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Home / Guida al rock italiano / Franco Battiato

Discografia

 
Fetus (Bla Bla 1971)
 
Pollution (Bla Bla 1972)
Sulle corde di Aries (Bla Bla 1973).
Clic (Bla Bla 1974)
M. Elle Le "Gladiator" Bla Bla (1975)
    Feedback (Bla Bla 1976) ant
 
Battiato (Ricordi 1976)
 
Juke box (Ricordi 1977)
 
L'Egitto prima delle sabbie (Ricordi 1978)
L'era del cinghiale bianco (Emi 1979)
 
Patriots (Emi 1980)
La voce del padrone (Emi 1981)
 
L'arca di Noè (Emi 1982)
 
Orizzonti perduti (Emi 1983)
 
Mondi lontanissimi (Emi 1985)
 
Echoes of sufi dance (Emi 1985)
 
Genesi - opera classica (Fonit Cetra 1987)
 
Fisiognomica (Emi 1988)
 
Giubbe rosse (Emi 1989) live 2cd
 

Come un cammello in una grondaia (Emi 1991)

 
Gilgamesh - opera classica (Emi 1992)
Caffé De La Paix (Emi 1993)
 
Unprotected (1994)
 

L'ombrello e la macchina da cucire
(Emi 1995)

 
Shadow, light (1996)

Battiato studio collection (Emi, 1996) 2 cd ant.

Battiato live collection (Emi 1996) live

 
L'imboscata (Polygram 1996)
 
Gommalacca (Mercury 1998)
 
Fleurs (Universal 1999)
 
Campi magnetici (Sony 2000) musiche per un balletto
 
Ferro battuto (Columbia Sony 2001)
 
Dieci Stratagemmi (Sony 2004)



Link

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Franco Battiato Official Web Site - discografia, foto
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fanbattiato.com il sito web dei fans
  battiatotribute.net - Franco Battiato Tribute, dal 1998


pietra miliare di Onda Rock
disco consigliato da Onda Rock

 

FRANCO BATTIATO
Alla ricerca di un Oceano di silenzio
di Domenico Ruoppolo e Claudio Fabretti *

Compositore forbito, cantautore-filosofo, nobile ma mai snob, Franco Battiato ha saputo meglio di tutti coniugare l'anima piu' avanguardistica e quella piu' popolare della musica italiana. Spaziando dalla classica al pop, dalla world-music all'hard-rock. Ecco un suo profilo e una sua intervista


Basandosi su poche ma importanti costanti generali, quali la ricerca colta e la sperimentazione del tutto personale, negli ultimi tre decenni Franco Battiato ha pubblicato un gran numero di album divaganti nei piu' disparati campi, dal progressive rock all'avanguardia, dalla musica classica e sacra all'elettronica, passando soprattutto per un anomalo tipo di composizione pop sospesa fra divagazioni intellettuali e tendenze commerciali.

Nato a Jonia (provincia di Catania, Sicilia) nel 1945, attorno ai diciannove anni Battiato si trasferisce a Milano. Dopo qualche anno di gavetta ottiene i primi contratti discografici; fra il 1965 e il 1969 pubblica cinque o sei 45 giri di non considerevole successo. Si tratta di semplicissime e commercialissime canzonette d'amore o d'influenza beat (tra l'altro neanche scritte da lui), secondo il filone seguito dalla quasi totalità della musica italiana del periodo. La molla del cambiamento scatta durante l'edizione del 1968 di "Un Disco per l'estate", celebre manifestazione canora radiofonica dell'epoca: Battiato si accorge di essere del tutto estraneo al contesto che lo circonda e, con ammirabile coraggio, rompe senza esitazione ogni contratto che lo lega a quel mondo discografico falso e deplorevole. Segue un breve periodo di profonda crisi personale, superato solo con l'aiuto di due nuovi fortissimi interessi che da lì in poi caratterizzeranno il suo modo di essere e di concepire l'arte musicale: il sufismo dei mistici mediorientali (non a caso la cultura araba sarà il centro degli studi universitari del compositore nel decennio successivo) e la musica elettronica. Alla fine dei 60 si avvia infatti all'esplorazione dei sintetizzatori (fu dunque il primo in Italia e tra i primi nel vecchio continente, almeno per ciò che riguarda il semplice ambito rock) e della musica concreta contemporanea. Compiuta la prima delle sue innumerevoli trasformazioni, quella cioè da giovane e mediocre cantante a sperimentatore e leader radicale della nascente seppur povera scena underground italiana, Battiato dà vita fra il 1971 e il 1972 al suo primo 33 giri, il rivoluzionario Fetus, pubblicato tra l'altro per una piccola casa discografica alternativa. Atmosfere elettro-acustiche, uso talvolta violento e sconsiderato del synth VCS3 e piccoli movimenti d'avanguardia caratterizzano questo oscuro album; dovette di certo trattarsi d'un vero e proprio shock per la vergognosamente arretrata scena leggera nazionale, già a partire dall'immagine di copertina (impressionante foto di un feto). Fra tristi melodie dal sapore mediterraneo arrangiate con strumenti elettroni analogici ("Una Cellula", "Energia, Mutazione"), pezzi surreali (la meravigliosa "Fetus" e la spietata "Cariocinesi") e scontri chitarra-sintetizzatore con contaminazioni campionate ("Fenomenologia", "Anafase" e l'ottima "Meccanica"), il disco risulta essere un viaggio psichedelico con balzi dal microscopico della cellula all'infinito dello spazio, ispirato tra l'altro da "Il Mondo Nuovo" di Aldous Huxley (a cui è dedicato). Battiato delinea così un concept album in forma ibrida, sospeso fra canzone e acerba "kosmische musik".

La distruzione del formato canzone ha seguito nel secondo Pollution (1973), un vero e proprio lavoro di "progressive rock d'avanguardia", sospeso fra interrogativi esistenziali e la questione dell'inquinamento, che si riflette musicalmente con la "contaminazione" di matrice elettronica. L'album si apre con il valzer campionato de "Il Silenzio Del Rumore" su cui si stende la voce recitante del nostro, confluente poi nel breve ed emblematico "31 Dicembre 1999 - Ore 9", con la batteria ad accompagnare squarci di chitarra elettrica distorta e ascesa di organo, fino alle esplosioni belliche finali. I tre brani che seguono rappresentano forse uno degli apici più originali della musica rock sudeuropea: "Areknames", con partitura e testo distorto rispettivamente suonato e cantato al contrario, si stende fra dure melodie per VCS3; in "Beta" frasi apparentemente demenziali e brevi effetti vibranti circondano il vuoto (non quello "cosmico" di Schulze o Froese, ma quello "mentale" di Battiato), presto però colmato da cinque sublimi minuti in cui basso, batteria e piano (filtrati attraverso il VCS2) incrociano eterei effetti vocali; in "Plancton" l'antitetica lotta chitarra acustica vs. sintetizzatore raggiunge il suo apice formale, prima di essere spezzata da un finale elettro-etnico. I principi di fisica cantati nella title-track e il pianto di "Ti Sei Mai Chiesto Quale Funzione Hai?" chiudono questo gioiello indiscusso del rock sperimentale.

 

Forte delle nuove esperienze internazionali che sta accumulando in questo periodo, come i concerti in supporto di Brian Eno, Magma, Tangerine Dream, Ash Ra Tempel, John Cale e Nico ed altri, e soprattutto in base alle lezioni fattegli privatamente dal maestro e amico Karlheinz Stockhausen, già dallo stesso 1973 Battiato si converte a una forma d'avanguardia persino più intellettuale e intimista. Verso il finire dell'anno pubblica uno dei suoi massimi lavori, Sulle Corde Di Aries. Convergono incredibilmente in questo nuovo, serissimo lavoro la sperimentazione ripetitiva, un'elettronica alquanto sofisticata e soprattutto una particolare forma di musica acustica che si rifà notevolmente alla tradizione araba. E' giunto il tempo di "costruire qualcosa di nuovo", e Battiato lo fa eliminando chitarre, bassi e batteria in favore di fiati, oboe, violoncello, mandola, calimba e piano preparato. I sedici minuti della suite "Sequenze E Frequenze" dettano i parametri del nuovo stile (mai più ripreso in alcun altro album): due linee di sintetizzatore rapiscono i sensi dell'ascoltatore avvolgendosi magistralmente fra loro, fino alla sovrapposizione della voce dell'autore a delineare immagini d'indescrivibile bellezza. Il pezzo continua poi con tredici (lunghissimi!) minuti di estasi musicale, durante i quali i ritmi colorati ma ipnoticamente ripetitivi degli strumenti più tradizionali e delle percussioni si uniscono a un continuo background di programmazione elettronica. Il suono sembra più volte sfumare e concludersi, ma in realtà la sua marcia non ha fine; la musica diventa strumento di dissoluzione dell'ego e di esplorazione di nuove dimensione mentali. Completano il disco lo strumentale "Aries" e le due meravigliose "Aria Di Rivoluzione" e "Da Oriente Ad Occidente", riproponenti in piccolo la struttura di base del primo pezzo.

 

A seguire, con una nuova inversione di tendenza, Battiato dà vita al quarto e probabilmente ultimo capolavoro della sua prima discografia sperimentale, l'inquietante Clic (1974), totalmente dedicato alla persona e all'opera di Karlheinz Stockhausen. Abbandonate definitivamente le istanze da puro musicista di art rock, Battiato sforna sette brevi e inusuali composizioni quasi tutte strumentali di elettronica sperimentale. Atmosfere sospese fra il tetro e l'ultraterreno ("I Cancelli Della Memoria", "Il Mercato Degli Dei", "Nel Cantiere Di Un'Infanzia"), movimenti elettronici ("No U Turn", "Propiedad Prohibida") e collage rumoristico-sonori in stile John Cage ("Rien Ne Va Plus: Andante", "Ethika Fon Ethica") caratterizzano questa piccola opera curata in ogni particolare dal suo autore, che si alterna al piano, all'organo, agli strumenti elettronici e all'effettistica. Nessun pezzo si eleva più degli altri, ma da citare sono soprattutto la tristissima "No u turn", unico brano anche cantato, in cui una parte incisa al contrario e una normale sono fra loro incastrate, e "Propiedad Prohibida", dove una piccola orchestra di strumenti elettronici in stile "musica cosmica" è sfruttata per creare un andamento straordinariamente incalzante fino a convergere in un coinvolgente assolo finale di violino.

Da trasformista quale è, Battiato si avvia comunque ad abbandonare quasi del tutto l'elettronica. Compie un breve tour per l'Italia meridionale come tastierista dei Telaio Magnetico (gruppo formato per l'occasione con alcuni amici della scena alternativa della penisola) dalle cui registrazioni verrà pubblicato venti anni dopo (1995) un album live (si tratta di improvvisazioni dal sapore vagamente cosmico). Dello stesso periodo è il disco M.elle Le "Gladiator" (1975), inferiore comunque agli standard del compositore. Circa dieci minuti di campionamenti e sovraincisioni (ma molto piu' duri e disarmonici di quelli di "Clic"), che fanno poi luogo a circa venti discontinui minuti di suoni d'organo, registrati nella cattedrale di Monreale. Non si comprende a pieno se M.lle le Gladiator rappresenti una grossa e pretenziosa idea mal riuscita, o se al contrario sia semplicemente un disco fatto di "riempimenti sperimentali" volti a mascherare, se non la mancanza di idee, quanto meno la fase transitoria dell'autore.

 

Passato poi dalla piccola etichetta d'avanguardia Bla Bla alla grande Ricordi (che paradossalmente sembra dargli persino maggiore libertà musicale!), questo misterioso artista conosciuto da appena un migliaio di persone si dedica, almeno per due o tre anni, alla composizione classico-avanguardista colta. Trascorre le giornate chiuso in casa davanti al pianoforte nel tentativo di dar vita a nuove forme sonore e frequenta musicisti di classica (soprattutto il pianista Antonio Ballista, esecutore delle registrazioni su disco delle composizioni di Battiato di questo periodo, e Giusto Pio, suo maestro di violino e futuro collaboratore agli arrangiamenti degli album di musica pop dal 1979 fino al 1991). I risultati di tale ricerca musicale sono documentati nell'album Battiato (1977). Il brano "Za" regala diciannove minuti di ossessiva e durissima musica per solo pianoforte, con effetti di amplificazione acustica e variazioni lentissime. E' l'autore stesso a fornire una breve descrizione del pezzo nella copertina del Lp: "Apparentemente povero. Quasi completamente formato da un accordo. Volutamente percussivo (non vi viene mai usato il pedale di destra). Divide e sottrae risonanze con una tecnica di rilascio. Necessita di un ascolto che definirei meta-analitico, a favore di una non-spazialità a-temporale." Il lato B del disco presenta il raffinatissimo collage di "Cafe'-Table-Musik" (nome tratto dai "Coffee-table-books", espressione con cui Proust definiva i suoi libri). Il canto del soprano Maria Salvetta e alcune brevi parti recitate si intervallano a soavi frammenti pianistici.

Di minore importanza l'album Juke Box (1978), concepito come colonna sonora di un film tv italiano del periodo ma poi rifiutato dagli autori dello stesso. Si tratta di sei brani per piano, violini, soprano e coro. Niente di straordinario, ma molto divertente è il pezzo di chiusura "Telegrafi", nel quale il violino solo di Giusto Pio viene "sbattuto" in modo più che straziante per oltre sei minuti e mezzo, fino all'esaurimento mentale dello sfortunato ascoltatore.

Le lezioni pianistiche di "Za" sono portate all'apice dalle due lunghe parti che compongono l'ultimo vero album propriamente sperimentale di Battiato, dal titolo L'Egitto Prima Delle Sabbie (1978). Nella title-track (brano vincitore del premio internazionale Karlheinz Stockhausen di quello stesso anno), una stessa veloce "frase" di pianoforte è ripetuta decine e decine di volte all'infinto senza alcuna variazione, tranne che nella lunghezza delle pause; è probabilmente questo il massimo esempio della capacità di Battiato di creare atmosfere ipnotiche e marcatamente meditative. Il secondo lungo pezzo "Sud Afternoon" mette invece in risalto la componente notevolmente percussiva, quasi maniacale, del suono del pianoforte.

 

Ma improvvisamente Battiato mette in atto forse uno dei più grandi mutamenti di stile e di genere che la storia della musica ricordi. La differenza che passa fra L'Egitto Prima Delle Sabbie e il successivo lavoro è a dir poco sconcertante. Quelle de L'Era Del Cinghiale Bianco (1979), pubblicato per la Emi, sono vere e proprie orecchiabilissime canzoni pop! Ma che pop! Abbandonata del tutto l'avanguardia, Battiato trasferisce la propria sperimentazione colta nell'ambito del formato canzone, scoprendosi così perfetto cantautore intellettuale. Nel bene o nel male il genere coniato dal siciliano - e portato avanti, seppur in continua fase di mutamento, nel decennio successivo - fonde in maniera personalissima musica per molti e musica per pochi; ciò non è però risultato di una mera mediazione: paradossalmente egli sforna canzoni piacevoli all'orecchio come mai se ne erano sentite, ma nel contempo più intellettuali di quanto si fosse mai sentito. Si potrebbe forse trovare nel resto della storia della musica qualcosa che assomigli vagamente a ciò, ma in Italia lo "stile Battiato" era e ancora e' qualcosa d'inarrivabile (l'esistenza di ben pochi "allievi" sta oggi a dimostrarlo). Composizioni orecchiabili sono proposte con arrangiamenti ricchi nel segno della contaminazione e dell'originalita'. Eppure sono i testi a risultare fortemente impressionanti: evidenziando in sostanza un nuovo approccio con la dura lingua italiana, Battiato delinea una forma di "pseudo-psichedelia" riflessiva; si tratta essenzialmente di pezzi sospesi fra meditazione filosofica ed esoterismo, spesso accompagnati da continue citazioni "fin troppo" elevate e da "bombardamenti" di immagini evocative, talvolta evidentemente disconnesse fra loro.

 

Il culmine di tale forma canzone si trova proprio nel primo Lp del nuovo corso. L'Era Del Cinghiale Bianco è una scatola pop che dà l'impressione di tendere a più punti, dal jazz-rock alla musica sacra, ma che (è questa la particolarità) resta sempre e solo musica pop. La tittle-track unisce riff di chitarra elettrica e violino a un incessante battito di batteria, anche se a toccare l'ascoltatore è proprio la voce in falsetto dell'autore, che partendo dal vuoto si estende a dipingere un "Oriente virtuale" (come proprio Battiato lo ha poi definito). E' in effetti lo stesso "Oriente" evocato nel finto-rock di "Strade Dell'Est", mentre "Magic Shop" è una dura riflessione sulla commercializzazione di arte, cultura e soprattutto religione. Dopo l'andamento classicheggiante dello strumentale "Luna Indiana", arriva la parte meditativa dell'opera. "Il Re Del Mondo" (titolo da uno scritto di Guénon) è il capolavoro del disco: basso, batteria, tastiere, pianoforte e violino accompagnano magistralmente questo pezzo visionario e malinconico (epocale l'avvio della prima strofa: "Strano come il rombo degli aerei da caccia un tempo/ stonasse con il ritmo delle piante al sole sui balconi."). "Pasqua Etiope" è una preghiera pop in latino e greco incentrata su melodia per oboe. Chiude "Stranizza D'Amuri" che, oltre alla particolarità di essere in dialetto siciliano, è forse l'unica semplice canzone d'amore (nel senso stretto e puro del termine) che si può attribuire alla sconfinata opera del musicista.

Il successivo Patriots (1980), pur nella sua originalità, è notevolmente inferiore. La musica diventa più orecchiabile, ai limiti della canzonetta radiofonica; gli arrangiamenti meno soavi ma ugualmente complessi, con un più marcato uso di chitarre elettriche e suoni elettronici. I testi si fanno stranamente più ironici, ma non perdono il loro carattere evocativo. L'unico pezzo di effettivo rilievo è comunque la geniale critica sociale di "Up Patriots To Arms", dove la voce in falsetto di Battiato canta con tono rassegnato la stupidità dei popoli, sorretta da un accompagnamento perfetto, dalla sezione ritmica fino alle tastiere in sottofondo.

 

Sebbene già da un paio d'anni abbia abbandonato la pura sperimentazione, è solo nel 1982 che Battiato passa dallo stato di musicista underground a quello di popstar, con l'album La Voce Del Padrone (1981). Sette canzoni praticamente perfette e intelligenti e, cosa non da poco, orecchiabili e persino ballabili. Tutte le carte in regola (qualcuno più colto direbbe "piani di lettura") per piacere a chiunque, insomma.

Musicalmente il disco si presenta come "pop", ma riaggiornato con spruzzate di quello che la scena musicale degli anni precedenti aveva prodotto, dal punk all'elettronica, dalla new wave fino alle trovate "classicheggianti" dovute in gran parte alla collaborazione stretta con il maestro Giusto Pio, autore delle musiche insieme allo stesso Battiato.

I testi sono un geniale pastiche di letteratura, musica, pubblicità, politica, filosofia, religione.e non ci è dato sapere fino a che punto si tratti di puro nonsense o di sapienti accostamenti. Certo è che Battiato non ha paura a mischiare citazionismo alto e basso: dai "Minima moralia" di Adorno (che in "Bandiera bianca" diventano "Immoralia") ai "Figli delle stelle" di Alan Sorrenti, dal "Cantami o diva" a "Il mondo è grigio/ il mondo è blu", di Nicola di Bari.

La critica sociale è spietata e alcuni testi, letti oggi, anticipano lucidamente e clamorosamente gli anni 80, cosiddetti del "riflusso", con il rampantismo, la crisi delle ideologie e la rincorsa al denaro ed al benessere ("Siamo figli delle stelle/ pronipoti di sua maestà il denaro"): d'altronde lo sventolio della bandiera bianca dell'omonima canzone (anch'essa una citazione, dall' "Ode a Venezia" di Arnaldo Fusinato, del 1849) non è altro che un segno di resa da parte del cantautore nei confronti della società, qualcosa di simile alla metafora del ritorno del "cinghiale bianco" di un paio di album anteriore.

Non mancano nemmeno la denuncia sociale, seppur velata d'ironia (".quei programmi demenziali/ con tribune elettorali", "Quante squallide figure che attraversano il paese/ Com'è misera la vita degli abusi di potere") e le punzecchiature, anche in questo caso più sarcastiche che convinte, verso la musica ("A Beethoven e Sinatra preferisco l'insalata/ A Vivaldi l'uva passa che mi dà più calorie", ".e sommersi soprattutto da immondizie musicali", "Non sopporto i cori russi la musica finto rock la new wave italiana il free jazz punk inglese/ neanche la nera africana").

E' grazie a questo mix che Battiato scala le classifiche, ma convince anche la critica, anche se nell'album, oltre ai tre brani più celebri e tuttora indimenticati ("Bandiera bianca", "Cuccurucucù" e "Cerco un centro di gravità permanente"), sono presenti alcune canzoni più raffinate e meno giocose, come "Gli uccelli", elegante e poetica descrizione del volo, "Segnali di vita", riflessione sul tempo e lo spazio che anticipa molto del Battiato che verrà, e "Sentimiento nuevo", pezzo atipico del suo repertorio, praticamente un inno all'amore fisico, seppur disseminato di citazioni classiche.

Meglio andrà successivamente (ad esempio con Caffé De La Paix e L'imboscata), con dischi però più cervellotici che piaceranno più alla critica che al pubblico: La Voce Del Padrone resta un esempio quasi unico, nella discografia italiana, di album che è riuscito a mettere d'accordo tutti.

Più che pop tendente a essere colto, quella della trilogia "Cinghiale/Patriots/Padrone" assomiglia a musica colta che si traveste perfettamente da musichetta pop. Battiato ha stravinto la sua più grande sfida: fare "volutamente" musica commercialissima senza però perdere la dignità culturale del proprio operato, anzi semmai rafforzandola. In tal senso, proprio La Voce Del Padrone può essere considerato l'esperimento meglio riuscito del compositore siciliano, un'opera quasi inimitabile. Non a caso nei lavori successivi egli farà le cose migliori solo quando cercherà vie alquanto diverse.

 

Infatti, gli album immediatamente successivi, che tentano di mantenere una parte della formula, presentano risultati più mediocri. L'Arca Di Noè (1982) è una sorta di breve concept album pessimistico, in alcuni punti apocalittico, dove persistono le melodie facili, ma gli arrangiamenti variegati del precedente disco sono sostituiti da un'uniformita' sonora tendente a un'elettronica ritmica ma pacata. "Radio Varsavia", "L'Esodo", "New Frontiers" e soprattutto "Voglio Vederti Danzare" rappresentano il culmine di un album poco brillante, ma quantomeno piacevole.

"La Stagione Dell'Amore" è invece la canzone che porta al successo il disco Orizzonti Perduti (1983), forse più "cantautorale" e, seppur nella sua invettiva intellettuale, commerciale. I meriti di questo periodo della carriera di Battiato vanno probabilmente ricercati solamente nell'introduzione di computer e tecnologie nascenti nella creazione di canzoni di consumo di massa, nell'opposizione all'oppressione musicale del mercato anglosassone, oltre che a poche altre trovate più bizzarre, come ad esempio l'uso di un coro di madrigalisti in ambito pop (vedi ad esempio La Voce Del Padrone e L'Arca Di Noè).

Pregi e soprattutto limiti del genere tornano definitivamente in Mondi Lontanissimi (1985). Sospeso fra spunti fantascientifici ("NoTime No Space", "Via Lattea"), momenti d'intimismo ("L'Animale"), pezzi da cantautore ("Risveglio Di Primavera", "I Treni Di Tozeur"), elettro-pop ("Chanson Egocentrique") e simili, Battiato sforna un album di canzoni che entrano come niente fosse nell'orecchio degli ascoltatori, anche di quelli che non ne comprendono le sempre elevate divagazioni culturali.

Con gli album in lingua spagnola Ecos De Danza Sufies (1985) e Nomadas (1987), Battiato inizia intanto a farsi conoscere anche in Sud America e nella penisola iberica (tanto che negli anni Novanta sarà costretto a riproporre in castigliano gran parte dei suoi dischi), mentre il corrispondente in inglese Echoes Of Sufi Dances (1985) avrà minore successo.

Il maestro Stockhausen gli aveva fatto notare qualche anno prima che non poteva continuare a fare il cantante oltre i 40 anni. Non a caso proprio a quell'età Battiato dà inizio a una carriera parallela di compositore colto (non che da artista pop non lo sia, la differenza è che adesso egli cerca talvolta di fuggire dal formato canzone). L'occasione per inaugurarla è l'originale opera classica in tre atti Genesi (1986), in realtà caratterizzata in gran parte da sonorità sintetiche ed elettroniche.

Il ritorno alla canzone è ora tutt'altro che commerciale: Fisiognomica (1988) apre una serie di dischi del cantautore siciliano influenzati dalla musica classica e sorretti da un nuovo crescente desiderio di spiritualità, tanto che il musicista sarà destinato a evolversi nei primi anni 90 in cantautore-filosofo avverso al consenso di massa. L'album ha tanti spunti notevoli (tipo le ballate "E Ti Vengo A Cercare" e "Secondo Imbrunire", che fondono canzone d'amore e tematica filosofico-esistenziale, o l'arrangiamento variopinto de "Il Mito Dell'Amore", che parte da sequenze per tastiera per sprofondare in passaggi pianistici, possenti cori lirici e finale con assolo di chitarra elettrica e organo da chiesa), ma il culmine è nel brano finale "Oceano Di Silenzio", che unisce tastiere e orchestra in un andamento calmissimo e ipnotico, e che già anticipa le magiche sonorità del successivo album Come Un Cammello In Una Grondaia. Prima andrebbero però citate altre due uscite discografiche: il doppio live Giubbe Rosse (1989), che sembra chiudere definitivamente il periodo commerciale dell'autore, e Benvenuto Cellini - Una Vita Scellerata (1990), trascurabilissima colonna sonora di un film-tv italiano di quell'anno.

Come Un Cammello In Una Grondaia (1991), registrato agli Abbey Road, è una sorta di rivoluzione stilistica. Abbandonate la varietà di musica e testi che lo aveva reso famoso, Battiato dà ora sfogo alla propria religiosità e all'incessante desiderio intellettuale in modo semplice, elegiaco. Ne risulta però un album difficile, dove il canto è accompagnato dalla malinconia del pianoforte, oltre che da rari e impercettibili accordi di tastiera che confluiscono nel procedere continuo e ipnotico dell'orchestra nazionale di Londra. Ci sono quattro lieder classici (Wagner, Martin, Brahms, Beethoven) che servono appena a far numero, e altrettanti nuovi brani del cantautore. In "Povera Patria" e nella title-track, la tranquillità della musica è in antitesi con le quanto mai esplicite invettive politiche e sociali espresse. I pezzi più degni di nota sono però i due sublimi brani mistici e religiosi: la riflessione de "Le Sacre Sinfonie Del Tempo" e la preghiera direttamente rivolta a Dio de "L'Ombra Della Luce".

Intervallando canzoni colte e lavori più classici, Battiato giunge alla seconda esoterica opera Gilgamesh (1992), meno elettronicamente filtrata della precedente "Genesi", ma sicuramente alquanto pretenziosa.

Dopo l'ormai storico "concerto di Baghdad" con l'orchestra nazionale irachena (trasmesso in mondovisione e ancora reperibile in Vhs), l'autore torna in Italia sorprendendo di nuovo tutti con uno dei migliori lavori della sua carriera: Caffè De La Paix (1993), che riprende ottimamente le innovazioni del Battiato pop degli anni 80, filtrandole però con i vortici di misticismo che lo assalgono in questo periodo. Batteria, basso, chitarre, tastiere e computer, definitivamente reintegrati, vanno a incrociare gli strumenti classici e talvolta persino quelli tradizionali arabi, formando così uno straordinario esempio di world music in formato canzone. Alle ormai solite quasi a-ritmiche espansioni tastieristico-orchestrali con testo mistico ("Sui Giardini Della Preesistenza", "Ricerca Sul Terzo", "Haiku") si intervallano una serie di efficacissime ballate variamente arrangiate, fra tradizione e modernità. Oltre al classico arabo "Fogh in Nakhal", ci sono la colorata "Caffè De La Paix", che tratta della reincarnazione (vero credo del cantautore) e il nuovo slancio religioso di "Lode All'Inviolato", con andamento incalzante. I capolavori del disco sono però la quasi magniloquente "Atlantide", forte di ritmiche incalzanti e rigurgiti d'elettronica, e l'apparentemente più quieta "Delenda Carthago".

Dell'anno successivo sono il poco importante live Unprotected (1994), la cui mediocrità è risanata solo dall'ottima scelta dei brani presenti, e il nuovo classico Messa Arcaica (1994), composizione religiosa per soli, coro e orchestra, portata in giro per le chiese (non solo cattoliche) d'Italia, e di non trascurabile successo. Nello stesso anno, in occasione dell'ennesima opera "Il Cavaliere dell'Intelletto" (mai pubblicata), nasce la collaborazione con l'anziano filosofo siciliano Manlio Sgalambro, che da quel momento in poi sarà autore di quasi tutti i testi di Battiato. Comincia così una nuova eclettica fase del cantautore siciliano, piena di veri e propri "voli pindarici" per quanto riguarda i generi intrapresi.

La bizzarra collaborazione ha inizio quasi per caso con l'album L'Ombrello E La Macchina Da Cucire (1995). In esso i testi filosofico-deliranti di Sgalambro - che nel comporre riprende gli stilemi intellettualistici collaudati da Battiato, talvolta in modo persino più enfatico - si associano alle pesantissime atmosfere elaborate dal musicista, venendo a formare un disco omogeneamente noioso. I pezzi migliori sono comunque le apocalittiche "Piccolo Pub", "Breve Invito A rinviare Il Suicidio" e la title-track. Sorprende invece l'incedere elettronico di "Tao" e soprattutto il modo poetico e aulico di descrivere il desiderio sessuale in "Fornicazione".

Passato alla Polygram dopo 16 anni presso la Emi, Battiato riprende in mano la chitarra elettrica e a partire da essa delinea l'album che definitivamente gli ridona il contemporaneo appoggio non solo di critica, ma anche di pubblico: L'Imboscata (1996) incrocia la migliore tradizione di cantautore intellettuale di Battiato con l'uso delle chitarre elettriche. Notevole anche l'appoggio di Sgalambro, con i suoi testi in italiano elevato che sfiorano però il plurilinguismo (inglese, francese, portoghese, tedesco.). Comunque gran parte delle canzoni fanno a stento da semplice cornice ai pochi pezzi realmente ben riusciti. "Di Passaggio" è una riflessione sul "panta rei" di Eraclito che si stende su lunghi riff di chitarra elettrica. "La Cura", un altro dei grandi successi commerciali, è una meravigliosa e aulica confessione d'amore sospesa fra utopia intellettuale e ricerca della propria essenza; ma è anche il pezzo meglio orchestrato fra tutti. Il rock di "Strani Giorni" unisce le aspre fughe chitarristiche di Battiato e di David Rhodes (gia' al servizio di Peter Gabriel) a due diverse linee di canto, l'una in italiano, l'altra in inglese. Per il resto ci sono solo sofisticate ballate, ma con qualche spunto improvviso un po' più originale (tipo l'andamento alterno di "Serial Killer" e le digressioni pianistiche e vocali in "Ein Tag Aus Dem Leben Des Kleinen Johannes").

 

Intanto Battiato continua l'esplorazione delle chitarre elettriche e, adottandone la componente più aspra, delinea un altro notevolissimo album, Gommalacca (1998), che ne rappresenta uno dei massimi successi di vendita, ma nel contempo paradossalmente uno dei più arditi esperimenti. Ricco di suoni duri incentrati sulla magniloquenza della chitarra elettrica, di contaminazioni elettroniche, di distorsioni e sovraincisioni, ma pur sempre nei comunissimi limiti della canzone, Battiato conia una sorta di "techno hard-rock intellettuale", certamente di notevole impatto, seppur forse leggermente manieristico. Nel complesso il disco non è unitariamente bello, e diversi pezzi potevano essere del tutto scartati (magari a favore dei tre buoni inediti contenuti nel singolo "Il Ballo Del Potere" dello stesso anno). Ma, prese singolarmente, diverse composizioni impressionano in più punti. Ad esempio la riflessione con accompagnamento "metallaro" de "Il Mantello E La Spiga", o l'apparentemente soave "Casta Diva", in cui "acuti" di chitarra elettrica accompagnano gli acuti campionati di Maria Callas, senza dimenticare "Auto Da Fe'", incentrata sull'interazione fra la stessa chitarra elettrica e il sintetizzatore. I veri gioielli del disco, però,sono "Il Ballo Del Potere" e "Shock In My Town". La prima unisce percussioni d'andamento tribale con impressionanti cori campionati, melodie nascoste, e evocazione più forti del solito, calando però il tutto in un'atmosfera fra il futuristico e il lievemente ridondante. L'altra è invece il massimo esempio delle enormi capacità d'arrangiamento del cantautore italiano: a un riff di chitarra in sottofondo si sovrappongono una valanga di suoni e distorsioni, dall'orchestra ai cori spettrali, dall'ottima linea di basso agli spunti elettronici; il testo, invece, è un vero e proprio "viaggio con la mescalina", fra oscure visioni e valanghe di immagini; è lo snervante ma raffinato caos urbano di Battiato, sintetizzato nella falsa rima distorta che attraversa e percuote periodicamente l'intero brano: ".shock in my town..Velvet Underground.".

A testimoniare la varieta' di stili che l'autore - ormai ultra cinquantenne - sa intraprendere in modo disinvolto c'è il passaggio dai synth e chitarre elettriche di Gommalacca ai soli pianoforte e quartetto d'archi che lo accompagnano in Fleurs (1999), raffinato "concept cover album" composto (oltre che da due inediti) da dieci canzoni d'amore altrui, soprattutto risalenti agli anni 50 e 60, e appunto arrangiate per ensemble da camera. Questo curioso disco è quindi musicalmente molto unitario, sebbene contenga brani non sempre vicinissimi fra loro, come il classico "Era De Maggio" del poeta napoletano Salvatore Di Giacomo e "Ruby Tuesday" dei Rolling Stones (in realtà, il fine di Battiato sembra proprio quello di farci scoprire le vicinanze fra tali canzoni). Per la maggior parte si tratta comunque di un tributo a un paio di autori italiani del passato (l'appena defunto Fabrizio De André e Sergio Endrigo) e ad alcuni corrispondenti francesi (Charles Aznavour, Jacques Brel etc.).

 

Ma le sorprese non sembrano finire, dato che con un nuovo colpo di coda Battiato fugge ancora una volta il formato canzone e su commissione del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino incide per la Sony i sette movimenti sperimentali che compongono il durissimo Campi Magnetici (2000). E' un momentaneo ritorno alle tendenze avanguardiste dei primi 70, ora però filtrate dall'esperienza di 25 anni di scorrazzamenti musicali e dall'uso della moderna tecnologia analogica. In un periodo di alto successo popolare, Battiato dà vita sottovoce al suo lavoro più inascoltabile. Si incontrano in esso continui flussi elettronici, campionamenti impazziti, centinaia di note "sparate" in pochi secondi, improvvisi attacchi di percussioni, languidi incisi lirici e pianistici, parti recitate che trattano di scienza, melodie celate, e così via in uno scontro fra "suoni primordiali" e andamenti da bizzarra ma serissima musica computerizzata. Comunque, il migliore dei sette movimenti è "The Age Of Ermafrodites", quello che in effetti maggiormente evidenzia il contrasto fra parvenze di orecchiabilità e musica inascoltabile. L'album è in fin dei conti solo un esempio dell'ecletticità dell'autore più che una nuova totale adesione all'avanguardia, dato che le pubblicazioni immediatamente successive sono più tendenti alla normale canzone leggera.

Ferro Battuto (2001), che vede ospiti Natacha Atlas in un paio di brani e Jim Kerr dei Simple Minds ai cori del pezzo di apertura, sembra convergere a più punti senza però trattarne nessuno come si deve, risultando quindi alquanto deludente. C'e' il solito pop elevato ("Bist Du Bei Mir" e "Il Cammino Interminabile" le più accettabili), le solite riflessioni intimiste ("La Quiete Dopo Un Addio" o "Lontananze D'Azzurro" da una poesia di Schopenhauer) e qualche "scherzo musicale", tipo la cover rallentata di "Hey Joe" (omaggio però a Jimi Hendrix e non alla canzone) o le atmosfere jazzate di "Scherzo In Minore" e quelle elettroniche della lunga ghost-track.

Fleurs 3 (2002) rappresenta il seguito poco ispirato dell'omonimo di tre anni prima (si tratta di una anomala "trilogia forzata", dato che il secondo capitolo non è mai stato progettato). Rispetto a esso, il nuovo disco è volutamente meno raffinato, sia nella scelta delle canzoni d'amore (per lo più pop italiano dei decenni passati come Sorrenti, Lauzi, Paoli e Adamo, rivisitato col solito piglio intellettuale), sia negli arrangiamenti (al quartetto d'archi si affianca la sezione ritmica e l'elettronica, in un contesto complessivamente commerciale).

Nel 2003 Franco Battiato ha anche esordito nel cinema, firmando la regia del film "Perduto Amor". Un anno dopo, esce il suo nuovo album, Dieci Stratagemmi.


 * Contributi di Davide Bassi ("La Voce Del Padrone")

 

Intervista a Franco Battiato

di Claudio Fabretti

 

Te lo immagini rigido, distaccato, serioso. E invece Franco Battiato è tutto l'opposto. In quasi 45 minuti d'intervista, il musicista siciliano dispensa ironia e buon umore, a conferma di una ritrovata serenità. "Una stabile precarietà" più che un "centro di gravità permanente", come ha tenuto a precisare. Fatto sta che il Battiato del Duemila ha subìto una trasformazione che lo ha portato a cercare un maggior contatto con il pubblico. E la risposta è arrivata con il successo dei suoi ultimi tour e dei sui più recenti lavori, forti anche della presenza di ospiti d'eccezione, come Natacha Atlas e Jim Kerr (Simple Minds), in "Ferro Battuto". E il pubblico ha particolarmente apprezzato anche la sua divagazione di "Fleurs", il suo primo disco di cover. "Un'idea nata in Spagna, in qualche teatro d'opera dove ho fatto dei recital - racconta -. Visto che si trattava di teatri di tradizione, ho pensato di fare una sorta di lideristica leggera, con un programma diviso in due parti, con tutto quello che c'e' nel disco (tranne le due cover di De Andre'). Dopo un po' di tempo, ho visto la reazione di vari pubblici e mi sono detto che forse potevo riuscire a documentare questa storiella. In realta', comunque, la prima idea e' nata in Sicilia, durante la prima estate catanese che dirigevo: sia sindaco che assessore alla Cultura volevano a tutti i costi che facessi un concerto; io non volevo, loro insistevano, finche' ho detto: cantero' tre o quattro brani non miei. Interpretai quattro canzoni, tra cui "La canzone dei vecchi amanti". In Spagna trasferii questa idea: dieci canzoni invece di quattro e concerto diviso in due tempi. Cosi' e' nata l'idea che sta alla base di Fleurs".

 

In quel disco ci sono anche due cover molto "sentite" di due classici di De Andre'. Che cosa ha rappresentato De Andre' per la canzone d'autore italiana?
Credo che soprattutto per "La canzone dell'amore perduto" ho realizzato un buon arrangiamento. Ero un ascoltatore di Fabrizio, negli anni Sessanta nella mia stanza ascoltavo le sue ballate, che avevano un sapore di novita'. Lo ricordo con l'affetto di un suo ascoltatore, piu' che di un collega.

 

E il progetto-tributo a Robert Wyatt?
Robert Wyatt negli anni Settanta era un nostro contemporaneo, era uno di noi. Cercavamo di fare ognuno la propria sperimentazione; chi in Italia, chi Germania, chi in Francia, chi in Gran Bretagna. Facevamo parte tutti di un stesso movimento, che veniva poi chiamato "kosmische musik" o "progressive" a seconda dei Paesi. Eravamo tutti dentro quella frenesia di nuovo che ci investi'.  Il mio e' stato un piccolo omaggio a un grande artista spesso sottovalutato.

 

Ha detto che voleva "alzarsi dal tappeto", per cercare di rivolgersi a un pubblico piu' vasto. Che cosa intendeva dire?
Per cantare un certo genere di canzoni bisogna essere in piedi, per cantarne altre bisogna essere seduti... A me poi piace cambiare, non mi pongo il problema della fedelta' a se stessi. Comunque, anche quando sto seduto mi sento a mio agio, e per cantare un certo genere di canzoni utilizzo le mani piu' che il corpo.

 

A proposito del rapporto con il pubblico, è cambiato qualcosa oggi nella figura del cantautore? Una volta era chiuso nel suo eremo, isolato dai mezzi di comunicazione e si esprimeva solo attraverso i dischi, oggi e' ancora possibile?
No, oggi il mercato e' assolutamente spietato. Succede che se una persona sta fuori e'  "fuori" veramente, in qualche modo non esiste. Io non mi creo il problema, perche' fortunatamente potrei fare a meno di fare questo mestiere oggi. Mi piace farlo, continuo, ma sono sempre all'erta. Mi posso permettere anche il lusso nel prossimo disco, chissa', di fare cose terribili... 

 

Il sodalizio con il professor Sgalambro va avanti ormai da sei anni. In che modo i testi di Sgalambro hanno cambiato il Battiato musicista?
Adesso abbiamo un affiatamento che prima non c'era. Credo che si veda anche sul palco, nei concerti. Ho sempre scritto i miei testi, sono sempre stato un cosiddetto "cantautore", addirittura per molti pezzi ho scritto prima i testi e poi li ho musicati. Ora ho chiuso quel periodo. Non amo ripetermi, cosi' anche nell campo di quella musica parallela che faccio e che potremmo chiamare classica: ho scritto una Messa Arcaica che per me rimane una vetta della mia produzione, ma non mi mettero' a fare una messa bis. Devo affrontare altri messaggi e altri materiali. L'arrivo di Sgalambro mi ha fatto fare i conti con una prosa che ti puo' sembrare non naturale come la tua, ma nello stesso tempo mi ha dato un a diversita' di approccio al mio lavoro e mi ha fatto superare problemi nuovi nella scrittura musicale.

 

La ricerca del sacro e' uno dei temi principali della sua opera da sempre. In una canzone diceva perfino "cerco di inseguire il sacro quando dormo". Puo' raccontare a che punto e' arrivata la sua ricerca?
Ho alle spalle trent'anni di meditazione, quindi mi posso ritenere forse un "professionista"... E senza non potrei piu' vivere. Dovunque io viva, sento il bisogno di ritirarmi. Lo faccio due volte al giorno, come gli antichi egizi: mi ritiro all'imbrunire e al mattino prima di fare colazione e dopo aver fatto le abluzioni mattutine... Non e' mai cambiato mai il sapore di questa dimensione metafisica (che poi per me e'  fisica), dai primi tempi a oggi, sono cambiate le tecniche, ma il sapore resta identico.

 

Una ricerca che  pero' non si sposa alla fede in una religione esistente...
L'atteggiamento religioso e'  la prima tappa di una ricerca del sacro, diversamente non si puo' entrare in quelle zone, bisogna lasciare un po' di zavorra fuori, insomma.

 

Insomma, una "religione universale"...
Assolutamente si'. Le parrocchie mi hanno sempre spaventato. Amo i  veri mistici , e non i burocrati. E tutto sommato un mistico alto del monachesimo occidentale e'  vicino a un monaco buddhista, anzi sono identici.

 

Un po' di tempo fa aveva detto che sognava "la fine del mondo occidentale". Che cosa andrebbe seppellito? E c'e'invece qualcosa da salvare?
Il mondo occidentale ha fatto dei passi eccezionali nel campo della scienza e della tecnica. Da questo punto di vista l'Occidente e' intoccabile. Un po'  meno per quello che ha dimostrato nell'aspetto esteriore: non ha pazienza, non si dedica, non ha voglia di studiare, punta a fregare gli altri. Tutte nostre specialita'. Il problema e' che ormai abbiamo contagiato il mondo...

 

Gia', la pazienza e la lentezza. Due altri temi fondamentali della sua opera. Ma e' possibile "rallentare la vita", anche per chi fa il suo mestiere?
Io vivo cosi'. Anche quando vado in giro difficilmente inseguo il tempo. Ci sono le stanchezze di una tournee, quando ti sposti per trecento chilometri al giorno. Non le posso sottovalutare. Pero' per quella mezz'ora in cui mi ritiro ritrovo il mio mondo.

 

Un mondo fatto soprattutto di silenzio, come ribadisce in canzoni come "Un'altra vita" e "Un Oceano di silenzio"...
Gia', il silenzio per me e' come l'ossigeno: e'  vita.

 

Lei e' stato uno dei primi a parlare di commercializzazione della religione, preconizzando l'avvento di "buddha sui comodini" o di "rubriche aperte sui peli del Papa" (Magic Shop, 1980). C'e' il rischio oggi di un supermarket della spiritualita' con new age e fenomeni affini?
Dio che sconforto... In genere non mi interessano i "fenomeni". Come non sono interessato al movimento cattolico, non mi interessa quello new age. A me piace parlare con un cattolico, con un buddhista. Ma che cos'e' il buddhismo? Vallo a sapere con tutto quello che si e' scritto.... Buddha ha lasciato solo tradizione orale. E con Cristo e' un po' la stessa cosa. Lo sfruttamento della spiritualita' e' un problema di chi lo fa. Mi ricordo da bambino un episodio: mio padre, in piazza, fu avvicinato da un amico che gli diceva: "Ho visto padre non so come si chiama che mangiava carne di venerdi', e io dovrei credere in Dio?". Possibile mai che la fede si riduca a questo? Ognuno deve fare la sua strada, gli altri faranno quello che vogliono. Cosi' come non vado in chiesa perche' quella liturgia non mi affascina, ma non posso fare come Savonarola e andare li' a dire "tu andrai all'inferno"...

 

Che cosa e' rimasto dell'esperienza con Baghdad dopo quello storico concerto in terra irachena?
Lasciammo un segno indelebile nel loro mondo. A scuola, fino a poco tempo fa, si sentivano le cassette con la mia musica, si studiavano le mie canzoni. Poi fu un rapporto umano molto toccante, che ho cercato di portare avanti negli anni lavorando con associazioni come "Un ponte per Baghdad". Ma certo gli interessi contro cui fare i conti erano enormi. Abbiamo portato dei bambini all'ospedale di Parma, piccole cose, quando dietro ci sono colossi che hanno interesse a mantenere certe situazioni. Sono loro che creano le guerre.

 

Ha mai temuto di essere strumentalizzato da parte del regime iracheno?
No, di questo non mi e' mai importato niente. D'altronde mi dicevano "vai dal diavolo" e io rispondevo "perche' qui e' il paradiso?".

 

Di recente ha collaborato con Csi, Bluvertigo e altri nuovi musicisti italiani emergenti. Crede che ci sia stata negli ultimi tempi una crescita della musica italiana d'autore?
Si',  e anche notevole. Ho sentito diversi gruppi interessanti, molti ragazzi che stanno facendo strada. C'e' piu' spazio, il pubblico si e' allargato e anche la realta' musicale italiana e' piu' complessa. Sono entrati in classifica gruppi che solo due-tre anni fa non potevano neanche sperare di essere nei primi cinquanta!

 

Ha ancora rapporti con teatri e festival culturali italiani? E come giudica questa esperienza?
Lo considero un "servizio", che per me e' soprattutto un divertimento, e qua e la' riesce a dare dei risultati importanti. Abbiamo ospitato personaggi come Sakamoto e David Byrne. E per Bjork, sempre a Fano, sono venuti da tutto il mondo...

 

In "Shock in my town", uno dei suoi pezzi piu' recenti,  ricorrevano le parole "Velvet Underground". Solo un ritornello divertente o un omaggio a una band storica?
Un po' tutti e due, in relta' era un pezzo allucinante, una sorta di delirio urbano. Comunque, posso dire di aver conosciuto alcuni musicisti dei Velvet Underground. Nel 1975 sono stato in tour in Francia con Nico e John Cale (la prima cantante e uno dei musicisti-chiave dei Velvet, ndr). C'erano problemi molti forti tra loro due, per l'invidia di John Cale verso Nico, che era la beniamina del pubblico. E poi notevoli problemi di droga da parte di lei. La prima volta che la vidi mi chiese se avevo visto "mister powder". "Chi e'?", le chiesi ingenuamente. Mi fece un segno inequivocabile aspirando con il naso... "No, non ce l'ho", le risposi... Poi una volta al mitico Bataclan di Parigi, Nico si stava truccando. Io sussurrai: "Cazzo, ma questa c'ha cinquant'anni!". Lei mi guardo' dallo specchio e mi disse: "Veramente qualcuno di meno"... Restai immobile. Poi mi spiego' che era stata due anni a Roma e capiva bene l'italiano.

 

Un'ultima curiosita': tornera' mai a cantare con Alice?
Per ora non credo, ma non si puo' mai sapere...


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