Mekons

Punk-folk in trincea

intervista di Lorenzo Donvito

Valencia. A pochi metri dalla cafeteria/libreria La Batisfera, i Mekons stanno registrando i loro ventitreesimo disco. Si fermeranno in città qualche settimana, l’amico americano del gruppo che vive accanto al locale, ha organizzato così bene la trasferta dei nove ultrasessantenni da infilarci dentro un concerto, una esposizione e di passo, questa intervista in italiano, tutto senza muoversi dal barrio.

La storia narra che i nove membri dei Mekons, risiedendo tra Stati Uniti e Regno Unito, affrontino la stesura di ogni nuovo disco riunendosi in qualche luogo dove al massimo ci sia un computer per appuntare i bozzetti sonori. Successe quando andammo nel “Lake District” nel “north of England” e tutti intorno ad un tavolo, nella “living room”, registrammo ogni idea, raccontano Jon Langford e Tom Greenhalgh ricordandosi a vicenda i momenti. Un po' come faceva The Band nella casa di Big Pink, suggerisco, le canzoni sono un lavoro collettivo, confermano, ognuno apporta qualche pezzo. Dalle ultime foto pubblicate sulla loro pagina Instagram, i temi per il nuovo disco sono nati in un ambiente molto simile a quel salotto in Inghilterra, questa volta solo più a sud, in Spagna, a Valencia, nell’insolito barrio maritimo del Cabanyal, dove un loro amico di Chicago vive da prima della pandemia (quando originariamente sarebbero dovuti venire, nell’aprile 2020). Nello studio Elefante hanno buttato giù i nuovi dodici pezzi che verranno mixati da Dave Trumfio, produttore e ormai membro del gruppo. “Exqusit” (2020), il precedente lavoro, figlio di mascherine e lock down, era stato invece creato inviandosi le parti per mail senza mai incontrarsi, riscostruite insieme, avevano dato vita ad una collezione di undici pezzi acidi e stranulati, come se Tom Waits passasse al dub dalla parte di “Casa Baylon” dei Mano Negra. “Deserted” (2018) registrato nel deserto di Mojave 3, fu invece la occasione di godere a pieno del paesaggio e dell’ambiente circostante. La idea è di non preparare nulla prima, ci ritroviamo insieme, tutti nello stesso posto che non è quello in cui viviamo e le cose funzionano molto di più. Quando sono a Chicago, New York, Londra è diverso perché è molto più complicato astrarsi e dedicarsi alla musica, è la vita reale, conclude Langoford. Sembra che la tecnica funzioni, se le canzoni più “famose” dei Mekons sono nel passato, per esempio in “Fear And Whiskey” (1985) e “So Good It Hurts” (1988), nulla hanno da meno gli ultimi citati lavori.

Il gruppo nacque tra le strade del punk rock di fine anni ’70, dalle parti di Leeds, dove Tom Greenhalgh e Jon Longford studiavano Belle Arti. Jon, anche se ormai naturastrumemr_cimitero_oklizzato a Chicago, è un gallese di Newport e giusto prima di atterrare a Valencia, è passato dalla sua città natale per celebrare il settantesimo compleanno di Joe Strummer, con la sua famiglia e altri amici. Si conobbero quando il poi frontman dei Clash, oltre a vagire nella sua prima formazione, The Vultures, per tirare avanti si dedicava all’attività di becchino nel cimitero della città. Langford cerca la foto sul cellulare, quella famosa dove ancora la brillantina e il ciuffo non erano approdati sulla folta e disordinata capigliatura di Joe, poi passa a quelle a colori, che ha fatto qualche settimana prima con il nipote di Strummer e gli chiedo se vogliono un'altra birra. Siamo all’interno della cafeteria libreria La Batisfera e abbiamo appena terminato di montare sulle pareti le opere di Langford per una esposizione, tavolette di legno con i ritratti di personaggi famosi e dimenticati degli albori della musica country e non solo, Hank Williams, Johnny Cash, Elvis Presley ma anche John Coltrane…I primi due bicchieri doble di birra sono esauriti e le domande si stanno autoriproducendo troppo rapidamente nella mia testa. Mi ero preparato anche una scaletta, ma la via è segnata dalla parlantina di Jon che continua, anni più tardi fu lo stesso Strummer a chiedermi di aprire alcuni concerti dei Clash, quelli strani di “Cut The Crap” (1985) dove non c’era più Mick Jones, cerca comprensione verso Tom che annuisce tristemente, io suonavo con i Three Johns (ci sarebbe da aprire una parentesi lunga una cartella per parlare dei gruppi paralleli militati da Langford) e ci esibimmo prima di Joe. Parlammo un po’, ma credo fosse veramente in una situazione psicologica difficile. Anni dopo, nel 1989 ero in un bar, era appena uscito “Mekons Rock’n Roll” (1989), c’era Joe Strummer, Jim Jarmush, ed eravamo tutti abbastanza ubriachi. Ad un certo punto Robert Christgau (per 37 anni curatore della rubrica musicale della rivista “The Village Voice”) se ne uscì raccomandando come un buon dottore “Mekons Rock ‘n’ Roll”, precisando di evitare la controindicazione dell'ultimo album di Joe Strummer. Eravamo in un bar e mi sentii veramente in imbarazzo perché non era certo il momento più alto della sua carriera (“Earthquake Weather”, 1989), poi aprimmo per lui uno show a Chicago…
Con i Clash, i Mekons ebbero a che fare fin dall’inizio, il loro fulminante esordio, che gli fruttò una certa notorietà, fu la canzone “Never Been In Riot” (1977). Eravamo critici con l’idea che avevano espresso i Clash in “White Riot”, ricorda Jon, avevano appoggiato la rivolta degli indiani a Londra e incitavano la gente bianca a scendere in piazza a picchiare la polizia. A Leeds dove vivevamo, pensavano che la canzone parlasse di rivolte bianche in un altro senso, quelle fasciste. Ci furono dei momenti nei dieci giorni posteriori alla pubblicazione della canzone che le persone erano veramente confuse riguardo al testo, si deve stare attenti a scrivere certe cose. Noi scrivemmo “Never Been In A Riot” perché eravamo studenti d’arte, rifiutavamo in un certo senso il ruolo macho dell’uomo e la violenza, racconta Langford. I Clash li ammiravamo, siamo stati critici con loro giusto in quella canzone. C’erano un sacco di slogan, frasi ad effetto che giravano nel punk, pensa ad “Anarchy In The Uk” dei Sex Pistols che è una gran canzone, brillante, provocativa però chiaro, loro non sapevano il significato della parola anarchia, pensavano fosse rompere vetrine o picchiare la polizia. Nulla a che vedere con l’idea di anarchia che, per esempio, c’era in Spagna negli anni ’30 del 900, conclude Jon e lascia le parole a Tom, “punk was a kind of cliche” ed i Mekons ci hanno sguazzato dentro per giustificare la libertà di poter fare un po’ quello che volevano, non era per forza legato alla violenza, aggressività, tutte situazioni estranee ai nostri modi di essere. È un genere che può prendere innumerevoli direzioni, non deve essere per forza hardcore. A Londra era un’estensione di altri stili come il glam o il progressive. In particolare il punk rock trovò il successo grazie o per colpa dei Sex Pistols perché riuscirono a coinvolgere un po' tutti, dall’impiegato ai ragazzini per strada, ma a Sheffield, per esempio, era pieno di sintetizzatori, a Manchester di elettronica, a Leeds era tutto molto politico…

I compagni di viaggio dei primi Mekons furono i gruppi della ola punk rock inglese, Gang of Four e Buzzcocks, cita Langford, tanto che il loro primo album, “The Quality Of Mercy Is Not Strnen” (1979), fu registrato utilizzando gli strumenti dei Gang of Four e per un errore presentava le immagini di quel gruppo sul retro della copertina. Uscimmo dai 70 e dall’epoca del punk rock sena più illusioni, continua Langford, e agli inizi degli 80 quello che restava della band era portato avanti da Tom (Greenhalgh). Io ero stato tre anni a divertirmi con la drum machine…Il lato a di “Fear and Whiskey” è suonato dalla band che Tom riuscì a mettere insieme e il lato b sono altre cose a cui lavorammo con la drum machine in una piccola sala prove o in casa. Poi cominciarono ad arrivare altre persone, Sally (Timms), Suzy (Honeyman ) e poi Dik Taylor dei Pretty Things ed era strano avere questa band senza basso e batteria, tutto si risolse quando si aggiunsero anche Steve (Goulding) e Lu (Edmonds).
Tra il 1984 e 1985
, è Tom che parla ora, facemmo alcuni concerti come Mekons e cambiammo stile, non c’era nessun tipo di interesse in ripetere le cose di sei, sette anni prima, così iniziammo a suonare altri generi come country e reggae. La country music è molto simile al punk, sono tre accordi e le parole parlano di situazioni difficili della vita, situazioni reali. Nel 1985 c’era un sacco di gente che organizzava concerti benefici per i minatori e insieme ad altri amici che lavoravano per i Gang of Four, partecipammo ad alcuni, anche se eravamo fermi da un po' di tempo, praticamente la banda si ricreò per cercare i soldi per i minatori. Lo sciopero dei minatori britannici del 1984-1985 fu un'azione di lotta sindacale (che sfociò nella violenza, specie per le dure repressioni della polizia inglese) condotta dall'Unione Nazionale dei Minatori (NUM), quando il governo della Tatcher decise di chiudere venti giacimenti carboniferi nel Regno Unito con il conseguente licenziamento di circa 20.000 minatori.
Siamo sempre stati critici nei confronti del sistema politico ed economico, quando iniziammo erano i primi giorni del punk rock, ed era normale criticare il “political social system”. La prima volta che ci ritrovammo in una band, nessuno aveva avuto questo tipo di esperienza e quindi iniziammo a scrivere nel miglior stile del punk rock. Senza prendersi troppo sul serio, Gallows humor, afferma convinto Jon, ma non so di cosa parli, poi mi spiega: battute, commenti umoristici su argomenti spiacevoli o preoccupanti come la morte e la malattia, “dark humor in a bad situations”. Abbiamo un sacco di canzoni in cu diciamo che sì, la vita è una merda, però ci possiamo fare una risata sopra, gorgoglia ridendo e il secondo doble di birra è quasi finito, anche il mioVado per il terzo, Jon accetta prontamente, Tom esita per quasi dieci secondi e poi cede. Mentre ritorno dal bancone carico di birra, olive e noccioline, sono quasi le 13.30, gli chiedo a bruciapelo se dopo più di quarant’anni dalla nascita del punk, ha ancora senso pensare di combattere il sistema, spaccando vetrine e insultando poliziotti. Molto spesso le cose cambiano, risponde Jon, perché le persone riescono ad entrare negli ingranaggi delle macchine di potere. Com’è successo per la pena di morte nell’Illinois, dove non abbiamo alzato le barricate per strada, ma siamo andati a chiedere alle persone se erano d’accordo e delle donazioni, un lavoro molto lento, noioso e con poca adrenalina. Langford è stato un attivista fino alla vittoria della battaglia per l’abolizione della pena di morte nell’Ilinois, nel 2011. Trasferirsi a Chicago, racconta, è stato fantastico per la mia carriera musicale, certo, ma anche per quella di pittore e grafico. Ha disegnato copertine di dischi, le sue opere sono in gallerie sparse per il mondo e girano nei musei musicali degli Stati Uniti (il piccolo quadretto con Dr John per esempio, è il più richiesto dalle parti di New Orleans, mi racconta). Per capirsi, la copertina dell’album “Dylan, Cash, And The Nashville Cats: A New Music City” (2015) è un suo lavoro che venne commissionato dal Country Music Hall of Fame and Museum.
dylaanUna trentina di queste riproduzioni albergano ora sulle pareti de La Batisfera, la cafeteria libreria dove lavoro a un centinaio di metri dallo studio di registrazione del gruppo e ad altrettanti dalla Malvarosa, la spiaggia cittadina, frequentata dalla band tra una session e l’altra. Prima dell’intervista, Jon ne ha montato una trentina per il locale, disponendole dove ritenesse meglio. Gli ho solo fatto notare che quelle sul palco si sarebbero viste di più, specie durante il concerto che avrebbero suonato qualche giorno dopo, forse Cash e Strummer meritavano quella posizione. Ne ha convenuto e le ha spostate canticchiando “Highway Patrolman” da “Nebraska”, che usciva dalle casse del locale, poi si è concentrato sulle sbilenche facce disegnate da una nostra amica su alcuni post it attaccati al muro della barra e mi ha detto che gli sembrava di stare in un posto differente…

Venerdì sera alla Batisfera è la big nightmekons_6, i vari membri del gruppo nei prossimi tre giorni monteranno sugli aerei che li riporteranno nelle rispettive case. Il concerto che hanno deciso di regalare al locale è gratuito, non si paga perché non vogliono soldi. Giusto un paio di ore prima di cominciare, Jon mi comunica che sono in sette e andranno a pelo, due chitarre, un violino, un kazoo, un basso ed un rullante di batteria. Posso solo accettare e pianto due microfoni davanti al palco per ciucciare quello che possono, rimandandolo nella sala…ma è una preoccupazione inutile. Dopo i primi tre minuti, il locale si trasforma in un pub irlandese, i Mekons suonano tra i Pogues e quello che rimane dei loro anni 70, dai Joy Division, a certo, i Clash. Mi dedicano “The Shape I’m In” di The Band proprio quando esco un momento dal bancone ad asciugarmi il sudore perché sto lavorando, fa caldo e c’è un gran casino: più di sessanta persone, perlopiù inglesi e americani, bevono birra cantando contenti.
Ho visto esattamente quello che mi aveva raccontato Tom tre giorni prima: siamo rimasti insieme così tanti anni perché non abbiamo mai avuto successo. Per questo motivo non abbiamo mai avuto pressioni da parte di nessuna label e abbiamo sempre fatto quello che ci interessava. La forma in cui lo show business vuole regolare la vita delle band è il motivo che le porta allo scioglimento.mekons_7 Certo, non vivono dei Mekons, mi hanno assicurato, ma molto meglio, dico io, a sessanta anni suonati vivono ancora PER i Mekons. È dalle sei che sono seduti nella terrazza della Batisfera tra gin tonic e birre, sono ospiti speciali e quando il tipo di origine siciliane che suona il basso, Dave Trumfio, che Jon mi aveva detto essere il loro produttore oltre che bassista, chiede a fine concerto l’ennesima birra, gliela do così volentieri che lo abbraccerei. Ringrazia e scambiando due battute mi dice che è il produttore dei primi dischi degli Wilco, i due “Mermaid Avenue” e “Summertheet”, sì, li ha prodotto lui e mi conferma che anche tutta la nuova riedizione con inediti etc è opera sua (poi scoprirò che anche My Morning Jacket, Build to Spill e svariati altri sono passati sotto le sue mani e orecchie). Non so più a chi sorridere e guardo Jon paonazzo che sfreccia fuori dal locale per parlare con tutti, è quello che preferisce fare dopo i concerti, chiacchierare con quelli che hanno assistito allo show. Me lo ha detto durante l’intervista, poi gli ho chiesto se gli piacessero gli Wilco e lui mi ha risposto che suo figlio suona con quello di Jeff Tweedy…




Discografia

The Quality of Mercy Is Not Strnen (Virgin, 1979)
Devils Rats and Piggies a Special Message From Godzilla (Red Rhino, 1980)
It Falleth Like Gentle Rain from Heaven - The Mekons Story (CNT Productions, 1982)
The English Dancing Master (Ep, CNT Productions, 1983)
Crime and Punishment (Ep, Sin, 1985)
Fear and Whiskey (Sin, 1985)
Slightly South of the Border (Ep, Sin, 1986)
The Edge of the World (Sin, 1986)
Honky Tonkin' (Sin, 1987)
New York [tape] (ROIR, 1987)
So Good It Hurts (Twin/Tone, 1988)
The Dream and Lie of ... (Ep, Blast First, 1989)
Original Sin (Sin, 1989)
F.U.N. '90 (Ep, Twin/Tone/A&M, 1990)
The Mekons Rock'n'Roll (Twin/Tone/A&M, 1990)
The Curse of the Mekons (Blast First, 1991)
Wicked Midnite/All I Want (Ep, Loud Music, 1992)
Millionaire (Ep, Quarterstick, 1993)
I Love Mekons (Quarterstick, 1993)
Retreat From Memphis (Quarterstick, 1994)
Mekons United (Touch and Go, 1996)
Pussy, King Of The Pirates (with Kathy Acker, Quarterstick, 1996)
Where Were You? Hen's Teeth and Other Lost Fragments of Unpopular Culture (antologia, Quarterstick, 1999)
I Have Been to Heaven and Back: Hen's Teeth and Other Lost Fragments of Unpopular Culture (antologia, Quarterstick, 1999)
Journey to the End of the Night (Quarterstick, 2000)
Out Of Our Heads (Touch & Go, 2002)
Oooh(Out of Our Heads) (Touch & Go, 2002)
Punk Rock (Touch & Go, 2004)
Heaven & Hell (2cd, antologia, Cooking Vinyl, 2004)
Natural (Quarterstick, 2007)
Ancient And Modern (Bloodshot Records, 2011)
Jura, by the mini-Mekons with Robbie Fulks (Bloodshot Records, 2015)
Existentialism (Bloodshot Records, 2016)
It Is Twice Blessed, by the Mekons 77 (Slow Things, 2018)
Deserted, (Bloodshot Records, 2019)
Exquisite, (autoprodotto via bandcamp, 2020; vinile by Glitterbeat Records, 2022)
Pietra miliare
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