Un roco flusso di coscienza che si attorciglia su se stesso, fino a formare un elaborato chignon, un ornato capriccio: così si può riassumere, in poche parole, il secondo disco dei Papercranes, espressione artistica di Rain Phoenix, finora da ricordare grazie alla stretta parentela con Joaquin e River, suoi fratelli. Dopo un esordio per il quale era stata accolta come novella Julee Cruise (e aveva raccolto una collaborazione con Vic Chesnutt; qui è il celebre Flea a esibirsi come comparsa), la Nostra torna con un lavoro più ambizioso, pubblicato dalla Manimal Vinyl, etichetta in grande ascesa nel mondo del pop-rock indipendente al femminile, dato che mostra nel suo roster nomi come Bat For Lashes e la nuova sensazione Warpaint.
Più che la fascinosa e disturbante innaturalità della voce della Cruise, la Phoenix mette in mostra un acerbo languore, un understatement un po’ sciatto che si trasfigura, all’occorrenza, in improbabili, rochi schiamazzi che puntano tutto sull’immediatezza delle emozioni, sul trasporto, naufragando in una tempesta di sostenuta magniloquenza – il tutto nonostante l’anno e più di lezioni con degli esperti vocali dell’università della Florida, un investimento non da poco per una cantautrice indipendente, appena agli inizi della carriera.
Ciononostante, la Phoenix si attiene ai canoni artistici di una registrazione impulsiva, in sintonia coi propri tempi creativi, in un garage-studio di Los Angeles: così “Let’s Make Babies In The Woods” prende questa impronta corporea, un po’ sgangherata, più che convintamente grezza, primitiva. È soprattutto l’apporto ritmico a cercare, alla prima occasione, di iniettare pathos nei motivi assai poco personali, a volte quasi inesistenti (“Synapses”) della Nostra. Si salva, a tratti (“Dust Season”, “Warrior”), grazie a lampi di stile e registro che riportano alla mente i Paradise Motel, senza raccoglierne in minima parte l’intensità.
Richiami indistinti all’amato (“Scream to me now/ I’m far away close” canta “arditamente”, a un certo punto, la Phoenix), un’anima oscura e tormentata messa a nudo in “Dust Season” e ballate grunge adolescenziali (l’imbarazzante “Shell”) trascinano verso un baratro buio, ma assai poco profondo. Come un ombelico.
10/01/2011