I tardigradi sono un phylum prossimo agli artropodi (insetti, aracnidi, crostacei etc.). I suoi rappresentanti popolano ogni angolo del pianeta: dall’Hymalaya agli abissi oceanici. La loro resistenza alle condizioni estreme non ha paragoni nel regno animale: possono resistere a temperature prossime allo zero assoluto, al vuoto siderale, a dosi di radiazioni mille volte quelle che ucciderebbero ogni altro animale.
Possono cadere in ibernazione e restarci per decenni, fino a che vengano risvegliati da anche una sola goccia d’acqua. Proprio questo è l’espediente alla base del terzo concept degli svedesi Simon Says. Un uomo (Tardigrade) è svegliato dall’acqua, dopo un coma di cent’anni; l’emisfero nord è governato da una tecnocrazia che ha eliminato la notte, la pioggia e ogni forma di vita al di fuori delle città. I cittadini degli Utopian States of Allindustria passano la vita a giocare al computer, ignari della guerra combattuta contro l’emisfero sud del pianeta da robot che rispondono ai loro comandi.
Tardigrade è salutato dalla Resistenza come il messia che potrà rivelare alla gente la verità e convincerla alla rivolta.
Si tratta, ça va sans dire, dell’ennesima neo-proggheria ottenuta combinando i Genesis dell’immediato post-Gabriel, i Camel, gli Yes di “Drama”. E tanto vale avvertire subito: è un album da progghettari incalliti e chi sta male se non trova originalità, innovazione, personalità farà meglio a starne alla larga. Gli altri mi seguano pure.
“Tardigrade” è uno di quei begli albumozzi che creano il loro universo, obbligano l’ascoltatore a piazzarcisi dentro e poi cominciano a sbattacchiarlo di qua e di là, ma con delicatezza. Le tre suite sono un rollercoaster di scenari e sensazioni: dall’apertura esotico/esoterica di “As The River Runs” all’intermezzo pastorale di “Brother Were You Bound”, sono poche le costanti. Tra queste la voce carismatica, il piglio epico ma mai pomposo, l’eccellente interplay tra gli strumenti.
Sono però le melodie a brillare più d’ogni altra cosa. Tanto nel cantato quanto nelle linee solistiche, svettano temi sognanti, estroversi, trascinanti. Completa l’opera un sound sempre compatto, pulito e soprattutto futuristico – affiora spesso il vocoder e il timbro dei synth è molto poco settantiano – che proietta magnificamente nella saga di Tardigrade.
Non passerà alla storia, ma quest’ottimo album non sfigura accanto ai grandi del passato: eccezione forse non unica, ma senz’altro rara, fa riflettere sulla sottile differenza che esiste tra sterile imitazione e amore sincero per un linguaggio che può ancora trasmettere grandi emozioni.
20/04/2008