Un po’ a sorpresa, Mirco Mariano alias Saluti Da Saturno ritorna a nemmeno un anno di distanza da “Valdazze” con il suo terzo “Dancing Polonia”, stavolta supportato da ospiti di calibro come Arto Lindsay e Paolo Benvegnù (ma anche “Asso” Stefana alla chitarra).
La calligrafia di Mariani non varia molto rispetto al predecessore: così “Venere”, tenera elegia alla “Canzone dell’Amore Perduto” di Fabrizio De André, in cui emergono i fondali di orchestrazione di fiati, tastiere e theremin; anche più esili sono la danza carioca di “Canzone di Cera”, praticamente un pretesto per dar sfoggio alla sua galleria di suoni vintage, e la serenata per piano, inquieta e corale (a labbra chiuse), di “Le Luci della Sera”.
Campione in questo senso è piuttosto “Un Giorno Nuovo”, un effervescente zydeco ricolmo di pernacchie e cacofonie, mentre al capo opposto sta “Scintilla”, ballata patetica per solo piano e voce. Curiosità sono l’hard-rock elettronico e percussivo (purtroppo breve da sembrare monco) di “Ombra”, e la ghost track di “Anniversario”, scipita imitazione del primo Iron & Wine.
L’autore non manca di offrire usualmente un tributo ai suoi maestri. C’è l’imitazione alleggerita di Tom Waits della title track che strizza l’occhio – ma sovrapponendoci ogni tipo di suono – alla “Jockey Full of Bourbon” e la fa diventare una sua prima possibile hit, del tango caloroso di “Sete” e della più tipicamente sardonica “Cloro”. C’è poi il tributo al tardo Vinicio Capossela in “Di Notte “ e “La Vita Mia”.
Annunciato come un’importante svolta nell’itinerario artistico del cantautore romagnolo, che nelle intenzioni di sovrastruttura transita dalla miseria del “Valdazze” e dal “Pianobar Futuristico” all’immaginario locale del “Dancing Polonia” a suon di “Free Jazz Cantautorale”. E’ invece una ricetta pop, prodotta da Mariani con Massimo Simonini, e impreziosita dalle riprese di Taketo Gohara, che – nonostante un armamentario archeologico più presente e ogni tanto lievemente dissonante – abbonda di melodie elementari orchestrate con timbri familiari. La vera transizione sta nella sua personalità artistica, da mastro artigiano dietro le quinte a cantore sotto i riflettori: quasi l’intero disco è cantato dall’autore, a parte “Cloro”, Bruno Orioli, e “Ombra”, il fido Roberto Greggi; non è ancora Magnetic Fields – a causa di un’indefessa ipertrofia di suoni – e non è Dogbowl, finora l’unico cantautore free-pop della storia. Un professore di oleografia, comunque. Promozione di Sfera Cubica. Dedicato a Secondo Casadei e Ornette Coleman.
06/10/2013