Con “Exit/Enfer” Massimiliano La Rocca consolida il suo personale ventennio discografico, e lo fa elegantemente, con un progetto coraggioso e in parte ambizioso.
Chiuso il cerchio che lo ha visto proporre l’opera del poeta Dino Campana, 2001 – “Massimiliano Larocca canta Dino Campana” – 2016 – “Un mistero di sogni avverati”, il cantautore fiorentino rinvigorisce il proprio profilo di autore in bilico tra musica e letteratura, rinsaldando la collaborazione con Hugo Race, qui protagonista dei raffinati e moderni arrangiamenti.
Testi suggestivi, a volte ermetici e piacevolmente allegorici, tessono la materia prima di un disco che nel panorama musicale contemporaneo rappresenta nel bene e nel male una piacevole sorpresa. Il connubio tra il mondo lirico dell’artista, ricco di ricordi, immagini, romanticismo, riverberi, disincanto e rassegnazione, e le sonorità elettroniche vintage architettate da Hugo Race è stimolante, originale, a tratti perfino psichedelico (mi si consenta l’azzardo) e straniante.
Ballate sensuali e lussuriose, ricche di pathos, tratteggiate con toni profondi abilmente carpiti a Leonard Cohen (“Si chiamava Lulù”), ariose orchestrazioni al limite del barocco (“Il giardino dei salici”), e poesie lievemente nichiliste immerse in sonorità esoteriche (“La stanza”), rappresentano al meglio la volontà di Massimiliano Larocca di esprimere un punto di vista artistico personale, originale.
Nello stesso tempo “Exit/Enfer” mette in luce sonorità e concezioni lirico-armoniche dirette, perfino essenziali, come l’estroverso singolo “Cose che non cambiano” e la curiosa filastrocca “Il regno”. Anche le pagine più cupe restano ancorate a un linguaggio sonoro ermetico, mai sopra le righe (“Black Love”, “(Eravamo) Orfani”).
Resta però lo zoccolo duro di una poetica consumata e spesso incline a un tono cantilenante, trappola espressiva che il musicista prova ad arginare, con esiti altalenanti (“Guerra fredda”, “Fin Du Monde”, Perdiamoci”), che alla fine ne rinviano la consacrazione definitiva.
01/02/2020