Personaggi marginali (ma non minori) della New York di fine ’70, a trenta anni esatti dalla loro apparizione, i Social Climbers trovano finalmente la via del debutto lungo. Ora ci spieghiamo meglio.
Come detto, siamo nella Grande Mela. Il giovane e volenteroso Mark Bingham dall’Indiana muove verso Manhattan in cerca di fortuna. Suona per un breve periodo con Glenn Branca, coltivando nel contempo un sogno: quello di avere un gruppo suo. Recluta Jean Seton Shaw al basso e Don Connette (qui noto come A. Leroy) all’organo e fonda i Social Climbers. Tutto facile, tutto possibile, lì nella città che non dorme mai.
Li scrittura la Gulcher Records per un tris di 45 giri (tutti datati 1981), e tanto fu. Più che no wave come si potrebbe pensare, la musica di questi “arrampicatori sociali” è un calderone dove elettronica incolta, in linea con certe produzioni Ralph, e wave più o meno arty cozzano allegramente.
L’atmosfera talvolta è prossima a Pere Ubu (vedi il cantato di “Domestic”) se non General Strike (la strumentale “Palm Springs”), senza però l’estro degli uni e degli altri, aprendo interessantissime finestre pop (“Chicken 80”), fraseggi dub (“Chris & Debbie”) e stranianti meta-disco (“Ernie K”) dove i Flying Lizard – forse il reale riferimento – sono più di un idea (“Taipei” su tutte).
Non arrivarono mai al full-length, e forse, chissà, qualcosina in più meritavano (per quanto mi riguarda, seppur diversi, meglio loro che i Was Not Was). Non ci fu verso.
Li soccorre la Drag City, che raccoglie quanto detto sopra (più due inediti, di cui uno, il tetro funk “The Day The Earth Stood Still”, davvero vertiginoso) in un unico – viva Dio – albo.
Niente è facile, in nessuna città. In nessun luogo.
“That’s Why”
19/10/2011