R.E.M. - Perfect Circle

R.E.M. - Perfect Circle

Monster

di Claudio Fabretti

MONSTER (1994)


WHAT’S THE FREQUENCY, KENNETH?


Rem - MonsterSul tetto del mondo, eppure mai così pericolanti. I Rem che nel 1993 se la giocano con gli amici U2 per il titolo di più grande rock band del pianeta sono una creatura sempre più fragile, minata dal successo e dalle liturgie del music business. Il più allergico a queste ultime, Berry, fa capire chiaramente di voler staccare la spina. Buck, invece, mal sopporta il nuovo ruolo politico della band, assurta praticamente a portabandiera della nuova stagione democratica: quando Berry, Stipe e Mills volano a Washington per partecipare alle celebrazioni del nuovo mandato di Bill Clinton, fa sapere di non avere “alcun interesse a incontrare presidenti o cose del genere”.
Stipe, ormai rasato a zero sotto i consueti cappellini da baseball, decide invece di uscire finalmente allo scoperto sulle sue condizioni di salute: “Sto bene, davvero bene”, rivelerà a Rolling Stone. “E non sono sieropositivo, se non ho mai smentito quelle voci pubblicamente è perché non volevo ferire la sensibilità dei malati di Aids... La mia sessualità è sempre stata incerta, sono stato sempre pelle e ossa e ho sempre avuto pochi capelli”.
Per Michael, però, è una stagione di terribili lutti. In poco tempo, infatti, perde due amici, l’attore River Phoenix, stroncato da un ictus in seguito a un’overdose nella notte di Halloween del 1993 (a lui sarà dedicato il nuovo singolo di “Automatic For The People”, “Find The River”, uscito un mese dopo, oltre all’intero album “Monster”) e il leader dei Nirvana, Kurt Cobain, trovato morto nella sua casa di Seattle l'8 aprile 1994, ufficialmente suicidatosi con un colpo di fucile.
Era un legame profondo, quello che univa la stella del grunge ai Rem. Non c’era solo la consapevolezza, da parte di Cobain, di aver avuto nella band georgiana un formidabile apripista sulla rotta tra indie rock e mainstream, c’era anche una sincera ammirazione per Stipe, uno che era riuscito a gestire la sua popolarità in modo umano e indipendente, proprio come non riusciva a fare lui. Insomma, per i Rem nutriva sincera ammirazione. “Se solo riuscissi a scrivere un paio di canzoni al loro livello”, era arrivato a dire. E Stipe voleva tirarlo via da Seattle, da quell’abisso di disperazione e follia. Insieme avevano già progettato future collaborazioni tra le due band, ma non sapremo mai cosa sarebbero state, così come non sapremo mai se la passione di Cobain per “Automatic For The People” avrebbe spinto i Nirvana a partorire quel disco “pieno di grazia, etereo e acustico” che il loro leader aveva vagheggiato.

La notizia della morte di Cobain, destinata a segnare uno spartiacque nell’intero decennio musicale, raggiunge i Rem in piena session di registrazione di “Monster”. E lascerà una traccia profonda sul disco, con un brano, “Let Me In”, dedicato proprio all’amico scomparso. In più, la band deciderà di usare una chitarra della linea di Kurt, su espressa richiesta della vedova, Courtney Love, con la quale Stipe avvierà un’affettuosa (e discussa) amicizia. “Mi venne la pelle d’oca quando vidi Michael e Courtney che si dicevano quanto si volevano bene”, racconterà il primo produttore dei Rem, Mitch Easter. Ma non era un legame improvvisato: lo stesso Buck, del resto, da qualche tempo si era trasferito a Seattle, la nuova mecca del grunge-rock, dove era diventato vicino di casa proprio della famiglia Cobain.
Su questo crinale insidioso, fatto di dubbi, contraddizioni e maldicenze, i rem rischiano di cadere ancora, e stavolta definitivamente. Stipe, paralizzato dal dolore, resta per diversi mesi in preda al blocco dello scrittore. E, come se non bastasse, per un breve periodo Mills finisce in ospedale a causa di una diverticolite. La band pare svuotata: “A un certo punto non ci parlavamo più... Ci guardavamo negli occhi e non c’era che rabbia e risentimento; di fatto eravamo completamente fuori di testa”, racconterà Stipe. Ne usciranno riattaccando la spina alle chitarre. E tirando fuori tutta la rabbia sopita tra i solchi melanconici di “Automatic For The People”.

Inciso quasi “in presa diretta” al Crossover di Atlanta, come fosse un live, “Monster” segna un ritorno prepotente al rock. Un rock mai così rumoroso e distorto, in cui non c’è più traccia di quella serena e matura consapevolezza acquisita nei due album precedenti, ma solo l’istantanea di una nuova crisi di nervi, del crollo delle certezze di una generazione X allo sbando, in preda a una nuova stagione di ossessioni e violenze. “Una raccolta inquietante, che ti esplode dritta in faccia”, la definisce Buck, che ne suggerì anche il titolo.

Affogato in un nugolo di feedback e riverberi, “What’s The Frequency, Kenneth?” è il grido di battaglia di questo nuovo corso, acido e arrembante. Una storia di follia e violenza, celata, al solito, da un velo di lirico nonsense.

“What’s the frequency, Kenneth?” is your Benzedrine, uh-huh
I was brain-dead, locked out, numb, not up to speed
I thought I’d pegged you an idiot’s dream
Tunnel vision from the outsider’s screen
I never understood the frequency, uh-huh
You wore our expectations like an armored suit, uh-huh

“Qual è la frequenza, Kenneth?” è la tua benzedrina, uh-huh
Ero cerebroleso, chiuso fuori, insensibile, non abbastanza veloce
Pensavo di averti classificato come un sogno da idiota
Visione a galleria dallo schermo di un outsider
Non ho mai capito la frequenza, uh-huh
Tu indossavi le nostre aspettative come un’armatura, uh-huh

Lo spunto è un fatto realmente accaduto al celebre anchor-man della cbs Dan Rather. La notte dell’ottobre 1986, mentre passeggiava per Manhattan, Rather venne assalito da uno squilibrato che continuava a ripetere “Kenneth, what is the frequency?”. Fermato poco tempo dopo, l’aggressore, William Tager, spiegò di aver attaccato Rather perché convinto che i media lo stessero controllando tramite l’invio di segnali dentro la sua testa; pensava che se fosse riuscito a scoprire la frequenza esatta di quei segnali, sarebbe riuscito a bloccarli. Beffardamente, i Rem insceneranno una gustosa pantomima al David Letterman Show, in cui il vero Rather canterà il brano al posto di Stipe, con un irresistibile effetto comico.
Il brano, però, è tutt’altro che ilare. Come conferma anche la seconda strofa, che allude all’apatia della famigerata "generazione X", coniata dall’omonimo romanzo di Douglas Coupland del 1991 e spesso accostata proprio al boom del grunge.

I’d studied your cartoons, radio, music, tv, movies, magazines
Richard said “Withdrawal in disgust is not the same as apathy”
A smile like the cartoon, tooth for a tooth
You said that irony was the shackles of youth
You wore a shirt of violent green, uh-huh
I never understood the frequency, uh-huh


Ho studiato i tuoi cartoni animati, radio, musica, tv, film e riviste
Richard diceva: “Tirarsi indietro disgustati non è la stessa cosa dell’apatia”
Un sorriso come un cartone animato, dente per dente
Tu dicevi che l’ironia era la catena della gioventù
Avevi una camicia di un verde violento, uh-huh
Non ho mai capito la frequenza, uh-huh

Richard Linklater è il regista di “Slacker”, uno dei film-culto sulla generazione X, cui viene appunto attribuita la frase “Tirarsi indietro disgustati non è la stessa cosa dell’apatia”. Come se, in fondo, dietro la ritrosia e l’indolenza dei giovani in camicia di flanella degli anni Novanta non vi fosse altro che la stessa rabbia nichilista espressa quindici anni prima dalla generazione punk. Stipe, sebbene non faccia strettamente parte di quella generazione, ne assorbe l’angoscia, lo smarrimento e la mancanza di dogmatismo. E l’affranca dagli stereotipi di vacuità e cinismo che tanto facilmente le sarebbero stati addossati. Stereotipi clamorosamente smentiti, poi, alla prova dei fatti, quando proprio i ragazzi della generazione X diverranno i protagonisti della rivoluzione di Internet.
Ma tutto è stilizzato, sublimato in quel riff tagliente e in quel ritornello ostinato che non lasciano scampo.

CRUSH WITH EYELINER

Il tremolo di chitarra di “Crush With Eyeliner” introduce quello che, secondo Stipe, è il tema principale della raccolta: una sessualità libera e sfrontata. “Volevo fare un disco di canzoni che parlassero di sesso”, ha spiegato in un’intervista a Rolling Stone. “Pensavo che sarebbe stato divertente, forte... Io ho una specie di risposta standard riguardo alle mie idee sul sesso, e cioè che altro non è che attrito ed ego.. e tempismo. Queste canzoni sono volutamente esplicite. Volevo qualcosa che fosse sfacciata incasinata e sexy, con qualche disfunzione, e dalla sessualità ambigua. Spero che ci sia anche un po’ d’umanità, però”.
E “Crush With Eyeliner” gioca proprio sul tema di un’identità sessuale mutante, che si piega ai capricci di una “cotta” (crush), di un’infatuazione ossessiva.

I know you
I know you’ve seen her
She’s a sad tomato
She’s three miles of bad road
Walking down the street
Will I never meet her?
She’s a real woman-child
Oh my kiss breath turpentine

I am smitten

I’m in like
I’m infatuated
It’s all too much-the pressure
She’s all that I can take
What position should I wear?
Cop an attitude? (You faker)
How can I convince her? (Faker)
That I’m invented too, yeah

I am smitten
I’m the real thing (I’m the real thing)
We all invent ourselves
And, uh, you know me

So che tu
So che tu l’hai incontrata
Lei è un pomodoro sfatto
Lei è tre miglia di curve
Cammina per la strada
La incontrerò mai?
Lei è una vera donna-bambina
Oh, il mio bacio emana acquaragia

Sono cotto

Mi piace
Sono infatuato
C’è troppa passione
Lei è il massimo che posso avere
Che posizione dovrei assumere?
E mettere su una posa (sei un falso)
Come posso convincerla (falso)
Che anch’io sono un’invenzione

Sono cotto
Sono l’originale (sono l’originale)
Tutti inventiamo noi stessi
E tu mi conosci

L’ambiguità, dunque, e la finzione come reazioni istintive a una passione incontrollabile. Facendo quasi il verso alla coeva “Even Better Than The Real Thing” degli U2, che esaltava il falso come “quasi superiore alla realtà”, Stipe arriva a definirsi un creatore di prodotti artificiosi, costruiti. “Potrei essere il tuo Frankenstein”, arriverà a dire qualche verso dopo. Con buona pace del mito dell’autenticità del rocker. Lo stesso canto di Stipe si trasforma, è più impastato, torbido, sornione. A metà strada tra il crooning di Bryan Ferry e il Lou Reed più vizioso. Con quella punta d’ironia che fa sempre la differenza, a cominciare dall’improbabile e assai poco poetico accostamento dell’amata a un pomodoro sfatto.
A impreziosire questo boogie glam rock, sporco e distorto à-la New York Dolls, provvede sua maestà Thurstoon Moore, leader dei Sonic Youth, che imbraccia la seconda chitarra ingaggiando un memorabile duello con Buck.

KING OF COMEDY

Rem - MonsterÈ un disco pieno di personaggi irreali, “Monster”, di “mostri”, per l’appunto: personalità alterate, maniacali, squilibrate. C’è chi lo considera anche la raccolta di canzoni meno autobiografiche di Stipe, e forse non a torto, stando alle parole di Buck: “L’intero disco era una sorta di reazione al fatto di avere un seguito di persone così grande e di finire sui giornali per i motivi più strani. Quando lessi i testi, pensai: questi tizi sono fuori di testa, non so proprio chi siano, di certo non è Michael. Direi che questa fu l’unica volta che creò dei personaggi inquietanti e non so se la gente lo abbia capito. Si esprimeva interpretando parti che non gli somigliavano”. Come ricorda Buckley, “Monster fu il tentativo di Stipe di fare terra bruciata fra se stesso e il genere di persone ‘indesiderate’ che pure facevano parte del pubblico tradizionale”. Una continua provocazione, dunque, quasi a voler distorcere a tutti i costi l’immagine costruita, più o meno volutamente, dai Rem nei due dischi precedenti.
Stipe gioca con le maschere, insomma, e la più detestabile è proprio quella di “King Of Comedy”, ripresa dall’omonimo film di Martin Scorsese del 1983. Ma se Robert De Niro incarnava un attore comico alla costante ricerca della gloria, il personaggio di Stipe riassume in sé tutto il peggio dell’odiato music business: un manipolatore di anime in nome di qualche dollaro in più.

Make your money with exploitation
Make it holy illumination
Say a prayer at every station
Don’t forget to ask for mercy
Make your money with a pretty face
Make it easy with product placement
Make it charged with controversy
I’m straight, I’m queer, I’m bi

I’m not king of comedy
I’m not your magazine
I’m not your television

Fai i soldi con lo sfruttamento
Fanne una sacra illuminazione
Di’ una preghiera a ogni stazione
Non dimenticarti di chiedere pietà
Fai i soldi con una bella faccia
Falli facilmente piazzando il tuo prodotto
Aumentane il valore con una polemica
Sono etero, gay, bisex

Non sono il re della commedia
Non sono la tua rivista
Non sono la tua televisione

Ancora una volta la metamorfosi e l’artificiosità, stavolta al servizio del commercio, del circo mangiasoldi dello showbiz. E con una punta di sarcasmo, questo sì, polemicamente autobiografico: “Sono etero, gay, bisex”, canta Stipe, come a voler ironizzare su se stesso e sulle stupide etichette affibbiate dai media.
Distorsioni e riverberi amplificati, che ricordano da vicino gli U2 noisy di “Zoo Station”, dominano la scena, relegando in secondo piano la voce arrochita e quasi “assente” del cantante, che vira su un registro volutamente monocorde e distaccato. “Un plagio di Leonard Cohen”, ironizzerà Stipe, che aveva già avuto modo di omaggiare a modo suo il maestro canadese con una vibrante cover remmiana di “First We Take Manhattan” nel tribute-album “I’m Your Fan” (1991).

I DON’T SLEEP, I DREAM

Dopo l’inizio arrembante, giunge la prima pausa. Il ritmo scende e la voce di Stipe si ammorbidisce, inerpicandosi su un efebico falsetto nel refrain, attorniata da un drumming minaccioso e dagli sparuti rintocchi del piano. Non sta dormendo, sta sognando: “I Don’t Sleep, I Dream” rispolvera il tocco fatato delle ballate targate Rem. Ma il testo è un’altra cruda profferta sessuale, che lascia ben poco all’immaginazione.

Are you looking to drive my dreams?
You here to run my screens?
You come, deliver my demons
Hooray hooray hip hip hooray
Are you coming to ease my headache?
Do you give good head?
Am I good in bed?

I don’t know, I guess so
I don’t sleep, I dream
I’ll settle for a cup of coffee
But you know what I really need

Stai cercando di guidare i miei sogni?
Sei qui per abbattere le mie difese?
Arrivi, liberi i miei demoni
Hurrà hurrà hip hip hurrà
Sei qui per farmi passare il mal di testa?
Sei brava a fare i pompini?
Sono bravo a letto?

Non lo so, penso di sì
Io non dormo, sogno
Mi accontenterò di una tazza di caffè
Ma tu sai di cosa ho davvero bisogno

Tutto molto esplicito, perfino la metafora del “far passare il mal di testa”, che si riferisce chiaramente al sesso come miglior rimedio possibile a quel tipo di malessere.
Ma se tutto il testo è un impertinente alternarsi di avance a sfondo sessuale, uno dei primi versi rimanda a nuovi tormenti interiori di cui i sogni potrebbero essere lo specchio più inquietante: “You looking to dig my dreams/ Be prepared for anything” ammonisce la voce narrante. Per scavare nei suoi sogni, bisogna essere preparati a tutto. È l’ossessione, vero leitmotiv del disco, che torna in primo piano, in una nuova esplorazione dei recessi più oscuri e inconfessabili della mente.

STRANGE CURRENCIES

Ma il passato non si dimentica. E può tornare a galla anche con sembianze sinistramente simili. “Strange Currencies” è, di fatto, una nuova “Everybody Hurts”: stesso giro di chitarra, melodia al limite del plagio nel ritornello, solo leggermente più sostenuta e “rock” nel complesso. Il testo, però, è uno di quei bei racconti d’incertezze e amori adolescenziali che a Stipe riescono particolarmente bene. Le “strane valute” sono le sfumature indecifrabili delle persone, le vie insondabili attraverso le quali si manifestano i sentimenti.

I don’t know why you’re mean to me
When I call on the telephone
And I don’t know what you mean to me
But I want to turn you on, turn you up, figure you out, I want to take you on

These words, “You will be mine”
These words, “You will be mine”. All the time

The fool might be my middle name
But I’d be foolish not to say
I’m going to make whatever it takes
Ring you up, call you down, sign your name, secret love
Make it rhyme, take you in, and make you mine

Non so perché tu sia crudele con me
Quando ti parlo al telefono
E non so cosa conti per me
Ma voglio eccitarti, tirarti su, cercare di capirti, voglio tenerti vicino a me

Queste parole, “sarai mia”
Queste parole, “sarai mia”. In tutti i momenti

Scemo potrebbe essere il mio secondo nome
Ma sarei stupido a non dire
Che farò tutto ciò che occorre
Chiamarti, farti scendere, firmare col tuo nome, amore segreto
Metterlo in rima, prenderti in giro e farti mia

Un’implorazione dai toni particolarmente accorati, una disperata richiesta di ascolto, rivolta – come ha spiegato Stipe – da un adolescente immaturo, vanamente innamorato di una persona che ha idealizzato al limite della morbosità (il contraltare al femminile sarà la successiva “Tongue”, dove per dar voce a una ragazzina insicura il cantante ricorrerà a un inedito falsetto). “I need a chance, a second chance, a third chance, a fourth chance”: l’amore irragionevole, che continua a chiedere e non si piega neanche davanti all’evidente fallimento. Perché, con ogni probabilità, di chance non ne avrà neanche una.

BANG AND BLAME

Una caracollante andatura reggae-rock alla Police, con il basso di Mills a dettar legge e Buck a ricamare tremolanti accordi di chitarra sullo sfondo. “Bang And Blame” è uno dei numeri di maggior classe del disco. Esplosivo nel ritornello, ma malinconico al contempo, specie nel cantato di Stipe, che discetta di un nuovo, tormentato rapporto di coppia con spleen desolato e fatalista.

If you could see yourself now, baby
It’s not my fault
You used to be so in control
You’re going to roll right over this one
Just roll me over, let me go
You’re laying blame
Take this as no, no, no

You bang, bang, bang, bang and bang
Blame, blame, blame
You bang, bang, bang, bang and bang
It’s not my thing so let it go

Se solo riuscissi a vederti ora, baby
Non è colpa mia
Eri sempre così controllato
Stavolta ci scivolerai sopra
Girami dall’altra parte, lasciami andare
Mi stai incolpando
Prendilo come un no, no, no

Tu colpisci, colpisci, colpisci, colpisci e colpisci
Incolpi, incolpi, incolpi
Tu colpisci, colpisci, colpisci, colpisci e colpisci
Non fa per me, quindi lascia stare

È la cronaca di una trasformazione pericolosa e patologica. Il partner cui si rivolge la voce narrante ha perso tutto il controllo di cui era capace (“You used to be so in control”). Fino a terribili conseguenze. Stipe, infatti, ha precisato che si tratta di un caso di “violenza domestica”. Ancora una volta, quindi, l’amore si fa possessivo, morboso e patologico, sconfinando nell’ossessione e nell’aggressività. E che si tratti di una completa metamorfosi lo confermano i versi successivi: “The tables have turned/ The whole world hinges on your swings” (“Le posizioni si sono invertite / Il mondo intero ruota attorno ai tuoi mutamenti”). Una metamorfosi che genera sconcerto e incomunicabilità.

I TOOK YOUR NAME

In questo campionario di amanti patologici, squilibrati e stalker, trova posto anche una malcelata allusione al fan, colui che si identifica a tal punto con il suo idolo da volersi sostituire completamente a esso.

I wore the clothes you wanted
I took your name
If there is some confusion, who’s to blame?

I signed your living will
I smiled your face
I’m ready to close the book on NASA in outer space

Ho messo i vestiti che volevi
Ho preso il tuo nome
Se c’è qualche confusione, di chi è la colpa?

Ho firmato il tuo testamento in vita
Sorrido con la tua faccia
Sono pronto a chiudere il libro sulla Nasa nello spazio

Ma il trasformismo è anche una delle peculiarità di quell’evo glam rock citato qua e là nel disco e suggellato tre anni dopo dal film “Velvet Goldmine”, di cui proprio Stipe sarà produttore. Così, non può mancare un accenno a uno dei re di quella camaleontica stagione musicale, Iggy Pop.

I’ll be your albatross
Devil, dog, Jesus, God
I don’t wanna be Iggy Pop but if that’s what it takes, hey


Sarò il tuo albatro
Diavolo, cane, Gesù, Dio
Non voglio essere Iggy Pop ma se questo è ciò che serve, ehi...

Scudisciate lancinanti di chitarra infiammano un episodio tra i più duri dell’intero repertorio dei Georgiani. Buck alterna il tremolio delle sue corde a vampate di feedback e a un assolo quasi heavy, facendo terra bruciata attorno al cantato, ancora una volta monocorde e quasi “robotico”, di Stipe. L’effetto è di indubbia suggestione e sarà esaltato nella versione live, che aprirà tutte le scalette del Monster Tour nel 1995.

LET ME IN

Michael Stipe - Courtney LoveUn dirupo di dolore, circondato da spesse mura di rumore assordante. La dedica più sofferta si fa largo tra nugoli di distorsioni, attraverso un grido disperato e struggente, che resterà vano. “Lasciami entrare”, dice idealmente Michael a Kurt. Ma l’accesso a quel solipsistico universo di disperazione resterà interdetto. Anche se fino all’ultimo Michael cercherà di portarlo via da quel mondo, comprandogli persino un biglietto aereo per Athens.
Il corpo senza vita del leader dei Nirvana viene rinvenuto l’8 aprile 1994 nella serra presso il garage nella sua casa sul Lago Washington. “It’s better to burn out than to fade away” (“È meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”), il commiato dal mondo, con la citazione di una celebre canzone di Neil Young, “Hey Hey, My My (Out Of The Blue)”. Stipe è sconvolto e condensa la sua disperazione in poche righe di comunicato: “La sua morte è una profonda perdita e non posso aggiungere altro”.
“Let Me In” è dunque la cronaca di questo fallimento, ma al tempo stesso la testimonianza di un’amicizia sincera, che univa due personaggi apparentemente lontanissimi. 

Yeah, all those stars drip down like butter
And promises are sweet
We hold out our pans with our hands to catch them
We eat them up, drink them up, up, up, up

Heyyyyyy, let me in
Heyyyyyy, let me in

I only wish that I could hear you whisper down
Mister fisher moved to a less peculiar ground
He gathered up his loved ones and he brought them all around
To say goodbye, nice try

Sì, tutte quelle stelle gocciolano come burro
Le promesse sono dolci
Allunghiamo le nostre pentole e le nostre mani per prenderle
Le mangiamo, le beviamo...

Ehiiiiii, fammi entrare
Ehiiiiii, fammi entrare

Vorrei solo averti sentito sussurrare
Mr. Pescatore si è trasferito in una terra un po’ meno speciale
Ha riunito i suoi cari e li ha portati in giro
Per dire loro addio, bella mossa

Tanti i riferimenti: da “All those stars drip down like butter” (“Tutte quelle stelle gocciolano come burro”) che cita la "Birdland" di Patti Smith (“It was if someone had spread butter on all the fine points of the stars”) fino a quel Mr. Pescatore, che allude al segno zodiacale di Cobain, i Pesci. L’istante della fine è raccontato con amarezza, come se Cobain avesse voluto riunire idealmente accanto a sé tutti i suoi amici e parenti, per poterli salutare, quando invece tutto è avvenuto al chiuso della più remota solitudine. E Stipe non si dà ancora pace, per quel tentativo andato a vuoto di fermare tutto, di immergersi dentro quell’abisso per trarre in salvo l’amico: “I had a mind to try to stop you. Let me in. Let me in/ But I’ve got tar on my feet and I can’t see” (“Avevo in mente di fermarti. Lasciami entrare. Lasciami entrare/ Ma ho il catrame ai piedi e non riesco a vedere”), canta Michael quasi piangente.
In una coltre di chitarre riverberate, si insinua una tenera melodia di organo, che si apre struggente nel ritornello, intonato con drammatica solennità. Un’orazione funebre scritta “a Kurt, per Kurt e su Kurt”, come ha precisato Stipe. Un omaggio pienamente riuscito, che schiva le insidie della retorica e si conficca dritto in fondo al cuore.

Nonostante i tormenti della gestazione, le incertezze della stessa band, che non lo ha mai considerato uno dei suoi dischi migliori, e un suono aspro che lascia spiazzati i nuovi fan – quelli cullati dalle melodie sinuose e dagli arrangiamenti barocchi dei due album precedenti – “Monster” allunga la serie positiva dei Rem, vendendo oltre 10 milioni di copie, conquistando la vetta delle classifiche sia negli Stati Uniti sia nel Regno Unito e fornendo la base ideale per un nuovo, esaltante tour. Un tour che, però, non sarà ricordato per quelle performance, che vedevano i Rem di nuovo sul palco dopo sei anni, ma per la tragedia sfiorata a Losanna (Svizzera) il primo marzo 1995.



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