Giorgio Moretti

Giorgio Moretti

Cortometraggi it-pop

intervista di Claudio Fabretti
Qual è l’amore più radicale? Forse quello immaginato ma mai realmente sperimentato. Un’esperienza che tutti, in fondo, abbiamo provato almeno una volta nella vita. Giorgio Moretti, giovane artista romano dalle spiccate attitudini per la cinematografia e la scrittura, ne ha tratto un singolo e un videoclip accattivanti, sotto la direzione artistica e la produzione di Meiden, eclettico musicista con una carriera avviata nel mondo della Edm e già produttore di alcuni brani del disco “Musica per bambini” di Rancore. Il brano anticipa l’album d’esordio di Moretti, che si intitolerà “Quasi mai” e sarà rilasciato a febbraio per l’etichetta Camarilla. Ne approfittiamo per una chiacchierata che spazia tra musica, cinema e dintorni.

Come nasce l’idea di “Radical Love”?
Volevo giocare con un po’ di ironia su questo tipo di esperienza dell’innamoramento immaginato. Si tratta di un pezzo nato e finito in un secondo nella mia testa, come nascono e muoiono quelle storie d’amore per una passante che cammina da sola sull’altro lato della strada e che, per un momento, ci lascia immaginare un futuro diverso insieme a lei. Eppure, alla fine, quella strada non l’attraversiamo mai. E non perché ci manchi il coraggio, ma perché, a volte, preferiamo viaggiare con l’immaginazione. In generale, parto sempre da sensazioni personali o di persone che ho conosciuto, cercando di tradurle in canzoni soltanto se c’è la sensazione di una condivisione, di qualcosa di universale.

Quell’ironia un po’ disincantata e malinconica che traspare dal brano mi pare una nota ricorrente in tanto it-pop italiano, da Dente a Calcutta. Nel tuo caso da dove deriva?
Premetto che non tutti i pezzi che scrivo sono così, molti, anzi, sono piuttosto cupi e drammatici. In questo caso ho cercato di tirare fuori quello spirito a metà tra malinconia e auto-ironia che mi piace sempre ritrovare in registi che amo come Woody Allen e Nanni Moretti. Tutto è giocato su un monologo recitato davanti alla telecamera, come a voler sfondare la fatidica quarta parete.

Ci puoi anticipare qualcosa sull’album in arrivo?
Saranno nove brani, anticipati da un secondo singolo che uscirà a breve. Si spazia da pezzi più pop e dance, con arrangiamenti movimentati, ad altri più acustici e cantautorali, composti con la chitarra. I temi delle canzoni sono prevalentemente intimisti, senza velleità di analisi sociale o politica. È come un grande racconto, un diario personale.

Ti hanno aiutato nella scrittura i tuoi studi di scrittura creativa e sceneggiatura alla Scuola Holden di Torino?
Sì, sicuramente. Quando scrivo una canzone, cerco sempre di immaginarla come un film. O un corto. Cerco di partire da un’immagine e cercare di scrivere come se stessi raccontando la storia di un film. Ad esempio, “Radical Love” è proprio un racconto lineare. In generale, le mie canzoni nascono come una collezione di immagini, montate una dopo l’altra.

Qual è stato invece l’apporto principale di Meiden?
Beh, lui è un po’ la mia guida musicale, mi ha aiutato soprattutto a creare delle sovrastrutture in grado di rendere il suono più interessante, come ad esempio in “Radical Love”, dove c’è una componente elettronica che contribuisce a irrobustire il brano. Mi ha anche aiutato a spaziare tra le diverse canzoni cercando di creare un’identità musicale riconoscibile.

Hai degli artisti di riferimento? E in generale che cosa ascolti di più?
Mi piace moltissimo il nuovo folk americano. In particolare Bon Iver: adoro il suo approccio moderno ed eclettico, questa sua capacità di passare dal folk più spoglio e tradizionale a composizioni più dense ed elettroniche. Altro musicista che apprezzo molto è Sufjan Stevens, autore anche lui di un ultimo disco più elettronico. In generale, l’indie-rock americano è un po’ il mio genere di riferimento. Poi mi piacciono molto anche i cantautori italiani, su tutti Franco Battiato e Pino Daniele. In famiglia poi sono cresciuto a pane e Genesis: da bambino mi facevano ascoltare “Supper’s Ready”, trasformandola in una favola con tanto di finta traduzione. Quindi anche Peter Gabriel per me resta un modello, con il suo eclettismo universale.

E quella citazione di Françoise Hardy nel testo di “Radical Love”?
È l’omaggio a un’altra mia grande passione, quella per la cultura francese e per la chanson. Hardy, Gainsbourg, ma anche Brigitte Bardot e Carla Bruni fanno parte di un mio ideale immaginario francese in cui mi piace molto rispecchiarmi.

Poi c’è quel finale spiazzante: “Non puoi essere un artista se non sai il tedesco”. Come ti è venuto in mente?
È un epilogo totalmente nonsense! Come se il protagonista si arrabattasse per tutto il pezzo per trovare un dialogo con questa ragazza e gli sfuggisse che tra tutte le lingue l’unica che serviva era proprio il tedesco, l’unica parlata dalla ragazza…

Il videoclip è girato da Gigi Roccati, regista di “Sfide” e di pellicole interessanti, come “Lucania”. In cosa si nota la sua mano?
Direi nello stile naturalista, tipico dei suoi film, che sono soprattutto documentari. Tutto si svolge in uno scenario molto semplice e naturale, in linea con lo spirito della canzone. Nel video c’è anche mio fratello Adriano, che studia recitazione, più altri amici che si sono prestati a questo progetto.

Il cinema è un’altra tua grande passione. Quali sono i tuoi registi preferiti?
Oltre ai due che ti citavo – Woody Allen e Nanni Moretti – ti direi su due piedi Pedro Almodovar e Darren Aronofsky.

Che ne pensi di questo fantomatico indie o it-pop italiano? Ti piacerebbe farne parte?
Credo che oggi sia tutto diverso rispetto a un tempo, la distribuzione musicale è diventata molto più “democratica”, permettendo a tutti di pubblicare le proprie opere attraverso canali come YouTube o Spotify, e questo ha anche creato inevitabilmente una grande confusione. Esce tantissima roba ed è complicato selezionare. Quando stavo a Roma ho vissuto l’ascesa di artisti come Calcutta e I Cani, autentici pilastri della musica indie nazionale. Poi però ho iniziato a staccarmi da quel filone, col tempo ho conosciuto tanti artisti internazionali e ora mi piace soprattutto viaggiare attraverso la musica, senza troppi confini di genere.

E la musica in tv? Ti attira o ti spaventa?
Mi spaventa. Vedo poca emozione e tanto show, oltre alla competitività. Però sono stato su Rai Radio2, ospite di Gino Castaldo ed Ema Stockholma all’interno della trasmissione “Esordi”, è stato divertente. Il mio sogno, in realtà, sarebbe iniziare a fare concerti, vorrei crescere gradualmente con la possibilità di esprimermi in modo indipendente. So che non è facile, specie in questi tempi di pandemia, ma appena possibile ci proverò. La mia idea è creare una piccola cerchia di ascoltatori e persone vicine e puntare poi ad espanderla nel tempo.

Allora in bocca al lupo, ricordati di noi quando diventerai famoso! A proposito, segui OndaRock?
Certo, è da anni un mio riferimento nel campo dell’informazione musicale, molti suggerimenti mi sono venuti proprio dalle vostre pagine.

(02/01/2021)

Discografia
 Quasi mai (Camarilla, 2021) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Radical Love
(videoclip, 2020)

Giorgio Moretti su OndaRock
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