Mettiamo insieme il titolo, i testi fin troppo iconici, il passato di musicista, appunto, "familiare" di Gundersen: tutto fa sembrare questo "Family" – perlomeno superficialmente – una cartolina preconfezionata. L'importanza della famiglia non è certo un tema nuovo per il mondo cantautorale contemporaneo; lo è, però, la grandiosa alchimia tra fratello e sorella Gundersen: lui, Noah, alla voce e alla chitarra acustica, mentre Abby suona il violino e il violoncello e lo accompagna con pacata amorevolezza.
Detta così, sembra tutto estremamente semplice. Ma l'interpretazione trascende i semplici ingredienti del disco, composto di tirate tra il confessionale e l'impeto paesaggistico, la ricerca dello spazio come infuocata espressione solipsista e antisociale di sé (si veda l'Eddie Vedder di "Into The Wild" riproposto in "Fire").
Suona già un po' classico, Noah Gundersen, più Ryan Adams o Rocky Votolato (quest'ultimo in particolare) che Bright Eyes, mostrando un'emotività molto diretta, ma non priva di una sua efficacia (su tutte "San Antonio Fading"). L'innegabile "sincerità" del disco è resa ancora più vivida da una buona ispirazione chitarristica, per quanto naturalmente canonicamente younghiana – tra tutte bello l'arpeggio di "Honest Songs", alla Tallest Man On Earth.
Grande valore aggiunto al disco è conferito dalle folate di violino, viola e violoncello della sorella Abby, vero fattore di intensità di "Family", che fa di un mugugno (la title track) o di un sollevarsi d'archi ("Nashville") la vera architrave dei brani.
Un disco che insomma difficilmente scalfirà i cuori induriti del pubblico indipendente, ma ha davvero grinta da vendere.
12/11/2011