Approfondimenti

Visioni a 33 giri

Fabio Zuffanti racconta "Mark Hollis"

di Fabio Zuffanti
Anno 1998: “The Mountain Of The Moon”, il nuovo album dei Talk Talk, è pronto per essere pubblicato, circolano già copie promozionali su cassetta e cd-r. Poi qualcosa va storto. Il bassista Paul Webb (oggi Rustin Man) ha abbandonato la nave prima del precedente “Laughing Stock” (1991), Lee Harris, abile costruttore di alveari percussivi, lo ha fatto dopo ((lo si ritroverà in "Codename: Dustsucker” dei mai troppo lodati Bark Psychosis). Su “The Mountain Of The Moon” rimane saldo al timone Mark Hollis, emblema del gruppo; cantante, chitarrista e compositore. Mark ci pensa e decide che non ha più senso mantenere il nome della band, il nuovo album deve uscire a suo nome, si deve chiamare, semplicemente, con il suo nome e il suo cognome.

Mark Hollis, non c'è più, se ne è andato un triste giorno dello scorso febbraio, a soli 64 anni, gettando nello sconforto selve di fan sparsi in tutto il mondo, la maggior parte memori dei successi inanellati quasi quarant'anni or sono.
Nati, come tanti altri, sotto l'egida, di quel synth-pop che imperversava in terra d'Albione agli albori degli 80, i Talk Talk si affrancano in fretta da ogni riduttiva etichetta proponendo semplicemente musica di alto spessore. Pop, certo, ma composto e arrangiato in maniera sopraffina; acustico ed elettronico, romantico e inquieto. Su tutto la strana voce di Hollis e il suo portamento curvo, timido, lo sguardo sempre nascosto dietro un paio di occhialetti a specchio. Nonostante ciò Mark diventa un personaggio, qui in Italia in particolar modo, in un'epoca in cui si diceva girasse tanta immondizia mentre invece il pop intelligente sapeva ancora farsi ascoltare da larghe masse. Altroché!
La leggiadra “It's My Life” e la tormentata “Such A Shame” sono le due hit dell'estate 1984, con il video della seconda; un Mark stralunato, cappellino e riprese alle spalle di lui piegato dal vento. Disagio british. Un universo di differenza dai coevi Simon Le Bon o Tony Hadley. Un alieno che buca lo schermo suo malgrado.

Poi qualcosa muta, “The Colour Of Spring”, 1986, ci disse che la band era qualcosa di più di ciò che già di buono pareva. La musica si è fatta più introspettiva, a tratti cameristica. I pezzi pop sono spogliati di ogni barlume elettronico e respirano l'aria limpida della primavera. Sembrava l'equilibrio perfetto e ci si chiedeva cosa sarebbe successo al prossimo disco. Nessuno, veramente nessuno, si sarebbe aspettato, solo due anni dopo, “Spirit Of Eden”. Quale gruppo di pazzi poteva gettare tra le ortiche fama e danaro a favore di un album che prendeva i momenti più introversi del precedete e li ampliava in lunghe suite tra il silenzio e qualcos'altro di indefinibile? Era fatta, i Talk Talk pop erano andati, restava solo un ensemble che da quel momento avrebbe guadagnato grandissimo rispetto ma scarsissimo successo; si possono contare sulla punta delle dita musicisti che decidono, all'apice della carriera, di abbandonare il guadagno facile a favore dell'Arte. E Arte fu, anche con il successivo e già citato “Laughing Stock”, che perfezionava gli spunti del precedente creando, di fatto, quello che da lì a poco si sarebbe chiamato “post-rock”.

Si arriva quindi all'abortito (solo di nome) “The Mountain Of The Moon” divenuto “Mark Hollis”, e si capisce il gioco. Se lo scopo di Mark era quello di assottigliare sempre più la proposta sonora, il suo album è allora, allo stesso tempo, punto di arrivo e di non ritorno. Si diceva del silenzio, è lui il protagonista assoluto di un disco che mette in scena una fanfara di sette fiati (due fagotti, due clarinetti, corno inglese, tromba, flauto) che potrebbero far crollare i muri e invece soffiano amorfi in sottili dissonanze, come aliti di vento gelido in una giornata autunnale. Qua e là fa capolino un'armonica che suona come una bocca di denti fracassati, il contrabbasso e le spazzole instillano umori jazz figli di astratte sospensioni come la “He Loved Him Madly” davisiana, le chitarre non hanno effetti, sferragliano aspre tra un silenzio e l'altro. A legare il tutto un harmonium e l'onnipresente pianoforte; un accordo, poi la stasi, poi un accordo. E la voce, purificata di ogni velleità pop. Un sospiro che si incrina ma non si spezza mai. A spezzarsi è il cuore di chi ascolta.

In copertina un Agnello di Dio fatto di pane, fotografato in Sicilia, e otto brani, un flusso che inchioda alla porta delle proprie malinconie. I testi sono deformi, lividi, sfilacciati: Così tutto esaurito/ Quanto sei cara/ Come sulla Terra/ Sei venuto a vivere da pagliaccio?/ Vicino / Chiuso/ Ed eccoti qui/ Sole e poi l'ombra/ Il sole eclissato per la vergogna/ In gioventù sei cresciuto/ Puro/ Puro/ Navigare su/ Freddo/ Bruciato/ E temere di essere/ Andato e ora l'ombra/ Il sole eclissato per la vergogna (“The Gift”).
Di seguito, come per fondersi con l'afflato taciturno della sua musica, Mark scompare dalle scene per vent'anni. Il 25 febbraio 2019 scompare del tutto.
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