MAPUCHE - Non chiamarli mostri

2024 (Viceversa)
art-rock, cantautorato, lo-fi

Facciamo un piccolo riassunto delle puntate precedenti. Per molti lettori quello di Mapuche non sarà un nome nuovo. Innanzitutto perché fra coloro che non si lasciano spaventare dalle personalità meno accomodanti e dai discorsi privi di sotterfugi, mezze parole e altri ganci, questa raccolta di canzoni belle e difficili si sta guadagnando un suo piccolo ma vibrante culto. Poi perché l’autore abita un suo angolo discreto e intransigente già dalla seconda metà degli anni Zero. Il primo album, seguito a due Ep (un omonimo del 2008 e poi “Anima latrina” del 2011) si chiamava “L’uomo nudo”, risale al 2011, ed è prodotto da un Colapesce lontano anni luce dal mainstream velenoso e intelligente di oggi. Altrettanto underground, anzi forse ancora più spigolosi, sono il seguito “Autopsia”, uscito per Viceversa dopo tre anni e un Ep, “Compreso il cane”.

Con la produzione dell’Alessandro Fiori più avventuroso, quello del periodo BETTIBARSANTINI (con Marco Parente) e del varo dell’etichetta indipendente sperimentale IBEXHOUSE, l’album esplicitava il versante più psicotico e introspettivo della scrittura di Mapuche, lasciandosi circondare dall’empatica sollecitudine dei violini di Fiori. Entrambi i dischi hanno mantenuto intatto nel tempo il loro fascino. Canzoni come “La parte peggiore”, “Al mio funerale”, sul primo album, o “La responsabilità civile dello chef” e “Son finito nel tuo armadio” sul secondo ci parlano di un mondo fiero e indipendente che avremmo dovuto saper difendere meglio, non tanto dai grandi numeri, quanto piuttosto dall’omologazione dei linguaggi di rottura, che spesso così tanto di rottura non sono, quando imitano le originalità altrui invece che inventarsene di nuove.

Come il mondo indipendente si sia trasformato nell’ennesima teoria di convenzioni è una vecchia storia su cui non è ormai il caso di tornare, tanto più oggi che hip-hop, trap e linguaggi urban hanno preso il sopravvento cambiando l’attenzione, le sue regole e i suoi circuiti. Molto più rincuorante, invece, è apprendere come personaggi quali Mapuche abbiano mantenuto integra la propria attitudine e che si ripresentino a noi con una urgenza espressiva da cui partire.

Al fianco del titolare figura questa volta un altro outsider di alta levatura, Elia Billoni, aka Dino Fumaretto, che non intercettavamo dai tempi di “Coma“, disco e tour in compagnia di Iosonouncane, uno dei capolavori sommersi degli anni Dieci, uscito pochi mesi prima dell’ecatombe Covid. “Non chiamarli mostri” raccoglie tutta la composita galassia che siamo andati ricostruendo fin qui, ivi compresa la profondità “molto in fondo” del “Coma” di Fumaretto. Autore e produttore partono dal punto in cui si interrompeva “Autopsia” e non a caso Alessandro Fiori è presente anche in questo disco.

Potremmo considerare queste canzoni la chiusura di un trittico ideale sull’essere umano. Egli dapprima è apparso nudo, poi è stato quasi chirurgicamente indagato su un tavolo di “Autopsia”, mentre qui se ne scandagliano le pulsioni interiori, anzi subcoscienti. In un’epoca in cui si parla dell’uomo come di un “essere senziente” al quale prescrivere come si nasce, si cresce, si vive, si muore, si ama e ci si chiama, il rigore (a)morale di queste canzoni, la guerriglia estetica, emotiva ed intellettuale che esse inscenano, possono essere una efficace munizione di anticorpi.

“Non chiamarli mostri” chiude un trittico ideale anche da un altro punto di vista. Considerata la proterva naïveté di Mapuche, che anche in questo caso rimane la base su cui edificare l’impianto sonoro, è questo l’album in cui la scrittura tocca il suo punto estremo di caratterizzazione.

Sono aboliti i ritornelli, destrutturate le melodie, negati quasi del tutto gli appigli armonici. L’ascoltatore invece viene immerso in una sorta di vapore fra industrial, lo-fi, spoken word e folk apocalittico. Immaginate un punto di incontro ideale fra i Current 93, Gary Numan, Giovanni Lindo Ferretti, Daniel Johnston, Vasco Brondi e Francesco Currà. Complicate occasionalmente il tutto con gli ostinati di piano nevrotico-cabarettistici alla Sparks prima maniera cui Fumaretto/Billoni mai rinuncerebbe. Aggiungete qualche esoterismo tastieristico di ascendenza wave, anche questo caro al produttore del lavoro. Ed ecco. Arrivano i mostri. Nella specie sono le nostre paure, i fantasmi interiori, l’ineluttabilità delle nostre stesse incertezze. Per questo non mentono, per questo sono la parte più vera dell’umano. Così l’uomo è veramente nudo. A lui, alle sue squame dolorose da “Lucertola” questo lavoro pregevole, intenso e disarmante è dedicato. Dal profondo.

30/04/2024

Tracklist

  1. 1. L'Orologio
  2. 2. Cosa nasconde la mia mente
  3. 3. Non chiamarli mostri
  4. 4. Masso
  5. 5. Canzone sull'infelicità
  6. 6. Il male oscuro
  7. 7. Lucertola
  8. 8. Uomini che lavorano
  9. 9. Erlebnis

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