Reduce da un progetto hip-hop con base ad Alessandria (gli Astenia), il duo elettronico Alessandro Bovo/Matteo Cellerino ha dunque trovato una via d’accesso al rock indipendente italiano. Overmood, il nuovo progetto techno-rock (mai dimentico delle loro radici), vanta una storia di due anni di prove e controprove, comparse su compilation e prime incisioni dilettantistiche. Ad aprile 2007, finalmente, gli Overmood (ormai mutati in band vera e propria) entrano in studio per registrare il famigerato debutto su lunga distanza (su Suiteside), il cui titolo suona davvero come una prova d’approccio al loro potenziale audience: “Sorry For The Setbacks”.
Fa subito bella mostra – quasi in forma di manifesto programmatico – “Winning Guitars”, chitarra roboante, accompagnamento ridotto all’osso (batteria hip-hop, tastiera raminga, elettronica con effetto leggermente deformante) e voce stile primi Modest Mouse. In “Palely” la miscela progredisce: rap su base scura (quasi soundsculpting), a richiamare versioni ammortizzate di Black Dice e Tv On The Radio, ritornello corale-anthemico e campione di archi (alla Roots, o Run DMC) che va e viene come una corrente ventosa. La seguente “Rubber” è la versione scorrevole e r’n’b di “Palely” (ma la brevissima intro sembra rievocare addirittura Subotnick), mentre “Flame Red-Lawn” pare un incrocio tra l’emotività del contemporaneo My Awesome Mixtape (ma più rude e monocorde) e i giochi electro-ritmici dinamitardi dei Cccp, ma è pure una versione più calda di “Winning Guitars”.
Se quelle degli Overmood possono essere considerate allucinazioni moderniste alla Pixies/Pere Ubu in versione melodica e stilizzata, “Grain of Hope” ne è la dimostrazione più gratificante. Si parte con una specie di mid-tempo funky-sincopato, si passa per piccoli timbri alieni di tastiera, e si arriva a un riff inquieto che ricorda il mood angusto degli Stones di “Paint It, Black”, il tutto seguendo le invocazioni vocali (emotive, di nuovo) con buon uso della distorsione. “Restless Song” mette invece momentaneamente da parte i distorsori per dedicarsi a un ritmo ballad dolente, con set di effetti elettronici (contrappunto gracile e alterazione armonica) e scatti jungle nel ritornello (e la nevrosi dei Mars Volta dietro l’angolo). Così “The Mockery”, che ne accentua l’atmosfera decadente, pervenendo a una nenia assorta della chitarra (leggermente dissonante) a cui si sovrappone la nenia vocale e l’ambience dell’elettronica, il passo doo-wop della batteria, e – finalmente – un fraseggio amplificato di chitarra che innalza la sconnessione sonica. In poche parole, una versione scomposta e ricomposta (e revisionista) del trip-hop dei Moloko.
Quest’album prevede due livelli essenziali di svolgimento: il piano teorico, su cui si stratificano concatenazioni reiterative d’idee amatoriali, stereotipi e retronuevo assortiti, e quello pratico – deficitario, soprattutto nell’uso della voce – di dialogo cortese e sormonto simpatico di parti enfatiche di chitarra (Matteo Conti) e parti serafiche d’elettronica. La risultante, un po’ per addizione, un po’ per sottrazione, attiva il freno a mano sulla finezza piaciona e picchia col piede sull’acceleratore del kitsch stiloso. Produzione diligente. Videoclip di prossima realizzazione: “Winning Guitars”.
17/10/2007