Non che sia particolarmente lontana, ma ricordo davvero bene l’estate del 2009: ero perfettamente in pari con gli esami e nessuna preoccupazione poteva turbare la quiete di quella stagione, così adatta alla coltivazione di nuovi innamoramenti musicali. In un anno davvero mirabile in quanto a uscite discografiche, mi sentivo un privilegiato ad avere nell’iPod un esordio sorprendente come quello dei Revolver.
Ho ascoltato ad nauseam, consigliato e/o somministrato “Music For A While” a tutti coloro che mi capitavano a tiro, i quali rispondevano in genere con una bonaria indifferenza. Con uno dai gusti difficili come me non potevano di certo condividere una così gentile e inattesa riconciliazione con la forma-canzone, grazie a un revival beatlesiano più “spirituale” che prettamente stilistico.
Un anno fa, con l’Ep acustico “Parallel Lives”, pregustavo inconsapevolmente un paio di pezzi che ora ritrovo in “Let Go”, anche se in una veste completamente diversa. Inutile dire che le mie aspettative erano troppo alte, quando già dalle prime note mi sono accorto del grande passo compiuto dal terzetto francese, in una direzione che rispetto alla partenza anni 70 si può di buon grado definire indie; ero già pronto a ripudiarli, complice un singolo di lancio (“Wind Song”) che sul momento mi ricordava una brutta copia amatoriale dei Coldplay.
Poi, quasi con fare magnanimo, gli do una seconda chance svogliata, e impazzisco per lo stupendo inno “Let’s Get Together”, e andando avanti riscopro gli stessi cori a cappella, le stesse chitarre sincopate che adoravo tre anni prima – e che come uno stupido mi accorgo di adorare ancora. E ancora, una batteria che scioglie le briglie e si lancia in ritmi arditi quanto basta; una selezione certosina di spazi dedicati al violoncello; un’effettistica parsimoniosa e oculata, sufficiente a dare più profondità al suono e perdersi nelle nuove, sfavillanti melodie.
Mi chiedo anche come ho fatto, per almeno un paio di volte, a restare immune al tempo dispari di “When You’re Away”, che sfocia in un refrain di tastierina fantasy della quale si può rendere l’idea solo con un aggettivo anglosassone: “intoxicating“.
L’osmosi tra vecchio e nuovo ci disorienta un pezzo dopo l’altro, dalla modernissima “Cassavetes” al piglio neo-country di “49 States”, dall’accorata ballad “Still” – davvero d’altri tempi, col coro di “ooh” sullo sfondo – al quadretto tutto McCartney “My Lady I”. Canzoni che ritornano, che si canticchiano da sole nella testa e delle quali ci si invaghisce una per volta, come quando in negozio uscivano i nuovi attesissimi 45 giri.
Trovo quasi imbarazzante tentare di parlare in termini critici di una musica che alla base è ancora di una sincerità disarmante, dotata finanche di un sano perbenismo che è andato perso quasi del tutto. La virata su una sonorità potenzialmente più “radiofonica” non ha minimamente scalfito le buone intenzioni (e le buone idee) di questi ignari enfants prodige, laddove l’unico prodigio è di preservare una tradizione musicale che oggi viene sbandierata come un mistero della fede più che come esempio da cui continuare a prendere realmente spunto, compensando con l’immagine e qualche superfluo volo pindarico. Quelle dei Revolver “sono solo canzonette”, ma anche questa volta la resistenza è futile. C’è musica per un (altro) po’.
12/08/2012