Approfondimenti

L'aspro volto del country

Ricordo di Merle Haggard

di Federico Romagnoli
L’anno prossimo la musica country compirà novant’anni, data la convenzione che la vuole nata nel 1927, per effetto dei primi singoli di Jimmie Rodgers e della Carter Family.
Da quelle parti sono quindi abituati ai lutti da molto più tempo rispetto all’universo rock. Tuttavia la morte di Merle Haggard rappresenta un vero terremoto e può avere il peso, fatte le dovute proporzioni, di quella di David Bowie.

Fra gli uomini del settore, Willie Nelson e Glen Campbell sono gli unici ancora in vita a poter vantare un peso pari a quello di Haggard, ma considerando che l’alzheimer ha purtroppo ridotto Campbell in stato semi-vegetativo, è ormai rimasto il solo Nelson a portare sulle spalle la storia del genere.
Proprio Nelson è una delle persone più colpite dalla morte di Haggard. Suo amico da ormai mezzo secolo, con diversi dischi cointestati, tournée insieme e frequentazione all’infuori del lavoro. “Era mio fratello”, le parole di Nelson che ben sintetizzano il rapporto.

merle_haggard.2Nonostante il buon Willie sia più che liberale, ha sempre subito il fascino di Merle, la cui forza era anche quella di riuscire a conquistare persone dalle convinzioni profondamente diverse dalle sue. Molti suoi brani sono infatti inni patriottici che esaltano il lato provinciale dell’America e i “valori di una volta”, ma la complessità del personaggio non l’ha mai fatto schierare troppo apertamente. Volendo definire il suo ruolo, lo si potrebbe indicare come “repubblicano critico”, una figura che sarebbe particolarmente utile al partito oggi come oggi.
Nel 1969 con “Okie From Muskogee” mise in chiaro cosa pensava della comunità hippie e di coloro che contestavano le autorità governative e militari. “Non fumiamo marijuana a Muskogee, non facciamo viaggi con l’Lsd, non bruciamo le cartoline di leva sulla Main Street, ci piace vivere onestamente ed essere liberi”.
E se il riferimento alla guerra in Vietnam era solo indiretto, l’anno successivo tenne a precisarlo con la straordinaria “The Fightin’ Side Of Me”. “Sento gente che parla male, di come si vive in questo paese. Ci lamentiamo continuamente delle guerre che combattiamo, e ci lagniamo su come le cose dovrebbero andare”.
Non c’erano più sottintesi, la guerra in Vietnam non andava contestata e basta, e non tanto perché Haggard fosse a favore dell’intervento militare, quanto perché non sopportava l’idea dei ragazzi che rimanevano in America, al sicuro, e si lamentavano sulla pelle dei soldati che andavano a morire in Asia.

Posizioni magari reazionarie, che però non impedivano ai suoi brani di essere amati da chiunque per la passione, per l’onestà, per l’ammirazione che generavano con il loro esporsi, in un momento in cui nella musica sembrava obbligatorio esprimere una sola opinione.
Fra i suoi ammiratori storici spiccano anche nomi fra i più radicali della controcultura americana, quali Phil Ochs e i Grateful Dead, che arrivarono a coverizzarlo (a dispetto del fatto che Haggard avrebbe volentieri rifilato uno scapaccione magari non alle loro persone, ma sicuramente alle loro posizioni politiche).

Perché Haggard aveva una componente universale, che rendeva evidente non si trattasse del solito repubblicano berciante. La sensibilità.
Quella sensibilità che gli consentiva di guardare oltre gli schieramenti politici e di cantare a favore di gente che aveva problemi con la legge, cercando di far comprendere la loro condizione e non giudicarli (“Mama Tried”). In questo aveva ben poco di repubblicano.
Così come quando scriveva di amore interraziale per un pubblico ancora piuttosto chiuso sull’argomento (“Irma Jackson”, lanciata da Tony Booth).
Così come quando ti sbatteva in faccia la povertà della provincia (“If We Make It Through December”, tragica sin dal titolo, o “Hungry Eyes”, baratro di speranze disilluse).

Una sensibilità che l’ha portato dopo decenni a inasprire la sua posizione critica nei confronti del Grand Old Party, fino al distacco. Stufo della propaganda violenta di Fox News, basata a suo dire su notizie manipolate, e insoddisfatto per il risultato fallimentare dell’amministrazione Bush, Haggard si dichiarò nel 2008 a favore del partito democratico, pur continuando a ritenersi “tutt’altro che liberale”. Ma evidentemente anche per un vecchio burbero tutto “mama”, “road” e “dust” quando è troppo è troppo.

merle_haggard.1In attesa del rientro dei suoi album nella classifica americana sull’onda della commozione, e delle inevitabili cover-omaggio, vale quindi la pena di prendere confidenza con il suo canzoniere.
Haggard ha generato classici del settore ininterrottamente dal 1966 al 1982, anno dello splendido duetto con Nelson sulle note di “Pancho And Lefty”, cover di Townes Van Zandt (una di quelle cover che potrebbe fregiarsi del titolo un po’ antipatico, ma assolutamente meritato, di “superiore all’originale”).
La sua dipartita lascia una voragine nella cultura americana. Finora si è infatti parlato dei suoi argomenti, ma la musica non era meno splendente, e il country senza di lui sarebbe stato profondamente diverso.

Prima del suo debutto, Buck Owens era la sola stella del country che si era ribellata all’estetica pop di Nashville, cantando un country elettrico e squillante, dalla produzione piuttosto asciutta, che sarebbe passato alla storia come Bakersfield sound. Sembrava che nessuno avesse il coraggio di seguirlo quando Haggard irruppe sulle scene con la forza di un tornado, ottenendo numeri ancora più importanti (il 33 giri di “Okie From Muskogee” arrivò a superare il milione di copie).
La diffusione di simile sound è stata fondamentale per lo sviluppo del country-rock, quando dall’altra parte della barricata molti artisti ne subirono il fascino e cominciarono ad incorporarne elementi, dai Byrds ai Creedence Clearwater Revival, dai Flying Burrito Bros allo stesso Bob Dylan. E più avanti nel tempo anche l’alternative country di uno Steve Earle avrebbe guardato al Bakersfield sound come modello di integrità.
Questi sono solo alcuni dei motivi per cui il mondo della musica ha appena subito una perdita molto più dolorosa di quanto sia stato percepito all’infuori degli Stati Uniti.

Merle Haggard è morto nel giorno del suo settantanovesimo compleanno.
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