Risponde il critico

Throbbing Gristle

Throbbing Gristle - Controcultura industriale

Antonio Ciarletta
Vittore Baroni è uno dei maestri della critica musicale nostrana e non solo; indagatore delle controculture, è dalla fine degli anni 70 uno dei più attivi e stimati operatori del circuito internazionale della mail art. Co-fondatore e redattore del mensile Rumore, ha collaborato a numerose testate (Rockerilla, Velvet, Neural, Sonora, Pulp, ArtLab, Juliet, ecc.) e scritto o curato volumi su Residents, Psychic TV, sulla musica elettronica, sulle colonne sonore rock, sulla copy art, sulla mail art e sull’arte psichedelica dei 60. Abbiamo approfittato della sua disponibilità per addentrarci in uno dei campi d’indagine da lui preferiti, l’industrial, scambiando quattro chiacchiere su Throbbing Gristle, formazione per la quale il termine è stato coniato.

1. Vorrei iniziare chiedendoti qual è il lascito musicale e culturale dell’esperienza Throbbing Gristle (e COUM Transmissions prim’ancora).

Sarebbe un discorso molto lungo, quindi vedo di sintetizzare. Il lascito musicale è piuttosto evidente, dato che "industrial" è oggi una categoria musicale in piena regola, con diramazioni dall'ambient al rock da stadio, e chi mai se lo sarebbe aspettato quando quattro sconosciuti nei sobborghi di Londra hanno battezzato una trentina d'anni fa la loro micro-etichetta Industrial Records? Singolare poi il fatto che i TG fossero, ancor più di Sex Pistols e altri gruppi punk, dei non-musicisti dichiarati: il loro percorso ha dimostrato che attitudine e chiarezza di intenti sono più importanti di tecnica e nozioni musicali, che chiunque può produrre e far circolare la propria (anti)musica senza passare attraverso le forche caudine di critica-major-mercato, ma neppure di buongusto-decenza-ascoltabilità.
Concetti banali in epoca di laptop e Marilyn Manson, ma allora poco meno che rivoluzionari. Nella sua breve parabola (1975-1981) la missione dei TG è stata esemplare, sia dal punto di vista dell'innovazione sonora (rumorismo estremo, cooptato da krautrock ed elettronica colta, ma reso più tagliente e diretto) che da quello dell'autogestione totale, refrattaria a ogni censura o sistema di controllo. COUM Transmissions aveva già portato al limite la provocazione nei confronti del pubblico in ambito di rassegne artistiche e installazioni museali. La ricerca di Gen e Cosey necessitava di uscire dal "territorio protetto" delle gallerie d'arte per raggiungere un auditorio più vasto e differenziato, come appunto quello della musica popolare. Che poi molte tematiche e soluzioni formali introdotte dai TG, elementi cardine della cosiddetta "cultura industriale" dei primi 80 (l'ultimo strascico delle controculture antagoniste dei 60?), siano state presto trasformate in cliché e svuotate della loro originaria valenza provocatoria, è un altro paio di maniche...

 

2. Come hai appena ricordato, il messaggio dei TG e della prima ondata industrial è stato travisato da tutti quei gruppuscoli che l’hanno reinterpretato e riproposto in pura chiave estetizzante (musica, look, testi), puntando su caratterizzazioni parossistiche legate al satanismo, alla necrofilia, e su musiche dal forte appeal commercial-danzereccio. Ci sono margini per riattualizzare in modo sincero quel messaggio e quelle musiche, e soprattutto ha senso farlo? C’è oggi qualche artista che incarna quell’esperienza, o quantomeno ne porta avanti le premesse?

Quello che è accaduto dopo la prima ondata industrial era in un certo senso inevitabile, ogni fenomeno musicale (o culturale in senso lato) che introduce nuovi elementi formali e contenutistici è consapevole di diventare automaticamente parte di un processo di assorbimento ed emulazione, da parte di artisti solitamente più giovani, e di omologazione e sfruttamento, da parte dell'industria discografica e dello spettacolo. Basta vedere cosa è accaduto col punk, il passaggio da fenomeno sotterraneo di rottura a trend mercificato su scala mondiale ha richiesto meno di due anni! Può accadere poi che all'interno di una "seconda ondata" (o terza) si formino delle piccole enclave di irriducibili, che esasperano i valori originari duri-e-puri del fenomeno: vedi il punk californiano ultrapoliticizzato della seconda ora, o certe frange della power electronics nel nostro caso. Ma non avrebbe senso pretendere dai Green Day un atteggiamento che riattualizzi il punk '76, anche perché in trent'anni la situazione dal punto di vista socio-politico è parecchio cambiata. Non si può "riattualizzare" in modo soddisfacente un fenomeno culturale, senza scivolare nella copia conforme e/o nella nostagia: vedi come inevitabilmente si riducono i tentativi di "reunion" di gruppi del passato, e Sex Pistols o Throbbing Gristle non fanno differenza.

Il breve disco dello scorso anno "TG Now" era più che dignitoso, così come dignitosi sono stati per quanto mi risulta (io non sono andato!) i concerti recenti dei TG, ma senza nulla aggiungere a quanto già detto e fatto, e soprattutto senza più incidere in alcun modo sul reale. E' ovvio, quelle che tre decenni fa erano provocazioni ora fanno solo sorridere: le enciclopedie sui serial killer le troviamo in allegato al quotidiano di centro-destra, di satanismo e malefici ne sa più mia madre di me (con tutti quei programmi tipo "Stargate", "Voyager" e "Top Secret" che si vedono in tv) e il piercing ormai ce l'ha pure la mia nipotina di sette anni...
Personalmente, avrei preferito che i TG si fossero provati, anche progettualmente e concettualmente, a escogitare qualcosa di totalmente nuovo e adatto ai tempi, non limitarsi a una formula che è 25%Coil+25%PTV+25%Chris&Cosey+25%vecchiTG, ma probabilmente a una certa età anche le migliori lance si spuntano (e due soldi di più in banca possono fare comodo).
Non credo che abbia un gran senso voler riportare in auge oggi l'originario "fuoco" industrial, come lo ha poco voler ricreare la psichedelia dei 60 o il rockabilly dei 50: si tratterebbe anche nel migliore dei casi (vedi Cramps e Bevis Frond) solo di una piacevole stranezza fuori dal suo tempo.
Non tutti i veterani industrial si sono però ammorbiditi o hanno abbandonato il campo, anzi per come la vedo io si danno pure casi di musicisti che hanno proseguito con coerenza, pur tra alti e bassi, la loro parabola creativa (Einsturzende Neubauten, Laibach, Z'ev, Merzbow, Michael Gira, Current 93, per fare i primi nomi di un certo spessore che mi vengono in mente). Ma non è questo il punto, ogni epoca produce "il suono del suo tempo" per usare una frase fatta, quindi un legame tra suoni, tematiche e problematiche (antagoniste) contemporanee è da ricercarsi piuttosto nei nuovi fenomeni emergenti. L'individuazione di tali fenomeni è resa molto più difficile di un tempo dalle caratteristiche stesse del panorama mediatico: internet, la disgregazione del feticcio-disco, la circolazione peer-to-peer, le comunità di rete, è da questo humus (e da un uso inedito e spregiudicato di questa nuova tecnologia) che devono probabilmente emergere gli odierni equivalenti dei TG. Forse sono già in circolazione e non ce ne siamo ancora accorti.

 

3. Beh, hai messo sul piatto delle tematiche molto interessanti, soprattutto per ciò che concerne il rapporto tra la musica e l’alveo spazio-temporale-culturale che la genera, e mi riprometto di ritornarci su nel proseguo della chiacchierata.

Tornando per un attimo alla “stretta attualità”, quali sono, a tuo parere i padri della proposta artistica COUM/T.G.? Hai già citato qualcosa, e dal mio punto di vista mi pare di poter indicare Stockhausen, la "Metal Machine Music" di Lou Reed, Kraftwerk, Velvet Underground, passando per Faust, Terry Riley, Fluxus e il cut-up burroughsiano. Troppi per una proposta così originale o ne manca addirittura qualcuno?

Leggendo il bel libro di Simon Ford "Wreckers of Civilization" (Black Dog Publishing 1999, pensa che all'epoca l'autore lo offrì ad AAA Edizioni per una traduzione italiana, ma la nostra piccola editrice non aveva le forze per un volume di questa dimensione!) emergono abbastanza chiare le principali influenze di COUM e TG. Fra quelli che citi, il nome più determinante è certamente quello dei Velvet Underground ("Metal Machine Music" di Lou Reed di conseguenza): al giovane Genesis/Neil Megson deve aver aperto gli occhi, in epoca di imperante "positivismo" hippie, sul fatto che il rock possa anche essere un canale espressivo per descrivere il lato oscuro dell'esistenza...
E poi si dice chiaramente che Neil fu "illuminato" dall'assistere a un concerto dei Pink Floyd in cui questi costruivano con sega e martello una sedia sulla scena: il seme dell'utilizzo di rumori "industriali" è insomma già insito nella prima psichedelia. Nonostante COUM abbia mostrato interessi concettuali creando una performance e registrando "l'opera (musicale) completa di Marcel Duchamp", aleatoria e rumoristica, ho il sospetto che il bagaglio culturale di Genesis e Cosey, o perlomeno le esperienze che più hanno contato per loro, non fossero tanto quelle di tipo "colto" alla Stockhausen, quanto quelle di derivazione rock-popular: sono stato a casa di molti personaggi della prima onda industrial, a Londra a cavallo fra 70 e 80, e ho visto molti dischi punk o kraut-rock nelle loro librerie, ma poco o nulla di autori come Fluxus, Stockhausen, Xenakis e simili (personaggi all'epoca conosciuti sui libri di storia della musica elettronica, più che ascoltati). P-Orridge è sempre stato molto teorico e progettuale nelle sue mosse, ed è quindi comprensibile che abbia studiato a fondo personaggi che hanno modificato il corso della storia dell'arte e della letteratura (come Duchamp e Burroughs, ma aggiungiamo pure Crowley, Manson e altri pensatori "maledetti") o della musica (Velvet e Kraftwerk, certo, ma anche i Rolling Stones, ad esempio, nella figura della rockstar anch'essa maudit Brian Jones). Ecco, a Genesis interessava in modo particolare di esplorare il processo che nel rock porta alla mitizzazione della star, da un lato per smontare questo meccanismo e metterne in risalto gli aspetti coercitivi e manipolatori, dall'altro per motivi egotistici ed esibizionistici, portati poi all'eccesso nei PTV: il musicista come leader e figura carismatica addirittura di una (anti)Chiesa (TOPY). Poi ciascun membro dei TG ha portato in realtà un suo diverso background, quello di Chris & Cosey il più relativamente convenzionale (dai Tangerine Dream agli ABBA), quello di Peter Christopherson il più elusivo e intermediale: una delle molte novità dei TG è stata proprio quella di avere nelle loro fila un personaggio come Sleazy, di formazione e attitudine un artista visuale più che musicista. Oggi nella musica per laptop è diventato comune trovare grafici/musicisti, anche perché un programma di gestione del suono del pc non è molto diverso da un programma per gestione immagini. Nel '76 era invece del tutto inusuale, e i TG sono stati precursori anche nell'interferenza fra modalità da galleria d'arte e da concerto rock.

 

4. Le esperienze controculturali del secolo passato, dal Dadaismo al Situazionismo, avevano come obiettivo l’abbattimento del concetto classico di arte legata a certificazioni dei circoli accademici (borghesi) della cultura “alta”. T.G. (e COUM), seguendo quella scia, hanno sviluppato un discorso artistico i cui fini erano la controinformazione, la destabilizzazione, rompere il circuito vizioso di informazioni precostituite dai “padroni della società dello spettacolo” (Debord docet). Genesis e compagni, tuttavia, gettarono la spugna quando percepirono che il progetto, avendo esaurito la sua spinta innovativa, stava tramutandosi in fenomeno mercantile, in ennesimo simbolo/simulacro da offrire in pasto a fan e mercato. Non pensi questa scelta fosse in contraddizione con la volontà di raggiungere un auditorio più vasto e differenziato (come tu stesso hai ricordato), che è poi il motivo che ha determinato il passaggio da CUOM a TG? Ok, cooptato dal sistema avrebbe perso la sua indipendenza, la sua carica eversiva, il suo bagliore destabilizzante, ma allora qual è il trade-off? C’è una via di mezzo?

Mah, credo che la fine dei TG sia da attribuirsi soprattutto a un logoramento dei rapporti interni, Chris e Cosey ne avevano abbastanza della convivenza con P-Orridge e avevano voglia di ritirarsi un po' a vita privata. Poi che la parabola artistica dei TG avesse ormai compiuto il suo corso e dimostrato quel che doveva dimostrare è un altro fattore che può avere influito - o è un bel ragionamento emerso a posteriori - ma, se ben ricordo il tono delle interviste del periodo, furono soprattutto gli scazzi personali a determinare lo scioglimento del gruppo. Il che, a voler ben vedere, crea una curiosa analogia con la fine dei Beatles (cherchez la femme, ecc.)...

In genere, è comunque preferibile uscire di scena un attimo prima di aver stancato, e in questo i TG sono stati certamente tempisti! Riguardo al fatto di essere cooptati o meno dal sistema (discografico), questa è una scelta che ciascun musicista deve e può ponderare anche in funzione delle proprie necessità (etiche e finanziarie). Oggi è ancora più facile di un tempo autogestirsi e autoprodursi completamente, distribuire la musica per canali autonomi (ai concerti e via internet), si danno molte "vie di mezzo" tra la firma incondizionata con una major e l'indipendenza totale, dipende dal potere contrattuale dell'artista e dalla sua intenzione o meno di mettere in discussione alcuni capisaldi del music business tradizionale, come ad esempio la ridefinizione del concetto di copyright, in luce dell'uso creativo di campionamenti, la libertà di download e scambio, sistemi alternativi e più equi di corrispondere royalty agli autori, ecc. In realtà per la maggior parte degli artisti è molto più comodo seguire i percorsi abituali e rodati, non porsi neppure il problema di scelte "controculturali", non è affatto facile inventarsi un "sistema" a propria immagine (ma chi ha palle e cervello perlomeno ci prova, e ciò avviene non solo a livello underground: vedi gli esempi di Todd Rundgren, Andy Partridge ecc.).

Mi chiedo, però, se esiste ancora una controcultura, come la intendevamo dai 60 in poi. A me pare che si stia sfaldando, o che si sia già in gran parte sfaldata, simultaneamente allo sfaldarsi della cultura tout court, come effetto a lungo periodo della graduale degradazione prodotta da un livellamento verso il basso dell'alfabetizzazione di massa. La logica del bestseller/blockbuster, dell'entertainment da supermercato, del talkshow/reality-tv-pensiero, ha svilito il concetto stesso di (contro)cultura: da un lato non c'è più incentivo per la ricerca pura (e c'è un degrado della qualità stessa della scrittura, delle traduzioni, correzioni bozze ecc.), dall'altro non c'è più una reale opposizione perché non c'è neppure più un vero pensiero forte contro cui combattere, è diventata una guerra tra fantasmi.

Per il giovane sotto i vent'anni, lo vedo da un paio di miei nipoti, è difficile cogliere la differenza tra Ramones e Green Day, o anche solo tra Vasco e Springsteen, per restare sui minimi sistemi. Questa è la grande vittoria delle forze reazionario-conservatrici, della globalizzazione accelerata dei saperi: l'eventuale "nuovo TG" oggi si trova senza terreno sotto i piedi. C'è anche un lato positivo della faccenda, ovvero che con lo sgretolarsi della dicotomia underground-overground, indipendente-mainstream, ci si trova a confrontarsi su di uno stesso piano, quindi la "controcultura" di oggi-domani sarà una nuova cultura o non sarà, è una sfida a un livello più alto (spero di non essere stato troppo criptico). E' come dire che lo smaterializzarsi del vecchio concetto di "album", con la circolazione di suoni "sciolti" nella rete e negli i-pod, porta da un lato alla perdita di un set di valori acquisiti, di una fertile tradizione nella cultura rock, ma dall'altro porta in compenso una nuova e grande libertà, anche da certe gabbie mentali (il completismo del collezionista, ad esempio, non ha più senso di esistere: l'acquirente compulsivo è forse portato a farsi delle domande su cosa e perché vuole davvero consumare, o ha comunque davanti a sé una scelta più ampia e disinibita di materiali). Che poi quasi tutti vogliano scaricare solo Coldplay e Anastacia fa parte della logica dello star-system, ma perlomeno un canale interattivo come internet offre una gamma di scelte molto più ampia di Mtv. Gli strumenti per rompere il "circolo vizioso" dell'informazione di regime oggi ci sono più di ieri, occorrono l'intelligenza e le energie per impiegarli con profitto.

 

5. Sottoscrivo quanto hai appena affermato. Villaggio globale, facile reperibilità delle informazioni, onnipresenza dei nuovi media che hanno significativamente ridefinito le modalità di relazione tra gli individui (McLuhan docet), degradazione dei linguaggi e dei contenuti; fattori che favoriscono, come dici tu, lo sgretolarsi della dicotomia underground/overground, cultura/controcultura, con vantaggi e svantaggi che hai illustrato alla perfezione. E sono ancora d’accordo per ciò che concerne la dissoluzione del senso nel mare magnum dell’informazione che si ha a disposizione, per cui puoi scovare un amico che s’intende poco di musica ad ascoltare Aphex Twin o Morphine per semplice intrattenimento (nulla di male, eh!), ma senza capire cosa c’è dietro. Non credi sia, questa, una situazione pericolosa e che gli svantaggi sopravanzino i vantaggi? La grande visibilità data da internet e quant’altro sta spingendo gli artisti che un volta chiamavamo alternativi, a produrre dischi con una frequenza sempre maggiore, per non parlare di band che si riformano per sfruttare il proprio nome (se anche Jandek è apparso per la prima volta dopo più di vent’anni…). Mi sembra ci sia una deriva della musica, anche quella di qualità, verso il puro intrattenimento, e si passi quindi da fruizione interessata (stimolata anche dal costo dei dischi, che prima dovevi necessariamente comprare) ad ascolto distratto. Qual è lo scenario, un disco degli Animal Collective come un videogioco della playstation?

Uh, temo proprio di sì. Al momento, in questa sorta di ingestibile anarchia da saturazione di informazioni, gli effetti negativi della proliferazione di nuovi media sembrano sopravanzare quelli positivi, ovvero finisce che a prevalere oggi sono solo quanti sono in grado di fare la voce più forte, supportando i propri prodotti/ideologie anche tramite i media tradizionali (stampa, tv, radio). Siamo probabilmente in una fase di transizione tra due epoche, quella dell'individuo "isolato" e quella dell'individuo continuamente "connesso" (via cellulare, internet ecc.). Quindi la gente ha questi fenomenali nuovi strumenti a disposizione, ma invece di farsi venire qualche idea per rendere più vivibile il pianeta, si limita a visitare siti porno, scaricare suonerie e giochini e album in classifica o le ultime novità cinematografiche, tuttalpiù a scambiare due chiacchiere con sconosciuti e vendere/comprare qualche carabattola su eBay.
Per chi sa già cosa vuole andare a scovare, internet è un fantastico vaso di Pandora, ma per la stragrande maggioranza degli utenti è solo un'altra insidiosa propaggine da Big Brother (non il programma tv). Forse la grande sfida del nostro tempo è proprio quella di riuscire a educare la gente a un uso meno superficiale dei nuovi media, che a differenza della tv (un mezzo di enorme influenza sociale, ma perlopiù controllato da pochi) sono tendenzialmente autogestibili da tutti a costi abbordabili. Mi meraviglio continuamente che non esistano riviste popolari specifiche a tale scopo, o che la stampa in genere non dedichi più spazio alle modalità di questo cambiamento epocale. Probabilmente stampa e rete si guardano ancora in cagnesco. Se leggi un articolo relativo a internet su un quotidiano, nove volte su dieci pare scritto da qualcuno che non sa neppure come si accende un modem. Lo vedo bene nello specifico musicale che bazzico da trent'anni: il modello dei mensili musicali rock e dintorni che troviamo in edicola (parlo della situazione italiana, in Uk e Usa è lievemente meglio) è palesemente invecchiato, obsoleto e ingestibile, eppure non si danno tentativi di riviste musicali realmente in sintonia con il mondo di mp3 e ipod, o di riviste che abbiano creato un loro corrispettivo web capace di rivolgersi agli utenti in modo più interattivo. Finisce che rispetto a testate con decenni di storia alle spalle, sono più utili le webzine ruspanti o le recensioni degli utenti su Amazon (dove, perlomeno, puoi ascoltare assaggi dei dischi prima di scegliere se ordinarli). E' una situazione difficile su tutti i fronti, che richiede nervi saldi e idee forti, più che azioni di "terrorismo mediatico" come all'epoca dei TG (al terrorismo, ci pensano già altri fin troppo). Ovviamente, per tornare a noi, non c'è nulla di male se qualcuno ascolta musica - bella o brutta che sia - per puro intrattenimento, fregandosene della storia che c'è dietro. E' sempre successo e sempre succederà, per molti la musica ha un valore eminentemente funzionale-ormonale, e anche questo ha una sua valenza socio-tribale, ben pochi di quanti frequentano rave e discoteche sentono il bisogno di documentarsi sulla tradizione della cultura dance. Non è questo il punto o il pericolo. Il pericolo è che con il graduale annacquamento e degrado dei contenuti della cultura di massa nel suo insieme, ovviamente non parlo della sola musica, sempre più avremo gente che vota Bush e Berlusconi pensando che non esistano alternative possibili (o avremo gente che non vota affatto).

 

6. Tornando a TG, a tuo parere i quattro erano ugualmente responsabili dell’aspetto compositivo? Qual è stato in particolare il ruolo di Cosey Fanni Tutti all’interno del gruppo? Semplice “elemento coreografico” da utilizzare nelle performance di COUM e TG successivamente, o unità creativa che ha fornito un contributo artistico rilevante?

Beh, no, escluderei a priori il fatto che Cosey fosse solo una pin-up (e poi, nei concerti dei TG è sempre stata una presenza molto appartata e anti-glamour), ha dimostrato in vari modi di essere una componente attiva, sia nell'elaborazione dei "concetti" che nell'economia sonora e performativa dei TG, e ovviamente il suo ruolo era ancor più determinante in COUM, come unica presenza femminile, data l'importanza in quel contesto delle esplorazioni inter-gender, dei test su tabù sessuali, fasi mestruali, prostituzione, pornografia ecc. Non vorrei però stare a misurare con il bilancino le percentuali di apporto creativo di ciascun membro del gruppo: per un progetto pop-rock il "totale" delle valenze artistiche è sempre qualcosa di diverso (per eccesso o per difetto) rispetto alla somma matematica dei singoli fattori. I Beatles non sarebbero stati i Beatles senza Ringo Starr voglio dire, e i Throbbing Gristle hanno trovato il loro perfetto equilibrio in quella determinata formula, dove ciascuno apportava diverse conoscenze e competenze personali. Mi risulta che P-Orridge, pur essendo il principale teorico e pianificatore delle attività del gruppo, abbia spesso avuto la tendenza a delegare ad altri gli oneri della composizione vera e propria, a volte insomma ciò che accade dietro le scene non rispecchia esattamente ciò che appare dall'esterno (ma occorrerebbe chiedere lumi specifici ai diretti interessati!). Se dobbiamo giudicare dalle quattro tracce di "D.o.A." che ciascun membro ha ideato da solo (come i Pink Floyd di "Ummagumma"!), vediamo che Cosey maneggia soundscape evocativi-narrativi (come nel suo album solista), Chris è in pieno trip ritmico-sintetico post-krautrock, Sleazy è il più radicale e concettuale coi suoi inquietanti montaggi burroughsiani, Genesis col suo lamento-canzone aspira a status di (anti)rockstar maledetta. Presi isolatamente, questi brani non sono poi granché, se li confrontiamo ad altri dove i vari elementi si completano e sorreggono a vicenda. Non sempre comunque la migliore alchimia in un gruppo la si ottiene mettendo assieme quattro calibri massimi, ciò che più conta è la compatibilità reciproca.

 

7. "Second Annual Report" venne giustamente considerato il manifesto della nascente scena industriale. Mi pare che già a partire da "D.o.A" vi fosse un’attenzione maggiore verso l’inserimento di pattern ritmici all’interno delle composizioni. Che fosse insito già nel TG-sound la deriva verso il ballabile da discoteca (e che si siano fermati giusto in tempo)?

Dato che il termine "industrial", originariamente proposto da Monte Cazazza, proviene dall'etichetta Industrial Records fondata dai Throbbing Gristle, i primi lavori ("1st Annual Report" originariamente circolato solo su cassetta e "2nd Annual Report", nell'edizione originale con accluso un orwelliano questionario in cui si richiede tra l'altro opinioni politiche, sport praticati, ossessioni personali degli acquirenti...) sono indiscutibilmente i "manifesti" di un nuovo modo, ultra-punk diremmo a posteriori, di coniugare elettronica e musica popolare. Io credo che l'intenzione di strutturare la musica in forme ritmiche e ipnotiche, di creare un distorto equivalente - ancor più oscuro e malsano - della "canzone rock" dei Velvet Underground, fosse presente in embrione fin dal principio del progetto TG. Che poi si trovino poche tracce di ciò nel primo album è dovuto più a contingenze tecniche che altro. Ovvero, il gruppo non aveva ancora grande dimestichezza strumentale (e mezzi), le musiche che accompagnano il film "After Cease to Exist" dovevano avere un carattere più astratto, gli estratti dai concerti sulla prima facciata volevano documentare il caos anarchico e i disordini delle prime esibizioni. Questo album, subito esaurito e ristampato da Fetish Records, è servito però ad aprire gli occhi sulla possibilità di sfruttare violento rumorismo e attrezzatura elettronica "casalinga" ultra-economica a molti altri non-musicisti: basta leggere le lettere indirizzate alla fanzine Industrial News prodotta dai TG, da gente come Cabaret Voltaire, SPK, Whitehouse, Nocturnal Emissions (The Pump), Maurizio Bianchi, ecc., che si sono riconosciute e immedesimate in quel tipo d'approccio. Personaggi che all'epoca abitavano assiepati in fatiscenti squat londinesi, con pochi strumenti raccattaticci (vecchi synth, vocoder o drum machine scassate comprate al mercato delle pulci per poche sterline, lamiere e mazze di ferro raccattate ai margini della strada) che li "costringevano" ad avere quel suono ruvido e slabbrato. Alcuni, di quell'intuizione ur-punk, hanno fatto una carriera, e sinceramente non vedo grande differenza tra un Whitehouse che per vent'anni ha continuato a produrre lo stesso tipo di noise e un qualsiasi gruppo rock, come i Rolling Stones, che da vent'anni suonano le stesse canzoni allo stesso modo. I TG avevano una marcia in più perché nella loro breve carriera hanno avuto l'intelligenza di tentare continuamente di elaborare nuovi concetti sonori, inclusa la sfida di creare un anthem su singolo ("United"), rivisitando alla loro maniera diversi stili, tra cui anche qualche spunto electro-disco in "20 Jazz Funk Greats". Il ballabile da discoteca però non è il demonio, e il fatto che all'epoca (anni 70-80) lo fosse invece per un largo strato di integralisti rock lo rendeva ancora più allettante per uno abituato a pensare da "bastian contrario" come P-Orridge, tra l'altro già cultore sfegatato dell'easy listening exotico di Martin Denny e di altre musiche molto poco trendy in quel dato momento (stesso dicasi per la fissa di Carter per gli Abba). Aggiungi a questo il fatto che vendere qualche disco in più non ha mai fatto dispiacere a nessuno, e comunque a GP-O è sempre piaciuto il contatto e la sensazione di comunicare col pubblico, il richiamo del concerto rock e in seguito del rave (in epoca acid house dei PTV). Ovviamente c'è modo e modo di coniugare stile industriale e ritmiche danzabili: TG, Cabaret Voltaire e 23 Skidoo lo hanno fatto a mio avviso in modo del tutto organico e coerente al loro linguaggio, in altri si è vista una forzatura e uno scollamento tra intenzioni e risultati, penso alla pacchiana "Metal Dance" degli SPK o a più timidi tentativi di Nocturnal Emissions e altri. Se i TG non si fossero sciolti in quel momento, avrebbero sicuramente esplorato più a fondo l'elemento dance, al pari di altre derive stilistiche.

 

8. Ho letto da qualche parte della personale uggia per gruppi a tuo parere sopravvalutati, come Cure, Siouxsie And The Banshees e Killing Joke. Tralasciando i primi due, non pensi invece che la commistione tra la danza moderna di Killing Joke (e Pere Ubu) e l’elettronica ossessiva dei TG abbia determinato se non la nascita, quantomeno uno step decisivo nello sviluppo di sottogeneri quali Ebm e l’industrial “sporcato” di noise, andando a modellare il suono di band importanti quali Skinny Puppy, Ministry, Young Gods, Scorn, Cop Shoot Cop, e per certi primi Swans (tralasciando la scena belga ed europea continentale di gruppi come Dive, Klinik, Mussolini Headkick, Vomito Negro, su cui mi sembra forte l’influenza di Clock Dva e D.A.F.)?

Credo che ciascuno di noi abbia simpatie e antipatie nei confronti di determinati artisti, la differenza è il sale dell'esistenza e troverei strano che molti fossero fanatici come me di Incredible String Band, Current 93 o Gentle Giant, se però devo dibattere obiettivamente di Cure o Siouxsie non posso certo disconoscerne la storia e i pregi! Stesso dicasi per Killing Joke, band che non mi ha mai particolarmente coinvolto (al contrario dei monumentali Pere Ubu), ma che ha certamente avuto un ruolo fondamentale come ponte tra era post-punk e quella sensibilità dark-gotica che tutt'oggi smuove legioni. Martin Atkins ha finito in anni recenti perfino col collaborare marginalmente con Genesis P-Orridge, tramite Pigface e varie American connections, quindi c'è pure un sottile filo rosso con la nostra storia. Però credo che l'Ebm abbia altri progenitori più specifici (via Kraftwerk-D.A.F. soprattutto, e Moroder-disco: l'aspetto puramente ritmico-elettronico è il fondamento del genere), anche se Connie Plank ha prodotto un album dei Killing Joke e molti progetti Ebm hanno una precisa derivazione industrial. Tutti i gruppi che menzioni, Skinny Puppy ecc., hanno radici nella scena punk dei primi 80, e a mio avviso sono sufficientemente originali da aver assimilato e metabolizzato un ampio ventaglio di influenze, tra cui certamente i TG e un po' tutto il panorama post-punk/new wave, ma anche il kraut-rock e il rock delle origini (Ministry) o retaggi più colti del passato (il Kurt Weill degli Young Gods) e dell'avanguardia contemporanea (il minimalismo di Scorn). Andrebbe forse meglio definito caso per caso, comunque in linea generale la seconda generazione industrial ha in diversi modi "commercializzato" e reso più fruibile a un pubblico di nicchia il suono di totale rottura dei TG e di altri gruppi della prima onda. Non poteva essere altrimenti, dato che TG & Co. hanno in qualche modo "inventato" un loro pubblico, abbastanza disinibito da contaminare avanguardia, dance culture e r'n'r: dove prima esisteva solo l'imprevisto, la novità dell'assalto sonico iper-rumorista, si sono presto venute a creare tante piccole nicchie di mercato. Per questo, da un certo punto in poi si parla di "industrial rock" (o industrial ambient, ecc.) e non di "industrial" tout court.

 

9. Mi servi su un piatto d’argento quest’altra considerazione: qualche giorno fa ascoltavo "Thirst" di Clock DVA e riflettevo su come formazioni dai suoni diversi venissero indistintamente accomunate dal termine industrial. La costruzione di una scena da parte dei giornali è meccanismo che ha il fine di moltiplicare l’interesse intorno agli artisti che ne fanno parte, creare tempeste in un bicchier d’acqua, e aumentare così le copie vendute(di giornali, dischi etc.), basti vedere i casi di grunge e brit-pop, per non parlare della tanto pompata scena pre-war. A posteriori è (era) sensato parlare di scena industriale, se non come comunanza di suoni, almeno come congruenza di idee e di “visioni”?

Oltre alle connotazioni che suggerisci, perlopiù negative, l'identificazione di una scena o l'ideazione di un termine che serva a definirla ne ha anche di positive e utili. Serve a spiegare e comprendere meglio quel che sta succedendo in un determinato momento, a elaborare una terminologia che è comunque indispensabile in fase di analisi critica, in musica come in ogni altra disciplina. Che poi ci siano terminologie più o meno azzeccate, intelligenti o "interessate" è solo un risvolto della faccenda. Tieni presente che se spesso sono i giornalisti a inventarsi a tavolino definizioni come "shoegazing" o "Madchester", altrettanto spesso sono gli artisti stessi a suggerire una chiave di lettura che li rappresenti e differenzi. Perfino un personaggio schivo e col dente avvelenato con la stampa e l'intero sistema musicale quale Van Morrison ha sentito il bisogno, in una fase della sua carriera, di autodefinire il proprio stile "Caledonian Soul". E, come abbiamo visto, "Industrial music for industrial people" è uno slogan coniato e circolato ad hoc da Cazazza/P-Orridge, quindi se di manipolazione di un panorama eterogeneo si tratta, lo è col pieno beneplacito dei suoi iniziatori. A mio avviso, è comunque esistita una vera e propria "scena industriale" (avrebbe potuto assumere qualsiasi altro nome!), che a differenza di altri fenomeni era però accomunata più da affinità di tipo extra-musicale (come ben enunciato dal manuale della Industrial Culture di Re/Search, tradotto/riveduto anche in italiano da ShaKe Edizioni) che non da una riconoscibile uniformità stilistica. Anche se un uso disinibito del rumore resta un forte tratto d'unione tra i più disparati progetti, così come l'interesse per figure di riferimento come William S. Burroughs e la sua tecnica del cut-up. Una buona cartina di tornasole per verificare l'effettiva diffusione e influenza di una scena è vedere quante fanzine (o webzine, oggi) prodotte "dal basso" ne diffondono e approfondiscono gli attributi e peculiarità. Nel caso della cultura industriale, soprattutto nella prima metà degli 80, il numero di testate in circolazione era davvero ragguardevole, spesso prodotte dagli stessi artisti (vedi "Industrial News" e "Stabmental" uscite dal giro-TG, o "Force Mental" di Club Moral, "Exit" di Foetus ecc.).

 

10. Come hai accennato all’inizio, ogni epoca produce il suono del suo tempo, e i Throbbing Gristle sono stati sicuramente espressione dei modi e dei ritmi della società industriale. Quale è la colonna sonora del tempo che stiamo vivendo?

A questa domanda si potrebbe rispondere molto facilmente dicendo di guardare quali album sono in classifica nelle diverse parti del mondo, magari escludendo i musicisti che hanno più di 25 anni (o forse bastano 20?). La musica del nostro tempo è in massima parte quella che passa per tv-radio-cellulari-computer-ecc., la media matematica del suono che ci avvolge nell'ambiente urbano "tutto-intorno-a-te", compreso ciò che amiamo e detestiamo: inevitabilmente, col passare del tempo, acquisirà una patina nostalgica, ci potrà essere rivenduto dalla Rhino "storicizzato" in mega-box antologici (mi pare siano appena usciti "gli anni 90"...), ci farà ricordare quella volta che o quella volta che non... In realtà, mi pare che sia diventato tutto molto più complesso di solo pochi anni fa, col numero di musicisti e uscite discografiche aumentate a dismisura, e le nostre possibilità di reperire e consumare musica altrettanto smisuratamente potenziate, forse non esiste più una sola colonna sonora del nostro tempo, ma ne esistono molte contemporaneamente e quasi all'insaputa una dell'altra... Uno può chiudersi nella sua bolla ideale e ascoltare centinaia di gruppi neo-psych-folk come fossero i 70 o centinaia di nuovi progetti plunderfonici come ci fosse solo quello, c'è questa possibilità inedita di spaziare a piacimento tra dimensioni ed epoche, come possedere la macchina del tempo del Dr. Who... Lo strumento più caratterizzante degli ultimi anni è stato comunque il laptop, quindi gente come Fennesz o Matmos è certamente più in sintonia col nuovo millennio dei White Stripes o System Of A Down, ma non è più così semplice stabilire chi è "avanti" e chi in retroguardia (e poi, in generale, il glitch e dintorni, che par di palle!).

Credo che non sia pensabile il coagularsi di una "scena" musicale di rilevanza epocale che non sia in qualche modo legata a problematiche socio-culturali attuali e reali bisogni politico-esistenziali del pubblico. Basta guardare la storia: il r'n'r di Presley & Co. era collegato alla nascita stessa della categoria merceologica del teenager, semplicemente il bisogno di una musica diversa da quella ascoltata dai genitori, l'invasione Beat rivendicava la possibilità di farsi crescere i capelli, il rock psichedelico di fumarsi uno spinello e sognare un mondo diverso, il punk di mandare tutti a quel paese (sto ipersemplificando!). Ma è dal '77 che c'è gente che aspetta la "next big thing", senza rendersi conto che, azzerato o esaurito il ribellismo sociale, vanificata o messa a tacere la spinta controculturale, riportata la musica a essere insomma "solo musica", senza idiozie utopiste o apocalittiche annesse e connesse, non ci può essere alcuna "cosa nuova", solo gruppetti carini usa-e-getta (ieri Strokes, oggi Coldplay, domani sotto a chi tocca) o singoli artisti di pregio.

L'ultima spiaggia della controcultura anti-globalizzazione del tempo libero dovrebbe essere costituita dal web, o da quello che verrà dopo il web, e a mio avviso implica veramente la fine dell'industria discografica come la conosciamo, una qualche forma di autogestione diretta dei saperi, una maggiore interattività dell'informazione. Per questo mi sento sempre più a disagio a scrivere su una rivista tradizionale come "Rumore", mi sono lasciato solo una rubrichetta chiamata "Outsider", dove mi diverto a cercare musicisti un po' strambi e spostati, non in sintonia col resto del mondo, con cui (Forbici di Manitù a parte) molto mi riconosco!

Playlist
The Second Annual Report (Industrial Records, 1977)

 

D.O.A. The Third and Final Report (Industrial Records, 1978)

 

20 Jazz Funk Greats (Industrial Records, 1979)

 

Heathen Hearth (Industrial Records, 1980)

 

 Something Came Over Me/Subhuman (7", Industrial Records, 1980)

 

 Adrenalin/Distant Dreams (7", Industrial Records, 1980)

 

 Funeral In Berlin (10", Zensor Records, 1981)

 

 Discipline (12", Industrial Records, 1981)

 

Journey Through A Body (Mute, 1982)

 

Mission of Dead Souls (live, Fetish Records, 1981)

 

 Greatest Hits (antologia, Rough Trade, 1981)

 

 Special Treatment (Live at Cryptic One in 1978, Mental Decay, 1984)

 

 In The Shadow Of The Sun (Illuminated Records, 1984, Mute, 1993) 
 TG Cd1 (Lp in studio del 1979, Grey Area of Mute, 1986)

 

 Sacrifice (Live in 1979, Castle Communications, 1986)

 

 Greatest Hits (Mute, 1990)

 

 Live Volume 1, 1976-1978 (The Gray Area of Mute, 1993)

 

 Live Volume 2, 1977-1978 (The Gray Area of Mute, 1993)

 

 Live Volume 3, 1978-1979 (The Gray Area of Mute, 1993)

 

 Live Volume 4, 1979-1980 (The Gray Area of Mute, 1993)

 

 The First Annual Report of Throbbing Gristle (inediti del 1977, Get Back, 2001)

 

 TG 24 (Boxset 24 cd, Novamute, 2002)

 

 Mutant TG (remix, Novamute, 2004)

 

 TG Now (Ep, Limited Edition, Grey Area of Mute, 2004)

 

 A Souvenir Of Camber Sands (Live December 2004, Grey Area of Mute, 2004)

 

 TG + (Boxset 10cd, Grey Area of Mute, 2004)

 

Part Two - The Endless Not (Mute, 2007)

 

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