Emanuele Triglia

Sinergie musicali tra gli scogli del Sud

intervista di Giulia Papello

Emanuele Triglia, bassista e produttore, già premiato con un David di Donatello per la Miglior canzone originale, pubblica il suo ultimo lavoro, “Moon Kin”, per Rivamare Records. Il disco, scritto su una scogliera del Sud e prodotto a Roma, frutto di una sinergia collettiva tra i musicisti, testimonia che il linguaggio musicale ha la funzione di unire le persone in un dialogo non verbale e universale, dando un respiro nuovo alla musica contemporanea.

Le sonorità del disco proiettano chi lo ascolta in un universo visivo ed emotivo, ci racconti dove è nato e come questo ha influenzato l’atmosfera che si respira nell’ascolto?
È nato molto causalmente, l’estate scorsa ho avuto modo di passare del tempo in Calabria, la terra dove sono nato ma non vivo più da anni, e ho avuto modo di scrivere. Tornato a Roma, mi sono trovato con la band con cui suono da anni, Davide Savarese, Francesco Fratini e gli altri, e abbiamo deciso di incontrarci in uno studio di registrazione di amici. L’idea era di passare del tempo insieme suonando e di vedere cosa sarebbe successo, in totale libertà. Partendo dalle idee che avevo, quasi improvvisando, abbiamo iniziato a suonare e sono nati tantissimi brani, tra i quali abbiamo selezionato quelli del disco. Il concetto più importante per me è sicuramente quello di sincronicità, perché quando suoniamo insieme, da sempre, ci capita di fare la stessa frase, ritmica o armonica, senza dircelo. Sono convinto che non sia causalità e questa cosa è stata anche teorizzata nel concetto di sincronicità junghiana; di persone anche lontane, che pur non conoscendosi, fanno le stesse scelte e provano le stesse cose, come se fosse una connessione segreta, e questo mi ha sempre affascinato.

Da qui nasce il titolo dell’album...
“Moon Kin” vuol dire consanguinei lunari. Siccome la Luna esercita un’influenza tangibile sul mare e noi siamo fatti di acqua, ho immaginato che nel momento in cui succede una cosa del genere, magari anche noi siamo influenzati da una determinata fase lunare.

L’intesa tra i musicisti è tangibile nell’ascolto dei brani, al punto tale che sembrano quasi dei pezzi improvvisati, è una scelta voluta?
Lo è, il tema è stato: “Ho scritto questo musica, vediamo cosa può diventare” senza canoni né regole. In un disco come questo, volevo allontanarmi dai canoni della canzone classica e della produzione tradizionale. L’album nasce come progetto live, come un viaggio dove noi parliamo e comunichiamo dall’inizio alla fine, senza pause. Oltretutto noi non ci vediamo spesso, ma quando ci vediamo, succedono queste cose. Accade da anni e ora ho voluto finalmente teorizzarlo, inglobando, oltre alla band storica, altri musicisti. Non avendo deadline, abbiamo avuto molta libertà di lavorare tra amici che passavano, contribuivano e registravano, e si è cosi creato una sorta di collettivo di musicisti. Una scena che in realtà c’è già da anni, ma che solo ora siamo riusciti a fondere in un unico progetto.

Mi sembra che adesso ci sia una maggiore attenzione su questo genere musicale, cosa ne pensi?
In realtà tutto questo è sempre esistito, specialmente in Italia, in varie forme da tantissimo tempo. In America è già diventato un genere anche di moda, legato alla moda (vedi Anderson Paak e quei producer lì), ora arriva in Italia dopo 10 anni, come tutto. Quando sono arrivato a Roma, 10 anni fa, era già pieno di musicisti che facevano questo genere, ora sicuramente si nota un miglioramento dell’attenzione verso questo tipo di musica strumentale e spero che resti, perché non è un fenomeno, è sempre esistita. È un genere che ci appartiene da sempre e che nel tempo abbiamo perso per varie ragioni.

Hai lavorato anche nella produzione di brani per il cinema, secondo te questa esperienza ha influenzato la produzione di questo disco? Le immagini a cui rimanda sono di paesaggi marittimi e ventosi...
Mi fa molto piacere, perché erano i paesaggi che avevo davanti quando ho scritto questa musica. Nell’ultimo periodo ho notato, sia da parte mia che da parte degli altri musicisti della band, un ritorno all’osso. Mentre prima guardavo più all’estero, ora sto cercando di fare un mix tra ciò da cui vengo e ciò che sono diventato negli anni, anche attraverso l’uso di melodie mediterranee mischiate al jazz moderno. Sicuramente ogni cosa che faccio mi fa crescere e influenza quello che divento. C’è stata tanta sperimentazione e tanta ricerca nel lavoro con Joan Thiele, probabilmente ha influenzato la produzione.

Tornando all’album, il brano “Pacì”, nato sulle scogliere. Il testo da dove viene?
Il brano è legato molto al mare ed è stato scritto a Pacì, che è una scogliera sul mare in Calabria. Ho pensato di chiamare Davide Ambrogio, polistrumentista dal talento unico, che cerca di approfondire storie antiche di vesti perdute e leggende. Essendo anche lui calabrese, ha voluto scrivere una cosa inerente al mare, volevamo esprimere quello che rappresenta per noi. I versi che dicono “deve salvare l’anima mia che dal mare è stata portata via, voglio diventare marinaio il mare mi lascia solo ma io ci vado”li ha sviluppati da un testo antico di pescatori calabresi. Volevamo ricreare ed evocare le sonorità del brano, anche le urla che ci sono alla fine sono lì per ricreare quelli che i pescatori usano per comunicare ed entrare in connessione con il mare.

Invece il brano “Pantera” ha tutt’altro carattere…
È nato l’ultimo giorno in studio, con … un altro batterista mio caro amico, eravamo in sala nell’ultima session, stavamo per smontare e abbiamo deciso di sfogarci dopo un’estate di tour e di follia e vedere cosa sarebbe uscito, senza schemi e senza studiarlo prima. Quella cosa che è venuta fuori ci ha colpito molto.

Il tuo strumento è il basso, ma in quest’album prevale l’uso del flauto, strumento particolare, che ora ha una nuova risonanza, a cosa è dovuta, secondo te?
Originariamente sono un bassista, durante la pandemia, quando tutti avevamo molto tempo libero, mi sono ritrovato spiazzato dall’abbondanza di tempo. Ho iniziato a vedere dei video di Shabaka Hutchings, sassofonista inglese che ha iniziato a pubblicare questi video di flauti di bambù grezzi, strumenti ancestrali. Rimandava a sonorità che mi piacciono, vicine a me. Quindi ho iniziato a ricercare questa cosa, ma non ho trovato nulla, perché non sono strumenti facilmente reperibili, finché non ho contattato un artigiano portoghese che li costruiva e ho iniziato a studiarlo. Negli anni ho provato poi di più, ho iniziato a costruirli. Credo che la moda sia poi esplosa quando Andre 3000 ha fatto uscire un disco solo di flauti. È stata una mossa inaspettata e molto figa da parte sua. Scelta coraggiosa ma molto bella, anche se secondo me rimane moda. La mia è stata più una casualità e dopo anni di studio sul flauto ho deciso di buttarlo nel disco: alla fine, sono venute fuori sonorità molto belle. È stato un bel cambiamento, ne sono felice.

Discografia

Make It Pure (Rivamare Records, 2021)
Moon Kin (Rivamare Records, 2024)7
Pietra miliare
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