Approfondimenti

Z-Machines

Tono metallico standard

di Giorgio Moltisanti

E' da qualche giorno che pensavo di scrivere quanto segue, ma poi mi sono sempre arenato. Il timore di urtare la sensibilità di qualche lettore particolarmente filantropo e umanista, e quindi di sicuro in disaccordo, ha fatto il resto. Poi l'altro giorno, apprendendo della notizia della morte di Alan Myers, il batterista dei Devo dal 1976 al 1986, ho deciso di scriverne lo stesso.
Mayers è stato infatti l'artefice, assieme ai suoi compagni, della celebre filosofia della De-Evolution (dalla quale il nome Devo appunto); per loro infatti la civiltà umana era giunta al punto massimo di evoluzione e da quel punto in avanti, nei primi anni Settanta, iniziava la de-evoluzione.
Il progetto Devo venne illustrato a lungo in scena, con un ingegnoso spettacolo-performance che ricorreva spesso alla video-art e al cabaret, prima di trovare sfogo su un album. Fu il solito futurista Brian Eno ad apprezzarne la potenza d'ingegno e a produrne nel 1978 "Q: Are We Not Men? A: We Are Devo", esordio che raccoglieva le idee maturate nei quattro anni precedenti. Quindi, eccomi intento a scrivere quanto segue. Però so, e voglio dirlo da subito, che questa è un'idea che troverà concorde solo una minoranza di voi - e forse anche del genere umano in toto.

Per ragioni molto variegatamente antropologiche lo scorso 24 giugno mi sarebbe piaciuto essere nei pressi di Tokyo. Ma più per una fascinazione à-la "Un Antropologo su Marte" di Oliver Sacks che à-la "Il Giovane Antropologo" di Nigel Barney, per chi si diletta in questo genere di letture. La ragione fondamentale di questo distinguo è data dal fatto che avrei volentieri assistito al primo concerto degli Z-Machines.
Non si è trattato infatti di un normale concerto come ne siamo abituati a vederne ormai a dozzine, ma del primo concerto di una band composta interamente da robot. Già, perché la formazione degli Z-Machines è quella classica di una rock band ma a cambiare le carte in tavola sono i componenti del gruppo. Gli Z-Machines, infatti, non sono musicisti in carne e ossa, ma tre robot: Mach, che suona una sorta di chitarra, Ashura alle percussioni e Cosmo si occupa dell'elettronica. Nomignoli a parte - ma se ci pensiamo bene abbiamo anche esseri umani che hanno deciso di farsi chiamare Count Grishnákh o Vanilla Ice senza che nessuno battesse ciglio - a dire dal pubblico urlante in certi filmati su YouTube lo spettacolo promesso c'è effettivamente stato. Le canzoni sono state scelte dai fan, attraverso il sito ufficiale degli Z-Machines e, per quel che abbiamo avuto modo di sentire, magari un po' pacchianelle e ancora acerbe, ma la loro figura nella sezione Altrisuoni la riuscirebbero a fare.

D'accordo, forse solo il pubblico stesso meriterebbe un articolo di dieci pagine, ma conosco nomi di indubbia competenza musicale che hanno ammesso pubblicamente di essere attratti "anche da un C1-P8 seduto sul divano che ogni tanto mi canta delle strofe di Lemmy". Per i pochi di voi che non lo sanno, C1-P8 o R2-D2 è il robottino per eccellenza di "Guerre Stellari".
Ma considerazioni simili non sono poi stranissime; dovendo fare un po' di outing, in molti abbiamo immaginato la nostra "musica del futuro" porzione singola: gli afascinados dei Kraftwerk del periodo robotico sono ormai milioni, personaggi come Leonard Theremin e Robert Moog hanno fritto il cervello a intere generazioni (non a caso, gli omonimi strumenti che hanno creato sono ancora in circolazione), Björk e Radiohead hanno fatto del culto del futuro una ragione di vita - quanto meno artistica - per loro e i loro fan.

Ora, c'è una considerazione da fare ed è assolutamente pazzesca. Premettendo che evito volontariamente, per buon gusto e umiltà, di trattare in questo contesto le sperimentazioni di geni del calibro di Pierre Schaeffer, Krzysztof Penderecki o il solito John Cage, nel passato più recente, nonostante la storia (relativamente) fatta dal Reactable di Sergi Jordà, dal Tenori-On di Toshio Iwai, dai suoni di Pierre Bastien costruiti con pezzi di costruzioni-giocattolo e dai sofisticati electronic-totem di Guillermo Galindo, a suonare sono sempre e solo stati esseri umani - anche se in qualche caso suonano da cani.
Certo, i nerd smanettoni ogni tanto provano a costruire qualcosa, ma di rado ci si sposta dalle vaschette per alimenti trasformate in futuribili intonarumori o dalle console vintage trasformate in strumenti a 8-Bit. In buona sostanza, possiamo continuare sempre a immaginarci due Daft Punk o due Chemical Brothers a caso con uno di questi aggeggi tra le mani. Eppure, già nel marzo del 1954, cinquantanove anni fa, immaginandosi il futuro, Isaac Asimov ipotizzava una serie di apparati elettronici che emettessero insoliti bzz/bzzzz e blup/blup su beat suonati da macchine aliene. Nulla di più distante dalla realtà odierna.



Lo so: in molti ora si staranno chiedendo dove voglio andare a parare, e alcuni staranno temendo l'arrivo di una stoccata nella quale ci si auspica la fine di tutto genere umano a favore delle macchine. Ecco, magari quest'ultima cosa no. Però ci sentiamo di spezzare una lancia a favore di Yoichiro Kawaguchi, temerario papà e artista-costruttore degli Z-Machines. Spiega meglio di mille parole lo stesso Kawaguchi: "I robot musicisti fanno cose che gli uomini non possono fare: hanno braccia di ogni lunghezza, si muovono in modo diverso e suonano più di uno strumento per volta. La musica sul palco si evolverà nei prossimi anni, e potrebbero esserci novità divertenti". C'è da credergli. Certo, qualche anno fa erano sbucati fuori i Compressorhead e qualche migliaia di estimatori li avevano trovati in giro per il mondo; ma al massimo Sickboy, Fingers e Bones si limitavano a qualche cover dei Ramones, dei Pantera o degli Ac/Dc. Qui siamo su un piano decisamente diverso e personalmente molto più intrigante. "Ho partecipato a questo progetto perché mi ha permesso di creare espressioni sul palco diverse e divertenti: non sono solo delle macchine che creano musica, si tratta di un nuovo tipo di espressione artistica", ci spiega orgoglioso Kawaguchi.

Scusate, anche noi troviamo belli i tra-pa-tum tra-pa-tum di Luca Ferrari dei Verdena (magari quelli su "Spaceman", visto il tema sci-fi trattato), ma non proviamo fastidio alcuno ad ammettere che la musica, per come la stiamo vivendo in questi anni, si stia indubbiamente de-evolvendo. Ci pare a tratti persino bello ammetterlo ogni tanto. Liberatorio. Quasi come una confessione. Allora ci viene da pensare che, in fondo, la voce di Avril Lavigne è molto meno rilevante di quella del Robot Mach che, se non altro, è un prodigio della tecnica e non cerca di pagarsi la Ferrari sulle sfighe/gioie sentimentali delle adolescenti di mezzo mondo; e che un batterista come Ashura o Sickboy ci stanno molto meno antipatici di certi drummer progressive-metal incapaci (a volte in tutti i sensi) di scorgere altre forme di vita oltre i tutorial di Mike Porthnoy. Allora molto meglio le macchine, che in molti casi renderebbero un servizio migliore e un prodotto assai più originale – consentendo così finalmente ad Avril Lavigne and company di trovarsi un lavoro all'altezza delle proprie reali capacità espressive, come mimi o quant'altro.

Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.