Nuovamente su Luaka Bop, l’etichetta di David Byrne (che, ricordiamo, affianca la Real World di Peter Gabriel nella ricerca e riscoperta della musica etnica di matrice folk), Susana Baca torna in scena con il seguito di “Espiritu Vivo” (2002). Stavolta più che mai, però, le folksong afro-peruviane dell’artista – già co-titolare dell’”Istituto Negro Continuo” per la filologia delle tradizioni musicali del territorio nazionale – rischiano di prendere una piega penosamente commerciale, dell’insulsa mondanità da sottofondo per piano-bar.
Si attacca con una cover di “NÈ Quelque Part” (a firma Maxime Le Forestier), con acustica dal passo Caetano Veloso, percussioni, e un velo elettrificato inquieto sullo sfondo che si fa via via più minaccioso al passare degli avvicendamenti strofa-chorus, fino a un crescendo agonico-dinamico. Una sincope drammatica anticipa poi una pregevole jam finale. “Viento Del Olvido” è una canzone rurale in cui svettano fisarmoniche che quasi richiamano il Paul Simon terzomondista di “Graceland”, purtroppo sciupata dalla produzione eccessiva.
“Merci Bon Dieu” mostra chitarra elettrica e striate fantasmagoriche di feedback, a suggellare picchi strumentali latini-americani e raga-rock. I glissandi flamenco di “Guillermina” impaginano un traditional basato su armonici, che pure incorpora pathos di sobbalzi armonici e linea vocale partecipata.
Le restanti tracce rischiano d’infangare definitivamente la nomea di erede della mitica Chabuca Granda, che la Baca si è costruita a partire dalla sua scomparsa (avvenuta nel 1983, ndr). “Una Copla Me Ha Cantado” è una serenata peruviana scarna e debole, e “Luna Rossa” è un’inutile riproposizione di “Guillermina”. “Estrela” ha dalla sua una qualche ricerca negli impasti di chitarra, mentre “Pensamento” e “Siempre” sono ballate prodotte in serie con cui pavoneggiarsi e ostentare eleganza da signora imborghesita.
Chiude una sterile versione di “Volcano” di Damien Rice, con cui la Baca evita ulteriori equivoci per approdare al soft-rock dei Neil Diamond e Chicago più triti. Se ne ottiene, alla fine, nient’altro che scialbo cantautorato.
Composto da Susana Baca (la cui voce ora gira spesso a vuoto), Marc Ribot, John Medeski (già in “Espiritu Vivo”), Sergio Valdeos, Juan Medrano Cotito, oltre al duetto con Gilberto Gil (ininfluente in “Estrela”), alla comparsa di Kevin Breit e agli arrangiamenti dei Tosca Strings: si sono messi in quattordici per quest’intruglio mal mescolato di canzoni al gusto di monotonia e cliché assortiti. In un attacco di sincerità, il ruolo dell’eccezione è svolto dalla ben umile “Palamita Ingrata”, tra contorsioni strumentali di folk persiano in alternanza/interferenza con la linea vocale, e un tocco sparuto di basso elettrico. L’edizione V2 (pubblicata nel marzo 2006) ha una tracklist diversa.
28/02/2006