compagni, che varcano finalmente le soglie della Top Ten: un risultato clamoroso per una band del circuito indie. Eppure, "The One I Love" non è propriamente una love song. È, semmai, una crudele riflessione su una relazione usa e getta.

This one goes out to the one I love
This one goes out to the one I’ve left behind
A simple prop to occupy my time
This one goes out to the one I love

Fire!

Questa è per colei che amo
Questa è per colei che mi sono lasciato alle spalle
Solo un riempitivo per ingannare il tempo
Questa canzone è per colei che amo

Fuoco!

Dopo le prime due strofe, in cui per la prima volta i rem citano la fatidica parola “love”, il terzo verso, rivelando la vera natura di quell’amore (un semplice passatempo), tradisce sarcasticamente ogni idea di sentimento. E la sottile variazione nel verso successivo – “another prop has occupied my time” – spiega anche come quel passatempo sia stato rimpiazzato senza troppi rimpianti. Anche se poi arriva quel grido colpevole e angoscioso: “Fire”. Il fuoco, elemento ricorrente dell’album, che irrompe qui in modo spiazzante, fungendo, di fatto, da refrain.
In molti hanno paragonato "The One I Love" a "Every Breath You Take" dei Police, sottolineandone la comune natura di “anti-canzoni d’amore”, in cui i cliché sentimentali vengono ribaltati. Il parallelo regge, anche se Stipe aggiunge una punta di humour cinico in più: “È un tipo di canzone brutale e non so quanta gente ci capisce qualcosa”, rivelerà alla rivista Q. “Ho sempre fatto in modo che i miei testi fossero aperti a più di un’interpretazione. Forse, a questo punto è meglio che la gente pensi che è davvero una canzone d’amore”. E poi: “La canzone è venuta fuori da qualche parte, così, e mi sono reso conto che era davvero violenta e impressionante. Ma non era diretta a nessuno. Non scriverei mai una canzone così. Anche se ci fosse una sola persona al mondo che pensasse: ‘Quella canzone parla di me’, non potrei mai cantarla. Non volevo registrarla. Mi sembrava eccessiva. Troppo brutale. Di brutture credo che nel mondo ce ne siano già abbastanza”. Ma la semplicità del testo svela anche un nuovo Stipe, venuto a compromessi con se stesso: “Penso di essermi reso conto che non posso più blaterare tutto quello che mi passa per la testa, come ho fatto in precedenza. In alcune delle nostre prime canzoni, qualunque cosa mi venisse nella testa di cantare, la registravamo”.
"The One I Love" è il biglietto per lo stardom, la canzone che trasforma i rem da college-band in celebrità senza che loro se ne siano ancora accorti. Ma qualche fan duro e puro della prim’ora già si scandalizza.

FIREPLACE

Ancora il fuoco. Non quello indimenticabile degli U2, ma quello che “distrugge e purifica”, secondo le parole di Stipe. Ed è lo stesso cantante a spiegare l’origine di questa nuova allucinazione. Il testo di "Fireplace" si basa infatti su un discorso tenuto da Madre Ann Lee, leader spirituale degli Shaker, una setta religiosa di ispirazione pacifista e comunitaria, che nel diciassettesimo secolo fuggì nel Nuovo Mondo per scampare alle persecuzioni in Inghilterra.

Crazy crazy world crazy crazy times
Crazy crazy world crazy crazy times
Hang up your chairs to better sweep
Clear the floor to dance
Shake the rug into the fireplace

Pazzo pazzo mondo, pazzi pazzi tempi
Pazzo pazzo mondo, pazzi pazzi tempi
Tirate su le sedie per spazzare meglio
Sgombrate il pavimento per ballare
Scuotete il tappeto nel caminetto

Gli Shaker, così ribattezzati per le movenze agitate delle loro danze liturgiche, erano dei simpatici bigotti, che – oltre al sesso e all’alcol – ripudiavano anche l’elettricità. Quella del caminetto acceso, allora, era l’unica luce che potesse rischiarare le loro movimentate estasi mistiche.
Episodio tra i più bizzarri del disco, il valzer spezzato di "Fireplace" sfoggia un singolare giro di batteria di Berry, ma soprattutto un inedito inserto di sax free jazz, a cura di Steve Berlin (Blasters, Los Lobos). Un bozzetto naïf, che sembra voler richiamare la semplicità della vita in mezzo al caos infernale del “pazzo pazzo mondo”.

KING OF BIRDS

Un’altra ballata dolente, sulle corde di una chitarra ora western, ora orientaleggiante, con la batteria a imprimere cadenze quasi da marcetta. Profumi psichedelici per versi nuovamente criptici, ispirati forse a Birdy, il libro di William Wharton che Stipe divorò durante il Reconstruction Tour del 1985. Gli uccelli che lasciavano presagire l’apocalisse su "It’s The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine)" sono ancora forieri di una catastrofe: quella del terremoto che devastò il Messico nel 1986: “Cento milioni di uccelli volarono via”.

A thumbnail sketch, a jeweler’s stone
A mean idea to call my own
Old man don’t lay so still you’re not yet young
There’s time to teach, point to point
Point observation, children carry reservations
Standing on the shoulders of giants leaves me cold, leaves me cold
A mean idea to call my own, a hundred million birds fly

Singer sing me a given, singer sing me a song
Standing on the shoulders of giants everybody’s looking on

Un bozzetto, una pietra preziosa
Un’idea astuta da rivendicare
Vecchio, non stare lì fermo, non sei più giovane
C’è tempo per insegnare, punto per punto
Il tuo punto di vista, i bambini hanno delle riserve
Stare sulle spalle dei giganti mi lascia indifferente, mi lascia indifferente
Un’idea astuta da rivendicare, cento milioni di uccelli volano via

Cantante, cantami una storia, cantante, cantami una canzone
Stando sulle spalle dei giganti tutti guardano avanti

La citazione dei “nani sulle spalle dei giganti” del filosofo medievale Bernardo di Chartres, resa poi celebre da Isaac Newton (“Se ho visto più lontano è perché sono salito sulle spalle dei giganti”), ha probabilmente una duplice valenza. Da un lato quella di chi riconosce nell’insegnamento del passato la base delle proprie fortune, dall’altra quella di chi vuole recidere ogni legame e correre con le proprie gambe (da qui la frase “stare sulle spalle dei giganti mi lascia indifferente”). È difficile, tuttavia, individuare un nucleo autobiografico nel brano, persino nell’esortazione rivolta a un fantomatico cantante, cui viene chiesto di esibirsi, così come nel verso “I am king of all I see, my kingdom for a voice”.
Più di uno, però, vedrà in queste parole le avvisaglie di una nuova consapevolezza. Quella di un divo ricercato e venerato da tutti. Il mio regno per una voce. Perché con "Document" Stipe e compagni hanno gettato le basi del loro futuro da star. Quel documento è come un diploma. “La band di college-rock più influente si laurea”, titolerà Rolling Stone. Finita l’università della Irs, toccherà alla Warner coglierne i preziosissimi frutti.



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