Approfondimenti

Visioni a 33 giri

Fabio Zuffanti racconta "Fisiognomica" (1988)

di Fabio Zuffanti

Franco Battiato – Fisiognomica (1988)

I tratti del volto rivelano i tratti del carattere. Franco bambino, ancora con un naso perfetto, pre-incidente calcistico, gli occhi dalle grandi palpebre, i capelli a spazzola, il serissimo completo giacca e cravatta, il ghigno appena accennato di uno che nella vita vedrà le cose a lunga gittata.
La mappa delle stelle è la stessa de “La Voce del Padrone”, il bimbo-Battiato in copertina e la tinta dello sfondo rimandano a “Sulle corde di Aries”. E questo disco è in fondo l'unione di alcuni afflati pop-orchestrali del primo con l'elettro-intimismo del secondo. In “Aries” Franco tornava all'infanzia, si mostrava seduto sopra un muretto a guardare il mare, lo stesso mare che poi avrebbe aperto “Summer on a solitary beach” e che ora lambisce i contorni di un album che profuma intensamente delle coste battute dal vento caldo, delle zagare e dei limoni di Sicilia. “Fisiognomica” rappresenta il ritorno alla terra natia, ed è il disco che più mi ricorda da dove anche io provengo. Veni l'atunnu, scura chhiù presto, le riunioni di famiglia la domenica, il dialetto, i racconti della vita di paese, il profumo dei dolci tipici, storie di avi che galleggiano tra le onde del tempo. Tra oriente e occidente.

“E ti vengo a cercare”, con il suo sublime parlare di amore nel senso di tutto ciò che è amore, fa sì che ognuno di noi possa far suo quel perché ho bisogno della tua presenza come messaggio a qualsiasi cosa si possa amare: una persona, la propria terra, dio... La gemma di una bellissima ambiguità che sboccerà ne “La cura”.
Sullo sfondo l'elettronica, ancora una volta, come negli anni della gioventù, a creare un ponte tra il cuore e la macchina. Poi si vola a est, “Zai saman” canto iracheno che inizia con l'austerità del mantra religioso e poi cambia tempo, accelera, rallenta e torna sui suoi passi mentre Franco in trance predice il futuro che è oggi; Vuoto di senso crolla l'occidente, soffocherà per ingordigia e assurda sete di potere. E dall'oriente orde di fanatici.

In “Fisiognomica” Battiato si mette a nudo nel raccontare la scelta di vivere in compagnia di se stesso. Il dittico “Secondo imbrunire”-“Il mito dell'amore” trabocca di languore. Voglia di unione e libertà si scontrano, Vieni a casa, ti presento ai miei. Sfuggire ai valori tradizionali per ritrovarsi a bramarli. E il cuore quando si fa sera muore d'amore, essere costretti a veleggiare tra l'interno e l'esterno dei sentimenti, desiderare la solitudine e allo stesso tempo un caldo rifugio, perché non ci vuole credere che è bello stare soli.

“Nomadi” insegna la nobile arte della fuga, ed è preziosa come una delle icone bellissime di Juri Camisasca, novello Andrej Rublëv. Peccato per il brutto assolo di chitarra, la grana sottile di queste composizioni merita chiare brezze piuttosto che ammassi di note a turbinare nel vento. Meglio inserire in coda un frammento di Bach, come in sogno. Di primo mattino, mentre la luce del sole si allungava a intiepidire la terra spaccata dal freddo, ci affacciavamo da uno di quei muri bassi di pietra lavica a scrutare l'orizzonte. Vi fu un presentimento: ciò che provavo, o, meglio, ciò che avrei provato, lo scoprii di colpo; mi si mostrò come si mostrano le verità rivelate. Perché mi piace ciò che pensi e che dici, perché in te vedo le mie radici.
Quando le pulsazioni elettroniche tacciono e il vinile è giunto ai suoi ultimi giri, Franco ti fa distendere e ti passa una mano sulla fronte. Taci, chiudi gli occhi, smetti di pensare. Il dolore, il fermarsi della vita/ lasciano apparire il tempo troppo lungo. “L'oceano di silenzio”, uno dei vertici assoluti, con Beeklam, l'abitante dell'antro sotterraneo nel quale sono custodite le sue statue. Il canto di una soprano e la carezza dell'orchestra, leggera. La pace. E mi pare quasi che un oscuro ricordo/ mi dica che ho vissuto in tempi lontani/ o là in alto, o nell’acqua.

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