Butcher The Bar

Butcher The Bar

Power-pop da cameretta

intervista di Lorenzo Righetto

Prima di tutto, grazie per l’album. Lo ascolto a ripetizione da giorni. Ciò che mi ha sorpreso è l’incredibile senso di direzione, in termini di scrittura e di arrangiamento, di questo “III”. Specialmente perché sono passati otto anni dalla pubblicazione. Puoi raccontarci brevemente cosa è accaduto nel frattempo?
Grazie davvero, mi fa piacere che ti piaccia! Quando finimmo il disco, credo che fummo un pochino abbattuti dal fatto che la nostra etichetta non l’avrebbe pubblicato. A quanto pareva “non suonava abbastanza come l’album prima”, il che era proprio il punto, però. Non capisco perché uno dovrebbe fare lo stesso disco due volte. La scrittura e la registrazione di questo album mi richiedette molto al tempo, quindi che non portasse a niente fu duro, e non volli più pensarci per un po’. Cominciammo tutti a suonare in altre band a Manchester, alcuni di noi nella stessa, e io composi un po’ di musica per la televisione, cosa dalla quale sto ancora guadagnando qualcosa.

Ho letto nella descrizione di “III” che venne registrato tra il 2013 e il 2015, ma ha visto la luce solo quattro anni più tardi. Come hai fatto a mantenere una chiarezza nei tuoi obiettivi, in generale come artista e in particolare riguardo a questo album, in questo lasso di tempo?
Il tempo di scrittura e registrazione per questo album può suonare prolungato, e in alcuni casi lo fu. Il missaggio e il mastering richiesero più del solito, dovevamo sempre affidarci ad aiuti volontari e non pagati, il che, sebbene ne fossimo (e siamo) profondamente grati, voleva dire che ci si metteva di più. Inoltre registrammo tutto da soli – eccetto per la sezione ritmica (all’Airtight Studios nel sud di Manchester) – e quindi stavamo imparando man mano, e probabilmente passammo tempo concentrandoci su dettagli minori, senza che ce ne fosse il bisogno. Comunque ci sembrava come un intenso periodo con un sacco di lavoro, cosa che una finestra temporale così ampia non suggerisce, e ci muovevamo sempre in avanti senza mai rimanere fermi. Sono cose che richiedono tempo.

Ci sono stati cambiamenti nel disco prima della sua pubblicazione finale?
E’ rimasto intatto per lungo tempo. All’inizio di quest’anno, alla fine, decidemmo di rilasciarlo – all’inizio gratis, in forma digitale, poi Bobo Integral arrivò per la stampa fisica – il che vuol dire che lo riportammo al nostro amico Pete Philipson per dargli un missaggio e un mastering nuovi. Ma tutte le canzoni e l’ordine sono rimasti uguali.

Sembra che non ci siano molte informazioni su di te come artista. Da dove viene il nome del tuo progetto, prima di tutto? Puoi raccontarci dei tuoi inizi come cantautore?
Il nome non significa molto. Stavo leggendo qualcosa di come le storie del pub o del bar non dovrebbero essere cannibalizzate dall’arte, e penso che devo essermelo ricordato male oppure di aver deciso per quelle parole. Spesso mi sento imbarazzato dal fatto che non ho una spiegazione specifica, e così a volte mi invento delle cose.
Iniziai a scrivere canzoni per ciò che sarebbe poi diventato Butcher The Bar nel 2006/07 quando vivevo a Lincoln. Avevo un registratore a otto tracce che non avevo mai davvero usato, così decisi di scrivere delle canzoni così avrei imparato a usarlo. Ne caricai 3 o 4 sul mio Myspace e cominciai a mandarle a qualcuno, non sapevo neanche bene perché e non mi aspettavo succedesse alcunché. Le mandai alla Morr Music e questi le ascoltarono, gli piacquero, e si misero in contatto chiedendo se ne avevo ancora. Dissi di sì, ma non era vero. Così ne scrissi velocemente delle altre da mandare, e queste sono le canzoni che alla fine formarono il primo disco, "Sleep At Your Own Speed”. A quel punto mi ero trasferito a Londra, lavoravo come assistente editoriale, il che era grandioso, ma quei lunghi giorni non lasciavano molto spazio alla musica. Quando il disco uscì (2008) andai a vivere a Manchester, dove scrissi il secondo disco, “For Each A Future Tethered” (2011), che registrai con l’amico e produttore Barney Freeman durante il 2010 nel suo studio casalingo a Richmond. Mettemmo insieme un tour europeo di supporto al disco, così misi su un’intera band a Manchester (più Barney all’organetto/clarinetto/tastiere). Suonavamo così bene insieme e ci divertivamo così tanto che questa diventò poi la band che avrebbe registrato “III”.

I tuoi fan sicuramente avranno notato la “svolta elettrica” di Butcher The Bar in questo nuovo disco. A volte questa è una svolta illusoria, nel senso che le canzoni vengono arrangiate in modo diverso, ma non di più. Nel tuo caso, il cambiamento sembra più profondo, nel senso che mi sembra che tu abbia adattato anche la tua scrittura allo stile power-pop del disco. Sei d’accordo?
Sì, credo che tu abbia ragione. La “svolta elettrica” fu sia naturale che intenzionale. Ho sempre preferito essere in una band e mi ero annoiato di suonare in acustico e così colsi l’opportunità di questa nuova band per farla. Le demo dell’Lp erano a metà tra la roba vecchia e ciò che sarebbe poi diventato “III”, e la band ha aiutato nel farlo salire di livello, verso uno stile “power-pop” che era diverso dalle cose folk-pop che avevo fatto finora. Sicuramente volevo scrivere canzoni con arrangiamenti più interessanti e trascorsi del tempo per riuscirci, ma mai con un altro genere o addirittura con altre band o artisti in mente. Volevo solo scrivere la musica migliore possibile al tempo.

Ci fu anche un’evoluzione della band, nella vostra collaborazione ma anche nella sensibilità individuale di ogni membro, che ispirò questo cambiamento?
Assolutamente sì. Il contributo di ognuno migliorò le canzoni e facilitò la transizione in quella direzione. Devo ammettere che mi sembra evidente solo dopo qualche anno in cui non ho ascoltato l’album. Quando ci sei dentro, cerchi di darti da fare e basta, e non credevo che fosse diverso dal resto. Dopo aver trascorso del tempo in tour e a suonare insieme, cominci a sentirti parte di una gang, in cui ogni membro ha il suo ruolo, e per questo la personalità di ognuno emerse nel disco. Siamo ancora tutti molto orgogliosi per averlo fatto, il che dice molto, credo.

Stai pubblicando il disco con l’etichetta di Madrid Bobo Integral, un’altra in una serie di piccole ma interessanti etichette indie-pop spagnole. Questo (la mancanza di supporto da un’etichetta) è stato uno dei fattori che ha trattenuto la pubblicazione di “III”? Qual è il ruolo di un’etichetta discografica dal tuo punto di vista, oggi?
All’inizio sì. Eravamo stati respinti dalla Morr per questo Lp e, nonostante avessimo avvicinato altre etichette, non avevamo avuto fortuna. Poi decidemmo, all’inizio di quest’anno, di “regalarlo”, in uno sforzo di andare avanti e cominciare a fare nuova musica. Pensammo che sarebbe stato catartico farlo uscire sotto il nostro marchio, e sperabilmente qualcuno sarebbe stato ancora abbastanza interessato a Butcher The Bar da ascoltarlo o scaricarlo. Ovviamente avremmo voluto stampare delle copie fisiche, ma non avevamo i mezzi per farlo, e così quando la Bobo Integral si è interessata, fummo davvero felici ed eccitati dalla proposta. Fu una bella iniezione di fiducia e l’inizio di un breve ma godibile periodo, dato che avevamo l’opportunità di parlare di nuovo del disco e di vedere come le persone rispondevano.
Credo che il ruolo di un’etichetta sia sostanzialmente ed esattamente quello che fa Bobo Integral. Fanno uscire musica che gli piace, la fanno avere alle persone a cui piace, senza stress. Penso che se lo stesso approccio venisse usato a tutti i livelli questa sarebbe un’"industria" decente in cui essere coinvolti. La mia esperienza con le etichette è che in genere non regalano molto, e ti può sembrare che ti stiano facendo un favore, il che non è granché per la tua autostima e creatività. Non bisogna fare gli interessi di nessuno quando sei un artista e penso che tu possa finire per farlo inconsciamente collaborando con un’etichetta; il motivo per cui è stato bello con la Bobo Integral è che l’album era già finito quando si sono proposti, ma immagino che il processo sarebbe stato ugualmente facile se avessimo lavorato insieme per la produzione dell’Lp.

Qual è la situazione, in questo momento, per un artista indipendente, nel Regno Unito, dal tuo punto di vista?

Dipende da quello che vuoi. Se vuoi vivere confortevolmente di musica come artista indipendente, potresti far fatica, e la tua qualità di vita potrebbe soffrirne. Ma le opportunità di suonare ed esprimerti ed essere ascoltato sono davvero grandi. Butcher The Bar è stato sospeso per un certo numero di anni, ma individuamente abbiamo più o meno tutti suonato in altre band. Più suoni più sei esposto a diverse nicchie della scena musicale di questo paese, e incontri grandi persone e artisti eccellenti. Direi che se riesci a far tuo questo, puoi fare quello che vuoi e sentirti soddisfatto, di successo e apprezzato.

Quali sono i vostri piani dal punto di vista dei tour? I vostri fan possono sperare in un tour europeo full band (inclusa l’Italia, magari)? Grazie per il tuo tempo.
Purtroppo, non abbiamo piani al momento. Comunque, se l’opportunità arriva, sicuramente. Andare in tour è la cosa più divertente che puoi fare come band, anche le disavventure sono comunque divertenti, in realtà. Ma è successo tutto così velocemente che non abbiamo avuto il tempo di pianificare o preparare altro a parte la festa di lancio dell’album (all’Eagle Inn di Salford, il 23 agosto). I tour nel passato sono cominciati spesso con un agente/promoter che ci contattava da un altro paese (anche dall’Italia), quindi non si sa mai.



Discografia
 Sleep At Your Own Speed (Moor Music, 2008) 
 For Each A Future Tethered (Morr Music, 2011) 
III (Bobo Integral, 2019) 
pietra miliare di OndaRock
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