Approfondimenti

Trance californiana

Land Of 1,000 Trances

di Federico Guglielmi
Ho scritto questo articolo la bellezza di ventitré anni fa per “Velvet”, il mensile che all’epoca dirigevo, e ne sono tuttora fiero: non per lo stile, un po’ legnoso per i miei standard attuali, ma per il fatto che mi risulta essere l’unico pubblicato in tempo reale, in Italia e forse non solo, sull’argomento. Paradossale che successivamente ne siano stati realizzati pochissimi altri, cosa che rende tuttora parecchio sommersa - a livello mondiale - la scena cui esso è dedicato. Il pezzo è lo stesso del 1990, solo ripulito di qualche refuso e alcune brutture di forma, oltre che integrato con piccole informazioni che nei lontani giorni pre-internet erano indisponibili.

C’e un’altra Los Angeles che già da parecchi anni fa sentire la sua voce a quanti posseggono il giusto feeling per ascoltarla. Una Los Angeles che sussurra invece di gridare, che rifiuta le ostentazioni finto-oltraggiose di certo metal, l’iconoclastia troppo spesso sterile del punk/hardcore, lo spirito di evasione del revivalismo Sixties, la staticità del recupero delle radici e soprattutto i clamori patinati della musica di consumo. È una Los Angeles sotterranea, un po’ ripiegata su se stessa e in apparenza poco incline ad aprirsi verso il mondo esterno. Una Los Angeles che pulsa di vita e di entusiasmo, che brucia di un fuoco davvero indimenticabile di emozioni e sensazioni che, da assolutamente private, possono diventare quasi d’incanto collettive. L’espressione sonora - e, più in generale, quella artistica, grafica, filmica, mimica: insomma, multimediale - è il mezzo più diretto attraverso il quale le urgenze creative di questa Los Angeles trovano completa e affascinante concretizzazione. Dai primi anni Ottanta a oggi, centinaia di individui hanno contribuito a dar vita a una scena che, nonostante mal si presti a essere inquadrata come “movimento”, vanta caratteristiche in qualche modo comuni e una fisionomia abbastanza unitaria, al di là delle inevitabili diversità di linguaggio e intenti. La maggior parte di essi ha avuto l’opportunità di documentare le proprie esperienze su disco o su nastro, e anche se tali reperti hanno goduto di diffusione e propaganda davvero ristrette, non sarebbe errato affermare che essi rivestono un ruolo di primaria importanza nell’ambito della musica contemporanea, sia per quel che concerne gli aspetti strettamente tecnici (ovvero i risultati dell’amalgama delle varie influenze, certo ricchi di spunti originali e innovativi), sia soprattutto per la loro impressionante forza di comunicazione a livello fisico, mentale e suggestivo. Di questi dischi non sempre agevolmente reperibili ne esistono un paio di centinaia, fra 45 e 33 giri. Si tratta di edizioni limitatissime, spesso accompagnate da splendide copertine di fattura artigianale, realizzate quasi sempre senza velleità di guadagno, per il puro amore dell’arte e per il desiderio di partecipare ad altri gli esiti delle proprie attività.
Pur non essendo ancora esplosa, neanche nei limiti angusti dell’interesse underground “di massa”, questa nuova scena di Los Angeles ha con il tempo imparato a sfruttare meglio le sue potenzialità, in un processo di naturale espansione e professionalizzazione. Il numero degli “addetti al culto” e dei semplici estimatori si è notevolmente allargato, così come le tirature dei vinili e l’eco dei consensi internazionali, ma lo spirito originario non è stato smarrito: Los Angeles continua a intrecciare la sua fitta rete di scambi e contributi, a sviluppare discorsi musicali all’insegna della contaminazione, a cooperare - nonostante le divergenze di opinione, i matrimoni artistici falliti, i flirt e le relazioni stabili con le tendenze più disparate - a un progetto tendenzialmente concorde, richiamando alla mente un concetto di “factory”, di comune creativa dove, più delle singole risultanze, a contare è l’insieme, il flusso vitale di idee. Flusso dal quale, nel caso specifico, sono scaturite intuizioni geniali e incredibilmente vivaci, policrome e attraenti, a dispetto degli scarsi mezzi economici e delle oggettive difficoltà causate dal non allineamento agli stereotipi.

I prodromi

Los Angeles, allora. Una città immensa, frazionata in mille sobborghi, culla di continui fermenti e luogo di incontro di razze, culture, idiomi, filosofie. Una città dove tutto può accadere e dove, infatti, accade di tutto. Non è troppo difficile risalire ai primi, incerti passi della scena qui presa in esame, databili nel periodo tra la fine degli anni 70 e l’inizio del decennio successivo; ben più complesso, invece, scoprire quali siano stati i progenitori, gli stimoli, le influenze, i riferimenti pratici oltre che teorici di tali artisti. Senza scavare troppo a fondo nella sabbia della storia, e limitandosi a rammentare - a scanso di equivoci - la costante fertilità della musica sperimentale californiana, si potrebbe forse indicare come una delle ispirazioni la “scuola” della Los Angeles Free Music Society, organizzazione operante in quel di Pasadena già nella seconda metà dei Settanta. Dediti per lo più ad astruse elucubrazioni elettroniche e accomunati da un profondo amore per i suoni non convenzionali - fossero essi punk, d’avanguardia o dark - gli appartenenti alla bizzarra congrega LAFMS avevano brillantemente messo in opera un circuito alternativo assai dinamico, basato sulla collaborazione fra le varie entità e documentato da una rivista (“Light Bulb Magazine”), da svariate performance e da un congruo numero di dischi e cassette editi in pochissimi esemplari. Oltre a lavori di Pablums, La Forte Force, Doodooettes e altri, la LAFMS ha prodotto tre compilation a 33 giri di non trascurabile importanza: “Blorp Esette” (1977), con copertina disegnata da Captain Beefheart e un inedito dei Residents, l’altrettanto oscura “Blub Krad” (1978) e “Darker Scratcher” (1980), la prima a godere di una pur minima distribuzione europea. Il tutto a cura di un pugno di infaticabili personaggi che, in aggiunta alla loro frenetica attività di musicisti in varie band fantasma e non, si occupavano della gestione e dei contatti dell’associazione: Rick Potts, Dennis Duck (poi batterista dei Dream Syndicate), Tom Recchion, Fredrik Nielsen.
A ben guardare, la Trance Port Tapes dell’enigmatico Barry “A Produce” Craig (cassette-label che ha avuto il merito di realizzare due raccolte seminali appropriatamente intitolate “L.A. Mantra”) e la Independent Project di Bruce Licher - le due etichette che nei primi Ottanta hanno cominciato a pubblicare materiale della scena qui trattata - presentano parecchie affinità con la Los Angeles Free Music Society, e non solo a causa delle occasionali adesioni dell’una a lavori dell’altra (alcuni degli artisti dell’originario entourage Independent Project, ad esempio, hanno contribuito a “Light Bulb Emergency Cassette”, una doppia raccolta su nastro assemblata dalla LAFMS nel 1981), né tantomeno in orientamenti stilistici solo sporadicamente in sintonia: a unirle era la volontà di spezzare le catene della convenzione - espressiva, discografica, attitudinale - imboccando strade impervie e in qualche modo “nuove”. Non per una malcelata forma di snobismo, ma semplicemente per seguire inclinazioni naturali forse anomale ma comunque ricche di motivi di interesse. Fulcri di tale corrente ed eminenze non tanto grigie dei successivi sviluppi sono dunque stati A Produce, in origine chitarrista degli Afterimage, e Bruce Licher, mente degli ormai leggendari Savage Republic e grafico/factotum della Independent Project (nel suo catalogo, fra gli altri, album di Human Hands, Kommunity FK, Camper Van Beethoven, Party Boys e ovviamente Savage Republic). A loro si deve il coordinamento delle varie forme creative e la definizione della dottrina di quella che, con termine decisamente felice, è da tempo celebrata come “trance music”.

Trance e trascendenza

A ProduceL’elemento trance attraversa i confini culturali ed espande, chiudendola, la durata del tempo. Ridotto ai suoi elementi primari è ritmo spogliato di melodie, usato in modo ipnotico/evocativo nel tentativo di porre l’ascoltatore e il musicista in uno stato diverso” (A Produce). Un suono, dunque, suggestivo e d’atmosfera, costruito sulla ripetitività delle trame sonore, su un particolare uso della voce, sull’equilibrio instabile fra armonie e dissonanze, sulla coesistenza di rilassatezza e tensione. Nel “Trance Music Directory”, opuscolo curato dallo stesso A Produce ed edito nel 1984, sono presi in esame una sessantina di “precursori” della trance music. La lista comprende i nomi più disparati - da John Cage agli Wire, dai Residents ai Velvet Underground, dai Pink Floyd a Nick Drake, da Miles Davis ai Joy Division - e nonostante l’elenco sia incompleto e arbitrario, se ne può facilmente desumere come la trance, più che stile o genere, sia un atteggiamento, un approccio. E ancora A Produce a fornire ulteriori delucidazioni: “Il concetto di trance music è molto piu ampio di quel che il nome implica. Non siamo tanto interessati alla trance music nel suo stato più puro e minimale, quanto all’idea o all’elemento trance così come si manifesta in differenti idiomi musicali. L’elemento trance si può cogliere sin da quando africani e asiatici cominciarono a battere su percussioni artigianali, benché allora la sua funzione fosse soprattutto destinata a cerimonie e rituali. Ci sono suoni di pedaliere nell’organistica di Bach in cui un tono ripetitivo permea un intero passaggio. La musica pianistica di Satie e Debussy è stata di fatto la ‘ambient’ del XIX Secolo Anche il rock’n’roll, inizialmente, fu visto come un pesante martellamento di percussioni accompagnato da testi incomprensibili. Oggi sembra che gli elementi trance siano divenuti pienamente circolari, in parallelo al fatto che l’idea di un certo minimalismo si è infiltrata in forme musicali popolari e che l’ambient ha trovato una sua collocazione nella musica moderna ed è divenuta popolare la cosiddetta New Age”.

Numerosissimi riferimenti, quindi, e numerosissime direzioni sonore da esplorare. Non c’e perciò da stupirsi delle differenze di interpretazione dell’idea di base da parte dei vari solisti e band di quella Los Angeles alla quale - alla luce di quanto finora esposto e di ciò che più avanti esporremo - ben si adatta il titolo di questo articolo, “Land Of 1,000 Trances”. E non c’è da meravigliarsi che nella trance music ivi fiorita confluiscano minimalismo elettronico e impronte dark, tentazioni ambient e tribalità quasi primitiva, rumorismo e psichedelia; in dosi mai uguali, in modo da dar vita a quella varietà di espressioni e tendenze che rende il panorama policromo e imprevedibile. “L’elemento trance è un abile uso del suono e/o della ripetizione per evocare una cadenza di tipo mantrico, un’influenza ammaliante, una qualità ossessiva o una meditazione assorta nella quale i pensieri di ciascuno possano viaggiare. Quando l’uso non è abile, però, i risultati sono monotoni e non meritevoli di attenzione” (A Produce). Ecco dunque che, rimanendo fedeli a tali principi, i musicisti di Los Angeles hanno indirizzato i propri sforzi verso sonorità quantomai eterogenee: di entertainment, di rottura, di accompagnamento a immagini, di riflessione. Per evadere dalla realtà aprendo nuove prospettive alla fantasia.

La prima generazione

Savage RepublicE di fantasia la scena sperimentale di L.A. dei primi anni 80 non difettava davvero, sebbene il numero degli adepti non fosse certo ampio come l’attuale: se da un lato, infatti, i portabandiera dell’avanguardia minimal-elettronica legati alla LAFMS garantivano - assieme a qualche isolato autodidatta restio ad accostarsi a qualunque tipo di “movimento” (ad esempio Monitor o Fibonaccis, e, perché no?, Wall Of Voodoo) - composizioni allucinate in grado di soddisfare i palati più affamati di estremismi, dall’altro una nuova corrente di musicisti tentava di conciliare tradizione e urgenze di “ricerca”, cultura autoctona e riferimenti new wave importati dalla Gran Bretagna, attitudine rock e spiritualità, aromi esotici e gusto eccentrico. Fra questi i pionieri Human Hands, dediti a un’originale miscela di pop e psichedelia che comunque, pur nella sua ipnotica bizzarria, omaggiava le radici più classiche senza azzardare contaminazioni troppo rivoluzionarie (ottimi e ricchi di geniali intuizioni, in ogni caso, i due album dell’ensemble, confezionati postumi con brani editi e inediti di varia provenienza) e i B-People di Alex Gibson, altrettanto penalizzati, in termini di successo, dal loro scagliarsi contro i luoghi comuni pur muovendosi in ambito melodico.
Contemporanee a quelle di Human Hands e B-People, anche se più isolate e sommerse, erano le attività dei due “guru” della trance music, A Produce e Bruce Licher, impegnati in progetti divergenti nella forma ma non privi di sostanziali analogie. Il primo aveva fondato nel 1980 gli Afterimage, band trance-rock palesemente influenzata  da certo ombroso post-punk e artefice di un sound d’atmosfera, squarciato nella sua ossessività da brillanti intrecci di chitarra e tastiere e dominato dal canto drammatico di Alec Tension; malgrado le ingenuità e il ricorso a soluzioni di impatto più “fisico” che emotivo-cerebrale, le proposte degli originari Afterimage - documentate da una cassetta della Trance Port Tapes, un singolo (“Strange Confession”) e un mini-LP (“Fade In”) - sono ancor oggi uno dei più fulgidi esempi di trance music californiana. Dopo lo scioglimento del gruppo, A Produce ha anteposto per parecchi anni l’occupazione di produttore a quella di musicista, per poi sorprendere nel 1988 con il suo album solistico, lo splendido “The Clearing”: una colonna sonora in gran parte strumentale, meditativa e affascinante nella sua rarefazione di trame e nel suo pacato protendersi verso orizzonti “spaziali” in un fluido incedere di pause e improvvise esplosioni di colori. Allo stesso modo, anche Bruce Licher ha iniziato il cammino percorrendo la via di una sperimentazione tutt’altro che rilassata e rilassante, dapprima con estemporanei complessi pseudo-rumoristi (Neef, Project 197, Bridge, Them Rhythm Ants, ognuno intestatario di un 7 pollici) e poi con gli Africa Corps, formatisi nel 1981 e divenuti un anno più tardi, contestualmente all’uscita del primo album “Tragic Figures”, Savage Republic. Costruito su schemi ritmici al limite della paranoia e su impasti violenti e abrasivi di suoni e voci, “Tragic Figures” compensa con la potenza eversiva e la spontaneità le sue evidenti incertezze stilistiche. Di questa furia irruente rimarrà traccia solo in alcuni momenti delle performance dal vivo, mentre in studio la band - inizialmente un quartetto composto da Licher, Philip Drucker, Mark Erskine e Jeff Long, e poi un’entità non stabile nella quale militeranno molti altri fra le figure più rappresentative della scena - preferirà lanciarsi in composizioni più elaborate e subliminalmente comunicative. Più che il bellissimo mini-LP “Trudge” (1985), o i comunque eccellenti “Jamahirya” (1988) e “Customs” (1989), ultimi atti prima del doloroso ma inevitabile addio di Licher e compagni, il capolavoro dei Savage Republic rimane il monumentale “Ceremonial”, non fosse altro per il suo saper innalzare la trance music a inenarrabili livelli di ieratico misticismo, senza però sancire il totale distacco dalla grande madre terra, in brani strumentali e cantati di rara ispirazione.

17 PygmiesNon proprio antesignani, ma comunque fra i primissimi a seguire le orme della band-guida per antonomasia, sono stati i 17 Pygmies, nati nel 1982 per iniziativa di Jackson Del Rey (alias Philip Drucker dei Savage Republic, che darà poi vita a una sua label, la Resistance) e Robert Loveless (anch’egli alla corte di Licher in svariate incarnazioni del gruppo); i loro quattro dischi, tutti abbastanza diversi l’uno dall’altro (tranne i primi due, il mini “Hatiqua” e “Jedda By The Sea”, al quale partecipano anche Licher ed Erskine), racchiudono nei propri solchi i segni di un’inventiva orientata verso ambientazioni sonore avvolgenti e oniriche, spesso illuminate dal canto adolescenziale e folkie della bravissima Debbie Spinelli, anche se “Captured In Ice” e “Welcome” risentono di una tendenza forse eccessiva al manierismo (il primo) e di una inclinazione non sempre felice al nonsense visionario (il secondo). Più vicino a tematiche di sapore “pop” - ma il termine va inteso in senso relativo al contesto generale - è invece l’unico 33 giri dei Paniolo, formazione parallela ai 17 Pygmies che allineava in organico Drucker e Loveless: “City Of Refuge”, del 1985, è infatti una raccolta di delicate e atipiche canzoni di ascolto non troppo impegnativo, fatte di efficaci fraseggi elettroacustici e punteggiate a tratti dalle inconfondibili note del violino.

Al medesimo ceppo dei 17 Pygmies appartengono poi i Bay Of Pigs, attivi dal 1982 ma giunti solo nel 1987 al debutto adulto dopo alcuni pregevoli 12 pollici - il loro “Plastic Pig”, intelligente excursus nell’ambito di un rock energico e tenebroso, talvolta screziato di funk “mutante” e sempre marchiato dall’inquietante voce di Colin Edwards (che ricorda quella di Andrew Eldritch dei Sisters Of Mercy), è opera di notevole spessore e carisma - e i Party Boys, che al terzo tentativo hanno realizzato uno degli album più intensi e suggestivi dell’intero panorama trance. “No Aggro”, uscito su Independent Project, e il successivo “Truckers’ Strike”, edito dalla Iridescence (altra importante etichetta sempre californiana consacrata alle più disparate sperimentazioni), presentano abbozzi secchi e minimali, quadretti un po’ confusi all’insegna di un beat ripetitivo e di stralunati arrangiamenti di contorno; “Daddyland”, al contrario, è un affresco omogeneo nel canovaccio e policromo nelle sfumature, che disegna come meglio non si potrebbe le coordinate di un post-punk psichedelico che paralizza con le sue cadenze oppressive e ammalia con il feeling insinuante delle sue litanie strumentali e soprattutto del suo canto ”strascicato”, dotato di grandissima  personalità. Con “Ceremonial” dei Savage Republic è insomma il vertice di una musica chiaroscurale e solenne, che ha comunque trovato - nel lavoro di numerose altre band - concretizzazioni discografiche di invidiabile caratura. Ed è dunque su questi ulteriori protagonisti che - sintetizzando al massimo, per non rischiare di ribadire più volte i medesimi concetti - punteremo ora la nostra attenzione.

Sulle orme dei padri

Della generazione di mezzo, ovvero di quella fitta schiera di artisti saliti alla ribalta (si fa per dire) verso la meta degli anni 80, i nomi da ricordare sono quelli di Abecedarians, Drowning Pool, Fourwaycross e Psi Com, tutti - eccetto gli ultimi - intestatari di un discreto numero di prove viniliche. Mentre Abecedarians (imperdibili il loro 12 pollici d’esordio per la Factory inglese e l’album “Eureka”, di gran lunga superiori al più sciapo “Resin”) e Drowning Pool (caldamente consigliati i due lavori per la Viva, l’omonimo debutto e il mini “Nierika”, in gran parte contenuti nella doppia antologia “Satori”; valido anche il secondo “Drowning Pool”, autoprodotto, e deludente l’ultimo, noioso “Aphonia”) non si allontanano dai “tipici” modelli di una trance music maestosa pur nella sua aria naïve, i Fourwaycross si segnalano invece come realtà di altro tipo. Limitato all’inizio dal canto un po’ troppo “Ian Curtis dipendente” di Tom Dolan (presente nei primi due Lp, “Fourwaycross” - edizione su disco di un nastro datato 1985 - e “Fill The Sky”), il gruppo ha successivamente acquisito caratteristiche più originali con l’assunzione al microfono di Beth Thompson, la cui voce si libra mirabilmente in “Home”, nell’eccellente mini-Lp “Shimmer” e in “On The Other Hand”, dove un imponente apparato ritmico fa da sfondo a soluzioni melodiche piuttosto estrose, derivate da matrici post-punk ma dotate di un respiro inconsueto per il genere. Alla “famiglia” Fourwaycross appartengono anche i cupi Blissed Out Fatalists (un album omonimo nel carniere) e i Doubting Thomas dei già citati Tom Dolan e Beth Thompson (il loro 33 giri, datato 1987, si intitola “Another Way Of Knowing”). Last but not least gli Psi Com, tenebroso ensemble capitanato dallo stesso Perry Farrell che ha raggiunto il successo come frontman degli apprezzatissimi e geniali Jane’s Addiction: il loro unico mini-Lp, omonimo, allinea brani fortemente percussivi dove chitarra e voce si lanciano in performance di grande effetto, libere da qualsivoglia costrizione nel loro alternare armonie e dissonanze.

The future looks bright

Red Temple SpiritsRestano da ricordare, insomma, solo i nuovi talenti. Non prima, però, di aver sottolineato l’importanza che Bruce Licher e Philip Drucker hanno avuto nell’affermazione internazionale - sempre a livello underground, è chiaro - della scena della quale a ragione possono considerarsi padrini. Al dinamico duo si deve infatti la costituzione della Nate Starkman & Son, etichetta che in circa due anni si è distinta come infaticabile promotrice di band rodate ed emergenti: anche se oggi, pur esistendo ancora come marchio, la label è stata inglobata nella Fundamental, non si può dimenticare come essa abbia (e si spera continui a farlo) operato in modo sempre intelligente e oculato, pubblicando album di formazioni già note presso la platea degli appassionati (Savage Republic, Party Boys, Human Hands) e fornendo a giovani ensemble la possibilità di mostrare il proprio valore. White Glove Test, Shiva Burlesque e Red Temple Spirits sembrano dire, appunto, che il futuro è splendente, e i loro 33 giri confermano la veridicità dell’affermazione.
Sui White Glove Test non ci si soffermerà più di tanto, se non per dichiarare che “Look” (1986) e “Leap” (1989) mettono in luce una certa carenza di originalità, ma impressionano comunque favorevolmente con la ricchezza del loro apparato strumentale, in bilico tra trance rock melodico e new wave/pop tastieristica. Molto originali, al contrario, sono gli Shiva Burlesque, il cui debutto omonimo ha già avuto meritato risalto: le loro sono ballate surreali, acquerelli sonori dai ricami esotici e dall’umore malinconico, magneticamente lisergiche nelle loro visionarie costruzioni elettroacustiche. Ultimi, i Red Temple Spirits, i cui due album “Dancing To Restore An Eclipsed Moon” e “If Tomorrow I Were Leaving For Lhasa, I Wouldn’t Stay A Minute More” sono pietre miliari di una trance attitudinalmente psichedelica, ispirata ai Sixties ma proiettata verso universi espressivi dove il tempo è una variabile impazzita. Il chitarrista Dallas Taylor e il cantante William Faircloth, dalla timbrica meravigliosamente ambigua e cavernosa, sono i perni di un gruppo fra i più grandi mai partoriti da questo fertile settore dell’avanguardia californiana. E “If Tomorrow…” completa, con “Ceremonial” dei Savage Republic e “Daddyland” dei Party Boys, un ideale trittico di capolavori del genere.

The rest

Non si è dibattuto, per questioni di organicità di trattazione, di molte altre sfaccettature dell’affascinante nuevo sound di Los Angeles. Di Mark Nine, ad esempio, geniale polistrumentista che da anni fa attendere il suo primo Lp (gli interessati potranno comunque ascoltarlo, assieme a William Faircloth dei Red Temple Spirits, in “Wide Awake And Dreaming”, unico mini-album dei Ministry Of Love; o, meglio, nella compilation “Viva Los Angeles II”, dove propone la splendida “Sun And Shadows”). Oppure degli In The Distance, ultima creazione di A Produce, anch’essi presenti nella succitata raccolta. O, ancora, dello stravagante poeta-performer Randall Kennedy, di artisti polivalenti quali Scott Fraser, Chas Smith, Partly Cloudy e Steaming Coils, di vecchi ensemble “dimenticati” (Kommunity FK, God And The State, Food And Shelter), di band attuali come Gothic Hut, Downy Mildew e Black Tape For A Blue Girl, ciascuna con almeno due Lp all’attivo. Sorvolando, infine, sulle vivaci proposte dai connotati rock di Camper Van Beethoven, Radwaste, The Rub, Trash Matinee, To Damascus, Ten Foot Faces, Trotsky Icepick, i cui collegamenti con la scena, per quanto incidentali, giustificano in ogni caso almeno una citazione.

Viva Los Angeles!

Grant-Lee Phillips - Shiva BurlesqueCome gruppi e dischi di tale qualità possano essere stati tanto a lungo ignorati da critica e appassionati è un mistero. Nella vecchia Europa, comunque, qualcuno aveva puntato il suo sguardo sul fenomeno già dalla prima metà degli anni Ottanta, ben prima che esso raggiungesse le odierne proporzioni: gli attenti francesi di Sordide Sentimental, che avevano scelto “Tragic Figures” dei Savage Republic come numero uno della loro collana “Sacrifice et strategie”, e alcuni giovani romani da sempre devoti al culto della musica anticonvenzionale, responsabili addirittura nei tardi 70 di una fanzine caratterizzata dall’estrema cura delle sue esigue e saltuarie pubblicazioni. Folgorati da quanto si dispiegava davanti ai loro occhi, i ragazzi di “Viva” (così si chiamava la rivista, prima ciclostilata e via via sempre più ricca e originale nella grafica e nei contenuti) vollero impegnarsi in un ambizioso progetto discografico nel quale coinvolgere questi losangelini snobbati, probabilmente solo per ignoranza, dal mondo: il primo risultato fu la raccolta “Viva Los Angeles” (1986), con brani di Drowning Pool, Savage Republic, 17 Pygmies, Bay Of Pigs, Randall Kennedy, Carl Stone e Koichi Nagai; il secondo, l’album di debutto dei Drowning Pool. Due anni più tardi l’intraprendente label si è resa protagonista di un’altra eccellente operazione, ristampando (con due inediti in aggiunta) il mini-Lp “Hatiqva” dei 17 Pygmies e confezionando un nuovo mini dei Drowning Pool, “Nierika”. Il febbraio del 1990 ha infine visto la diffusione di “Viva Los Angeles II”, imponente compilation (due Lp oppure un cd) della quale fanno parte ben diciotto episodi, in massima parte inediti, di altrettanti ensemble o solisti “storici” ed emergenti, dagli immancabili Savage Republic ai Red Temple Spirits, dagli Afterimage ai Kommumity FK, dai 17 Pygmies ai Drowning Pool, dagli Shiva Burlesque all’immenso Mark Nine. Agli esaurientissimi, maniacali libretti allegati ai due volumi rimandiamo per acute osservazioni critiche e approfonditi profili bio-discografici degli artisti nominati in questo articolo. In chiusura, segnalazione d’obbligo per altre due raccolte: “The October Country”, con talenti ancora pressoché sconosciuti (Autumnfair, Dark Arts, Soul Brothers e l’ex-Party Boys Marnie Weber) e “Ultraviolet” (“sottotitolata” in uno sticker “The compilation ultraviolet postnuclear psycho acid sound”) che agli arcinoti Drowning Pool e Abecedarians affianca gli oscuri Death Ride ‘69, Electric-Cool-Aide, Homeland, Prison Of Socrates, 3D Picnic, X-1 Whiteman e i grandi Man From Missouri, il cui omonimo album autoprodotto - edito anche dalla Nate Starkman & Son Greece con copertina diversa e il titolo “Bwanger Tatalingus Debase” - è una stupefacente collezione di brani trance (quasi interamente strumentali) imprevedibili e a tratti aggressivi. Saranno famosi? La ragione dice no, il cuore si augura il contrario. Perché non sperare in nuove, entusiasmanti avventure nella misteriosa “terra delle mille trance”?

Postilla, marzo 2013

Non è sbagliato affermare che il trance-rock di Los Angeles sia più o meno tutto nei dischi immessi sul mercato nella seconda metà degli anni 80. Quanto uscito in seguito, infatti, non ha offerto granché di nuovo in termini di creatività, ed è stato ancor meno propagandato. Il che, però, non significa che non sia accaduto nulla.
Scioltisi poco dopo Customs, i Savage Republic sono tornati in pista nel 2005, confezionando i validi “1938” (per la Neurot Recordings, 2007) e “Varvakios” (SR-Passport/LTM, 2012); nell’organico manca però Bruce Licher, che alla guida degli Scenic ha pubblicato “Incident At Cima” (Independent Project, 1995), “Aquatica” (Independent Project, 1996) e “The Acid Gospel Experience” (Hidden Agenda, 2002). Sorte affine quella dei 17 Pygmies, separatisi nel 1990 (i loro ultimi demo hanno visto la luce nell’Ep “Missyfish” (Nate Starkman & Son, 1991) e riapparsi sempre attorno alla metà dello scorso decennio (da allora, vari album su Trakwerk). Ricca pure la produzione di A Produce, suddivisa fra i marchi Trance Port e Hypnos e purtroppo interrottasi nel 2011 con la prematura scomparsa del musicista: da citare almeno “Reflect Like A Mirror”, “Respond Like An Echo” (1992), “Land Of A Thousand Trances” (1994; che il titolo derivi da questo articolo, ai tempi di sicuro arrivato sotto gli occhi del nostro eroe, è più di un sospetto) e “Smile On The Void” (2001). Null’altro, invece, per i veterani Afterimage, Bay Of Pigs, Paniolo e Party Boys, così come per gli esponenti della seconda generazione (Abecedarians, Blissed Out Fatalists, Doubting Thomas, Drowning Pool e Fourwaycross) e per White Glove Test e Red Temple Spirits, due delle tre promesse. Hanno invece realizzato un secondo, splendido album – “Mercury Blues”, Fundamental 1990 - gli Shiva Burlesque, che a breve si sarebbero separati generando i commercialmente fortunati Grant Lee Buffalo. Per quanto riguarda tutto il resto della truppa, l’unica segnalazione obbligatoria è quella del sospiratissimo, notevole album di Mark Nine, “This Island Earth” (Underworld, 1994).
Playlist
 Abecedarians - Eureka (Southwest Audio, 1987)
 Afterimage - Fade In (Contagion, 1981)
 A Produce - The Clearing (Trance Port, 1988)
 Bay Of Pigs - Plastic Pig (Chameleon, 1987)
 Drowning Pool - Drowning Pool (Viva, 1987)
 Fourwaycross - Shimmer (Motiv Communications, 1987)
 Party Boys - Daddyland (Nate Starkman & Son, 1988)
 Psi Com - Psi Com (Mohini, 1985)
 Red Temple Spirits - If Tomorrow I Were Leaving For Lhasa, I Wouldn’t Stay A Minute More (Fundamental, 1989)
 Savage Republic - Ceremonial (Independent Project, 1985)
 17 Pygmies - Jedda By The Sea (Resistance, 1984)
 Shiva Burlesque - Shiva Burlesque (Nate Starkman & Son, 1988)
 VV. AA. - Viva Los Angeles (Viva, 1986)
 VV.AA. - Viva Los Angeles II (Viva, 1990)
 VV.AA. - The October Country (Nate Starkman & Son, 1988)
 VV.AA. - Ultraviolet (Sketch, 1989)
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