Josin

Josin

Danzando nel vuoto

intervista di Giuliano Delli Paoli

Raggiungiamo la musicista tedesca Arabella Rauch, in arte Josin, tra richiami post-rock, vocazioni mai spente, sogni sbagliati e vuoti da colmare...

In The Blank Space”: perché hai deciso di intitolare così il tuo primo album?
E' il titolo dell'ultima traccia che ho aggiunto al disco. Volevo assolutamente inserire un altro brano e così mi sono sforzata intensamente di scrivere qualcosa. Però non è accaduto e così per un attimo ho pensato di non poter creare più, una sorta di blocco che ho provato a forzare, finché non ho lasciato perdere tutto. Così, ho chiamato questo brano, e successivamente l'album, in questo modo, perché questa sensazione di nulla, che ci circonda ogni tanto, rappresenta in realtà il tutto. Qualsiasi cosa tu desideri è proprio lì, se ci credi. E' in un luogo profondo e ignoto che può essere qualsiasi cosa tu sia, ed è giusto che sia così.

E il tuo nome d’arte, invece, da cosa deriva?
Dietro il mio moniker Josin, mi scuso nel deluderti, non c'è nessuna storia particolare. Cercavo semplicemente una parola che suonasse bene.

Madre coreana e padre tedesco: cosa hai imparato da queste due culture così distanti e diverse tra loro?
Molto, ma niente che io possa esprimere con le parole. Piccoli gesti, modo di pensare, humor e non-humor. Cose buone e cattive. Tuttavia, nulla di collocabile in un determinato contesto e una precisa cultura. Mi piacerebbe avere una sola identità, ma sono sempre grata di avere più parti di casa dentro di me.

Come nasce una tua canzone? Segui un iter specifico durante la composizione, oppure tutto nasce spontaneamente?
Questa è una domanda interessante, considerato che penso alle parole dopo la musica. Comincio sempre con la musica e i testi sono una conseguenza del suono. Quando andavo a scuola ero molto colpita da “Faust” di Goethe. Forse lo si ritrova un po' nella mia musica.

Quando e come è nata la decisione di fare musica e abbandonare gli studi di medicina?
Quando ero al mio secondo tentativo di diventare studente di medicina, sapevo di dover seguire quella voce dentro di me. Ho chiesto a me stessa quale sarebbe stato il più grande rimpianto: non essere dottore o non fare cosa sentissi, considerato che pensavo potessi comporre musica. E' stato un passaggio difficile della mia vita e devo ammettere che ho preso una laura in Economia due anni dopo. Per mia madre.

Quando hai iniziato a cantare e suonare? Chi sono stati i tuoi mentori musicali?
Canto e scrivo canzoni da quando avevo dodici anni. I miei genitori sono stati sicuramente i miei primi mentori. Ma in modo passivo. Più che altro non impendendomi di esercitare con la voce e con la musica classica tutto il giorno. In realtà, non mi hanno mai supportato nel fare musica nella mia infanzia, anche se sono entrambi cantanti lirici. Ho trovato ispirazione da artisti come Bjork, Beatles, Sade e successivamente Sigur Ros, Bon Iver e Radiohead.

In “Healing” canti: “The ever-aching part of me. Only I can't see. It's deep inside of me. The ever-aching memory”. Ebbene, che rapporto hai con la malinconia e i ricordi? Da dove nascono questi versi?
Penso che questi versi provengano da qualcosa che mi ha smosso profondamente e che non ci sia mai stata una guarigione completa. Come i fantasmi. Ma i fantasmi che decidi di affrontare. Convivere con memorie dolorose, emozioni non elaborate con persone vicino a te. Penso che il processo di “depurarsi emotivamente” sia qualcosa che si deve affrontare prima o poi. Comincia con l'introspezione, la consapevolezza e infine decidendo di affrontare il dolore. Sono stata sempre attratta dal sentimento malinconico, anche se sono una persona molto positiva. Ma il potere di questa emozione per l'arte e per la creazione della musica è più fruttifera. Associo la malinconia alla speranza e alla fine di un tunnel. Insomma, non proprio qualcosa di negativo. Una canzone nasce nel momento in cui suono il piano o canto - può essere anche un frammento - e mi fa male leggermente il petto. Quel momento di “Ah. Attacco di cuore”. E' il momento in cui connetto e provo a raccogliere tale emozione. Una volta trovata questa scintilla, costruisco una canzone e provo a sforzarmi di non aprire il mio computer per produrla. Credo che arrivare alla produzione troppo presto mi renda pigra nello scrivere buoni brani. Se un pezzo non ti manda fuori di testa su un vero strumento, vuol dire che non era buono e quindi tutto si tramuta in una perdita di tempo. Se ho il brano e la sua struttura, vado in studio e provo a spingere l'emozione con la produzione.

Molti dicono che in alcuni momenti potresti essere la versione femminile di Tom Yorke. Penso soprattutto alle atmosfere di “Midnight Sun”. Che ne pensi di questo accostamento? Lo trovi calzante o totalmente fuori luogo?
Lo trovo un complimento. E se fossi una versione femminile di Thom Yorke, per me non ci sarebbero problemi. E' l'artista da cui traggo maggiore ispirazione. La sua musica mi ha cambiato per sempre.

Suonerai presto in Italia. Che rapporto hai con il nostro paese? Ci sei mai stata? Ti piace la musica italiana?
Amo la musica italiana. Specialmente quella classica. E' stato il più grande privilegio della mia infanzia. Ne ho ascoltata tanta. Mio padre parla bene l'italiano e ho trascorso molto tempo in Italia quando abbiamo vissuto nel sud della Francia. Adoro anche la cultura culinaria.

Sei tedesca, eppure canti in inglese. Perché questa scelta? Hai mai pensato di cantare nella tua lingua? 
Anche se è la mia madrelingua, non ho mai cantato in tedesco. E non penso che lo farò mai. Le mie corde vocali sono state esercitate con test in inglese quando si tratta di cantare. Tutti i miei maestri d'infanzia hanno cantato in inglese ed è la prima lingua con cui ho iniziato a cantare.

In “Evaporation” parli di tempo che scorre troppo in fretta e di evaporazioni. Eppure, sei ancora giovane. Che rapporto hai con il tempo? Senti già il suo peso o resterà comunque sempre e solo un’illusione?
Sì, lo sento come un peso e non l'ho mai sentito così come nel momento in cui ho incrociato per la prima volta la morte di una persona a me vicina. Questa sensazione era così paralizzante che l'unico modo per elaborarla era farla confluire in una canzone. E in questa idea che niente può essere trattenuto e che tutto, inclusi noi, evapori non è mai andata via. Cambia solo la forma. Il tempo è solo qualcosa che ci spinge verso una fine e forse non è neanche una fine definitiva.

Cosa intendi esattamente per “Feral Thing”?
Osservavo il mio cane e pensavo: “Ti amo tanto, anche se non abbiamo mai parlato”. Stavo semplicemente pensando all'amore che puoi dare a un'altra persona senza chiedere nulla in cambio. Amare un'anima selvaggia perché libera e non perché ti appartiene. Era un pensiero bellissimo e mi ha ispirato nella scrittura di questo brano.

Cosa stai ascoltando ultimamente?
Non ascolto molta musica, ma ultimamente mi sono innamorata degli islandesi Hatari.

Programmi futuri?
Il mio prossimo passo è continuare a scrivere e trovare momenti in cui farlo dopo tanto tempo. Sto anche collaborando a un paio di entusiasmanti collaborazioni che spero di poter condividere presto con voi.

Discografia
In The Blank Space (MVKA, 2019) 7
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Healing
(da In The Blanck Space, 2019)

Burning (For A New Start)
(da In The Blank Space, 2019)

Evaporation
(da In The Blank Space, 2019)

 

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Recensioni

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In The Blank Space

(2019 - MVKA)
Elettronica e minimalismo post-rock per l'esordio della musicista tedesca

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