Approfondimenti

Madonna a 60

Underrated Ciccone: 14 non-singoli da 14 album

di Damiano Pandolfini
Con tutta probabilità, l'ultima cosa che Madonna vorrebbe sentirsi dire questo 16 agosto 2018 è "buon sessantesimo, Madge!". Non possiamo nemmeno cominciare a comprendere cosa significhi l'avanzare degli anni per una donna che vive sotto le lenti dello spettacolo, né possiamo immaginare quanto si faccia ancor più dura la sua strada, nonostante tutte le lotte da lei già vinte e il guadagnato privilegio di non aver più nulla da dimostrare a nessuno. Eppure noi siamo ancora tutti qui ad attenderla al varco, perché tramite lei si materializzano e si sgretolano le nostre personali certezze e ci troviamo pertanto incapacitati dal concederle il lusso di fare quel che diamine le pare - e lei di conseguenza risponde a tono, in uno dei circoli viziosi più longevi del pop. Potremmo disquisire per ore su cosa ha significato e cosa continua a significare Madonna per ognuno di noi, il discorso non si estinguerebbe mai, complici tanto i suoi fan più accaniti quanto gli eterni detrattori che la criticano ad ogni mossa sin da quel lontano 6 ottobre 1982. Madonna rimane un'entità a sé, la meta-popstar che ha aperto e sbattuto una porta dopo l'altra, facendo incazzare ed eccitare generazioni di ascoltatori, album dopo album. Dal suo domare (e alle volte affannosamente rincorrere) le mode, al suo imperterrito bisogno di eseguire "Candy Shop" dal vivo, dalle patinate pagine di Vogue agli orfanotrofi del Malawi, Madonna ormai "provoca" anche quando si sta facendo una cippa di cazzi propri. Come ha detto lei stessa durante un celebre discorso:
"People say I'm controversial, but I think the most controversial thing I have ever done is to stick around"
Per farle gli auguri a dovere oggi mettiamo in piedi una delle tante panoramiche possibili di una strepitosa carriera lunga quattro decadi di musica. Qui raccogliamo un brano non estratto come singolo ufficiale da ogni suo disco di studio - una playlist commentata di pezzi memorabili che per forza di cose sono rimasti dimenticati tra le trafile dei suoi successi maggiori. Ovviamente si tratta di un semplice giochino e la lista è stata redatta secondo i gusti di chi vi scrive, ma se avete voglia siete tutti invitati ad aggiungere sotto il testo la vostra personale lista dei migliori "non-singoli" di Madonna (o anche quella dei migliori singoli, se proprio volete, ricordatevi giusto in tal caso che se non inserirete "Rain" almeno nella Top 5 il vostro messaggio verrà automaticamente cancellato per nefasto anti-madonnesimo). Mantenete comunque un filo di decoro se possibile, ché tanto a mostrare dito medio e culo in segno di sdegno c'ha ovviamente già pensato lei ben prima di tutti voi (come sempre, del resto - vorrete mica passare da derivative gaghiste proprio il giorno del compleanno della Ciccone?).

"I Know It", da Madonna, 1983



Zarra, volgare e con una vocetta stridula e sgraziata - se mai si dovesse eleggere un volto a rappresentare la ruvida essenza delle discoteche nel panorama post-disco americano dei primi anni 80, Madonna è un'ottima candidata. Nemmeno le serate allo Studio 54, l'amicizia con Warhol e la frequentazione romantica con Basquiat sono riuscite a toglierle dalla faccia quell'aria da cialtroncella del Midwest, ma è proprio questo il suo fascino. Agghindata di trine e crocefissi, una giovanissima Ciccone sgomita con tracotanza tra l'r&b, il funk e l'hip-hop, e trascinanti singoli quali "Holiday" e "Borderline" finiranno col passare alla storia proprio grazie alla magnetica e svergognata energia dell'interprete in questione. Ma i veri fan dell'album di debutto di Madonna sanno anche che la traccia numero quattro - "I Know It" - ha il riff più videogiocosamente ottantiano di tutta la collezione, una linea di synth sfrigolanti talmente posticcia da suonare subito indimenticabile (per tacere di quel momento dal secondo minuto e mezzo in poi, in cui la impiegano per modulare esose scale in aria neoclassica). E poi c'è quel ritornello, tanto semplice dal punto di vista armonico quanto memorabile all'istante, un'ottima dimostrazione dell'efficacia del sempre troppo sottovalutato songwriting madonnaro.

"Love Don't Live Here Anymore", da Like A Virgin, 1984



Questa non è la versione del 1996 riarrangiata in chiave orchestrale ed estratta come singolo da "Something To Remember", ma la prima stesura di una delle canzoni preferite di Madonna ai tempi - a conti fatti la sua prima cover ufficiale e la prima ballata da lei mai incisa. Anche all'interno di un bestseller come "Like A Virgin", il pezzo è degno di nota. Un po' come l'ancora inesperta Grace Jones del periodo disco music (era talmente stonata che un incazzatissimo Tom Moulton se ne andò dallo studio sbattendo la porta), anche Madonna in quegli anni sa di non avere una vocalità particolarmente curata, ma al contrario dei capricci da diva della Jones, la Material girl mostra da subito la sua leggendaria disciplina di ferro. Piuttosto che ricalcare inutilmente la versione originale del pezzo - interpretato da un'elegantissima Rose Norwalt nel 1978 - Madonna inforca il testo parola per parola e lo urla alla Luna col groppo in gola, le vocali sgranate e un vibrato eccessivamente calcato. Che piaccia o meno, la canzone diventa "sua" proprio per la naturalezza con la quale viene interpretata, ruvida e spietata come il panorama della New York anni 80. Nel far ciò appare pure evidente l'altra colonna portante della dialettica madonnara: l'assoluta sfortuna in amore. È come se Madonna avesse già istintivamente capito allora che la musica sarà l'unico modo a lei concesso per sfogare la rabbia e la tristezza delle delusioni che le daranno tutti quegli uomini che non saranno in grado di stare al suo fianco. E sarà una lista lunghissima...

"White Heat", da True Blue, 1986



"True Blue", ovvero la macchina da guerra: Madonna e Patrick Leonard mettono a punto il perfetto pop-album col quale attaccare le classifiche di mezzo mondo e trasformare definitivamente la Signora nel volto femminile di punta degli anni 80. Anche tolti i cinque famosissimi singoli estratti, "White Heat" ci suona familiare all'istante perché mostra l'essenza del Madonna-pensiero all'apice della gioventù - la voce che incita il pubblico e va al sodo attaccando direttamente dal ritornello senza troppe smancerie. Il tappeto di chitarre rock, i tastieroni di contorno e il coro maschile danno invece la giusta dose di energia - il successo di Madonna in questi anni è già tale che i concerti del precedente "Virgin Tour" sono partiti direttamente dalle arene e dai palazzetti sportivi, e stando di fronte a migliaia di persone ogni sera l'autrice s'è resa conto che per riempire tali spazi ha bisogno di un suono più possente. Elegante? Assolutamente no, ma "White Heat" ti trascina in pista con tutta la svergognata ed eccitante foga delle immense folle da stadio degli anni 80. L'immagine vincente di una popstar in grado di cavalcare il suo stesso successo.

"Love Song" ft. Prince, da Like A Prayer, 1989



Sul disco-simbolo della consacrazione qualitativa di Madonna si potrebbe disquisire per anni. Di certo è qui che la famosa e verace popstar che tutti conoscono posa momentaneamente la maschera e mostra al mondo il nudo volto di Louise Veronica. Un disco dove la forma riesce a farsi a tratti più spigolosa, più variegata e sicuramente meno piaciona, ma senza mai perdere di vista il lume del pop. Anche evitando clamorosi singoli come la title track - e avendo già affrontato su queste pagine la questione di "Till Death Do Us Part" - la scaletta offre solo l'imbarazzo della scelta. Tuttavia, l'incontro tra Madonna e Prince è sicuramente uno dei momenti topici, foss'anche perché la collaborazione riesce miracolosamente a non suonare come una telefonata. Sarebbe stato facilissimo infatti fare un pastrocchio - due dei volti più riconoscibili (e megalomani) della decade che si accapigliano come le stronze di "Heathers" per infilare ognuno la propria parte. Invece eccoli giocare ad armi pari su un pezzo volutamente minimale, tenuto in piedi da un'ossatura di basso, una scheletrica drum machine e due fili di tastiera in croce. Ci sono solo loro: Madonna - la Diva egocentrica - e Prince - il Divo che schifa apertamente chiunque non capisce di musica - e i due si scrutano a vicenda e si studiano di soppiatto in un sottilissimo gioco di specchi. Forse si amano o forse si odiano, ma la sinergia è palpabile. Una canzone torrida e sensuale, magico incontro tra due icone che suona come un piccolo premio alla carriera di entrambi - premio ben meritato, aggiungerei, visti i servigi che i due hanno già reso alla musica degli anni 80.

"I'm Going Bananas", da I'm Breathless, 1990



"Madonna & Cinema", un capitolo doloroso. Per tutte quelle volte in cui la Ciccone riuscirà a calarsi nella parte, ce ne sono altrettante in cui l'interpretazione non si scosta dalla forte immagine di popstar che si è eretta attorno, risultando in momenti o scontati o terribilmente legnosi - Cher ancora la prende per il culo. Ma Madonna non è certo una che si arrende, e nonostante le sue commediole anni 80 siano state vituperate da critica e gran parte del pubblico, costringe l'allora amante Warren Beatty a farsi inserire nel cast del gansta-movie "Dick Tracy" e lui non riesce proprio a lasciarla a casa (dire di "no" a Madonna? Io non lo farei). Stavolta però la parte le calza a pennello: la Ciccone interpreta la sciantosa entertainer di un club notturno, e il risultato la lascia talmente entusiasta che decide di incidere un intero disco sul genere. A conti fatti "I'm Breathless" è un album di studio, ma per via di un paio di pezzi presenti nel film viene preso per una colonna sonora e pertanto il lavoro non viene quasi mai annoverato tra gli album veri e propri. Certo non si tratta del suo momento più memorabile, e l'incredibile successo che otterrà la qui contenuta - e stilisticamente intrusa - "Vogue" provvede presto a cancellare questo bislacco long playing dall'immaginario popolare. Ma è qui che incontriamo Madonna la cabarettista, la diva vintage sensuale e capricciosa, e "I'm Going Bananas" è sicuramente l'apice vocale e interpretativo del lotto: uno stacchetto hollywodiano di due minuti scarsi, dove Madonna si tramuta in Carmen Miranda e scorrazza libera da ogni preconcetto come una scemarella vestita di fiori e frutta. Troppo divertente.

"Where Life Begins", da Erotica, 1992



Qui c'è bisogno di fare un attimo di contesto. Ottobre 1992, Madonna pubblica "Erotica" e il suo accompagnamento visivo "Sex" - un libro di foto, fumetti e racconti dove esplora il sesso in tutte le sue forme, dal sado-maso e la perdita di verginità agli incontri bisex e l'intimità di coppia. Il proverbiale cielo di Asterix le cadrà sulla testa. La stampa va nei pazzi, la Chiesa vacilla e partono le accuse da ogni angolo del globo; "come osa una donna esternare i propri desideri sessuali? Come osa una donna prendere in mano le redini del proprio piacere?". Anche se in pubblico Madonna continua a mostrare il dito medio (e due anni più tardi l'inimitabile "Human Nature" passerà alla storia come la miglior sfanculata mai incisa), dietro le quinte si consuma uno dei momenti più bui della sua carriera. L'inossidabile Material girl si trova totalmente pietrificata di fronte all'ondata di odio che la investe ed è costretta a rendere conto del fatto che nella società in cui vive uomini e donne operano su piani differenti. Paradossalmente, chi accusa Madonna di usare il proprio corpo come un oggetto sembra non prendere minimamente in considerazione il fatto che il corpo femminile viene già trattato come un oggetto da millenni e che riprenderne possesso è non solo legittimo ma a conti fatti pure un'efficace arma di difesa.

Ma le quotazioni di "Erotica" vanno in calo, ed è un peccato perché il disco è uno dei suoi migliori. Chi si fosse preso la briga di ascoltarlo per intero sa bene che non c'è solo sesso, quanto piuttosto una panoramica completa che tocca amore, gelosia e malinconia con rara raffinatezza e un suono che racchiude tutta l'ovattata eleganza dell'house-pop del momento. Il softly-spoken-word di "Where Life Begins" è un saggio di scrittura a sé stante; una soffusa base acid-jazz sulla quale Madonna impartisce istruzioni di sesso orale al femminile, tracciando per l'ascoltatore una mappa che parte dall'arte della seduzione e giunge infine al giardino segreto sei minuti più tardi - uno dei brani più lunghi da lei mai incisi fino a quel momento, come del resto è giusto aspettarsi da un giardino che ha bisogno del tempo necessario per schiudere i propri petali. Il tutto viene esposto senza proferire una singola parolaccia, l'intero testo è un double entendre che si può anche leggere come una poesia. Considerato il generale disinteresse verso il piacere femminile nella pornografia come in gran parte nell'erotismo d'essai, "Where Life Begins" è un viaggio alla scoperta del vero piacere femminile dettato per l'appunto da una donna - che poi dovrebbe essere logico, eppure c'è un sacco di gente che ancora non l'ha capito.

"Forbidden Love", da Bedtime Stories, 1994



Dopo la batosta di "Erotica" ecco il periodo fatalone degli spolverini di piume e le lenzuola di seta - sesso sì, ma comodamente sdraiati in un boudoir. Madonna ha conosciuto Tupac, ha scoperto Meshell Ndegeocello ed è al lavoro con BabyFace, co-autore di decine di patinatissimi successi da classifica di quegli anni. "Bedtime Stories" è bedroom-r&b lento e piacione tutto morbidezze e ballate lascive, ma dal quale traspaiono qua e là gli stralci di inedia e solitudine tipici degli arricchiti. Sulla suadente "Forbidden Love" c'è anche la mano del bristoliano Nellee Hooper, che aggiunge una splendida pulsazione elettronica e dà al pezzo quel tocco noir che tanto si confà al lato più malinconico e confessionale di Madonna - a breve difatti la troveremo direttamente al lavoro coi Massive Attack per la bellissima cover di "I Want You". Aggiungendo il contributo di Bjork, che ha aiutato Madonna a trasformare il qui presente singolo "Bedtime Story" in un favoloso pezzo d'avanguardia, abbiamo già tutte le avvisaglie del prossimo cambio di sponda, che dall'America passa alle ben più eccitanti sonorità che girano in Europa - una sbornia per il Vecchio Continente che durerà fino al 2005 compreso e aiuterà Madonna a dare alle stampe alcuni dei suoi lavori migliori.

"Skin", da Ray Of Light, 1998



Ovvero il Raggio di Luce che segna la più plateale delle mille rinascite di una carriera. Dopo "Bedtime Stories" ci sono stati "Evita" e la raccolta di ballate "Something To Remember", importanti tasselli che hanno aiutato l'autrice (e adesso pure neo-mamma) a presentarsi al pubblico come una bella quarantenne dotata di maturità espressiva e una vocalità all'altezza. Ma il miracolo avviene solo quando Madonna riesce a fondere tale maturità con un ritorno in pista da ballo; lei e Leonard hanno già scritto alcuni pezzi, ma sarà l'incontro col compositore londinese William Orbit a dare la scintilla all'intero progetto. Il quieto ma intenso modulare degli oscillatori di quest'ultimo riesce ad allungare e diluire i pezzi aiutando le canzoni a slacciarsi dal solito formato per muoversi verso la trance e l'elettronica sperimentale - ma senza mai perdere di vista l'obiettivo.
Impossibile scegliere un brano preferito da "Ray Of Light", ve lo dico subito. Diciamo che "Skin" è forse quello che meglio cattura il nuovo corso: una cavalcata techno che sa essere al contempo epica e personale, la linea melodica - che di per sé sarebbe alquanto lenta - viene screziata da sonorità indiane e una base che s'incrina verso stridori sintetici. Sei minuti e mezzo che trascinano corpo e mente verso una meditazione altra. "Ray Of Light" è il disco che piace anche a chi non piace Madonna, è l'album della riscossa critica e del ritorno al successo "ufficiale" dopo anni di progetti laterali. Certo, qualche mese prima di questo disco e di un pezzo come "Skin" in teoria c'era stata la Kylie Minogue di "Say Hey", ma visto che il suo album è passato nell'ombra spetta a Madonna il compito di trascinare il pop verso l'elettronica e far sì che gli anni 90 saranno forse l'ultima decade dove la spinta dall'underground riesce a conquistare le classifiche ammaliando pubblico e critica.

"Runaway Lover" da Music, 2000



"Music" il raffazzonato, ovvero come ascoltare tre dischi in uno legati alla bell'e meglio da un lazo da cowboy. Madonna coi pantaloni a vita talmente bassa che le esce il sedere di fuori, Madonna vestita da puttaniere cocainomane, Madonna che assembla uno dei peggiori libretti di sempre (controllatelo se avete il cd sotto mano: una grafica kitsch da mal di pancia). Quello che però non si può negare è che ancora una volta Madonna ha piena padronanza dei suoi mezzi e "Music" è un altro esperimento riuscito. Dal momento che si tratta di un collage c'è pure l'imbarazzo della scelta, ci sarebbero vari pezzi tra cui scegliere e sono tutti tanto validi quanto diversissimi l'uno dall'altro (la delicatissima mano di Guy Sigsworth sulla versione album di "What It Feels Like For A Girl", la meravigliosa litania di "Paradise (Not For Me)", la lista è varia). Qui optiamo per l'irresistibile marcetta di "Runaway Lover", dove un armamentario di blip elettronici in hi-tech e un forsennato battito dance si sposano ad una melodia a prova di bomba giocata su giri concentrici in aria power-pop. Un pezzo di razza snocciolato con la giusta dose di coraggio, che va pure a stendere le basi di altri futuri successi vintage-psych-dance come "Love Profusion".

"Easy Ride" da American Life, 2003



Non mi nascondo: "American Life" è proprio brutto. Tolti appena due dei quattro singoli estratti, questa è forse la collezione più debole della carriera di Madonna. Passiamo anche sopra la licenza poetica dell'orribile rap anti-Bush della title track, e diamo pure il bentornato al francese Mirwais, abilissimo ratto di studio che viene promosso al ruolo di produttore ufficiale dopo il suo apporto al precedente "Music", ma qui per la prima volta ci si trova di fronte a un canzoniere davvero vuoto, e per l'appunto il suono non aiuta. Da un lato c'è Madonna, che ha imparato a suonare la chitarra e sente il bisogno di infilarla ovunque, dall'altro c'è Mirwais, che passa mesi interi in studio su Pro Tools a smontare, lucidare e rimontare ogni singola linea incisa. Il risultato è un suono dall'esemplare accento folktronico di incredibile pulizia sonora, ma anche talmente clinico da rendere ancor più lampante la pochezza di idee delle canzoni che Madonna ha scritto. Si nota comunque la ballata "Easy Ride" posta in chiusura, un introspettivo momento dove alla chitarra si aggiungono una sezione d'archi e il beat elettronico in sottofondo, mentre lo studio ad arte degli intermezzi e degli arrangiamenti a sorpresa distolgono dalla monotonia strofa/ritornello e trasformano il pezzo in un'inedita mini-suite electro-orchestrale.

"Future Lovers" da Confessions On A Dancefloor, 2005



Qui sì che c'è l'imbarazzo della scelta, ogni pezzo è come un bomba libera tutti. Altro plateale esempio di reinvenzione e di riconquista delle classifiche di tutto il mondo tramite il connubio tra dance e spiritualità, "Confession On A Dancefloor" è il prodotto dell'incontro tra Madonna e il misconosciuto (ma sempre anglosassone) Stuart Price. Dodici pezzi legati tra loro in un continuo disco-mix, un saliscendi di tensione e ritornelli epici che si susseguono ipnotici come le spire di un cobra. Perché "Future Lovers"? Perché l'eterno motivo moroderiano di "I Feel Love" di Donna Summer che viene tessuto sulla base è solo un pretesto per catturare l'attenzione dell'ascoltatore, Madonna sussurra e cantilena per un minuto e mezzo buono mentre il pezzo monta, poi quando finalmente scoppia il ritmo finisce il mondo. La più pura estasi della disco-music interpretata da una che ai tempi della disco andava proprio allo Studio 54, ma che oggi è troppo brava per fare le cose calligrafiche e si prende la libertà di trascinarci tutti verso un'utopia di techno-futurismi e riff meccanici. Ineccepibile.

"Heartbeat" da Hard Candy, 2008



Fresca di divorzio da Guy Ritchie, delusa ma ancora troppo incazzata dalla scottatura, Madonna chiude letteralmente i ponti con l'Europa e le sue introspezioni e rimpatria in America alla rincorsa della vitale energia dell'r&b e dell'hip-hop. Il rientro in pista con "Hard Candy" è sboccato e tracotante, la foto di copertina è semplicemente orrenda, ma Madonna al momento ha proprio bisogno di sfogarsi e di tornare alla sua essenza da midwestern dopo anni in cui ha preteso (senza successo) di far parte della nobiltà inglese. Certo non si tratta di una mossa del tutto irrazionale, la furbastra ha assoldato tre dei produttori di punta degli anni 00 in campo mainstream - Timbaland, Danja e Pharrell Williams - e il risultato è una collezione di pezzi snelli e vivaci sorretti da felpatissimi beat e una miriade di sovra-incisioni sintetiche. Nei momenti migliori, la Ciccone non ha proprio nulla da invidiare né a Timberlake, né a Kelis né ad Aaliyah, e "Heartbeat" è un singolo mancato: un'accoppiata strofa/ritornello talmente ben congegnata da ricordare le sue hit radiofoniche anni 80, e una sfavillante produzione da parte di Pharrell che è capace di colorare la ritmica synth-pop con luccicanti lustrini eighties senza mai risultare scontata. Trentacinque anni sulle scene, e ancora in ottima forma.

"Love Spent", da MDNA, 2012



"MDNA" è un altro disco zeppo di buone idee e di fragorose cadute di stile, un calderone dove vengono messi a bollire tutti assieme Nicki Minaj, le porcatine Edm dei fratelli Benassi, la mano di Martin Solveig e un'ancestrale ballata celtica co-firmata dal vecchio William Orbit (?). Ancora una volta Madonna dà il meglio quando si concentra su una stesura melodica lineare e mette nero su bianco gli strascichi del proprio divorzio - adesso sta parlando senza peli sulla lingua di soldi e di alimenti. "Love Spent" è proprio il titolo adatto a illustrare la discrasia tra amore ed economia domestica, il banjo e gli archi dell'introduzione lasciano il posto a una marcetta sintetica e Madonna interpreta con una punta di fredda ironia che scade in cinismo - come del resto capita quando una coppia di ricchi litiga per la casa in campagna e l'affidamento dei figli.

"Messiah", da Rebel Heart, 2015



Un bel mattino Madonna si sveglia e si accorge che in rete sta girando un documento con quaranta canzoni inedite alle quali sta lavorando. Incazzata come una biscia, slaccia i propri mastini in rete e presto viene arrestato un hacker in Israele responsabile del furto. Ma è comunque troppo tardi, il pubblico sta già facendo manbassa di questi demo (alcuni peraltro in forma davvero embrionale - ma che piacere ci troverà la gente ad ascoltare 'sta roba?), e l'effetto sorpresa è andato a farsi benedire. "Rebel Heart" è costretto a sbarcare in anticipo sulla tabella di marcia, e in un tentativo di capitalizzare sulla quantità di materiale perso viene presentato in ben tre formati: la versione standard di quattordici pezzi, la deluxe di diciannove e la super-deluxe di venticinque. Una menzione di riguardo va a "Messiah", traccia purtroppo finita nella deluxe e lasciata stilisticamente in disparte rispetto al resto delle sonorità presenti sul disco (nonostante mesi addietro fosse stata una delle prime anteprime). Un peccato che sia andata così, il soffice tappeto d'archi e pianoforte e il rullare dei timpani danno man forte a una delle canzoni più belle di Madonna dell'intero decennio 10, quasi una preghiera neoclassica snocciolata con sentimento a lume di candela.

Playlist
  1. "I Know It" da Madonna, 1983
  2. "Love Don't Live Here Anymore" da Like A Virgin, 1984
  3. "White Heat" da True Blue, 1986
  4. "Love Song" ft. Prince da Like A Prayer, 1989
  5. "I'm Going Bananas" da I'm Breathless, 1991
  6. "Where Life Begins" da Erotica, 1992
  7. "Forbidden Love" da Bedtime Stories, 1994
  8. "Skin" da Ray Of Light, 1998
  9. "Runaway Lover" da Music, 2000
  10. "Easy Ride" da American Life, 2003
  11. "Future Lovers" da Confessions On A Dancefloor, 2005
  12. "Heartbeat" da Hard Candy, 2008
  13. "Love Spent" da MDNA, 2012
  14. "Messiah" da Rebel Heart, 2015
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