Titolo evocativo quello dell’esordio di Holly Miranda, artista trapiantata a Brooklin dal natio Michigan, e caduta nelle malie metropolitane, innegabilmente evocate nel suo primo lavoro, “The Magician’s Private Library”. Un lavoro notturno e “apertamente fascinoso”, nel senso che fa dell’ambientazione e dell’atmosfera due importanti punti di forza. Atmosfera urbana cui contribuisce in maniera decisiva la produzione di Dave Sitek (Tv On The Radio), imperniata su ritmi soffusi e sensuali e su distorsioni da incubo fumoso, attraversato da luci bluastre e popolato di figure ambigue sepolte in divanetti di pelle (“No One Just Is”).
Holly, già conosciuta anche in Italia per un lungo tour di supporto a Scott Matthew, è sempre stata una singer-songwriter, con interessanti capacità interpretative e buone doti compositive. Non è ben chiaro, quindi, quale oscura ragione l’abbia portata ad avvalersi, per il proprio esordio sulla lunga distanza, di una produzione tanto “invadente” e caratterizzante, per quanto la circostanza che “The Magician’s Private Library” sia uscito per i tipi della XL qualche indizio possa fornirlo. E così la Miranda, più che infoltire la già nutrita schiera di cantautrici folk, finisce quasi per collocarsi nel filone delle autrici di morbido electro-pop, a volte favolistico (St. Vincent), altre volte più esotico e sintetico (Bat For Lashes).
Ciò che lascia perplessi di tale operazione, si diceva, è che sia la voce che la scrittura della giovane artista risultino piuttosto snaturate: la voce della Miranda suona spesso eccessivamente esile, acerba, per quanto dal vivo le si riconosca un indubbio talento canoro. Probabilmente Holly più che coadiuvata è, in qualche misura, imbrigliata dalle atmosfere sitekiane, ora sin troppo ovattate, ora riverberanti di fiati e archi (“Joints”): la precedente esperienza di Sitek con il disco di Scarlett Johansson fa sorgere il dubbio che queste produzioni rappresentino per lui una sorta di “palestra” in cui, alla figura teoricamente centrale, viene invece riservato un ruolo al più scenografico (“No One Just Us”, “Joints”, “High Tide”).
Preoccupante appare anche una certa assenza di canzoni che riescano a rimanere impresse nella mente dell’ascoltatore. La maligna filastrocca di “Forest Green Oh Forest Green”, scelta per il lancio di “The Magician’s Private Library” non spicca, a parte i soliti inserti fiatistici e il prepotente duetto con Brendan Coon, in cui la Miranda pare quasi comprimaria. Più convincente “Waves”, acquatico refràin sostenuto dallo scambio tra riff insistito e soffuso accordo di tastiera, in cui Holly riesce finalmente a mostrare qualcosa del proprio potenziale canoro, così come accade in “Nobody Sees Me Like You Do” che, pur partendo bene, adagiata sulla sua voce sensuale e, finalmente, in primo piano, si perde un po’ con l’incedere della trama sonora. Per il resto rimane qualche buon ricamo di Sitek, l’eleganza briosa del jazz di “Sweet Dreams”, le corde limacciose di “Canvas”, il pop brumoso di “Sleep On Fire”.
Non pare il caso di insistere più di tanto sul genere di atmosfere che il disco evoca. La voce di Tunde Adepimpe pare essere sempre sul punto di irrompere sulla scena e gli scenari evocati dal lavoro sono indubbiamente lontani da ciò che la Miranda aveva fatto intuire nei sui primi timidi vagiti artistici. Ciò non è necessariamente un male, naturalmente. Ma la piega che ha preso la parabola artistica della artista di Detroit lascia adito a più di una perplessità. Per il momento occorrerà limitarsi a prendere atto di questo primo passo non del tutto convincente e attendere da Holly Miranda una prova più personale e intima per comprendere a pieno le caratteristiche e le potenzialità di questa giovane cantautrice.
10/05/2010