Visioni a 33 giri

Francesco De Gregori

"De Gregori"

di Fabio Zuffanti

Fabio ZuffantiFabio Zuffanti è uno dei musicisti italiani più eclettici e rappresentativi. Finisterre, La Maschera Di Cera, Höstsonaten, Rohmer, laZona, Aries, La Curva Di Lesmo, L'Ombra Della Sera, Quadraphonic, R.u.g.h.e. e CHRISTADORO, oltre ai suoi progetti solisti, sono solo una parte della sua inesauribile attività in campo musicale, alla quale, dal 2012, unisce quella di scrittore, dal saggio "Prog Rock" alla recente biografia "Battiato: La voce del padrone". Questo articolo rappresenta la prima puntata di una serie di "Visioni a 33 giri" a sua firma, che OndaRock ospiterà sulle sue pagine in esclusiva.

Francesco De Gregori – De Gregori (RCA, 1978)

Dentro questo scrigno ci sono dieci canzoni. Piccole cose preziose; due, tre, quattro minuti ciascuna. Poco più di mezz'ora in tutto. Tengo in mano la copertina e la busta interna, estraggo il vinile e lo sfioro, lo soppeso. Sembra incredibile, è così fragile, eppure lì dentro ci sono alcune tra le cose più belle del mondo. Dovrebbe pesare tonnellate per tutta la bellezza che contiene, e invece sembra quasi in procinto di spiccare il volo da un momento all'altro per quanto è leggero.
All'esterno Francesco a colori insegue un pallone in un prato, la figura che si sfoca leggermente nel movimento, la grande scritta a macchina: De Gregori.Sembra una bella giornata. All'interno Francesco in bianco e nero cammina serio nello stesso prato. Ventisette anni. Fissa l'obiettivo, sguardo dritto, voglia rimettersi in gioco dopo le contestazioni. Poesia reale e irreale. Onestà.

Poso il disco sul piatto, faccio scendere la puntina e la stanza in penombra si popola di storie fino a traboccare. Dalla caserma dove sta svolgendo il servizio militare Francesco si sporge dalla finestra. È il colle di Terces, in Trentino, teatro di una serie di attentati da parte degli indipendentisti altoatesini tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Nell'aria ancora tutta la disillusione della guerra, di qualsiasi guerra; dopo che il nemico è battuto la natura torna immobile, dietro la collina non c'è più nessuno, solo aghi di pino e silenzio e funghi. “Generale”, tra i colli, nella grande stazione appena visibile dalle finestre dei bagni della caserma Wackernell, il ricordo di  una contadina che ancora attende i suoi figli soldati. La bambina Stella, una grande luna piena. “Babbo in prigione”, lei teneramente felice, la violenza che se ne è andata dalle mura di casa, respira a fondo l'aria fresca della sera. Il tempo cambia in ¾ e sua madre intona una melodia a fior di labbra mentre lava i piatti. Avevo dieci anni e mia mamma spesso cantava piano mentre lavava i piatti.

Mio fratello ascoltava questo disco, acquistato poco dopo la sua uscita. Entravo nella sua cameretta la sera e lui mi canticchiava mio fratello che studiava lingue misteriose. Era lui in quel periodo, con i libri alla luce della lampada da tavolo, intorno a sé il buio e i led dell'amplificatore che si muovevano a ritmo della musica. Io invece ero le fotografie dei carri armati io passavo i pomeriggi a ritagliarle a incollarle sopra pezzi di cartone. Il suono colmo di stelle del Polymoog, in mezzo al mare c'è qualche nuvola ma non fa niente, poi quella frase e sotto questo grande cielo azzurro, finalmente, mi sentivo un uomo solo. La fine degli anni Settanta a Genova, tanta tensione nell'aria, la sentivo sulla pelle, i miei amici lo sai, sono tutti segnati. Perché c'erano due brani con lo stesso titolo ma in versione diversa? Ma che piacere girare il vinile e ritrovare “Renoir”, come due braccia che si tendevano in un abbraccio, da qualche parte c'è una stanza più calda, sicuramente esiste un uomo migliore. L'adagiarsi del pianoforte come spegnere l'abat-jour prima di addormentarsi, il metronomo arioso della batteria, rade tastiere in bianco e nero e a colori, come nelle foto di copertina.
Le chitarre: il riverbero notturno in “Due zingari”, la slide di “Natale”, l'acustica usata come un mandolino ne ”La campana”. Il finale de “L'impiccato”, quel basso che serpeggia nello stomaco come un pensiero ricorrente.

Non potevo toccare l'Lp, mio fratello ne era geloso, aveva paura che glielo rovinassi, quello e tutti gli altri della sua collezione. Io allora approfittavo di quando lo ascoltava, mi sedevo sulla poltrona della cameretta e la voce di Francesco era una coperta di lana nella fredda notte di Natale. Lo è ancora oggi, il suo timbro, più delle canzoni, più delle melodie, più dei testi. Quel timbro è parte della nostra storia, è adagiato nell'anima di tutti noi che guardiamo la notte scivolare veloce dal finestrino di un'automobile.
E in una collina, vicino all'autostrada, due zingari seduti sull'erba, ubriachi di stelle e di luna, ci guardano a loro volta mentre sfrecciamo verso la vita, che è sempre un passo oltre.

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