In principio fu “Don, Aman” degli Slint: paradigma inarrivabile di uno storytelling ermetico e scurissimo sulle cui fondamenta avrebbero avuto origine il post-rock e la slowcore degli anni Novanta. Il percorso decennale degli Enablers si è sempre mosso su queste coordinate, mantenendo come cardine la spoken word dello scrittore e poeta Pete Simonelli, dalla voce baritonale inconfondibile. Difficile non pensare ai nostri Massimo Volume e al narratore Emidio Clementi che ancora oggi, con la stessa romantica disillusione, descrive l’umanità postmoderna alla deriva.
Quinto album in studio della band di San Francisco, “The Rightful Pivot” raccoglie otto brani/sequenze ciascuno dei quali, più che seguire una successione di eventi, cattura un fotogramma, una sensazione, un ritratto appena abbozzato di personaggi alla fine della disperata maratona che è la loro vita.
“Went Right”, in apertura, è già un perfetto compendio delle qualità sinestetiche della strumentazione, rapportata a una recitazione asciutta ma corrosiva: all’uscita in ora tarda da un bar, il protagonista del breve racconto cambia strada e incappa in una gang di neri, armati per difendere il loro territorio; una serie di “fuck” scandisce l’azione in accelerando, una fuga che si arresta in un vicolo, sotto una pioggia torrenziale simulata dal tintinnìo dei piatti della batteria.
Il tracciato dell’album prosegue attraversando i suburbs di un’America silenziosa, nonostante tutto ignara della propria rovina, tra un covo di tossicodipendenti (“Good Shit”) e la sconfinata desolazione del “West Virginia”. Le chitarre di Joe Goldring e Kevin Thomson, pur versatili e violente all’occorrenza, sembrano prediligere l’atmosfera ambigua dei notturni, come il lungo episodio centrale “Look”, dove l’apparizione della Luna attraverso il vetro si rivela essere soltanto una luce artificiale in lontananza. Il gran finale di “Enopolis” è un soundscape senza barriere, entro il quale la batteria di Sam Ospovat – ultimo arrivato nella formazione – inscrive un copioso firmamento di stelle.
Soltanto l’ascolto, con tutto l’ardore di cui è capace l’arte del racconto, potrà svelarvi il vero carattere di questa band da riscoprire, musicalmente tutt’altro che innovativa, ma capace di perpetuare sensazioni autentiche e profondamente umane.
26/04/2015