SIMON BREED - The Filth And Wonder Of

2007 (Re-action)
songwriter

Se l’”Ys” di Joanna Newsom rappresenta quello che “Blonde On Blonde” e “From Her To Eternity” rappresentavano decadi fa, Simon Breed è uno dei primi discepoli (forse ancora inconsapevoli) dello “standard” della canzone libera. E se ciò che unisce i capolavori di Dylan e Cave alla magnifica cantata per soprano, arpa e archi di “Ys” è nient’altro che una poetica di flusso di coscienza (tutta joyciana), a rendere la forma-canzone un corpo libero a giostrarsi tra visione, confessione, atto accusatorio, diario allucinato, ritrattistica deforme, Breed è lì a prendere appunti per il nuovo canzoniere in perenne via di definizione.

Il novello cantautore britannico sforna così il suo debutto vero e proprio, dopo una serie – fortunata – di live set a fianco di Mick Harvey (i Bad Seeds, guardacaso) e di produzioni casalinghe, “The Filth And Wonder Of”. L’attacca dell’album, crepuscolare, è basato su bordone di feedback (con variazioni sottili stile sitar) e batteria marziale, arpeggio ramingo e un leggero ma inesorabile aumento della dinamica globale. La linea vocale, più che a Cave, paga pegno a Buckley figlio. La chitarra, cacofonica e free-form, accenta spasmi noise accanto a un caldo carillon (memorabile il contrasto tra registri emotivi), proponendosi come un antieroico propulsore armonico, fino a lambire – nuovamente – il timbro del sitar nel bridge.

“My Eyes Have Seen The Glory Of Your Face”, l’altro grande paradigma-canzone dell’album, riprende proprio dalla chitarra, più loner che mai, a impostare una specie di lentone atmosferico e un nuovo velato crescendo di tocchi strumentali. La libertà di contrappunto conduce così a una parte con organico allargato, fino a condividere le intonazioni elegiache (quasi gregoriane) del cantante. Un nuovo intermezzo apocalittico innesca un crescendo glorioso che si stempera nuovamente nel canto spiegato di Breed. La terza e ultima parte è basata su di un arpeggio folk tenerissimo e luccicante, un ennesimo crescendo alieno (vibrati delle chitarre e dei distorsori) e un ispessimento religioso quasi bachiano (con tanto di organo).

Il premio di “The Brother Song” (dopo aver superato la non facile prova di sopportazione di quasi due minuti d’intro parlata del solo Breed) è invece un rincarato tono apocalittico-confessionale alla Nick Cave, accoppiato a un intermezzo dissonante di tastiera. “Horse With No Cock”, il pezzo breve di commiato, è un country rallentato a spartirsi le versioni narcolettiche di Cash e Cohen, con variazione finale a includere tocchi di pizzicato d’archi.

Con una filigrana da albo di musica da camera, una fantasia parca e controllata al limite della freddezza che poco concorda con l’ottima backing band (i Birthmarks) e la voce melodiosa, l’esordio di Breed – direttore d’orchestra, cantore, cantastorie, arrangiatore, moderatore – riesce a curare sia i capricci personali che le inflessioni dell’ascolto. Il tono predominante è caduco, non decadente, limitando la platealità a una sottospecie di giusto mezzo di comodo poetico. Segnatevi questo nome: ‘Wolverine’ Hyland, uno dei migliori chitarristi in circolazione.

30/08/2007

Tracklist

  1. 1. Cunts, Pricks, Wankers And Shits
  2. 2. Star Of Nepal
  3. 3. The Brother Song
  4. 4. My Eyes Have Seen The Glory Of Your Face
  5. 5. Horse With No Cock

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